FANDOM


Lasciate che vi racconti una cosa che mi è successa un paio di anni fa, riguardo una “amica” che avevo incontrato nel bosco non tanto lontano da dove abitavo…

Nemesis (The Itsy Bitsy Spider) di darkangel6021 - Creepypasta -ITA-

Nemesis (The Itsy Bitsy Spider) di darkangel6021 - Creepypasta -ITA-

Tutto è iniziato in un tardo sabato pomeriggio, o forse era già sera?

In ogni caso, è successo quel giorno. Ero scappata via di casa correndo in lacrime, perché quella bigotta di mia madre mi aveva picchiata ancora dicendo che ero la ‘figlia del demonio’. Non avevo fatto nulla di così peccaminoso a dire il vero. Tutto quello che avevo chiesto era se potevo avere un computer portatile per la scuola. Poi, è successo di nuovo. Lei ha sempre pensato che i dispositivi elettronici, soprattutto quelli di ultima generazione, fossero da considerarsi ‘strumenti di Satana’; e tutto questo perché aveva sentito brutte storie connesse all’uso della tecnologia. Per questo motivo non possedevo nemmeno un iPhone.

Ho corso per tutto il tempo finché non mi sono sentita abbastanza lontana da casa, e ho continuato a piangere finché le lacrime non si erano completamente prosciugate. Stavo iniziando a stancarmi di vivere ogni giorno della mia vita con una madre puritana così fredda e violenta nei miei confronti, e un padre che non era quasi mai a casa ed era fin troppo occupato per rendersi conto della situazione che stavo vivendo. Se avessi avuto una scelta avrei abbandonato casa all’istante. Ma a quei tempi ero una timida e sottomessa tredicenne, e ciò non era possibile. E a peggiorare la situazione non avevo amici con cui potessi confidarmi dei problemi che avevo a casa. Persino gli psicologi della scuola si erano rivelati totalmente inutili.

Mentre continuavo a camminare lungo la strada polverosa, ho sentito delle voci da lontano farsi sempre più vicino al punto dove mi trovavo. Quando ho alzato lo sguardo, cancellando dalla mia faccia le ultime lacrime, sono rimasta paralizzata dal terrore: un gruppo di ragazzi più grandi, evidentemente ubriachi, si stava facendo largo verso la mia direzione schiamazzando a voce alta, come se stessero annunciando il loro imminente arrivo al mondo intero. Per mia fortuna avevano ignorato la mia presenza. Non sapendo che cosa fare sono tornata indietro e ho iniziato a percorrere a ritroso la strada verso casa con discrezione, cercando di non farmi notare.

«Ehi dolcezza! Vuoi venire a fare un salto con noi?».

Mi sono bloccata per una manciata di secondi, finché non ho raccolto abbastanza coraggio per voltarmi indietro e incrociare il loro sguardo che si era fissato su di me; uno sorrideva e dietro al suo sguardo avevo intravisto un barlume di effimeri desideri carnali. Non mi ci volle molto tempo per realizzare quali fossero le loro intenzioni. Ignorando la loro offerta mi sono voltata indietro e ho continuato a camminare per la mia strada in fretta.

«Aww, non te ne andare~! Vogliamo solo divertirci un po’ con te».

Aveva detto uno di loro iniziando ad affrettare il passo verso di me. Ho solo cercato di camminare più veloce. Penso che avessero capito che non mi sarei fermata, così hanno iniziato a rincorrermi. Quando capii che la loro intenzione era quella di catturarmi, mi resi conto in quel momento che probabilmente non sarei riuscita a tornare a casa in tempo. Non avevo molte opzioni, così ho corso dritta verso il bosco sperando che la fitta vegetazione e la penombra li avrebbe per lo meno rallentati. Sfortunatamente, questo rallentò anche me.

Dopo aver corso alla cieca tra gli alberi per quelle che mi erano sembrate ore, avevo iniziato a rallentare. I miei occhi, ad un certo punto, avevano iniziato a mettere a fuoco nel buio, permettendomi di vedere la strada e di non finire contro qualche albero. In ogni caso, non mi ero mai avventurata prima di allora nella foresta e sapevo che per questo motivo ci avrei messo un po’ per ritrovare la strada di casa. Mi fermai accanto a una sequoia gigante per controllare nelle circostanze se almeno uno di quei ragazzi aveva continuato a seguirmi. Sembrava tutto tranquillo. Il mio piano sembrava aver funzionato e pensai che si fossero arresi e che fossero tornati indietro.

Oh, quanto mi sbagliavo...

«Ah, eccoti qui! Ci stavamo chiedendo dove fossi finita».

Mi voltai rapidamente per notare che gli stessi ragazzi di prima si trovavano alle mie spalle e mi stavano circondando, bloccando ogni via di fuga. Nonostante ciò, avevo cercato subito di irrompere quella barriera umana e di buttarli giù; ma due di loro riuscirono ad afferrarmi saldamente e a sbattermi a terra. Ho cercato di urlare, ma una rozza mano mi aveva tappato la bocca, soffocando la mia voce che cercava di uscire dalla mia gola. Poi, ho sentito delle mani afferrare la mia gonna per tirarla su e un’altra avvicinarsi alla mia biancheria. Ho cercato di difendermi come meglio potevo, ma loro erano troppo forti e rimasi bloccata a terra. Nel momento in cui ho sentito il rumore di una cerniera che si abbassava e un fruscio di vestiti, avevo intuito quello che stava per succedermi, e così ho chiuso gli occhi sperando che tutto sarebbe finito presto.

In quel preciso istante, accadde qualcosa di molto strano.

Non potevo vedere cosa stesse succedendo, ma le mani che stavano trattenendo il mio corpo furono immediatamente allontanate e i ragazzi iniziarono ad urlare di terrore. Ho sentito il suono vibrante di una lama, seguita dal rumore di spruzzi e schizzi, che poi si è conclusa con un susseguirsi di tonfi, come se dei pesi fossero caduti a terra intorno a me.

Sono rimasta ferma in posizione per un minuto o due, poi lentamente mi sono tirata a sedere e mi sono sistemata i vestiti. In un secondo momento, ripensai alla confusione che avevo appena sentito e senza soppesare troppo altre opzioni ho deciso di alzare lo sguardo per controllare cosa fosse successo. Ho veramente desiderato di non averlo fatto. Sul manto erboso, straziati e insanguinati, giacevano i corpi senza vita dei ragazzi. Era stata una scena orrenda da vedere. Sembravano essere stati travolti da un enorme tosaerba a giudicare dall’orribile stato in cui erano ridotti i loro corpi e i loro arti stappati via dal busto. Alcuni dei loro corpi erano stati sezionati a metà, con gli organi che protrudevano all’esterno. Ero disgustata da quella scena raccapricciante. Mi sono chinata e ho iniziato a vomitare tutto il contenuto del mio stomaco ai piedi dell’albero a cui mi trovavo vicina, provando un senso di sollievo dopo essermi liberata lo stomaco.

«Ti senti bene?». Ho cercato di controllare i conati per voltarmi rapidamente.

Vidi una ragazza accovacciata affianco a me. Sembrava avere un paio di anni in più, con una carnagione pallida come la luna e un fisico slanciato e ben allenato, come se avesse trascorso giorni di escursioni sulle montagne e sulle ripide colline. I suoi capelli erano un castano scuro simile al colore del cioccolato, ma selvaggi e disordinati come la corona di un leone, in contrasto con gli abiti che indossava che al contrario sembravano in perfetto ordine. Complessivamente poteva essere una ragazza attraente, se non fosse stato per quelle orribili cicatrici che deturpavano la sua pelle perfetta e la sua maschera bianca che celava il suo viso, con una vite di spine che decorava un angolo della maschera. Forse, poteva essere la mia immaginazione, ma avrei potuto giurare di aver visto uno strano bagliore rosso e bianco dietro i fori della sua inquietante maschera. La ragazza mascherata continuava a fissarmi, iniziando a spazientirsi.

«Ti ho chiesto, stai bene?». Aveva domandato ancora, intonando una voce frustrata.

Dopo averla fissata per qualche altro minuto sono crollata a piangere. Non perché fossi spaventata, anche se sarei dovuta esserlo; ma perché tutto quello che mi era successo quel giorno mi aveva messa a dura prova. Onestamente mi dareste la colpa? Per essere stata verbalmente e anche fisicamente offesa da mia madre, e poi per aver rischiato quasi di essere stuprata da un gruppo di ragazzi che poi sono stati orrendamente mutilati e i loro corpi sparsi mi circondavano ancora?! Ovviamente, chiunque crollerebbe in una situazione del genere! Dopo aver superato il dolore e la paura, in un momento di disperato bisogno di conforto, distrattamente ho gettato le braccia attorno al collo della ragazza, abbracciandola stretta mentre continuavo a singhiozzare.

In un primo momento, la ragazza sembrò tesa dal mio inaspettato abbraccio, ma poi si rilassò. Non passò molto tempo prima che lei mi abbracciasse a sua volta, dandomi qualche leggera pacca sulla schiena per confortarmi. Anche se ciò poteva sembrare un fiacco tentativo nel proposito di allentare la tensione stava funzionando, ed era molto rilassante. Pochi minuti più tardi, dopo essermi calmata, lentamente mi sono sciolta da quell’abbraccio. Era difficile capire che cosa stesse pensando dato che il suo volto era celato da quella maschera, ma il suo viso non sembrava ostile nei miei confronti, nonostante il recente massacro di cui era stata l’artefice.

«Ti senti meglio adesso?».

«S-sì, grazie di avermelo chiesto».

«Sei stata davvero fortunata. Se non me ne fossi accorta, solo Dio sa cosa ti avrebbero fatto quei ragazzi», disse mentre lanciava un’occhiata ai corpi per poi tornare fissa su di me.

«Non avresti dovuto avventurarti da sola in questo bosco, soprattutto così tardi. La prossima volta, se proprio vuoi avventurarti qui un’altra volta, portati dietro un amico».

Ho abbassato lo sguardo sul suolo erboso, sapendo che quello che stavo per dire non mi avrebbe di certo fatto piacere.

«Io… io non ho amici».

La ragazza mi fissò, mentre la maschera continuava a nascondere le sue espressioni. E ancora una volta, ebbi la sensazione che le ragazza stesse provando pietà per la mia solitudine. Era stato piacevole vedere qualcuno che provava pietà per la condizione in cui mi trovavo. Molte persone cercavano di ignorarmi o provavano piacere nel vedermi in questo stato. Dopo un altro minuto di silenzio imbarazzante, lei mi parlò ancora.

«Vuoi essere mia amica?». Ho alzato lo sguardo su di lei, sorpresa dalla tua proposta. Nessuno mi aveva mai chiesto nulla del genere prima, e onestamente, la sua offerta mi aveva fatto provare una misto di gioia e curiosità.

«D-davvero? Vuoi davvero essere mia amica? Ma… ma perché? Non ho nulla di speciale o che altro...».

«Non devi per forza essere speciale per essere amico di qualcuno. Devi solo essere te stessa. Inoltre, sembra che ti possa trattare come un’amica in questo momento».

Poi, si alzò e mi offrì una mano per aiutarmi. «Te lo chiederò di nuovo, vuoi essere mia amica?».

I miei occhi si spostavano tra il suo sguardo e la sua mano, il pensiero di come aveva ucciso quei ragazzi pochi minuti prima era sparito dalla mia testa e con la mente libera da ogni preoccupazione ho afferrato con sicurezza la sua mano.

«Sì, lo voglio».

Lei annuì e mi aiutò a tirarmi su in piedi.

«Avanti, si sta facendo tardi. È meglio che tu ritorni a casa, dopo penserò io a ripulire questo casino. Se vuoi, ci possiamo incontrare fuori dal bosco domani pomeriggio».

Ho annuito in merito alla sua offerta. Poi, lei mi fece strada allontanandomi dalla zona di quell’orribile massacro.

«Aspetta! Qual è il tuo nome?».

Ho domandato, perché non avevo ancora idea di come chiamarla. La ragazza fece una breve pausa, come se stesse ponderando qualcosa. Per qualche minuto ho pensato che non avesse un nome. Ma poi, finalmente mi disse come si chiamava. Un nome che avrei ricordato per sempre fino alla fine dei miei giorni.

«Il mio nome è Nemesis».



Per due settimane, dopo la scuola o durante il tempo libero del fine settimana, andavo nel bosco per incontrare Nemesis, che era solita aspettarmi accanto ad un certo albero al limitare del bosco. E se non c’era, aspettavo finché lei non arrivava. Non era difficile da trovare, a meno che tu non la volessi cercare.

L’albero in questione non sembrava essere come tutti gli altri, ma al di sopra di un nodo, inciso sulla sua corteccia vi era uno strano simbolo. Aveva l’aria di sembrare un pentagramma, ma dentro il cerchio recava una X esattamente al centro di esso. Nemesis lo aveva inciso sull’albero definendolo la sua ‘arma prediletta’, che si trattava di uno yo-yo da cui scaturivano quattro lame affilate che poteva retrarre a suo comando. Lo stesso oggetto recava quel simbolo. Mi rassicurò che anche se era in ritardo, prima o poi sarebbe arrivata per me.

Ogni volta che ci incontravamo ci inoltravamo nella foresta insieme, camminando in direzione di una radura il cui sentiero era tracciato da fiori di campo che crescevano ai lati. La radura era circondata da alberi. Era un enorme spazio aperto che permetteva persino alla luce del sole di filtrare i suoi raggi sopra i petali di quei fiori. Era un luogo meraviglioso e incantevole, quasi come se fosse stato un dipinto. E siccome nessuno si era mai inoltrato fin lì, era diventato il nostro luogo segreto. Non facevamo molto, ma la maggior parte delle volte parlavamo.

Beh… parlavo finché lei mi avrebbe voluta ascoltare. Le raccontavo di tutti i miei giorni a casa e a scuola, il più delle volte le parlavo dei problemi che avevo. Non sembrava che a lei pesasse, infatti seguiva sempre con vivo interesse i miei lunghi monologhi. E quando non parlavamo, ci mettevamo a raccogliere fiori per realizzare braccialetti o ci stendevamo sull’erba tra i fiori godendoci il paesaggio mentre Nemesis recitava e cantava filastrocche. La sua preferita sembrava essere “Il piccolo ragnetto”.

Le raccontavo di tutti i miei problemi con la scuola e a casa, di come mia madre si ostinava a voler tenere sotto controllo la mia vita, come il fatto che volesse sindacare su quello che dovevo indossare e quello che lei considerava ‘malvagio’, e di come gli altri ragazzi mi prendevano in giro per il modo in cui apparivo e per come mi comportavo. Tutte le volte mi ascoltava pazientemente.

Nemesis, molte volte, non aggiungeva nulla alla sua opinione. Mi diceva di ignorare quello che le altre persone dicevano di me e che sarei dovuta diventare più indipendente, e di non prendere ordini dagli altri. Ovviamente, come ben potrete immaginare, era più facile a dirsi che a farsi.

Stranamente, avevo iniziato a sentirmi più coraggiosa e sicura di me stessa. Non so se era stato solo perché avevo Nemesis o per i suoi consigli in merito, ma non ero più nervosa quando andavo a scuola. Fino a quel momento mi ero sentita come un piccolo pulcino intrappolato sotto il guscio che finalmente aveva trovato il modo di uscire dal suo uovo.

All’apparenza i miei compagni di classe se ne erano ben accorti, e ormai avevano smesso di prendermi in giro e mi avevano lasciata perdere. In effetti, alcuni avevano anche iniziato a parlare con me. Questo non implicava che non fossi più vittima del bullismo, ma ormai non mi importava più. Me li scrollavo di dosso come un brutto raffreddore. Sfortunatamente, mi ritrovavo ancora a dover fare i conti con mia madre.

Non ci avevo messo molto a farmi degli amici a scuola per la prima volta nella mia vita. Ero così felice che il mio cuore si sentiva leggero come una farfalla che era appena uscita fuori dal suo bozzolo. Un minuto prima ero così solitaria ed emarginata, e qualche momento dopo ero diventata una parte del gruppo di cui mi sentivo appartenere! Parlai a Nemesis di questa fortuna quando lasciai la scuola e lei fu molto felice per me. Ma poi… mi diede una notizia triste.

Mi disse che doveva andarsene, perché aveva degli affari da sbrigare e che avrebbe continuato ad essere occupata da quel momento in avanti. Pertanto, non sarebbe più riuscita a passare del tempo con me. Non so dirvi con precisione quanto tempo ho passato a piangere mentre stringevo Nemesis tra le mie braccia. Avevo sentito come se il mio cuore si fosse diviso a metà. Avrei perso la prima persona che aveva scelto di accettarmi come amica, una persona che fino ad allora avevo considerato come una sorella più grande.

Nemesis aveva provato a confortarmi, ma sapeva che ci sarebbe voluto del tempo prima che io fossi riuscita ad accettare la cosa. Prima di andarsene, mi disse che sarebbe passata a farmi visita per un’ultima volta. Passò una settimana e di lei non ci fu traccia. Eppure, avevo cercato di mantenere alte le mie speranze continuando a pregare che presto si sarebbe fatta viva; ma con i miei nuovi amici con cui uscivo non mi sentivo più sola.

Non passò molto tempo prima che accadesse qualcosa di nuovo, qualcosa che mi fece diventare la ragazza più felice sulla terra; avevo trovato l’amore. Una settimana fa, uno nuovo studente si era trasferito nella nostra scuola e il suo nome era Victor Malloy. Era alto, di corporatura normale con spalle larghe e una chioma scura di capelli con dei bellissimi occhi color nocciola. Era quel tipo di ragazzo per cui ogni ragazza sarebbe caduta ai suoi piedi. Un minuto dopo che la lezione era finita, le ragazze erano subito accorse da lui per conoscerlo e iniziare a flirtare con lui. Non avrei mai pensato che un ragazzo come lui, al contrario di quanto sembrava, si sarebbe interessato ad una ragazza ordinaria come me. Ma poi, dopo la scuola, era venuto da me!

Abbiamo chiacchierato a riso insieme quando siamo usciti da scuola. E i giorni successivi abbiamo continuato a fare la stessa cosa. Poi, un giorno mi chiese se volevo diventare la sua ragazza! Ho detto di ‘sì’ alla sua proposta senza un momento di esitazione, senza preoccuparmi di quello che mia madre avrebbe potuto pensare. Grazie alla fiducia che Nemesis aveva riposto in me non avevo intenzione di lasciare che qualcosa o qualcuno mi privasse del momento più felice della mia vita! Sfortunatamente, il fato non sarebbe stato gentile con me quel giorno. Avrei desiderato con tutto il mio cuore che non fosse mai successo, ma purtroppo accadde.

Ero appena tornata a casa dal mio secondo appuntamento, e Victor mi aveva accompagnata a casa. Prima di andarsene ci scambiammo un bacio. E questo fu il mio primo bacio! Ero così accecata d’amore che non mi ero resa conto di mia madre che ci stava sorvegliando dalla finestra. Così, quando sono tornata in casa, sono stata immediatamente accolta da uno sguardo colmo di rabbia seguito da un forte schiaffo sulla guancia. Ha sputato fuori parole offensive chiamandomi ‘troia’ e ‘prostituta’. Non si era fermata a questo.

Aveva pensato che non fossi più ‘pura’, ma ‘contaminata dal peccato’ e mi trascinò per i capelli su per le scale fino alla porta del bagno. Ho lottato e pianto quanto più potevo, implorandola di fermarsi, ma lei aveva continuato imperterrita nei suoi modi. Continuava a tenere salda la presa su di me mentre faceva scorrere l’acqua nel bagno, ignorando le mie suppliche disperate. Poi, non appena la vasca da bagno fu piena d’acqua, improvvisamente mi aveva afferrata e costretto a chinare la testa nell’acqua! Scioccata e terrorizzata, ho cercato freneticamente di togliere le mani di mia madre dalla mia testa, ma le sue dita sembravano avvolte saldamente ai miei capelli ed erano incollate in una morsa da cui non avrei avuto scampo.

Non importava quanto lottassi: la sua presa sembrava diventare sempre più forte. Non passò molto tempo prima che iniziassi a sentirmi senza fiato e le forze iniziassero ad abbandonarmi. A quel punto, tutto è diventato più sfocato. Mi ricordo di essere stata tirata fuori dall’acqua ad un certo punto, poi ho sentito il tonfo del mio corpo cadere sul pavimento.

Ho pensato che mia madre avesse deciso di avermi punita abbastanza e che mi avrebbe lasciata in pace. Poi, ho visto una figura. Stavo perdendo coscienza in quel momento, così non ho potuto vedere chi fosse, so solo che la figura era di poco più larga di mia madre, con una lunga e selvaggia chioma di capelli che sembrava avere vita propria. La figura troneggiava su di me mentre sentivo mia madre piagnucolare disperata in sottofondo. Poi la misteriosa figura si voltò verso la sua direzione. A quel punto, ho sentito mia madre piagnucolare e poco dopo l’ho sentita urlare di terrore. L’ultima cosa che ricordo, prima di essere svenuta, era stata di aver sentito qualcuno cantare… il piccolo ragnetto.



Quando ripresi coscienza mi ritrovai nell’ospedale locale con una flebo al braccio e una maschera per l’ossigeno al viso. Mio padre era seduto accanto a me. Quando notò che ero sveglia si chinò sul letto con uno sguardo preoccupato mi chiese come stavo. Aveva l’aria di chi non aveva chiuso occhio per tutta la notte. Mi raccontò che la polizia mi aveva trovata lunga distesa sul pavimento di casa, apparentemente quasi annegata e di avermi portata in ospedale dove ero rimasta priva di sensi per qualche giorno.

Quando gli avevo chiesto dove fosse la mamma il suo sguardo si fece cupo. Disse che era stata ritrovata in casa, morta. Non sembrò voler spiegare altro della faccenda, ma disse soltanto che qualcuno doveva essersi intrufolato in casa per annegare lei nella vasca da bagno, e durante il tentativo di affogare pure me la polizia era riuscita ad irrompere in tempo per salvarmi. Sapevo che una parte non era vera. Avrei voluto spiegare a mio padre che era stata la mamma a tentare di affogarmi, ma poi avrei dovuto spiegare tutto quello che era successo. E onestamente, non pensavo che sarebbe stato necessario, soprattutto dal momento che erano alla ricerca di un assassino.

Più tardi, la polizia era venuta a farmi qualche domanda sull’accaduto. Ho detto loro che non riuscivo a ricordare molti dettagli di quello che era successo, ma che ricordavo solamente il momento in cui stavo annegando nell’acqua e di una figura sfocata sopra di me poco prima di perdere i sensi. Supponendo che fossi ancora traumatizzata da tutto quel calvario che mi impediva di ricordare al momento l’accaduto, la polizia decise di non farmi più altre domande.

Decisi di fare qualche domanda sulla morte di mia madre, ma si rifiutarono di rispondere. Suppongo che non risposero perché mi ritenevano ancora troppo giovane per conoscere tutto nei dettagli. Avrei dovuto aspettare qualche anno prima di conoscere tutto di quell’incidente.

I miei amici di scuola vennero a farmi visita un paio di volte per controllare se stessi bene, mentre il mio ragazzo si era fatto vedere tutti i giorni e questo era stato veramente carino da parte sua. Non ho mai visto Nemesis durante il mio ricovero in ospedale. Oh beh, suppongo che fosse meglio così. In fin dei conti la sua maschera avrebbe potuto catturare l’attenzione di tutti se si fosse fatta vedere. Avevo ricevuto un sacco di fiori e biglietti che recitavano i migliori auguri, come “guarisci presto” e “spero che tu ti rimetta in fretta”. Papà passava spesso a controllarmi. Mi disse che dopo l’incidente voleva trasferirsi e prenotare una stanza in un hotel finché non avremmo trovato un altro posto dove andare a stare per lasciare il vecchio quartiere.

Ero contenta di andarmene da una casa che era piena di brutti ricordi, ma al tempo stesso, ero triste di andarmene lontano dal bosco, perché questo avrebbe potuto significare che non avrei più avuto la possibilità di incontrare la mia vecchia amica ancora per l’ultima volta.

Poi, il giorno prima della mia dimissione qualcuno mi mandò un biglietto. Non aveva nulla di familiare agli altri biglietti che avevo ricevuto fino a quel momento, con piccole creaturine e fiori disegnati con qualche “guarisci presto” scritto sopra. Ma quanto ho aperto il biglietto quello che vidi mi fece raggelare. Sul lato sinistro, vi era un disegno dettagliato di una donna morta dentro una vasca da bagno, con i capelli e il corpo immersi nell’acqua. La sua bocca era sigillata da un filo con dei punti a croce che ricordavano dei simboli religiosi. I suoi occhi era spalancati dal terrore e sembravano fissare i miei, incapaci di staccarsi da quel disegno. Non impiegai molto tempo per realizzare che la donna disegnata era mia madre! Era esattamente come era stata ritrovata dai poliziotti in casa? Perché qualcuno avrebbe dovuto mandarmi una cosa del genere? C’era forse dell’altro? Mente sudavo freddo per la paura ed ero disgusta da quello che avevo appena visto, mi sono costretta a distogliere lo sguardo per vedere cosa ci fosse sull’altra metà del biglietto. Mentre spostavo la sguardo notai dei caratteri scritti in rosso… era la filastrocca del Piccolo Ragnetto. Non c’era nulla di strano in questo, era solo una dolce filastrocca per bambini, o così io credevo. Mentre la leggevo lentamente e con cautela, mi accorsi che le ultime due righe erano state cambiate...

Il piccolo ragnetto salì su per la grondaia,

venne giù la pioggia

e lo spinse via per aria,

ricomparve il sole

e la pioggia lo asciugò,

ma il piccolo ragnetto su per la grondaia

non poté mai più tornare…

Quando finì di leggere quel piccolo poema mi resi conto di un messaggio scritto dal basso verso l’altro. E da quel giorno, quelle parole hanno continuato a perseguitarmi… e rimarranno con me per sempre.

“Mi sono presa cura del tuo piccolo problema. Adesso quella inutile cagna non ti potrà più far del male. So che sei spaventata e che avresti voluto che si trattasse soltanto un brutto sogno, ma non ti preoccupare io sarò sempre la tua amica e tu lo sarai per me…

… soltanto, cerca di non diventare come tua madre, o farai la sua stessa fine”.

~Nemesis

Creepypasta nemesis nightly hunt by darkangel6021-d6302x9











Vota questo racconto:

Voto complessivo:

È necessario registrarsi e collegarsi dal browser per poter votare e visualizzare i risultati.