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Theclassmate
Vivo in un incubo. Ogni giorno e ogni notte sono circondato da paura e diffidenza. Un tempo non ero così, una volta avevo tanti amici, con cui giocavo, ridevo e scherzavo. Era tutto bello e il mondo sembrava migliore. Sì, fino a quel giorno.

1 Dicembre 2008, avevo 11 anni, ed ero uno studente modello. Durante la mia infanzia ero solito leggere e scrivere poesie, di tutti i generi, ma ce n'era uno in particolare che mi appassionava molto, anche se suscitava in me strane sensazioni: l'horror.

E fu proprio grazie a questo che conobbi un ragazzino, appena più piccolo di me. Il suo nome rimbomba ancora nella mia testa: Samuel.

Samuel era di origini Americane. Del Nevada, per essere precisi. Ci siamo conosciuti grazie ad un corso sull'horror, lui era seduto nell'ultimo banco, nel lato più oscuro. Il mio istinto mi disse di sedermi vicino a lui, e così feci. Lui guardava fisso davanti a sé. Mi avvicinai a lui, e mi presentai: "Ciao, il mio nome è *******, qual è il tuo?" La sua riposta fu fredda e secca: "Samuel". Non feci caso a come si rivolse a me e appoggai lo zaino sul banco. Ci fu un attimo di silenzio, poi gli chiesi: "Ti piacciono gli horror?". "Sì", rispose. -logico-, pensai, -se è ad un corso sull'horror-, "Anche a me, qual è il tuo racconto preferito?" La sua risposta fu pronta e diretta: "Il Pozzo e il Pendolo". Pensai alla storia e formulai un'altra domanda, ma prima che questa uscisse dalla mia bocca, Samuel, di tutta sorpresa, aggiunse: "Mi piace provare la paura che il protagonista sente durante il corso della storia. Purtroppo nessuno muore, ma il bello dell'immaginazione è che si può trasformare il racconto come si vuole, e quindi ho scelto di farlo morire." Le sue parole non mi spaventarono, anzi mi attirarono ancora di più a lui. Dopo una manciata di secondi Samuel mi chiese: "E il tuo?" "Dracula: il più famoso direi", risposi. A quel punto arrivò l'insegnate e la lezione ebbe inizio. Nessuna discussione ruppe il nostro silenzio. Solo appunti e letture sull'horror.

Il corso si teneva nella 3°F una volta alla settimana, era di un'ora e aveva la durata complessiva di un mese. E fu proprio in quegli incontri l'unico luogo dove vedevo Samuel. Instaurai con lui dei rapporti migliori. Scoprii che non aveva amici all'interno della scuola e nessuno lo conosceva. Conobbi le sue opinioni sul mondo e i suoi stati d'animo. Anche lui condivideva i miei pensieri e il legame tra di noi si rafforzò presto. Dimenticavo di dire che per qualche strana ragione i miei rapporti con gli altri diventarono sempre meno frequenti e negli ultimi giorni divenni più aggressivo. Poi avvenne il motivo per cui oggi racconto questa storia: alla quarta e penultima lezione, mi invitò a casa sua. Non lo chiesi neppure ai miei, ma non perché temevo una risposta contraria, ma perché temevo che Samuel mi avrebbe detto qualcosa.

Prendemmo parte alla lezione sull'horror con il solito silenzio di tomba e, una volta terminata, ci dirigemmo verso casa di Samuel. Più che casa, l'abitazione del mio amico era un fortino: un cancello di ferro bloccava l'entrata e anticipava un atrio circondato da una muraglia di pietra, al centro era presente un casetta di pietra e cemento, con delle finestre chiuse da ante di legno scuro, ricoperte da muschio e muffa. Anziché rimanere schifato, fui meravigliato da quel rudere, e accolsi volentieri la richiesta di Samuel che mi invitò ad entrare. La porte era aperta, come se qualcuno sapesse del nostro arrivo. Entrai: una piccola sala di ingresso dava vita a tre stanze, chiuse da porte di legno. Mi fece cenno di entrare nella prima. Mi spaventai. La sua voce era cambiata per un secondo. Ebbi però l'accortezza di non farglielo notare ed entrai. Era una bellissima sala, ricoperta di affreschi e quadri di diversa entità, che veniva usata forse come ritrovo per discussioni o decisioni tra i membri della famiglia. Chiesi a Samuel se c'erano i suoi genitori, con la paura di ricevere una risposta con voce diversa, come era accaduto poco prima. Egli mi guardò strano, sembrava che capisse quello che stavo provando, il mio timore, la mia insicurezza, poi rispose: "No. I miei genitori sono via." Un attimo di silenzio, poi riprese: "Che roba, eh? Ti creano, ti allevano, ti preparano per il mondo e poi ti abbandonano, ti lasciano in questo ambiente pieno di insidie e pericoli". Io lo guardai con stupore, ma, dopo una breve riflessione, arrivai a condividere le sue idee. Riacquistai la fiducia in lui, mi ripresi, pian piano, e cominciai a fargli delle domande sulla storia della sua famiglia, dove sbagliai.

"Ma come si chiamano i tuoi genitori?", chiesi. Silenzio. "Pensavo che avessi capito, io non ho genitori. Sono inutili, anzi fanno solo del male, mi hanno fatto male, perché non li ho mai avuti". Rimasi confuso. "Ora basta, vado un attimo al bagno", mi disse. "Bene, aspetto qua". "E dove vuoi andare?", disse con aria scherzosa. Dopodiché lasciò la stanza, e io mi lasciai andare in un sospiro sul divano in pelle nera, che per qualche strana ragione mi sembrava familiare... Rimasi lì fino a quando una voce anormale mi fece sobbalzare. Paura, paura e paura. Il timore che avevo soppresso per più volte risalì dentro di me. Mi sentì soffocare, il mio stomaco si irrigidì e diventò sempre più rovente. Corsi verso l'uscita, la porta era chiusa, si era chiusa da sola, o qualcuno l'aveva chiusa a mia insaputa, ma chi? Samuel? I suoi genitori? Confusione, confusione e paura. Tenebre nella mia testa. Poi tutto scomparve. Mi feci coraggio e raggiunsi il bagno, ovvero la stanza di fronte al salotto. Aprii la porta. Tutto nero. Tutto freddo. Tutto calmo. Entrai, feci qualche passo. Poi urlai con tutta la forza che avevo in un boato che raggiunse i dieci secondi: "Samuel!", silenzio, "Samuel dove sei?". Una voce. Quella voce. Perché? Perché proprio quella, che ancora oggi mi tormenta? "No." Ci fu un attimo di silenzio, poi tutto si accese, tutto si scaldò, e un rumore metallico invase la stanza. Stramazzai al suolo, ma non svenni: ebbi ancora la forza di tenere gli occhi aperti e di pensare a cosa stava accadendo. Vidi gli incubi più terribili. Vidi le mie paure più profonde. Vidi la mia nascita e la mia morte. Era tutto strano, tutto oscuro e macabro. Poi il mio flashback fu interrotto da delle parole, che ormai non mi spaventavano più. "Tu, essere, che credi in Dio, perché vuoi me?". Era una voce metallica, grave e potente. Così risposi: "Non voglio te, chi sei?" "Non temere, le tue parole non seguono la tua anima, tu vuoi me", rispose. "Non voglio nessuno, dimmi chi sei e che cosa hai fatto a Samuel". Una risata macabra invase la stanza acquistando intensità poco alla volta, fino a demolire le debole pareti della stanza e l'intera casa, creando di conseguenza un tornado in cui i pezzi della casa ruotavano senza scopo. "Samuel non esiste, non è mai esistito, la tua anima è mia, ora". Aprì gli occhi e una forza misteriosa mi fece levitare. Acquisii potenza e sicurezza, quindi risposi: "No, io ti resisterò". La mia bocca parlava ormai senza il mio controllo. Esaminai attentamente l'essere: era una figura senza contorno, tutta nera con lingue di fuoco che gli uscivano dalla bocca. Non aveva un ombra, ne aveva molte di più, e di diverse forme. Prima che l'essere potesse rispondere, la mia lingua si mosse ancora senza il mio comando e pronunciò queste precise parole: "Io ti rifiuto, essere infernale, la mia vita non ha bisogno di te e tu non hai bisogno di me, le anime sono di Dio e di lui rimarranno per i secoli dei secoli... Vade Retro Satana!" L'essere smise di fare rumore, il silenzio cadde nella stanza, il tornado si fermò all'improvviso. Calma, tranquillità e piacere, ecco cosa provavo in quel momento. Poi tutto divenne nero e poi bianco, per divenire infine ancora tutto nero.

Aprii gli occhi. Ero sdraiato su un divano di pelle nera, era lo stesso della casa di Samuel, ma la stanza era diversa. Il divano era situato al centro della sala, che pareva una camera da letto. La stanza era fredda e delle croci rovesciate erano presenti ovunque. C'era silenzio. Poi mi resi conto che quella era la mia stanza ed ero a casa mia. Dopo alcuni secondi di riflessione mi venne spontaneo dire una cosa, ma la sussurrai, poiché non avevo più forze: "Cosa è successo?" Altro spavento: un corpo cadde violentemente a terra. Stava volando sopra di me, ma io non l'avevo visto. Mi scorsi dal divano, era vestito con delle vesti da prete, e aveva in mano una croce di legno. Lo toccai, e improvvisamente tutte le croci nella stanza si girarono ritornando normali. Sobbalzai. Corsi via da quella casa. Raggiunsi mia zia, unica figura a cui potevo affidarmi in quel momento, poiché abitava vicino a casa mia. Ero impaurito e scioccato. Entrai in casa sua. Svenni.

Dopo molti anni ho ancora paura. Non ho capito bene quello che mi è capitato quel giorno e nessuno ha voluto dirmelo di preciso. Mia zia mi disse che i miei genitori erano morti in un in incidente stradale e dopo quel fatto ero diventato sempre più strano e introverso, sempre più aggressivo e depresso... Ero divenuto "strano". Fino a quando furono costretti a chiamare una persona, il cui funerale fu celebrato il 2 Dicembre, credo sia il prete. Ho capito molte cose da quel giorno. Sono cresciuto. Mi ha fatto maturare, ma nonostante questo non ringrazio niente e nessuno. Non ho più letto un racconto horror.

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