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Il tempo è qualcosa di infinitamente complesso. Nessuno ne sa dare una definizione. Sapresti farlo tu? In parole povere il tempo è quella cosa che fa si che tutto non succeda contemporaneamente. Il passato, il presente ed il futuro non sono che sue estensioni. Vediamo queste tre entità come fili ben distinti, che non possono ne sovrapporsi ne collegarsi. E se non fosse così?

Ore 18:41, Enea entrò in camera sua, si distese sul letto. Senti un rumore alla porta, come uno strofinio ma non gli diede troppo peso. Ore 18:43 sull'orologio. Enea stava disteso sul suo letto, riposava. Il peso delle sue giornate grigie gli gravava sul petto, poteva quasi sentirlo. Enea chiuse gli occhi. Un respiro; battito. Respiro. Respiro e battito...Respiro.

Ne seguirono molti altri, sempre più lenti e distinti.

Ore 18:42 sull'orologio, Enea ora dormiva. Sognava.

Enea si trovò in un bosco fitto e spinoso, umidissima nebbia si faceva largo tra le chiome dei salici piangenti. Un vento gelido fendeva l'aria, sembrava parlare. Ore, minuti, forse secondi, Enea non seppe quanto ci mise a districarsi tra quei rami, ma, alla fine, raggiunse il confine del bosco.

Niente più vento, solo una densa pioggia che lavò il ragazzo dalla testa ai piedi. Stava tremando per il freddo. Volse lo sguardo al cielo, grigio ed assente. A ben pensarci nemmeno si riusciva a vedere il sole. Era come se la notte ed il giorno si fossero uniti in una cosa sola, indistinta ed immobile. Enea riportò il capo nella normale posizione. Giurò di non averla vista un secondo prima, ma, davanti a lui, si trovava ora una casa tutta di legno tinto di bianco, in netto contrasto con l'atmosfera.

Era fatiscente, ma conservava una bellezza speciale, di un tempo passato, qualcosa che non si perde con l'andare dei giorni. Le scale esterne sembrarono cedere sotto i passi accorti di Enea; non pioveva più. La maniglia della porta d'ingresso era color oro, risaltava con quel bianco opprimente della casa.

Entrò.

Niente, niente di niente. Nessun mobile, nessun quadro, nessuna finestra (anche se Enea avrebbe giurato di averne viste tante da fuori). Non sembrava nemmeno la stessa casa di pochi attimi prima. Nessuna fotografia lungo le pareti interrompeva quel susseguirsi di travi bianche, vecchie e logore. Enea si trovò davanti un lungo corridoio, anche esso spoglio. Enea non riusciva a spiegarsi come potesse entrare la luce, in assenza di finestre o di candele. Continuò a camminare. Un passo, un altro. STOP.

Dieci solchi lungo alcune travi attirarono l'attenzione del ragazzo.

“Non è come pensi, non ci sono quei segni” disse una voce calda ed avvolgente alle sue spalle.

Una figura coperta dall'oscurità gli stava parlando, era impossibile distinguere i suoi lineamenti.

Enea era paralizzato dalla paura. Un brivido corse lungo la sua schiena, poteva sentirlo muoversi.

“Non è come pensi, non ci sono quei segni” ripeté la figura nera.

I segni sulla parete erano effettivamente spariti.

“Certo che ci sono, li ho visti. Dove sono? Chi sei?” replicò Enea.

“Sono il passato che non ha futuro, se non il presente eterno.” disse la figura avvicinandosi ad Enea.

“Erano dei graffi quelli? Di chi? Chi cazzo sei?” sbottò Enea terrorizzato, mentre si attaccava alla parete di legno.

“Non sono ancora graffi” rispose la figura, avvicinandosi ancora.

“Chi sei? Ti prego vattene... ti prego non ho fatto niente.” Urlò Enea verso la figura.

Erano vicinissimi, un metro forse. L'essere indistinto si faceva sempre più vicino, finché Enea non lo vide bene in volto. Era lui. Cercò di scappare disperatamente. Scalciò ed urlò, graffiò la parete. Era sopra di lui.

Buio.

Ore 18:35, Enea torna dal bosco e guarda per un secondo casa sua, che bella, e che gran lavoro per pitturarla a nuovo.

Ore 18:41, Enea entra in camera sua dopo una pesante giornata, si distende sul letto. Sente un rumore alla porta, come uno strofinio, come dei graffi.

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Scritta by La Tana del Diablo [[1]]

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