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Che destino spaventosamente ingiusto, quale grottesco scherzo mi ha giocato la Vita, o forse la Morte, o quel Dio in cui non credo molto.

Penso a quegli altri come me, tutti gli altri. Tantissimi, se ci penso, migliaia, milioni.

È tutto buio, è freddo, è umido, queste corde molli mi tengono aggrappato al vuoto e sebbene non ci sia assolutamente nulla forse per chilometri - in realtà in questo luogo non esistono nemmeno unità di misura, è tutto assolutamente niente - mi sento stretto e affannato, senza respiro.

Orribile tortura, quale maledetta sadica divinità può infliggere a una sua creatura tutto ciò?

Sono morto e vedo la luce lontana, di nuovo, come sempre.

La vedo a intervalli regolari.

Di dieci secondi? Dieci giorni? Dieci mesi? Dieci, cento, mille anni? Non lo so, non so più nulla.

Come ogni volta, intriso di una cieca e triste speranza mi protraggo verso di essa.

Le mie catene bagnate si allungano come fossero di carne - e che ne so, io, se non lo sono? - cerco di liberarmi il possibile da raggiungere la luce bianca che mi sta investendo (quella stessa malvagia entità che mi ha legato nel buio mi rende consapevole che nella luce c'è la vita).

Ma di nuovo, accade quello che mi tiene lì. La voce arriva lontanissima, rimbomba. Questa volta è quella di una giovane donna che parla.

MALEDETTI! MALEDETTI TUTTI QUANTI! MALEDETTO QUESTO DIO CHE MI TORTURA! MALEDETTI VOI CHE SIETE MIEI CARCERIERI! MALEDETTO IO CHE MI SONO CONDANNATO IN ETERNO!

- J... - sento, ed è uno spillone nello stomaco questa dolce voce femminile.

NO! La luce SI FA PIÙ LONTANA!

-No - bisbiglio. - Ti prego taci, TACI!

- Jame...

LE CATENE! Si stringono.

- NON FARLO MALEDETTA!

- James Mo...

No, ti prego. Queste corde si stringono e lacerano, la luce della Vita si spegne lontana. NON FARLO!

- ZITTA, ZITTA, CHE TU POSSA SUBIRE LA MIA STESSA FINE, DEMONIO, TI ODIO! - grido, ma nessuno può sentirmi.

- James Morrison era un poeta, oltre che un grandissimo musicista! - trilla la mia maledizione con voce argentina, sottolineando con convinzione il mio nome.

Piango e mi lamento, inutilmente, stupidamente. Mi hanno ricordato, lo hanno fatto di nuovo, lo faranno sempre. A che serve più sperare che dimentichino?

Ancora una volta mi hanno richiamato alla mia precedente esistenza.

Ancora una volta non sono potuto rinascere.

Ancora una volta... Aspetta!

Vedo una luce!

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