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Nel piccolo bar, scarsamente illuminato e per niente pulito, seduto al bancone, Jens Graf bevve l'intruglio alcolico e si passò il bicchiere vuoto fra le mani, meditando su nulla in particolare. Il tintinnio del ghiaccio cullò i suoi pensieri per qualche secondo.

La musica jazz proveniente dal vecchio jukebox si faceva strada timidamente tra il vociare sommesso dei clienti.

Graf si accese una sigaretta e rivolse lo sguardo verso la grande porta in vetro del locale. La debole luce del tardo pomeriggio iniziava a lasciare spazio al caldo rosso del tramonto.

Riportò l'attenzione al bicchiere che stringeva tra le mani e bevve gli ultimi residui del drink sconosciuto. Decisamente troppo forte. Sul fondo del bicchiere spiccava una parola a inchiostro bianco:



MAKERTEC



Curioso, pensò. Ricordava di aver letto la stessa cosa su altri oggetti in quel bar.

Lasciò lo sgabello e si avvicinò all'unico tavolo da biliardo presente, al centro della stanza. Dopo una veloce occhiata, la vide: una piccola targhetta in ottone sul legno ammuffito del tavolo. Riportava esattamente la stessa scritta.

Colto da un improvviso capogiro, Graf liquidò la questione con un'alzata di spalle e ritornò al suo posto.

«Dammene un altro» fece, rivolto al barista.

Fu in quel momento che si rese conto di essere l'unica persona rimasta nel locale. La musica emessa dal jukebox, in assenza del vociare ovattato dei clienti, sembrava molto più forte. Il locale sarebbe stato immerso nel silenzio più totale se non fosse stato per il jazz che permeava l'aria.

Deve essere un sogno, ho bevuto troppo e mi sono addormentato sul bancone, pensò Graf. In quel momento nulla gli sembrava dotato di realtà tangibile. Tutto era precario.

Una cosa era certa: nessuno sarebbe venuto a servirgli il drink.

No. Non sto dormendo, ne sono sicuro. Sentì l'aria fermarsi in gola. Si sedette sullo sgabello un secondo prima che le gambe gli cedessero. Non riusciva a formulare nessun pensiero di senso compiuto.

La testa gli girava terribilmente. La stanza attorno a lui divenne una centrifuga. Si trovò costretto a lasciare da parte qualsiasi teoria per andare in bagno a vomitare.



.***



Al suo ritorno, il locale non era più vuoto. Al bancone c'era seduto un uomo in abiti formali. Con la mano sinistra degustava del whisky, con la destra impugnava un'accetta.

La musica era cessata.

Gocce di sudore imperlarono la fronte di Graf, che non osava muovere un muscolo.

L'uomo al bancone si accorse della sua presenza e iniziò a parlare dandogli le spalle: «oh, bene. Vedo che si è ripreso» finì in un sorso la bevanda alcolica. «Mi perdoni se sono stato brusco, ma nei casi di emergenza come questo bisogna agire tempestivamente, mi capisce. Le altre entità presenti in questo bar dovevano essere cancellate subito, onde evitare inutili contrattempi.»

Ma cosa sta dicendo? Che significa? Pensò Graf. «Lei chi è?» Chiese con voce tremante.

L'uomo posò il bicchiere vuoto sul bancone e girò lentamente su se stesso restando seduto sullo sgabello. «Non si allarmi.»

Quando il suo viso fu a portata di vista, Graf capì il perché di queste ultime parole: la sua faccia sembrava una parodia grottesca della normalità. Un ammasso confuso di materia organica. Dall'orecchio sinistro fluiva un rivolo di sangue che impregnava il colletto della camicia.

«Purtroppo le radiazioni solari hanno mandato in avaria i circuiti fusiforme e di aggancio, più una decina di calibratori. Per questo motivo un'uscita normale è assolutamente fuori discussione.» Disse l'uomo, mantenendo la calma. «Un errore risolvibile» concluse.

Graf restò in silenzio. Assolutamente immobile. Nell'attesa che quella visione sparisse miracolosamente. È stato sicuramente l'alcol, si disse. Il barista deve averci messo qualcosa.

«Senta...» iniziò l'uomo «voglio farla breve. Lei ora si mette in ginocchio e si fa spaccare la testa, da bravo. Stia tranquillo, sarò veloce e preciso. Sarà tutto finito in un paio di secondi e alla fine mi ringrazierà.» Dopo una pausa, che a Graf parve un'eternità, l'uomo continuò: «non può permettersi di perdere tempo, si fidi di me.» Brandì l'accetta con entrambe le mani. «Si faccia aprire in due quella testa.» Iniziò a camminare velocemente in direzione di Graf, il quale scattò verso la porta del locale.

«La prego, non faccia così. Venga immediatamente qui!» Urlò l'uomo.

Graf aprì la porta più in fretta che poté e, nel farlo, la manica della camicia gli si impigliò in un chiodo arrugginito che fuoriusciva minaccioso a pochi centimetri dalla maniglia.

Con uno strattone riuscì a divincolarsi, strappando l'indumento. Uscì in strada e iniziò a correre senza una meta precisa.



Nella sua folle corsa verso una sorte incerta non incontrò nessuno. L'intera città era completamente vuota e assurdamente silenziosa. Ogni passo riecheggiava nell'aria emettendo decisamente troppo rumore.

Trovò rifugio in un vicolo a circa trecento metri dal bar. Si inginocchiò sull'asfalto, esausto, svuotato di tutte le forze. In un gesto strappò i bottoni della camicia ormai fatta a pezzi e la gettò via. Quando l'indumento ridotto a uno straccio toccò terra, Graf lesse distrattamente l'etichetta. Ciò che vide lo terrorizzò ulteriormente. Una parola, scritta in bianco su sfondo nero: MAKERTEC.



L'accetta colpì poderosamente. Il signor Graf aveva ancora gli occhi fissi sull'etichetta della camicia quando il suo cranio si aprì in due metà perfettamente uguali. Sangue e materia cerebrale vennero giù in un ruscello di morte.



.***



Il bip, così rassicurante nella sua familiarità, arrivò alle orecchie di Graf, il quale si alzò dal lettino criogenico e si tolse il casco ingombrante, avvolto da decine di cavi. Tra quella giungla di fili elettrici si poteva leggere il nome dell'azienda che forniva gli strumenti di simulazione alle migliori compagnie aerospaziali tedesche: la MAKERTEC.



«Un errore risolvibile» tentò di ricordare Graf. «Il circuito fusiforme, una decina di calibratori e...» per ricordare l'ultimo elemento ci mise qualche secondo. «Il circuito di aggancio. Certo.»

Si avvicinò ai terminali e fece partire il video che aveva registrato poco prima di entrare nel MAKERTEC. «Ormai è inutile» disse fra sé. Si mise a fissare intensamente il sole che si mostrava in tutta la sua furia al di là dell'oblò. «A quanto pare è destino che io soffra.»



La registrazione partì. Sullo schermo apparve la faccia di Graf che parlava alla telecamera. «È stato tutto inutile» diceva. «I propulsori di riserva si sono fusi addirittura prima di quelli principali. Il dottor Lambri non ha retto il colpo. L'aver sbagliato i calcoli lo ha portato al suicidio. Adesso è nella cucina con un coltello nel cuore. Non mi azzardo a toccarlo.» La registrazione si bloccò per qualche istante, poi ripartì: «è finita. Ben presto la nave sarà troppo vicina al sole. Non si salverà nulla.» Graf, nello schermo, si mise le mani nei capelli. «Nemmeno questa registrazione» continuò. «Mi accingo ad entrare nel MAKERTEC. Spero di vivere una simulazione serena nell'attesa del momento fatale. Spero che il computer non mi faccia sentire troppo dolore.» Si portò le mani dai capelli alla bocca e, sommessamente, pronunciò un ultima parola: «addio.»

La registrazione terminò.



L'allarme squarciò l'aria con violenza e prima che il computer potesse rivelare il tempo stimato al punto critico, Graf disattivò manualmente il segnale acustico. L'ultima cosa che gli interessava sapere era il tempo che lo separava dalla sua morte.

«Già» fece, mentre si rimetteva a sedere. «Sono destinato a soffrire.»

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