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Lo scorrere del caldo sangue sul mio cadaverico corpo mi faceva venire i brividi. Ogni goccia che cadeva mi lasciava una lunga scia rossa sulla pallida pelle. L’ambiente era buio, umido e freddo, si respirava un’aria pesante ed impregnata dell’aspro e ferroso odore di sangue. Il mio corpo era disteso, su quello che sembrava essere un sudicio materasso rotto e morsicato dai topi. Le mie mani cercavano di tastare l’ambiente circostante: il soffitto sembrava essere alto e da esso sgocciolava, con ogni probabilità, del sangue, il materasso era per terra sistemato su un umidiccio e sporco pavimento. Un rumore, una porta che si apre: una speranza di salvezza, una paura per la vita; il rimbombo di passi pesanti come un martello sull'incudine, un respiro affannoso e qualcosa di grosso nella stanza. La mia pelle si accappona, gli occhi non vedono ma la paura aumenta, tremo.

"Chi sono io? Cosa ci faccio qui?" Penso. Mi tasto il volto ma non posso, l’inaspettata freddezza e durezza della mia faccia mi fa ritirare le mani.

"Cos'ho sul viso?" "È una maschera", prima risposta. Comincio a sentire il sapore di ferro in bocca, provo a toglierla ma con scarsi risultati. Mi sento pesante, provo a toccarmi i capelli poi la nuca poi il collo, nulla da fare non li ho. Un arrugginito casco metallico mi ricopre completamente. Poi qualcosa di terribilmente concreto mi riporta alla realtà. Qualcuno mi trascina per una gamba, mi fa male la schiena ed il braccio destro.

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"Perché non mi fa male anche quello sinistro?" mi chiedo, indago, non ho più un braccio sinistro, sono stato mutilato. Sento il moncherino sgocciolare di sangue e strusciare, scorticandosi, nel ruvido pavimento. Vengo sollevato da delle possenti braccia, allo stesso momento mi sbattono su qualcosa di freddo e liscio. Qualche rumore; la mia fine è vicina, penso, piango, avrei voluto spendere più tempo con la mia famiglia, e quindi realizzo: ho una famiglia, mi sto ricordando chi sono, dei volti sfocati compaio nella mia mente, è rilassante. La concentrazione viene rotta da uno spiraglio verticale di luce: la mia maschera si sta aprendo. La fioca luce che entra mi acceca, non resisto, voglio chiudere gli occhi ma non posso, come mai? Provo a sbatterle le palpebre ma non si muovono, il sospetto che non le ho più mi pervade. Una spaventosa figura col volto coperto si pone difronte a me, parla ma non la capisco, le sue parole rimbombano, mi fa delle domande ma non so che dire. Dopo neanche un minuto la mia testa viene tirata all'indietro,

"Mi rimette la maschera", considero. Non è così, la figura si avvicina e mi spalanca la bocca. Metto a fuoco la sua rude mano, stringe delle grosse pinze. Chiude un mio dente tra le due estremità e comincia a tirare, lo strappa; il dolore è lancinante, il sangue mi inonda la bocca entrandomi in gola, poi passa a quello accanto che estirpa con estrema facilità, dimostrando esperienza e dedizione. Nel giro di cinque minuti non ho più i denti, il dolore mi pervade, le mie terminazione nervose sono impazzite il mio corpo si contorce in violenti spasmi. La vista si sfoca diventa tutto progressivamente buio: sto morendo, no, la maschera.

Una sensazione di viscido sul mio corpo mi fa tremare. Il ticchettio del sangue per terra è costante e continuo, lo sento addirittura scorrere nelle pareti. L’ acre odore della stanza mi brucia le narici, cerco di coprirle con la mano. Qualcosa me lo impedisce, uno strato metallico si contrappone tra la mia mano ed il mio naso. Tasto per bene l’oggetto: opprime interamente la mia testa, ha solo due fori all'altezza delle narici, solo per far entrare l’aria; è pesante, preme la mia testa contro qualcosa di morbido; è un vecchio e lurido materasso, cerco di tirare su il busto, continuo a cadere faccio leva con le braccia ma cado sempre sul fianco sinistro, controllo il motivo, realizzo che non ho più il braccio. Qualcuno entra, sento spalancare una porta, poi un secondo dopo vengo trascinato velocemente e con forza. Percepisco che il pesante casco mi sta per staccare la testa, ancora un altro strattone e sarò libero, stringo i denti, almeno ci provo dato che non li ho più. Prima che avvenga il fatidico “crack” vengo sollevato e buttato brutalmente su una sedia. Delle cinghie mi avviluppano con violenza l’addome e le caviglie, continuano a stringere anche quando ormai sono già ben tirare. Come un vetro che si infrange colpito da un grave, un rumore di ossa che si rompono proviene dal mio petto, ho una costola rotta, poi un’altra. La cinghia si allenta ed il casco si apre. Una figura, molti ricordi. Ancora domande su domande, ma non le comprendo. In un secondo sono già disteso. Si pone una mano familiare davanti a me. La poggia sulla mia faccia con il pollice nell'occhio sinistro, comincia a far pressione, il dito affonda nelle membra come un cucchiaio nella gelatina. Sangue e lacrime cominciano a colare sulla mia faccia colorandomi di rosso. Poi il dito comincia, spietato, a muoversi nella mia livida orbita maciullando e strappando ciò che rimaneva del mio occhio. Il dolore si ripercuote su tutto il mio corpo che, inerte, cerca invano di muoversi e contorcersi. Poi il mio carnefice lascia il dolente occhio con un rapido movimento. Il sangue cola dalla sua mano e schizza con pressione da ciò che fu un occhio,

"Ora tocca all'altro" Mi ripeto, non è così. Fa male, più l'attesa che l'atto fisico stesso, perché mi fa questo. Le cinghie si allentano, è il mio momento. Scatto in avanti, comincio a correre verso una porta, poi un rumore, forte, mi assorda, un buco nella spalla destra. Cado per terra sanguinante, la visuale si stringe, il casco si richiude.

Sono solo, lo sento. Mi tengono compagnia i miei pensieri. Riesco solo a percepire sapore di sangue e ferro. Il mio corpo è intorpidito, mi rendo conto di essere mutilato e rinchiuso; una gabbia dentro l’altra. Mi trascino per la stanza cercando di individuare punti di uscita. Dei ricordi cominciano a riaffiorare ma sono distorti. Non riesco a capirli e non ho il tempo per curarmene. Il pavimento è freddo e bagnato, sangue. Un rumore che stranamente riecheggiava nelle mie memorie rompe il silenzio della stanza. Vengo preso e trasportato, mi scaraventano su un lettino. Il casco che imprigionava la mia testa si apre. Sono immobilizzato, le mie gambe sono divaricate e tenute ferme da un pezzo di legno. Un figuro fermo davanti a me, brandisce qualcosa, forse un grosso martello. Carica un colpo, silenzio, mi spacca un piede il dolore è forte, le ossa fuoriescono appuntite. Successivamente tocca all'altro, deve essere una punizione per qualcosa che ho fatto, ma non ricordo ho altre cose a cui pensare. Poi una porta si sfonda, irrompe qualcuno, spari. Mi stanno salvando, sì è così, me ne sto andando dalla mia prigione. Riesco a sentire l’aria fresca sulla mia pelle, tesoro sto arrivando. Come una tempesta in piena estate tutto diventa buio, sono fuori, è notte penso, no, è il casco.

La stanza era fredda e umida, malsana, il sangue sgocciolava dal soffitto ed ero ancora lì, nel mio inferno, il mio tormento, nel luogo di strazio eterno.



Torture chamber








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