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Una giovane ragazza dai capelli color caramello e gli occhi verdi sedeva nel suo giardino, il tiepido sole estivo batteva sulla sua pallida pelle coperta da lividi.

Pensandoci, questa dolce e giovane ragazza era stata violentemente picchiata dai suoi coetanei solo poche ore prima. Il suo nome era Alice. Era una ragazza gentile ed intelligente, ma non sembrava avere molti amici, così, spesso, spendeva il tempo da sola, creando degli amici tutti suoi, amici immaginari, se così li volete chiamare. Ne aveva così tanti di questi amici, infatti, che dovette chiamarli per numero, per mantenere il conto. Tra di loro ce n'era una in particolare, che si distingueva dagli altri: il suo nome era Zero. Lei era stata la prima degli amici immaginari di Alice, creata per proteggerla dai bulli. Tutte le volte che loro la infastidivano o molestavano psicologicamente, Zero era lì per occuparsene.

Erano migliori amiche e trascorrevano ogni giorno assieme, raccontandosi storie, barzellette e persino prendendosi gioco del vicino di Alice, che era stato incaricato di controllarla quando i suoi genitori erano via per lavoro. La vita non era così solitaria per Alice... fino a quel giorno.

Mentre Alice se ne stava seduta sulla morbida erba, osservando la strada, avvertì una strana sensazione, un bisogno. Qualcosa nei meandri della sua mente le stava dicendo di andare dall'altro lato della strada. Quando l'idea infine iniziò a consumarla, si avviò per la stretta strada del quartiere. I suoi piedi nudi toccavano il caldo asfalto e, attraversando, prestava attenzione ad ogni suo passo. Quando lei alzò lo sguardo, notò qualcosa dirigersi verso di lei: un grosso camion bianco. I suoi occhi si spalancarono dal terrore, stette immobile per lo shock, attendendo l'impatto. Dopo un forte rumore dovuto ai pneumatici che scivolavano sull'asfalto, il veicolo la superò, ruzzolando da una collina, di fronte a casa sua. Sentì il metallo stridere e un urlo femminile, mentre continuava a rotolare, fino a colpire un grande albero ai piedi della collina. Solo un momento più tardi, il veicolo ormai distrutto bruciava tra le fiamme, mentre una colonna di fumo saliva.

I vuoti occhi di Alice fissavano la scena, finché la portiera dell'autista non si aprì e qualcuno ne uscì fuori, strisciando disperatamente e aggrappandosi al terreno della foresta. Il padre di Alice guardò la sua amorevole figlia, sulla collina, coperto dal suo stesso sangue color cremisi e avvolto dalle rosse fiamme. Urlò, ma non riusciva a muoversi, la sua gamba era incastrata tra la gomma e il metallo. Il dolore percorreva il suo corpo, prima che le sue grida cessassero e che lui smettesse di muoversi. Mentre le fiamme consumavano la scena, lei vide qualcuno nel sedile passeggero: la sua amata madre, bruciare fino a morire tra le fiamme. Alice cadde sulle sue ginocchia, tiepide lacrime scorrevano sulle sue guance, il suo naso cominciò a colare.

"MAMMA! PAPÀ!" Urlò, osservando tutti gli orribili dettagli. Angoscia e dolore pervasero il suo corpo, ripetendo più e più volte la scena nella sua mente. Le rosse fiamme e il sangue cremisi furono le ultime cose che lei vide dei suoi genitori, in quel caldo giorno d'estate.

Dopo l'incidente dei genitori, il suo vicino, il signor Rogers, la prese con sé. Lei lo odiava, lui era uno sporco, grasso uomo, ubriaco per la maggior parte del tempo. Ma lei lo odiava ancora di più per il fatto che non l'avesse controllata, quel giorno, per colpa sua... lei uccise i suoi genitori. Ma non c'era nessun altro, nessuna famiglia, nessun amico, era stata lasciata sola, la triste sofferenza divenne la sua sola compagnia. 

Alcuni anni dopo, la ragazzina si ritrovava nell'aula di storia e disegnava piccoli omini nel suo quaderno. Nel momento in cui stette per disegnare i capelli di uno di loro, qualcosa catturò la sua attenzione. Una mano rugosa le mise davanti agli occhi un test con un grande zero stampato su, coprendo il suo lavoro.

«Alice, speravo che tu prestassi attenzione nella mia classe, non ti serve un altro zero.» Disse la vecchia insegnante di storia di Alice. Alice, improvvisamente, si sentì la testa pesante. Qualcosa di ciò che le aveva appena detto... l'aveva infastidita, ma lei non sapeva di cosa si trattasse. «S-sì, signorina Kirst.» rispose Alice, cercando di non creare contatto visivo.

Durante la lezione cerco' di capire cosa stesse succedendo, ma la testa continuò a farle sempre più male, fino a farle venire la nausea. Chiese il permesso di uscire dall'aula e corse velocemente verso i servizi. Alice gettò dell'acqua fredda sul suo viso scottante, guardando verso lo specchio. Ma saltò all'indietro, col cuore che batteva all'impazzata, quando vide il suo riflesso. Giurò di essersi vista... ammiccare.

Dopo alcune ore, si sistemò nell'aula d'arte, guardando i lavori dei suoi compagni di classe sui loro progetti. Mentre lo faceva, la sua mano scivolò e si tagliò abbastanza profondamente con una lama. Un liquido rosso gocciolava sul suo lavoro. Ma lei non sentiva nulla. Prima che lei lo sapesse, l'insegnante la stava fissando, con gli occhi spalancati e corse verso l'infermeria. Quando ritornò, riprese la sua solita espressione e si rimise al suo posto. Ma si ghiacciò quando si sedette: dei cerchi rossi coprivano interamente il suo lavoro e il suo banco. L'intera situazione la scosse e, appena suonata la campanella, corse verso il corridoio. Prima che lei lasciasse la scuola, venne salutata da un sorriso familiare: «Ciao, Alice! E benvenuta nel Paese delle Meraviglie!» disse una ragazza, abbastanza bassa, dai capelli biondi e gli occhi castani, sollevando le braccia e gesticolando come se fosse una sorpresa. «Potresti non farlo, Ann?» disse Alice, scocciata. «Eddai, sorridi. Comunque, lo farai quel compito?» chiese Ann, mettendo le mani dietro alla testa, catturando fiocchi di neve con la sua piccola lingua rosa. «Dovrai fare i tuoi compiti da sola, nel caso, lo sai. Non ci sarò per sempre.» «Sì, ci sarai, perché non ti lascerò andare.» rispose Ann, avvolgendo le spalle di Alice con le sue braccia, mentre percorrevano la fredda via, a causa dell'inverno. Continuando a camminare, scherzando e spettegolando tra di loro, finalmente raggiunsero la casa di Ann. Si salutarono, dunque Alice, serenamente, si introdusse nella foresta. Lei la adorava, era tutto così calmo. Il sole giallo colpiva il bianco e intatto suolo e le sottili ombre degli alberi spogli. L'unica cosa che la infastidiva era il fatto che prima o poi dovesse ritornare in quell'orrendo posto che qualcuno chiamerebbe casa. 

Aprì lentamente la porta cigolante e non facendo alcun rumore, entrò nella fredda casa. Trattenne il respiro, mentre camminava attraverso il soggiorno. «Eccoti qui, tu, piccola troietta!" urlò un uomo burbero, afferrandola per il braccio. Alice gridò e l'uomo la strattonò indietro, guardandola dritta negli occhi con disgusto. La faccia di Alice diventò rossa e le venne un nodo alla gola.

«Che cos'è? Eh?!» disse lui, trascinandola in cucina e indicando il tavolo coperto da lattine di birra e contenitori di cibi da microonde. "Merda! Ho dimenticato di pulire, stamattina." pensò tra sé e sé. «S-scusa, è che dovevo andare a scuo-», fu zittita dalla pesante mano del signor Rogers contro la sua faccia. «Non ho bisogno delle tue stupide scuse! Fa' in modo che non accada ancora! O te ne pentirai, te lo prometto.» disse, buttandola sul pavimento e ritornò poi nel soggiorno, lasciando cadere il suo grasso corpo sul polveroso divano.

Alice si alzò velocemente, poi buttò via ogni rifiuto e pulì il tavolo in un panico silenzioso. Ciò che è appena successo era abbastanza comune. Tutte le volte che lei faceva qualcosa di sbagliato, era pronto a picchiarla un uomo ubriaco, così lei fece quello che le venne richiesto e si nascose nella stanza. 

Si tenne dentro tutte le emozioni che intanto ribollivano: tristezza, confusione e rabbia. Dopo un po', percorse velocemente le scale che la separavano dalla sua piccola camera. Era una camera buia, i muri erano coperti dai suoi disegni preferiti, un piccolo letto era posizionato al centro, invece un armadio all'angolo. Questa era la sua unica via di fuga, l'unico posto in cui potesse essere libera. Nessuno vi entrava, solo lei, nessun altro. Il giorno seguente, camminò sul terreno coperto dalla neve della foresta e spuntò nella strada dall'altra parte, per poi camminare velocemente lungo il marciapiede. Lei non attraversò la strada, quel giorno, si limitò a camminare velocemente, indossando la sua felpa nera preferita, che, col cappuccio, copriva i suoi grandi lividi blu e neri sul viso. Non poteva parlarne a nessuno, solo Dio sapeva cosa il signor Rogers avrebbe potuto farle...

«Alice! Hey, aspettami!» disse una voce familiare che proveniva da dietro di lei. «Hey, Ann.» Rispose Alice con una voce piatta, con l'amica ancora dietro di lei. Ann la raggiunse, aggrappandosi alle sue spalle e riprendendo fiato. Alice si voltò, guardando la foresta, Ann camminava ormai di fianco a lei. «Come mai il cappuccio? Stai spacciando droga?» chiese Ann, ridacchiando. «No... è solo che... sai, fa freddo» disse blandamente. Ann sogghignò e le tirò giù il cappuccio. I suoi occhi si spalancarono. «Oh mio Dio, che ti è successo? Stai bene?» domandò Ann, ispezionando meglio il suo occhio nero. «Sì, sì! Sto bene... sono solo scivolata e ho colpito contro lo spigolo del tavolo.» rispose, ridacchiando nervosamente. Ann la guardò freddamente. Lei sapeva che Alice stava mentendo, che c'era sotto qualcosa. «Hmm, se lo dici tu. Ricorda solo che, se hai bisogno di qualcuno, io ci sarò sempre per te.» Disse, tenendole un braccio sulla spalla in segno d'affetto. Alice annuì e le due ragazze continuarono a camminare verso la scuola. Il suo giorno continuò, la gente le fissava l'occhio quando le passava vicino, alcune persone ne chiesero a riguardo e lei diede loro sempre la stessa risposta: «È stato un incidente». Non era abituata a queste attenzioni, solitamente le persone la ignoravano, non rivolgendole nemmeno lo sguardo. Ma non le stava piacendo l'attenzione che riceveva, così indossò il cappuccio per la maggior parte della giornata. Dopo scuola, uscì immediatamente dall'edificio, non aspettando nemmeno la sua unica amica. Attraversò il campus, balzando sugli scalini delle scale, quando vide due sagome dirigersi verso di lei. Diede un'occhiata al terreno, guardando l'asfalto scorrere sotto ai suoi piedi. Mentre camminava, una gamba fermò la sua camminata, facendola cadere sulla strada. La sua mano e il suo gomito fermarono la caduta, in parte, ma i suoi quaderni finirono davanti a lei. Con la faccia rossa per l'imbarazzo, si piegò sulle sue ginocchia, raccogliendo nervosamente i libri. Scoppiarono risa dappertutto, intorno a lei e divenne ancora più rossa dalla vergogna. "Sicuramente ora le persone mi notano" pensò. Quando fu sul punto di raccogliere l'ultimo libro, sentì qualcosa colpirle la nuca, un liquido marrone schizzò il tutte le direzioni, del latte al cioccolato colava dalla sua frangia, sporcandole il viso. Si immobilizzò. Qualcosa, nella sua mente, scattò. Si sentiva il sangue ribollire di rabbia, finché... ne ebbe abbastanza.

Lasciando cadere tutto a terra, si alzò, si girò e corse incontro a una di quelle persone che l'avevano fatta cadere. Gli occhi dell'alto ragazzo si spalancarono dallo shock quando Alice lo colpì violentemente allo stomaco e al petto. Egli cadde, respirando affannosamente e tossendo... sangue. Si sedette sull'asfalto, stringendosi la pancia, ma Alice lo colpì alla testa con il ginocchio. Iniziò a tossire ancora più sangue quando... Alice afferrò la sua gamba e, con il piede, la ruppe. Un rumoroso "crack" fece eco tra le pareti della scuola. Stava per fare lo stesso con il braccio, quando vide un secondo ragazzo correrle incontro. Schivò il suo pugno, colpendolo poi alla schiena con il gomito, facendolo cadere sul terreno. Il ragazzo più basso si rialzò e Alice lo colpì nuovamente sullo stomaco, sfigurando poi la sua già danneggiata faccia, colpendolo più e più volte, finché non vide il suo naso e la sua bocca sanguinare. Egli cercò di fermarla, ma era troppo debole e non poteva fare altro che subire ogni singolo colpo. «ALICE, FERMATI!» sentì qualcuno gridarlo, correndo verso il posto. Guardò in alto, con un pugno sollevato pronto a colpire ancora, ma si fermò quando vide le facce terrorizzate dei presenti, Ann compresa. Uscì dalla terribile fase in cui era entrata e guardò verso il basso, sulle nocche sporche di sangue e la faccia deturpata del ragazzo. "Che cos'ho fatto? Non ero io, non l'ho fatto io! Perlomeno non ne avevo intenzione!" pensò, con le lacrime agli occhi. Sì alzò velocemente, allontanandosi dalle malridotte vittime, correndo via dal terreno della scuola e poi attraverso la foresta. Corse nel suo bagno, cercando nell'armadietto medicine per disinfettare le ferite che si era provocata. Versò dell'alcool sui tagli e lavò via il sangue. Guardò le piccole e bianche bolle di schiuma formarsi in ogni taglio sulle sue mani e sul gomito. Una volta bendate, si appoggiò con le mani sul tavolo e cominciò a fissarsi nello specchio del bagno. «Che cos'ho appena fatto? Ho avuto... una crisi? L'ho mai fatto prima?» sussurrava a se stessa, con la testa piena di domande. «Oh, no... certo che no. Dovevo solo proteggerti..." rispose la bocca riflessa, usando la sua stessa voce. Alice saltò all'indietro, con gli occhi spalancati e il viso pallido. Il suo riflesso le aveva appena parlato.

«Cosa? Chi sei, tu?!» chiese, tremante.

Dopo una lunga pausa, la gracchiante voce le parlò un'altra volta:

«Sono la tua migliore amica. Non ricordi?» risposero le sue labbra.

Delle lacrime scesero giù per le sue calde guance. La sua testa divenne improvvisamente pensante, cadde a terra, stringendosela e urlando. La voce era dentro la sua testa e gridava le stesse frasi più e più volte. "Non ti ricordi di me, Alice? Sono la tua migliore amica... la tua unica amica."

Le settimane seguenti, la voce non tornò. Ma Alice non era più la ragazza che era una volta, diventò violenta, si arrabbiava per qualsiasi cosa, aveva improvvisi momenti di riso usciti dal nulla e spesso ricorreva alle mani o rubava cose agli altri. Era strano, si sentiva come se la sua mente fosse stata sostituita da quella di qualcun altro. E, ovviamente, dopo essere stata espulsa, non ebbe altra scelta se non restare nella sua stanza, non mangiando, non parlando, evitando completamente ogni tipo di interazione. Questo continuò per parecchi mesi, fino a che le sue emicranie peggiorarono, arrivò a pregare, urlando e piangendo, perché tutto questo finisse. Non poteva andare da un medico o uno psicoterapeuta, loro l'avrebbero sicuramente etichettata come malata e l'avrebbero rinchiusa in un manicomio. Non poteva permettere che accadesse. 

Un giorno un violento scontro, dovuto al fatto che il signor Rogers fosse ubriaco, le provocò diversi tagli sulle braccia. Mentre piangeva e la sua mente pressava ancora di più nella sua scatola cranica, iniziò a sentirsi sempre più debole, finché non vide tutto nero.

Quando si svegliò, si ritrovò sdraiata sul pavimento della sua camera, i suoi muscoli le dolevano, come se fossero a stati fatti a pezzi, per poi essere ricuciti assieme. Si alzò, il mal di testa era sparito, ma si sentiva tanto stanca ed affamata. Scese per le scale, incespicando verso la cucina, per poi aprire violentemente il frigorifero. Niente, era quasi completamente vuoto. Sospirando, si coprì la testa con il suo cappuccio, si infilò le sue scarpe nere e uscì di casa. Dirigendosi verso il più vicino negozio di alimentari, passò davanti a un negozio di televisori e una notizia in particolare trasmessa in una delle TV catturò la sua attenzione: «Ultime notizie! È stato ritrovato il corpo di un uomo, ferito a morte da un'arma contundente. Saranno date più informazioni alle 23:00.» disse la ragazza mora del TG.

Alice continuò a camminare verso casa, tenendo le buste della spesa lungo i fianchi; il freddo vento autunnale soffiava su di lei. Quando entrò a casa, non c'era traccia del signor Rogers. Sollevata, gettò le buste sul tavolo della cucina, prendendo poi una lattina di zuppa da prepararsi per cena. Accese la TV, scegliendo poi il canale del telegiornale, in cui appariva la stessa donna mora che aveva visto nella TV in vetrina, che teneva nelle sue mani curate dei fogli. «Un uomo è stato ucciso alle 18:15, oggi, il suo corpo è poi stato trovato in un vialetto di Richards Street. L'uomo era di razza caucasica, la cui età si aggirava ai 40 anni. La maggior parte degli arti e persino la testa non sono stati ritrovati, così non è stato possibile riconoscerne l'identità...» la donna continuò ad aggiungere insignificanti dettagli. Dopo aver finito la zuppa, salì al piano superiore. Si fermò quando sentì l'odore di qualcosa di putrefatto. Continuò a salire, finché non si ghiacciò. Un martello giaceva nel corridoio, coperto di sangue. In preda al panico, corse nella sua stanza e sbatté la porta alle sue spalle. Respirava pesantemente e il battito del suo cuore le rimbombava nelle orecchie, finché non emise un urlo raccapricciante. 

La sua stanza era totalmente ricoperta da cerchi segnati col sangue, dalle pareti fino al soffitto. E, sopra al suo letto, v'era la testa martoriata del signor Rogers. Corse fuori dalla stanza, ma, inciampando sul manico dell'arma contundente, cadde per le scale. Quando giunse alla fine di esse, la sua testa sbatté contro a un mobile, facendole perdere i sensi. Si risvegliò in una stanza buia e, quando si alzò, notò che era piena di specchi. Ovunque guardasse, vedeva il suo riflesso, il suo volto malaticcio e gli occhi stanchi. Il suo cuore iniziò a farsi pesante. Dov'era?

«Non sei felice? Se n'è andato, non ti farà più del male.» Disse la stessa voce che sentì mesi prima. Alice si guardò intorno, per capire da dove venisse la voce, ma riuscì solo a vedere il suo patetico riflesso. «CHI SEI TU? VOGLIO DELLE RISPOSTE!» urlò a pieni polmoni. Una risata riempì la stanza. «Non ti ricordi di me, Alice? Sono la tua migliore amica, la tua prima amica. Io sono Zero.». Ci fu un lungo silenzio.

«Mi hai immaginata perché ti potessi proteggere. Ma se fossi rimasta immaginaria, non ti avrei potuta aiutare. Così dovetti trovare un modo per poterti sempre proteggere. Sono semplicemente parte della tua coscienza, così, se considerato ciò, io sono te.» sussurrò la voce.

«No! NO, TU NON SEI ME! Tu non puoi... a meno che... sei un demone?» chiese Alice, scossa.

«No, ovviamente non lo sono. Sono un'amica, qui per fare ciò che mi è stato richiesto per tutti questi anni. Ma hai cominciato ad ignorarmi, dopo la morte dei tuoi genitori. Sono stata davvero sola, Alice. Ma sto diventando sempre più forte, non puoi più controllarmi, Alice.» disse la voce sinistra.

"I miei genitori? Aspetta, ricordo!" pensò Alice. «TU! Tu mi hai detto di attraversare la strada! Tu mi hai fatto uccidere i miei genitori!» Le lacrime scorrevano sulle sue calde guance. «Beh, sì. Dovevo, non ci avrebbero lasciate giocare insieme. Non avrei potuto aiutarti, finché ci fossero stati loro a proteggerti. Dovevano andarsene perché io potessi fare il mio lavoro. È quello che mi hai chiesto di fare tu, dopotutto. Proteggerti.»

Alice smise di piangere e rimase ferma, in silenzio. Il suo intero corpo era pervaso da un'incontrollabile rabbia. Senza preavvisi, diede un pugno a ognuno degli specchi. «Mi hai portato via tutto! Tutti se ne sono andati. Non ho più nessuno! Non sono niente!» urlò, mentre continuava a prendere a pugni le superfici che riflettevano la sua immagine, finché le nocche non cominciarono a sanguinarle. Mentre correva verso lo specchio successivo, inciampò su qualcosa. Quando guardò cosa fosse, vide il martello ricoperto di un liquido color cremisi. Lo prese e con quello colpì tutto ciò che le capitava sotto tiro. Pezzi di vetro si sparsero per la stanza, ferendo Alice in diversi punti. I tagli erano profondi, ma ormai non sentiva più nulla. Si sentì praticamente vuota, a quel punto. Il suo attacco di rabbia si arrestò, riprese bruscamente fiato, restando in piedi sui pezzi di vetro che rivestivano il pavimento della stanza, sporchi del sangue che colava dalle sue mani. Si guardò intorno, finché non vide il suo riflesso in un angolo della stanza. Stava sorridendo. Gli andò incontro, per poi colpirlo con il martello.

I suoi occhi si aprirono lentamente, una bianca luce la accecava. Le fredde piastrelle del pavimento erano a contatto con la sua dolorante schiena. Si sedette lentamente, notando di essere nel suo bagno. Si appoggiò al tavolo, aiutandosi per alzarsi. Quando finalmente si rimise in piedi, si guardò nel grande specchio. Dopo un po' di minuti di completo silenzio, scoppiò in una violenta risata. Un largo sorriso le attraversava la faccia. Sia la sua pelle che i suoi capelli erano diventati bianchi e grandi cerchi neri le circondavano gli occhi, partendo dalle sopracciglia, fino ad arrivare alle guance. «AHAHAH! Adesso è più come lo volevo. Finalmente mi sento me stessa!» disse. «Per favore... lasciami in pace...» implorarono le labbra che prima erano di Alice. «Ho sopportato troppo... per troppo tempo.» rispose Zero. Alice non ribatté, era scomparsa. «AH! Assomiglio ad uno scheletro, ma non del tutto.» commentò, ammirando la sua carnagione bianca.

Uscì dal bagno, dirigendosi verso il soggiorno. Prese delle forbici, un ago e del filo. Quando entrò di nuovo nel bagno, posò i suoi attrezzi e sorrise allo specchio. «Uno scheletro come si deve, dovrebbe avere i suoi denti.» disse, mentre le forbici affilate tagliavano le guance. Il sangue le colava fino al mento. Le lame tranciavano i muscoli e i nervi nella sua carne, in ogni lato della faccia. Il liquido cremisi continuava a colare. Dopo aver terminato i grandi tagli che le attraversavano la faccia da orecchio a orecchio, prese ago e filo e cominciò a cucire la ferita, in modo da lasciare delle lineette verticali equidistanti. Non cucì solo la bocca, per riuscire parlare. Dalle ferite, continuava a scorrere il liquido rosso. Assunse un'espressione disgustata e inclinò la testa. «Ugh, rosso. Odio quel colore. Ricorda, Alice, il sangue rosso che grondava dalla testa di tuo padre e le fiamme rosse che consumavano tua madre. Questo colore è l'ultimo che mi è rimasto in testa, prima che tu mi abbandonassi. Meglio non ricordarlo.» Disse, mentre si chinava verso il pavimento, per poi immergere l'indice nella candeggina. Si rialzò, per poi buttare la testa all'indietro, sollevare il dito sopra ai suoi occhi e lasciare che delle gocce vi cadessero su. Iniziarono a bruciare come se fossero in fiamme e non poté vedere nulla per qualche minuto. Quando la vista le ritornò, quello che prima era un liquido cremisi si trasformò in sangue nero. Tutto ciò che poteva vedere era di un nero profondo, bianco accecante o grigio sbiadito. Non avrebbe più visto quell'orribile colore un'altra volta. Finito ciò che doveva fare, ritornò in soggiorno, quando sentì lo squillo del telefono.

Si diresse nella stanza di Alice e rispose. «Pronto?» disse in un tono subdolo. «Alice! Oh mio Dio, stai bene! Non ti ho vista per mesi. Pensavo che fossi scomparsa per sempre!» Disse Ann, in preda al panico. «Sto bene. Più che bene, in realtà.» Zero ridacchiò. «Bene! Possiamo incontrarci? Ho qualcosa per te!» disse emozionata. «Eheh, sarò subito da te.» rispose Zero, riattaccando subito. Sorrise, tirando la pelle attaccata col filo. Uscì velocemente fuori dalla stanza, prendendo il martello e correndo via di casa, per poi immergersi nella foresta autunnale. Sbucò dalla parte opposta, camminando per la strada vuota. Lo sporco strumento che si portava appresso strideva contro l'asfalto. Ridacchiò tra sé e sé, dirigendosi verso la casa. La luce della cucina era accesa e non c'era la macchina dei genitori parcheggiata. L'ombra di Ann corse per la piccola finestra illuminata. Zero, diventando sempre più impaziente, salì i gradini e bussò alla porta di quercia. «Sono subito da te, Alice! Cavolo, adorerai il tuo regalo.» urlò Ann da un'altra stanza.

Quando aprì la porta il suo sorriso sparì velocemente. Quella che una volta era la sua amica, era diventata invece un mostro bianco. Il silenzio riempì la casa per parecchi minuti, prima che Ann corresse verso il salotto. Zero la prese per il braccio, prima che potesse scappare e la scagliò contro il pavimento di legno. «Alice! Cosa stai facendo?!» gridò Ann. Zero si avvicinò in fretta a lei, poggiando il piede sul suo braccio... tranciandolo in due. Le sue urla rimbombavano sulle pareti della casa. «AH! Alice ormai è andata... e non tornerà. Ti chiederai il perché. Beh... non puoi avere uno Zero, se rimane qualcuno.» Rise, sollevando il grande martello sopra la sua testa. Con tutta la forza di Zero, il martello si conficcò nel cranio di Ann, facendo schizzare ovunque del liquido nero. Senza esitazione, tirò fuori l'arma dalla sua testa e la scosse, per far cadere i pezzi di cervello rimasti attaccati. Il corpo immobile di Ann giaceva sul pavimento, con i morbidi organi al di fuori.

Con un ghigno, se ne andò, per poi ritornare con un grosso coltello. «Hm, vediamo cosa possiamo farci con questi.» Disse, rigirando il corpo di Ann, in modo che la pancia fosse a contatto col pavimento. Prese il coltello e incise ambedue le gambe di Ann, le braccia e la schiena. Aprì lentamente i tagli, muscoli e tendini venivano strappati e il liquido nero colava a fiotti. Ripetè l'azione con il resto e, allora, scavò con le mani nella sua schiena, tirando fuori la cassa toracica. Tirò e tirò, finché finalmente non riuscì a strappar via la spina dorsale e la gabbia toracica. Ridendo, le poggiò vicino al corpo di Ann, poi fece lo stesso con le braccia e le gambe. Erano tutte nell'ordine giusto, lo scheletro di Ann giaceva accanto alla sua carne. Mancava solo il cranio. «Hmm, il tuo cranio è troppo danneggiato e sarebbe troppo impegnativo separarlo dalla pelle. Così... so cosa fare!»

Zero immerse le mani nella pozzanghera di sangue nero e disegnò uno zero al posto della testa, sopra allo scheletro. «Perfetto! Ora sei come me! Uno scheletro, solo... oh, che cos'è?» Qualcosa vicino al suo corpo catturò la sua attenzione. Una scatola con un fiocco sulla cima, sul bigliettino si poteva leggere "Per Alice". Sciolse il fiocco e, all'interno, vi vide una semplice sciarpa bianca e nera. «Oh, grazie Ann. Sapevi che odio i colori.» disse, mentre avvolgeva il capo attorno al suo collo. Luci rosse e blu provenienti dall'esterno illuminavano la stanza buia. «Beh, è stato divertente, Ann. E ora che tu te ne sei andata, filamente ne abbiamo zero.» disse la bianca faccia da killer, per poi uscire da quella casa e ritornare nella buia foresta.

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Tradotta da Nah'Kaal - (Testo originale in lingua inglese).







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