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Texas, in una piccola città di un migliaio di abitanti viveva un bambino di otto anni, il suo nome era Tom Beckett.

Tom era un ragazzino parecchio intelligente, amava studiare e la sua passione più grande era il disegno; passava giornate intere a disegnare tutto quello che attirava la sua attenzione.

I suoi genitori, Carl e Marie Beckett, erano molto fieri di lui, andava bene a scuola, non causava mai problemi ed era un ragazzo molto tranquillo e timido, forse questo era il suo unico problema, infatti Tom non era mai riuscito a farsi degli amici, nemmeno a scuola. 

Tom era un ragazzo alto e magro e non eccelleva negli sport, quindi mentre i suoi coetanei passavano le giornate a giocare a baseball o football, lui se ne stava chiuso in casa a disegnare o a giocare con la carta. 

Alcuni bambini avevano anche paura di lui e, data la sua carnagione molto pallida e i suoi capelli nero pece, veniva un po’ emarginato dal gruppo, ma questo a Tom sembrava non interessare, a lui bastava avere una matita e un foglio di carta e si sentiva al settimo cielo.

Ormai Carl e Marie ci avevano fatto l’abitudine e poi, pochi mesi dopo avrebbero risolto questo problema, avrebbero trovato un compagno di giochi per Tom, un fratellino; questo Tom non lo sapeva, ma ne sarebbe sicuramente stato entusiasta.


Una fredda giornata di dicembre, Tom decise di uscire per andare in cartoleria a comprare un nuovo blocchetto di carta; chiese qualche spicciolo ai suoi genitori e si coprì bene per poi dirigersi verso il negozio; passando per il loro quartiere notò con interesse che in una casa vicina si era trasferito qualcuno, e mentre il ragazzo era fermo a guardare la casa cercando di capire chi fossero i nuovi vicini, notò un uomo che lo fissava dalla finestra appannata; l’uomo gli fece un occhiolino e Tom si spaventò vedendo il suo viso: la parte destra del volto era completamente sfigurata e sul mento aveva una grossa cicatrice a forma di ‘’x’’. 

Tom spaventato scappò via verso il negozio e girandosi prima di svoltare l’angolo notò che l’uomo non c’era più, quindi si tranquillizzò un po’ e rallentò il passo; poi, arrivato in cartoleria, acquistò il blocchetto e uscì.

Al ritorno Tom cambiò strada per evitare di incrociare di nuovo quello sguardo che lo terrorizzava e ci mise un po’ di più per tornare, infatti, tornato a casa sua madre corse verso di lui e lo guardò spaventata.


«Dove sei stato?! Lo sai che eravamo in pensiero? Sei in ritardo di un’ora e non puoi avvisarci se ti succede qualcosa, sei ancora un bambino e anche se è un paesino non è sicuramente un buon motivo per girare da solo di sera inoltrata.» Carl le si avvicinò e la tranquillizzò. «Dai Marie non è successo niente! Qua ci conosciamo tutti e Ben, il cartolaio, è un mio vecchio compagno di liceo; prima mi ha chiamato e mi ha detto che Tom stava tornando a casa, sicuramente avrà incontrato dei suoi compagni di classe e si sarà fermato a parlare! Vero, Tom?» 

Guardò il ragazzo pacatamente mentre questo annuiva dispiaciuto, il suo sguardo era diretto verso il pavimento e le lacrime solcavano il suo viso per poi finire a terra.

«Scusate, non lo farò più!» disse Tom singhiozzando e tirando su col naso.

La madre lo guardò dispiaciuta e si alzò, poi tirò fuori dalla tasca un fazzoletto di stoffa e soffiò il naso a suo figlio sorridendogli.  «Dai, andiamo a mangiare che si è già fatto tardi!» E detto questo i tre si sedettero a tavola e consumarono parlottando la cena.


«Sai cara, ho notato che qua vicino si è trasferito qualcuno. Forse dovremo andare a fargli visita.» disse Carl. «Mh, buona idea! Magari è una famiglia e ci sono anche dei bambini; così Tom può farci amicizia.» Marie guardò Tom sorridendo e questo le sorrise nervosamente, poi finì di mangiare e tornò nella sua cameretta a disegnare.


Quel pomeriggio aveva visto uno strano spaventapasseri e stava provando a disegnarlo, ma qualcosa lo innervosiva e quasi non riusciva a tenere in mano la matita, gli sembrava che qualcuno lo stesse fissando, quindi si alzò e andò a chiudere le tendine della finestra, ma si accorse che da camera sua riusciva a vedere la casa del nuovo vicino: le finestre della sua abitazione erano tutte chiuse tranne una, da lì si poteva vedere una luce un po’ debole accesa e delle ombre che si muovevano in continuazione.

Tom corse verso il mobiletto e trovò il suo binocolo che usava per andare a caccia col padre, poi si appoggiò alla finestra e guardò attraverso le lenti quelle ombre: inizialmente non si capiva un granché, ma poi l’uomo si sedette alla finestra e iniziò a pulire qualcosa con uno straccio, era un coltello da caccia, ed era sporco di sangue. 

Tom spaventato cadde all'indietro sul tavolino da disegno, rovesciando tutto il materiale e attirando l’attenzione dei suoi genitori che entrando di corsa in camera lo trovarono disteso a tremare sul pavimento. «Tom! Stai bene?» Carl lo prese in braccio e lo mise a letto, guardandolo un po’ preoccupato. «Si, sono solo scivolato…» Il bambino sorrise al padre per tranquillizzarlo e socchiuse gli occhi. «Sono solo un po’ stanco…» Marie e Carl si tranquillizzarono, misero a posto il materiale da disegno e uscirono dalla stanza spegnendo la luce; Tom si rigirò tra le coperte per quasi tutta la notte ma poi riuscì ad addormentarsi.


Si risvegliò qualche ora dopo: aveva sentito un rumore, sembrava quello di un vetro in frantumi, ma forse era solo stato un sogno; decise comunque di alzarsi per bere un bicchiere d’acqua, quindi si sedette sul letto, si infilò le pantofole e saltò giù per poi dirigersi in cucina.

Scese piano gli scalini per non cadere, dato che la luce era spenta e non voleva svegliare i suoi genitori, ma arrivando al fondo della scala notò che la luce in cucina era accesa, dall'angolo del corridoio si vedeva la vestaglia di suo padre, quindi Tom entrò tranquillamente in cucina. 


«Papà, anche tu hai set-» Smise di parlare quando vide una scena terribile: suo padre era coricato sul bancone della cucina, la sua vestaglia azzurra era macchiata di un colore strano, sembrava nero ma in realtà era rosso scuro; la sua gola era aperta e da questa scendeva ancora del sangue che cadeva sul pavimento formando una grossa pozza, il suo sguardo era fisso contro il muro e non respirava, a pochi metri c’era il corpo di Marie, non indossava vestiti e il suo ventre e la sua gola era stati tagliati, dalla pancia si vedevano le interiora e alcune di queste erano riverse sul pavimento, anche il suo sguardo era fisso e assente e sul viso si potevano vedere ancora delle lacrime.

Tom urlò e iniziò a piangere attirando l’attenzione dell'autore di quell'orrore: era Ben, il cartolaio.

Ben teneva in mano delle forbici sporche di sangue e il suo sguardo era strano, non era l'espressione sorridente che aveva di solito, sembrava felice ma allo stesso tempo il suo sorriso era terrificante; Tom scappò in camera sua e si nascose sotto il letto ma non passò molto che Ben lo raggiunse.


Questo prese il ragazzo per il braccio e lo tirò con forza fuori da sotto il letto, poi lo scaraventò contro il tavolino da disegno ridendo.

Tom urlò di dolore e iniziò a piangere nervosamente.  «Ti prego, non farmi del male! Non lo dirò a nessuno!»

Il cartolaio si avvicinò a lui e prese un taglierino dalla tasca.  «Stai zitto moccioso, ormai hai visto tutto e quindi farai anche tu la loro fine!»


Detto questo incise il taglierino sopra l’occhio destro di Tom e gli fece un taglio verticale fino al labbro. 

Il ragazzo urlò di nuovo e cercò, inutilmente, di scappare dalla forte presa dell’uomo. «Fermo! E smettila di tirare su col naso, mi fai venire i nervi!» urlò Ben. Poi prese le forbici insanguinate e infilò la punta nella narice di Tom e iniziò a tagliare mentre questo singhiozzava soffocando le urla di dolore. 

Ormai sembrava finita per Tom, quando sentì un forte rumore, Ben lo lasciò a terra sanguinante e si alzò per capire da dove provenisse, ma fu atterrato da un uomo robusto; era il vicino di casa, impugnava il coltello da caccia e urlava qualcosa. 

Tom, intontito ci mise un po’ a capire quello che stava dicendo ma pochi secondi dopo le sue parole gli furono chiare. 

«Che aspetti? Corri, vai a cercare aiuto!»

Allora il ragazzo si alzò e zoppicò fino al cortile dei vicini di casa.

Intanto il ‘’cacciatore’’ e Ben stavano lottando, il primo sembrava avere la meglio ma il cartolaio impugnò il taglierino e con enorme sforzo lo puntò alla gola dell’avversario incidendola, questo si coprì il collo dolorante e prima di cadere a terra senza vita ferì il viso dell’assassino, sfregiandolo.


Tom bussò alla porta dei vicini piangendo e un signore anziano aprì la porta, davanti ai suoi occhi c’era un bambino in lacrime, il suo occhio destro era chiuso e una grossa ferita gli solcava il volto, le narici erano state aperte e la cartilagine del setto nasale era ridotta molto male, il vecchietto ebbe un conato di vomito e si chinò, così Tom ebbe lo spazio per entrare e cercare un telefono, quando lo trovò digitò il numero della polizia e attaccò la cornetta all’orecchio. «Pronto! Aiutatemi! Hanno ucciso i miei genitori e vogliono uccidere anche me!» Scoppiò a piangere e si asciugò il sangue con la manica del pigiama, poi riprese il fiato e continuò a parlare.  «Ora mi trovo a casa dei vicini e quell’uomo è ancora dentro casa mia, abito in Lucas Street, il numero civico è 22, è l’unica casa con le luci di Natale spente, fate presto vi prego!»


Passarono pochi minuti e la piccola stradina fu illuminata dai lampeggianti rossi e blu delle volanti di polizia, gli agenti entrarono e trovarono il cartolaio sdraiato sul pavimento, era ancora vivo ma ferito gravemente, accanto a lui il corpo senza vita del sergente maggiore Collins, andato in pensione da poco, inoltre al piano inferiore i corpi del signore e della signora Beckett.

Un agente fu incaricato di prendere il loro figlio, Tom Beckett e di portarlo all’ambulanza che stava per arrivare.

Il ragazzino era avvolto in una coperta datagli dall’anziano vicino di casa e stava piangendo disperatamente, il suo viso spaventò l’agente che cercò di sorridere ma, fortunatamente per lui, l’ambulanza arrivò e caricò il ragazzo dirigendosi all’ospedale della città.

Quello fu l’ultimo giorno che Tom passò in quella casa prima del “cambiamento”.


Passarono gli anni, in un piccolo orfanotrofio gestito da suore dei ragazzini stavano giocando a prendersi, in un angolo della stanza c’è un ragazzo, ha 15 anni e il suo nome è Tom, è un ragazzo alto quasi due metri, è molto magro e sciupato, la sua pelle è così pallida che sembra quasi fatta di cenere, ha dei lunghi capelli neri e il suo sguardo è quasi assente, sta scarabocchiando qualcosa su un quadernino e le voci dei suoi compagni di stanza lo infastidiscono notevolmente. «Potete fare un po’ di silenzio?» sbottò il ragazzo rompendo la punta della matita sul foglio; ma i compagni di stanza continuarono a correre non ascoltandolo, solo uno di loro gli si avvicinò. «Scusa, come hai detto? Mostro!»

Il ragazzo tirò un calcio sullo stomaco di Tom facendolo cadere a terra; questi alzò il viso facendo inorridire il bullo: il suo occhio destro era chiuso e sopra di questo si trovava una grossa cicatrice che arrivava fino al labbro, ma la cosa più spaventosa era il naso, questo non c’era e al suo posto vi erano due buchi che continuavano a contrarsi ad ogni suo respiro. «Ho solo chiesto di fare un po’ di silenzio.» disse tranquillamente Tom cercando di sorridere.  «Non cerco rogne, qua siamo tutti nella stessa situazione e non c’è motivo di litigare.» Il bullo lo guardò incredulo e scoppiò a ridere. «Ahahah! Qua nessuno è come te! Te lo ripeto, tu sei un mostro e mai nessuno sarà tuo amico, anzi… nessuna famiglia sarà disposta ad adottarti!» Tom dopo queste parole abbassò lo sguardo e digrignò i denti, poi impugnò un penna e alzandosi la conficcò nell’occhio del ragazzo, questo urlò terrorizzando tutti i bambini e richiamando l’attenzione delle suore.


Quando la responsabile di quella camera entrò trovò tutti i bambini spaventati in un angolo e un ragazzo che perdeva sangue chinato a terra; di Tom non c’era più traccia, i suoi vestiti erano ancora dentro l’armadio  e le uniche cose che mancavano erano dei quaderni da disegno e delle matite colorate.

I compagni di stanza raccontarono che dopo lo scontro Tom era scappato dalla camera ed era uscito dall'orfanotrofio dirigendosi verso il fiume.

La polizia cercò il ragazzo per settimane ma non lo trovarono mai, pensavano che fosse annegato nel fiume, che a causa delle incessanti piogge era in piena, ma non trovarono mai il suo corpo e ben presto tutti si dimenticarono di lui.


Eric stava girando per i campi con la sua nuova bicicletta fiammante, i suoi genitori gli avevano proibito di allontanarsi troppo da casa, ma lui si annoiava a girare per la sua piccola via e in più non aveva amici con cui giocare; si erano appena trasferiti lì e secondo i suoi nuovi compagni di classe in casa sua, circa vent'anni prima, era stato commesso un omicidio: moglie e marito erano stati uccisi e il loro figlio si era suicidato buttandosi nel fiume.

Ma Eric non credeva a quelle storie, certe cose si vedono solo nei film dell’orrore!

Il bambino svoltò l’angolo ed arrivò al fiume, questo a causa dell’intenso caldo era quasi asciutto, Eric decise di proseguire seguendo il corso del fiume, così non si sarebbe perso, quindi rimontò in sella e partì a tutta velocità.

Pedalò per quasi mezz'ora fino a quando vide un fienile e un lago, la struttura sembrava abbandonata ma non decadente e il lago era un po’ asciutto.

Eric scese dalla bici e la portò a mano fino al lago, dove vide con stupore una famiglia di bellissimi cigni.

Si avvicinò piano piano e tirò fuori dallo zainetto un panino, lo ruppe in due metà e con le dita ne divise una in piccoli pezzetti che poi tirò nel lago.

I cigni gli si avvicinarono e iniziarono a mangiare le molliche tirate dal ragazzo, ma questi si sporse troppo e cadde nell’acqua spaventandoli. 


«Aiuto! Non riesco a uscire!» Il livello dell’acqua non  era molto alto, ma il piede di Eric si era incastrato nel fondo fangoso e non riusciva a tirarlo fuori.

Ormai Eric aveva perso ogni speranza di salvarsi, quando una mano lo afferrò e lo tirò fuori, il bambino si chinò a terra tossendo e sputando acqua e poi alzò lo sguardo per guardare il volto del suo salvatore.

La luce del Sole era molto forte e quindi non riuscì subito a vedere i lineamenti dell’uomo, ma la sua sagoma sembrava proprio quella di uno… «Uno spaventapasseri?» Disse Eric confuso, poi si strofinò gli occhi e guardò meglio: davanti a lui si trovava un uomo molto alto, forse alto più di due metri, aveva dei lunghissimi capelli neri che arrivavano fino ai fianchi e gli coprivano il volto, era pallidissimo e sembrava parecchio emancipato.

Indossava una maglietta marrone piena di buchi e con un grosso strappo che partiva dal colletto e arrivava fino a metà petto, i suoi pantaloni sembravano di due taglie più grandi ed erano tenuti fermi in vita da una corda usata come cintura, erano grigi e anche loro sciupati.

Ai piedi aveva un paio di stivali di pelle a punta, erano molto sporchi e Eric non capiva se erano marroni a causa del fango o se era il loro colore naturale.

Aveva anche un lungo vestito nero sgualcito che gli arrivava fino alle ginocchia, infine sulle mani indossava un paio di guanti di lana: uno era beige e non gli copriva le dita, l’altro era nero e da un buco gli si vedeva l’unghia dell’indice.

Emanava un odore forte e nauseante, le sue unghie erano nere e non curate e i suoi denti erano quasi tutti marci.

Eric si alzò, si tappò il naso e lo guardò intontito. «Grazie per avermi salvato… La prossima volta farò più attenzione.» L’uomo non rispose e si avviò verso il fienile. «Tu vivi qui?» gli chiese Eric, per poi seguirlo a distanza. «Io mi chiamo Eric, mi sono appena trasferito qui e non conosco molto bene il posto, potresti spiegarmi come tornare a casa? Potrei seguire il fiume ma si sta già facendo buio e ci metterei troppo…» L’uomo continuò a camminare, poi entrò nel fienile e chiuse le grosse porte di legno lasciando fuori Eric. «Ehi! Cattivo!» Il bambino tirò qualche pugno contro la porta e poi si sedette su una roccia li vicino. «Va bene, io ti aspetto qui! Prima o poi dovrai uscire!» Eric stette seduto su quella pietra per un po', quando iniziò a farsi buio. «Signore! La prego! Può dirmi la strada che devo fare? Io abito in Lucas Street, non so se la conosce…» A quelle parole l’uomo aprì la porta e lo guardò, erano anni che non sentiva il nome di quella via. «Mh… A che numero?» chiese l’uomo. «Al ventidue! La conosce?» disse Eric sorridendo. L’uomo spalancò gli occhi e sorrise, spostando una ciocca di capelli dal volto.

Eric lo guardò e rimase immobile: quell’uomo era terribilmente sfregiato ma il suo sguardo non era pauroso come il suo aspetto, sembrava quasi… felice! «Si la conosco… Io… Ehm, un mio vecchio amico abitava lì. Se vuoi ti accompagno, a meno che il mio volto non ti faccia paura.» disse l’uomo sperando di aver spaventato il bambino. «No no! Anzi, è figo! Sembri un personaggio dei fumetti! Beh, dato che conosci la strada andiamo!» L’uomo rimase fermo guardando il bambino che si preparava, e pensò tra se e se. «Possibile? Ogni volta che incontro una persona, questa scappa terrorizzata. Invece un bambino così piccolo dice che sono figo? Questo ragazzino non è del tutto a posto! Bah… Ora lo riporto a casa e me lo levo dai piedi!» Eric prese il manubrio della bici e portandola a mano si avvicinò all'uomo. «Su! Andiamo, che è quasi buio! Ah, a proposito come ti chiami?» L’uomo lo precedette seguendo un piccolo sentiero tra i campi di granoturco. «Tom, ma preferirei che non mi chiamassi così.» gli disse con tono burbero. «Mh… Allora va bene ‘’Uomo-Spaventapasseri’’?» disse Eric ridendo. «Si, l’importante è che stai zitto.» Eric mise il broncio e lo seguì silenziosamente.


Tom camminò per i campi senza mai sbagliare strada, una persona normale si sarebbe sicuramente persa e inoltre a quell'ora non c’era molta luce; ma lui viveva lì in solitudine da anni e quasi sicuramente non si sarebbe perso nemmeno se fosse stato bendato.

Alcuni minuti dopo arrivarono alla città che quasi trent’anni prima aveva dato i natali a Tom. «Da qui sai orientarti?» disse Tom a Eric. «Si! Grazie Uomo-Spaventapasseri!» Detto questo Eric salì in sella alla sua bicicletta e sparì tra le vie abitate.

Alcuni metri dopo si girò ma non vide più il suo amico, sicuramente era tornato al fienile o forse era andato a spaventare qualche corvo; poi ridacchiò e continuò a pedalare fino al giardino di casa.

Entrò e dopo la solita ramanzina dei suoi genitori, andò in camera sua a leggere qualche fumetto.


I suoi preferiti erano quelli dei supereroi, ogni volta che ne finiva uno, Eric prendeva dei fogli e iniziava a disegnare un possibile seguito della storia; ma questa volta il suo disegno non raffigurava nessun fumetto.

Sul foglio di carta era raffigurato un uomo alto dai lunghi capelli neri, questo stava combattendo contro un ‘’uomo-corvo’’ e stava avendo la meglio.

Il disegno di Eric fu interrotto dal suono del campanello di casa sua, incuriosito scese le scale e andò a vedere di chi si trattava.


Alla porta, a parlare con sua madre, c’era un uomo, sulla sessantina, di costituzione robusta, aveva dei baffi grigi e sul viso una lunga ferita.

Eric non ebbe la stessa sensazione che aveva avuto con Tom, quest’uomo lo spaventava, aveva uno sguardo strano, ma i suoi genitori sembravano non accorgersene. «Eric, vieni a salutare il nostro vicino, il signor Ben!» disse sua madre sorridendo.

Eric non la ascoltò e tornò in camera sua; sua madre si scusò col vicino e si congedò da lui andando in camera a sgridare suo figlio. «Sono questi gli insegnamenti che ti ho dato? Già non riesci a fare amicizia con le persone, poi se ti comporti così peggiori tutto!» Eric sbuffò e riprese a disegnare. «Io ho già un amico, è uno spaventapasseri che ho conosciuto nei campi.» Si tappò la bocca e la guardò dispiaciuto. «Cosa?! Ti ho detto di non allontanarti di casa e tu vai fino a fuori città? Bene, Eric Mallard, non uscirai di casa per un mese intero! Solo scuola e calcetto!» Gli occhi di Eric si gonfiarono di lacrime. «Ma mamma…»

Cercò di dire qualcosa, ma fu subito interrotto dalla donna. «Niente ma! Così ho deciso, e ora a letto! E smettila di leggere quegli stupidi giornalini, gli spaventapasseri non sono persone vere!» Detto questo spense la luce e chiuse la porta.


Eric iniziò a piangere, i suoi non lo ascoltavano mai, lui sognava di diventare un autore di fumetti, ma suo padre voleva che diventasse un calciatore, lui odiava il calcio, ma aveva solo dieci anni, nessun adulto lo avrebbe ascoltato, nessuno… Nessuno? 

Ci pensò bene, forse una persona c’era! Tom!

Eric prese la sacca che portava alle lezioni di calcetto e la riempì con i suoi disegni e fumetti, poi aspettò che i genitori si addormentassero e uscì in giardino silenziosamente, montò in sella alla bici e pedalò fino al fiume, e poi fino al fienile.


Arrivato bussò con forza contro la porta in legno. «Signor Spaventapasseriii! E’ ancora sveglio?» Tom sentì la voce fastidiosa di Eric, così, sbuffando si alzò e andò ad aprire. «Che ci fai qui a quest’ora? Se non te ne vai ti mangio!»

Cercò di spaventare il bambino ma fu tutto inutile. «Non dire scemenze! Tu sei buono, sei un supereroe no? Ti ho portato dei disegni da farti vedere…» Tom lo guardò e prese con le sue lunghe e ossute mani il blocco da disegno. «Dei disegni? Mh, vediamo…» Guardò stupito i fogli colorati; quel bambino aveva un talento e nel suo sguardo rivedeva il Tom ragazzo di vent’anni prima. «Sei bravo, ma perché li stai facendo vedere a me? Non hai dei genitori o degli amici a cui farli vedere?» Eric guardò il pavimento tristemente, ma poi alzò lo sguardo verso Tom sorridendo. «Tu sei l’unico amico che io abbia mai avuto! E ai miei genitori queste cose non interessano, vogliono che io diventi un calciatore, ma io, per quanto mi alleni, rimarrò sempre una schiappa negli sport!» Tom rimase colpito da quelle parole. «Amico? Io non ho mai avuto amici…»

«Beh, ora sì!» sbottò Eric ridacchiando. «Guarda, ho comprato un quaderno, il mio sogno è quello di disegnare su ogni pagina il ritratto di un mio amico. Sono cento pagine e voglio riempirle tutte!» Eric diede il quadernetto in mano a Tom. Sulla copertina c’era la scritta ‘’Friends Book’’. «Riempirlo tutto? E come farai?» Tom sfogliò il quaderno e vide che nell’ultima pagina era stato disegnato qualcosa, uno spaventapasseri, aveva dei capelli neri e indossava un mantello. «Questo… sono io?» Eric riprese il quaderno e gli sorrise. «Si! Ti ho messo al fondo così ho una scusa per completarlo! Ma questo non vuol dire che sei meno importante… Anzi! Sarai quello a cui terrò di più!» Tom sorrise, erano anni che non sorrideva, credeva di essersi dimenticato come si faceva. «Devo farti vedere una cosa.» Tom prese Eric per mano e lo portò dentro il fienile.

I muri erano completamente coperti di disegni, ritratti, paesaggi, alcuni erano solo scarabocchi.

Sui pochi mobili erano appoggiati centinaia di barchette, aeroplanini e origami di carta. «Wow! Sei bravissimo! Non sapevo che anche a te piacesse disegnare.» disse Eric mentre prese in mano un origami a forma di cigno. «Questo è bellissimo…» Tom prese una sedia e la mise vicino al tavolo; non l’aveva mai usata, dato che non conosceva nessuno. «Oh quello, se vuoi puoi prenderlo!» Eric annuì sorridendo e prese un foglio pulito da una grossa pila di carta. «Io so fare solo questo con la carta…» Ripiegò più volte il foglio fino ad ottenere un piccolo cappellino, poi prese un filo e facendo due piccoli buchi ai lati lo legò.

Si avvicinò a Tom; che intanto si era seduto a mangiare una zuppa di grano e chissà quali altri ingredienti, e glielo mise sulla testa. «Bene! Ora sì che sei un vero supereroe! Mh… Ecco! Lo Spaventapasseri di Carta!» Risero tutti e due, poi Eric mise nello zaino la sua roba e guardò Tom. «Ora devo proprio andare, se i miei scoprono che sono uscito a quest’ora mi fanno secco. Ci vediamo Spaventapasseri!» Detto questo uscì e pedalò verso casa.


Tom era al settimo cielo, non aveva mai avuto un amico e anche se era un bambino lui si sentiva bene, gli ricordava sotto molti aspetti la sua infanzia.

Già, la sua infanzia, per lui Tom era morto quella notte fredda di dicembre, insieme a sua madre e a suo padre.

Tom si alzò e andò a prendere un blocchetto di fogli ingialliti.

Li tenne fermi da un lato con una mano e li sfogliò velocemente.

Su ogni foglio era disegnato un volto.

Il volto della persona che gli aveva rovinato la vita.

Il volto di Ben.


Eric tornò velocemente a casa.

Le luci erano ancora spente, quindi i suoi non si erano ancora svegliati; fece un sospiro di sollievo e legò la bici al cancello.

Stava per rientrare silenziosamente in casa, quando una mano gli toccò la spalla.

Eric urlò spaventato ma l’uomo gli tappò la bocca. «Non vorrai svegliare i vicini, moccioso!» Era il suo vicino di casa, il signor Ben.

Eric si calmò e si staccò dalla sua forte presa. «Mi scusi, non volevo svegliarla.» disse simulando uno sguardo dispiaciuto. «Un bimbo della tua età non dovrebbe girare da solo a quest’ora, lo sai? Io odio i ragazzini come te. Sarebbe un peccato se i tuoi venissero a sapere che sei scappato di casa, vero?» Eric lo guardò arrabbiato. «La prego, non dica niente! I miei non devono assolutamente saperlo!» Ben ridacchiò e si allontanò da lui. «Va bene, va bene, per questa volta ti sei salvato moccioso, fai bene a divertirti. Divertiti, scommetto che tra poco non avrai più molto tempo per farlo.»


Eric rabbrividì e corse in casa. 

Si tolse il cappottino e salì lentamente le scale per poi entrare in camera sua e rifugiarsi sotto alle coperte, poi, poco dopo, si addormentò.


«Eric! Eric, svegliati!» La madre del ragazzo lo stava guardando furiosa. «Ehi! Sei in ritardo per l’allenamento! Muoviti!» Eric si alzò controvoglia, poi, con sguardo assonnato si infilò i pantaloncini, preparò la borsa e scese in cucina.

Sua madre indossava un grembiule macchiato di caffè e stava pulendo i piatti, invece suo padre era in giacca e cravatta; stava leggendo le quotazioni di mercato rosicchiando una fetta biscottata.

Sul tavolo vi era una ventiquattr’ore nera lucida e la colazione destinata a lui. «Ora non ho fame, posso portarmi la colazione dietro e mangiarla dopo?» La madre sbuffò e mise la colazione dentro un sacchettino. «Divertiti e non fare stupidaggini.» La madre lo baciò sulla guancia facendolo sbuffare e gli scompigliò i capelli. «Ciao campione!» disse il padre facendogli l’occhiolino.

Eric corse in giardino e saltò in sella alla bici, poi pedalò velocemente verso il campetto di calcio, quando passò davanti alla casa del signor Ben lo vide alla finestra, stava pulendo delle forbici e il suo sguardo sembrava vuoto.

Eric rabbrividì e iniziò a pedalare più velocemente.


L’allenamento fu, come sempre, noiosissimo. 

Passa qua, passa la, crossa su, tira giù…

Eric odiava a morte il calcio e non riusciva a capire cosa provassero le persone a correre avanti e indietro per un campo tirando calci ad una palla.

Aspettò una mezz’oretta fuori dal campo, ma di suo padre nemmeno l’ombra.

Di solito passava a prenderlo in perfetto orario, caricavano la bici in macchina e andavano in città a fare la spesa.

Guardò l’orologio e sbuffò, poi montò in sella alla bici e si diresse verso casa.


«Mh, quasi quasi vado a trovare lo Spaventapasseri…» Fece una veloce sgommata e si diresse verso il lago. «Ehi! Spaventapasseri di cartaaa!» Bussò con forza alla porta finché questo non gli aprì. «Oh, ciao Eric! Quindi i tuoi non ti hanno beccato ieri sera.» Eric sorrise ed entrò con aria spavalda.  «Un super ciclista come me non si fa mai beccare. Anzi, una persona mi ha visto…» disse diventando più cupo. «Una persona? Chi?» chiese Tom guardandolo perplesso. «Il nostro vicino di casa, il signor Ben. E’ un vecchietto strano, ha anche lui una cicatrice ma non è figo come te.»


Tom cadde a terra tremando; non poteva essere veramente lui, erano passati troppi anni! E lui era stato arrestato, che sia stato rilasciato per infermità mentale? Possibile… Poi la ferita; quella sera l’aveva visto mentre i poliziotti lo portavano via, era ferito e il suo volto era ricoperto di sangue. «Ehi! Ci sei?»

Tom scosse la testa e guardò Eric, poi si alzò e lo prese con forza dalle braccia, spaventandolo. «Devi stare il più lontano possibile da lui! E’ una persona malvagia, ti farà sicuramente del male! Del male! Del male! …» Tom continuò a ripetere quelle parole mentre Eric cercava di liberarsi, il suo sguardo lo aveva spaventato: non sembrava l’uomo con cui aveva parlato in quei giorni, sembrava anche lui come il signor Ben, sembrava un mostro. «Lasciami! M-Mostro!» disse Eric senza pensare e Tom inorridito da quelle parole lo scaraventò con forza contro il mobile, facendo cadere la grossa pila di carta.

Il bambino iniziò a piangere e a chiedere aiuto, e Tom ripensò a quella sera di vent’anni prima.

Era la stessa situazione, solo che in questo caso era lui il mostro.

Tom si sedette in un angolo e si portò le mani al viso piangendo. «Io non sono un mostro… Siete voi i mostri…»

Allora prese un foglio e un pastello nero e iniziò a fare disegni senza senso.

Eric ne approfittò per alzarsi e scappare, prese la bici e pedalò piangendo verso casa.

I suoi occhi erano gonfi di lacrime e non si accorse di una pietra che si trovava sul sentiero, così cadde dalla bici e svenne.


Quando riprese i sensi era notte, la gamba gli faceva male ma riuscì ad alzarsi, raccolse il suo zaino e rimontò in sella. «Questa volta, i miei mi uccidono!» Pedalò come non aveva mai fatto, rischiò di essere investito un paio di volte ma riuscì ad arrivare incolume a casa.

Posò la bici in giardino senza legarla ed entrò a capo chino in casa.

Non andò nessuno da lui. «Mamma! Papà! Scusate…» Nessuno rispose, allora Eric andò in camera dei suoi ma non trovò nessuno. «Dove siete?» chiese un po’ spaventato Eric, poi scese le scale ed entrò in cucina.


La scena era simile a quella accaduta vent’anni prima nella stessa casa.

Il padre era sdraiato sul bancone, la sua camicia era completamente rossa e a terra vi era una grossa pozza di sangue, le sue braccia erano state tagliate ed erano state buttate in un angolo della stanza.

La madre era nella stessa posizione di Marie Beckett, anche lei non indossava nulla, il suo ventre era aperto e le sue interiora esposte allo sguardo del piccolo Eric, la sua mascella era stata staccata e il suo sguardo era sconvolto, il trucco sbavato che copriva il viso rendeva il tutto ancora più spaventoso.

Eric urlò terrorizzato e cercò di uscire di casa, ma il carnefice lo prese e lo portò in camera sua.

Il bambino aveva la bocca tappata ma poteva vedere bene il suo viso.

Era Ben, il vicino.


Tom si calmò solo dopo aver riempito una cinquantina di fogli, erano tutti stati colorati di nero e ora si trovavano sul pavimento. «Eric! E’ in pericolo!» Tom si mise il soprabito nero, poi riempì le grosse tasche con quello che trovò sul tavolino e si diresse verso la porta; prima di uscire prese il cappellino fatto da Eric e lo indossò.

In pochi minuti raggiunse la piccola cittadina passando per i campi di grano.

La strada per casa sua la ricordava bene, anche se non la percorreva da molti anni ormai.

Quando arrivò era troppo tardi, in cortile la bicicletta di Eric non era legata e la porta era aperta, evitò di entrare in cucina, sapeva bene cosa avrebbe trovato e salì di fretta verso quella che in passato era camera sua.

Eric era seduto al tavolino da disegno, i suoi fumetti erano ricoperti di sangue, le sue orbite erano vuote, i bulbi oculari del bambino erano a terra, sul tappeto, qualcuno li aveva pestati.

Nelle guance erano state infilate delle puntine da disegno, le sue dita erano state schiacciate, probabilmente da un martello, e la sua lingua si trovava sul tavolino, era stata tagliata da un paio di forbici, forse per soffocare le sue urla.

Tom non disse niente, si avvicinò al corpo del bambino e lo abbracciò piangendo, poi lo sdraiò sul letto e sul comodino vide un oggetto.

Un quaderno.

Sulla copertina una scritta: ‘’Friends Book’’.

Tom prese il quaderno e lo mise sotto il soprabito, poi uscì da quella casa maledetta e si diresse verso quella del cartolaio.

Questo si trovava in bagno, stava pulendo le sue forbici preferite, quelle che usava per uccidere le sue vittime.

Tom spaccò il vetro della porta d’ingresso e la aprì, poi corse verso l’unica stanza con la luce accesa e lo trovò di fronte a se.

Ben lo guardò terrorizzato: non conosceva quell’uomo, ma… quella ferita e il suo naso…

Non c’erano dubbi. 

Era Tom Beckett, il ragazzino che vent’anni prima non era riuscito ad uccidere. «T-Tu! Tu non sei reale! Sei morto! Ti sei buttato nel fiume quindici anni fa! L’ho letto sul giornale.» Tom lo prese per il collo e lo sbatté contro il muro. «Hai ragione, Tom è morto. Ma io non sono morto, io sono… sono lo Spaventapasseri di Carta!» Ben tossì a causa della forte presa e cercò inutilmente di liberarsi. «Che fai? Scappi? Io devo ancora divertirmi con te!»

Tom tirò fuori del nastro adesivo da elettricista dalla tasca e legò Ben ad una sedia, poi prese il taglierino e gli tagliò la maglia, lasciandolo a petto nudo. «Ti ricordi di questo? Beh, devo ringraziarti, in questi anni ho imparato molte cose, per esempio, lo sai che un foglio di carta è composto da centinaia di strati? Proprio come la pelle umana!» E detto questo, Tom incise il petto di Ben tagliando via un grosso quadrato di pelle.

Ben urlò disperato e iniziò a piangere. «Su su, non è niente!» Tom prese delle forbici e tagliò in strisce la pelle di Ben, poi la piegò più volte su se stessa e vi disegnò sopra con un pennarello la sagoma di un omino. «Guarda la magia!» Tom iniziò a tagliuzzare la pelle e poi aprì la striscia piegata.

Aveva fatto una fila di omini, tutti uguali che si tenevano per mano.

Ben era terrorizzato, quella vista era orrenda.

Tom stava giocando col suo corpo, proprio come farebbe un bambino con un foglio di carta.

Lo Spaventapasseri poi prese le forbici e iniziò a tagliare via alcune parti del corpo di Ben. «Le orecchie, zac! La lingua, zac! Uh! E questo? Il tuo bel naso? Zac!» Tom era al settimo cielo, non si divertiva così da anni.

Vedere quel bastardo contorcersi dal dolore era bellissimo per lui.

Peccato che il gioco sadico stava per finire, infatti Tom sentì le sirene della polizia in lontananza. «Oh… Peccato! Il gioco è finito qui! Mi spiace cartolaio.» Tom impugnò la forbice chiusa e abbassò il braccio con forza verso la gola di Ben recidendogli la giugulare e uccidendolo.

Poi prese un foglio di carta e scrisse qualcosa col suo sangue.

Piegò più volte il foglio e lo lasciò sul corpo senza vita di Ben.

Uscendo di fretta dall’abitazione, aprì il Friends Book e notò con stupore che nella prima pagina era stato disegnato il ritratto di una bambina dai lunghi capelli biondi.

Poi Tom scomparve nell’ombra.


La polizia entrò in casa di Ben Garer, il suo corpo senza vita era legato con del nastro adesivo ad una sedia, e sulle sue gambe vi era un origami a forma di cigno.

La polizia scientifica analizzò il foglio, le scritte fatte col sangue di Ben Garer erano molto chiare. 


“Ogni persona disegnata sul Friends Book, sarà un tuo compagno di giochi. Ogni ritratto un omicidio, ogni omicidio un nuovo ritratto. Completerò le cento pagine ed arriverò al mio ritratto, così potremo di nuovo giocare insieme. 

Per Eric.

Da Paper Scarecrow.”


Alcune settimane dopo fu ritrovato il corpo senza vita di una ragazza di quindici anni, era stata mutilata e scuoiata.

I suoi capelli biondi erano ricoperti di sangue e vicino al suo cadavere vi era una altro origami.

Aprendolo trovarono un’altra scritta. 

“Per Eric.

Pagina 1 di 100.

Da Paper Scarecrow”.



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