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Non c'è parte più ridicola nel mio lavoro che dover intervistare i parenti delle vittime scomparse, tutte le volte mi trovo di fronte la stessa scena, mamme e papà, parenti o amici che piangono e che mi supplicano di risolvere l'ultimo caso di sparizione improvvisa. Ma io sono un giornalista, non un investigatore. A me non importa della gente scomparsa, il tempo che dedico a questo lavoro verrà convertito in denaro alla fine del mese, è l'unica ambizione che mi trascina in posti sperduti per trovare gente dilaniata dal dolore. Il resto è solo roba buona per un articolo.

Li tengo tutti in un raccoglitore, è bello pieno ormai, ho scritto parecchio da quando sono stato assunto nel giornale locale.

Ricordo ancora il mio colloquio con il caporedattore.

"Di cosa t'intendi? o meglio su quali argomenti vorresti posare la penna?"

"Cronaca nera. Non saprei scrivere altro."

"Bene, ti affideremo un compito facile all'inizio. In fondo, tutti partono da lì al principio della loro carriera, è una scelta abbastanza concreta."

Mi buttarono in un bugigattolo all'interno della redazione, a scrivere gli articoli di cui gli altri non volevano occuparsi ed essere trattato come l'ultima ruota del carro. Questo voleva dire occuparsi di cronaca nera, questo voleva dire essere la matricola di una gerarchia massiccia e vasta.


Westford Lane 0232, una traversa di Lincoln St. abbastanza isolata, un quartiere tranquillo. Larghi marciapiedi ai bordi delle strade, le solite casette accoglienti di periferia, pratini dall'aria soffice davanti ad ogni uscio. Niente di eccezionale, il panorama non è dei più interessanti, e non gira anima viva in questo quartiere. Nei portici di alcune case ci sono giocattoli e trastulli infantili vari, ma nessun bambino a giocare. Verso la fine della via, una casa comunissima, un giardino molto curato e un posto auto. Credo sia proprio quella che cerco. Accosto l'auto, tiro il freno a mano e scendo. È tutto tranquillo, sembra di stare a Twin Peaks. Che cagata era quella serie, ad un certo punto non si capiva più niente. Dopo un paio di consunti gradini, una porta bianca e spoglia, campeggia una placca accanto al campanello. F. Adler e consorte J. Boosey. Rovisto nelle tasche alla ricerca del biglietto con su scritto nome e indirizzo. È quello giusto, stavolta non ho sbagliato.

Con sicurezza, premo il campanello una volta sola e rimango impalato davanti all'entrata. Se c'è qualcuno all'interno mi sta facendo attendere inutilmente. Guardo l'orologio e mi trovo in perfetto orario, quindi deve esserci per forza la signora Adler con cui ho concordato un appuntamento nei giorni scorsi. Suono di nuovo, e stavolta dall'interno sento dei rumori confortanti, proprio mentre avrei voluto girare i tacchi e andarmene. Un dolce e delicato rumore di campanelli mi coglie impreparato. Uno strano gingillo, pieno di fili, conchiglie e piccoli sonagli, si muove leggermente con un soffio di vento, uno scacciapensieri. Mi distrae un po', assomiglia ad un piccolo carosello e rimango a guardarlo sovrappensiero, senza un vero perchè. Anche mia madre ne aveva uno, non so dove sia finito ora. Credo sia stato buttato via insieme a tutte le altre cose appartenute a lei.

La porta si apre bruscamente, in pochi secondi distolgo lo sguardo e già stringo la mano della signora Adler. È grassa, flaccida, un viso rotondo e pieno, gli occhi piccoli e chiari incastonati ai lati di un naso schiacciato, le braccia sformate dall'adipe eccedente. Deve avere a occhio e croce sessant'anni e se ne ha di meno, li porta davvero male.

Si presenta con calore e sorridente, la sua stazza ingombrante occupa gran parte dell'ingresso così come il suo ghigno rubicondo le copre la faccia. Non sembra davvero una donna distrutta dall'ansia per la scomparsa del marito, o almeno io non ne ho mai viste di così allegre. Ognuno reagisce a modo suo immagino, non credo esista un modo univoco per manifestare il dolore, ma lei sembra voler sfidare il mio bagaglio di esperienza accumulato in tutto il tempo che ho dovuto assistere alle solite scenate malinconiche. Mi invita a sedermi intorno ad un tavolo insieme a lei, per parlare. Si pone di fronte a me, minimamente turbata e dall'aria disponibile. Quantomeno il mio lavoro sarà più sbrigativo.

"Buon pomeriggio signora Adler, abbiamo parlato al telefono giorni fa, ricorda?"

"Sì, sì, certo che mi ricordo di te caro ragazzo, ricordo tutti quelli che incontro o con cui parlo, oh sì. Devi sapere che ho un'ottima memoria, sono sempre stata invidiata per questo, sai?"

Termina con un sorriso largo e compiaciuto. Cerco di riportare l'attenzione sul motivo per cui ho dovuto macinare chilometri per venire in questo posto sperduto.

"Devo sapere alcuni dettagli riguardo suo marito, se la sente?"

"Oh sì certo caro! Ma prima dimmi, vuoi del tea oppure preferisci un caffé? Io prendo sempre il té, mia cognata mi porta ogni settimana delle lingue di gatto eccellenti, sarebbe un peccato sprecarle con una bevanda così forte come il caffè." La vedo alzarsi e aprire le ante delle credenze, provo a dirle che non voglio nulla, ma non sembra ascoltarmi affatto.

Dopo mezz'ora di chiacchiere, mi serve la tazza piena di liquido bollente, in cui noto un' inquietante sfumatura grigiastra, e si siede pesantemente sulla sedia di fronte a me. Discosta i capelli dal viso rotondo e ricomincia a sorridere cordialmente, a comando. Si appoggia sugli avambracci e unisce le mani, finalmente posso iniziare.

"Dicevamo, suo marito di preciso, quand'è scomparso?"

"È scomparso il 17 Settembre dopo le cinque del pomeriggio."

"Dopo le cinque?"

"Sì, aveva le sue piccole manie, di solito faceva lunghe passeggiate per sgranchirsi. Sa, quando si invecchia i remutatismi sono quello che sono, e le giornate fredde non fanno bene alle ossa."

"Com'era suo marito? Intendo dal punto di vista caratteriale. Dovrò chiederle una foto recente da inserire nella rubrica delle persone scomparse."

"Era un uomo molto discreto, non ha mai alzato le mani, era un po' burbero sì, ma non ha mai fatto male a nessuno. Non come Philip Wallace, due case più in là. Povera Mary, la trattava come una bestia! Quante volte è venuta qui a farsi consolare, piena di lividi. Un giorno, ha smesso di picchiarla all'improvviso, semplicemente. Sono stata molto soddisfatta quando è accaduto. Oh sì, ero tremendamente gioiosa."

Il suo volto si illumina con un nuovo ghigno, ancora più ampio. I suoi occhi brillano nelle due fessure carnose. Rimane ferma a fissarmi con le dita intrecciate, in attesa di una mia parola.

"Bene. Ha mai avuto un comportamento simile? È mai scomparso prima senza preavviso?"

"No, Frederick. Ecco, io e lui avevamo un bel rapporto. Eravamo buoni complici."

Smette di sorridere, ma solo per un po', alla fine della frase torna ad essere il ritratto della gentilezza.

"Va bene, l'ultima volta che l'ha visto cosa indossava? Devo fornire una descrizione ai lettori, in modo che possano riconoscerlo."

"Aveva una camicia. Oh, che sciocca."

Cambia espressione all'improvviso. Ora sembra avere altri pensieri in testa, si mette una mano sul viso e con l'altra comincia a giocherellare con il bordo della sua tazza fumante, è indecifrabile. Mi guarda.

"Non ha importanza questo."

"Come non dovrebbe avere importanza? Direi che è fondamentale!"

"Giovane caro, Frederick era molto buono sai?"

"Sì lo immagino, sicuramente è una brava persona, ma deve darmi più informazioni possibili."

"Era molto buono."

"Signora capisco che sia davvero difficile per lei, ma le ripeto che..."

"No, non è stato difficile, e non lo è neppure ora."

Il suo modo di fare è cambiato, la voce è cambiata. Sembra più dura, estranea. Stringe le labbra fino a farle diventare una fessura, una ferita. Comincio a sentirmi strano, sento l'urgente bisogno di alzare il culo dalla sedia ma rimango lì, cercando di dissimulare il disagio.

"Cosa non è stato difficile?" chiedo con circospezione, a voce bassa, quasi sperando che non senta.

"Dopo molto tempo che si sta insieme ad una persona, alla fine si crea un legame diverso da quello originale. Tu forse non lo capisci, sei troppo giovane. Ecco, eravamo inseparabili."

Non rispondo, e non commento. Aspetto che continui da sola. Ho perso tutto l'interesse di voler sapere cos'è successo a Frederick in un istante.

"Philip Wallace, il marito di Mary. Ho una grande dote, so ascoltare gli altri." Non si direbbe, penso fra me, la lascio parlare. "Quando lui le alzò per l'ennesima volta le mani, io gli parlai. Gli dissi che era un gesto orribile, che non poteva farlo. Non doveva. Non parlò più."

"Perchè smise di parlare?"

"Perchè disse cose cattive, molto cattive su di me. Io non tollero che mi si rivolga in malo modo, nessuno deve parlarmi male. Nessuno deve permettersi di fare cose che non approvo. Sono cresciuta in una famiglia numerosa e cattolica, nostro padre diceva che era peccato rispondere male. È peccato non farsi rispettare. Ho fatto solo quello che avrebbe fatto Mary, forse anche qualcosa di più, e Frederick si comportò allo stesso modo perchè era stanco di me, cercò di sfuggire alla mia autorità. Voleva ribellarsi, ma non gliel'ho permesso. No, per niente al mondo. Ora me lo porto dentro, il povero Frederick."

Non sembra cosciente di quello che dice, ha assunto un tono sognante, quasi infantile, non è per niente coinvolta nel suo stesso discorso, piuttosto ha l'aria di una che racconta una storia già sentita ad una vecchia amica.

"Frederick. Lei sa dov'è?"

Stringo le mani sulla mia sedia, le mie nocche diventano bianche.

"Oh beh, sì lo so. Vuoi rimanere a cena da me tesoro caro?"

Sorride di nuovo imperturbabile, con la sua faccia rotonda da carlino.

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