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In un certo senso sono un cliché.

Lo studente universitario che vive in una stanzetta angusta con un budget fisso e vestiti sudati buttati a caso per terra a mo’ di tappeti. Sì, faccio scorta di ramen, e sì, le mie ultime tre relazioni sono finite sostanzialmente per questioni di soldi. O beh, per la mancanza di questi.

Il fatto è che non avevo veramente VOGLIA di andare all’università, ma era una di quelle cose nella vita per cui non esiste un Piano B. I miei genitori non ci erano mai andati, come nessuno dei miei quattro nonni, e POVERI LORO se avessi deciso di cazzeggiare un po’ per qualche anno dopo il liceo! E per seguire il cliché fino in fondo ho perfino provato ad usare la scusa del “trovare me stesso” con mio padre, a cui ha risposto che mi sarei divertito di più a trovare delle bella ragazze universitarie.

Eh già.

Quindi sedevo lì, in una stanzetta del cacchio di una casa malmessa divisa in diversi locali da affittare di dubbia legalità.

Riuscivo a sentire tutto attraverso le pareti. Televisioni, videogiochi, le “Ragazze Universitarie” che, a quanto pare, erano molto più interessate l’una a l’altra che al sottoscritto. Non posso dire di avere risentimenti in quel campo, però, visto che sarebbe difficile descrivere il mio aspetto senza amalgamare due o più personaggi alti e dinoccolati dei cartoni animati di decenni fa.

Ero uno studente di Biologia, quindi a pensarci bene le varie colture multicolore che si generavano ovunque in tutti gli angoli trasandati del mio spazio vitale facevano un po’ schifo. Se chiunque avesse mai controllato lo stato in cui si trovava quel posto, non che l’avessero mai fatto, avrei potuto tranquillamente affermare che la mia stessa vita fosse un esperimento di uno scienziato pazzo.

Praticamente, quello che sto provando a dire è che ero fottutamente povero.

Quando mangiavo il ramen, era quello comprato ai grandi magazzini. Il tipo che non cuoce mai bene e ha il sapore di documenti importanti passati attraverso un tritacarte aziendale. Spesso ho supposto che si trattasse effettivamente del loro piano commerciale. “Noi riduciamo i costi della raccolta rifiuti, e passiamo i risparmi a voi!”

Per fortuna le mie avventure nel supermercato lì vicino erano sempre veloci. Sorpassando i lussi di cui le persone “normali” godevano, mi feci strada attraverso le loro imitazioni scadenti. I cereali Magic Charms, le patatine Coolitos, la soda Dr. Fizzer, la mia lista della spesa sembrava uscita da una collezione di adesivi dei “Pacchetti Wacky”.

Durante l’ultima gita, tuttavia, non avevano la Dr. Fizzer in magazzino. La Seven Score? Sì. La Mountain Folk? Certo. Perfino la bibita pigramente chiamata con il nome di Cherry-erry era lì. “Cherry-erry”. Sembra quasi che il Comitato esecutivo avesse avuto solo voglia di tornare a casa quella sera.

Ero seccato dall’assenza del mio prodotto all’ingrosso da quattro soldi, ma non mi soffermai a lungo prima di afferrare distrattamente una confezione da sei di “Sour Cola”. Cola aspra? Ok. Le lattine verdi e bianche che esibivano piccoli limoni e lime sembravano quelle meno ridicole del gruppo. “È Cola. È aspra. La vita continua.”

Non mi preoccupai minimamente del mio acquisto fino a tarda notte – o meglio, fino alla mattina presto del giorno dopo – quando rimasi bloccato sulla conclusione di una ricerca che era già pericolosamente vicina all’essere consegnata in ritardo.

Frustrato con me stesso, decisi di fare una breve camminata nella stanza. Forse più di un giro considerando lo spazio minuscolo.

Presi una Sour Cola dall’armadietto con dentro il frigorifero che non meritava di essere chiamato “cucina”, e l’aprii. Frizzò e sibilò, facendo cadere schiuma sul mio pollice, che succhiai immediatamente nella piena accettazione del mio essere un porco.

Sorseggiai un po’, fingendo che questa distanza dal computer fosse ciò di cui avevo bisogno per capire come concludere il progetto.

Nel corso di questo processo molto importante, mi scolai tutto tranne gli ultimi rimasugli della lattina. Il passare del tempo adesso era misurato col sibilo morente del gas della bibita e la proporzione tra “pieno” e “vuoto”.

Mi sedetti di nuovo con riluttanza davanti al computer e ingoiai quel che rimaneva della bevanda.

Per poco non mi strozzai quando un qualcosa di viscido e ovale scivolò al di là delle mie difese e giù attraverso l’esofago. Qualcosa che era stato nel fondo della mia lattina, e per una frazione di secondo la sola cosa che riuscivo ad immaginare era u mozzicone di sigaretta.

Passai un po’ di tempo a provare a vomitare l’oggetto nel bagno, ma senza successo. Qualsiasi schifezza fosse stata sbadatamente buttata nella Sour Cola era ormai irrecuperabile. Grazie per essere stato così attento, Barbone tirato via dalla strada e finito in qualche modo a fare il supervisore del controllo della qualità.

Alla fine, mi confortai notando che probabilmente avevo ingoiato cose peggiori in precedenza senza neanche accorgermene.

Quando finalmente finii il progetto, era praticamente ora di andare in classe.

Afferrai una lattina dell’orribile miscuglio e mi avviai. Non ridere a meno che tu non abbia vissuto sul filo del rasoio come me. Non faceva poi così SCHIFO, e avevo già intenzione di chiamare la compagnia e fare un reclamo – garantendomi così un coupon gratuito nella mail o una sostituzione con il mio gusto preferito.

Bisogna sempre saper affrontare i piccoli incidenti di percorso della vita e capire come usarli proprio vantaggio.

Stappai la lattina prima di entrare in classe e la tenni discretamente in mano. In quel modo, mentre il Professore blaterava, non avrei causato un improvviso POP e HISS dal fondo della stanza che avrebbe svegliato gli altri studenti.

Sorseggiai la bibita durante la lezione, sempre attento a nascondere ciò che stavo facendo. Non tanto perché mi importasse se fossi stato strigliato per aver violato una delle leggi assurde del Professor Rompipalle, ma perchè non avevo bisogno di una seccatura del genere dopo la notte in bianco che avevo passato.

Un po’ intorpidito e rimbambito e, non sentendo, NULLA, mi feci strada di nuovo fino alla fine della lattina.

Questa volta, quasi inconsciamente, scossi la lattina per assicurarmi che non ci fosse niente nel fondo.

Klink, klink, klink…

Mi venne di nuovo da vomitare, proprio nella crocchia di capelli biondi che apparteneva alla tipa perfettina di fronte a me. Forse avrebbe attutito il suono, giusto?

Sbirciando nella lattina, riuscii a vedere il contorno scuro di un oggetto ovale sul fondo, mezzo immerso nel liquido verde-giallastro che ora cominciava a ricordarmi la bile.

Non sentendomi particolarmente attento o educato, versai la soda rimanente sul tappeto vicino al mio piede insieme all’oggetto.

Da quella distanza sembrava l’estremità di un sigaro. Un mozzicone. Marrone, tondeggiante, un po’ tozzo. Quando la toccai con mano e la studiai più da vicino, dettagli ancora più disturbanti furono rivelati.

Il moncone era più spesso da una parte che dall’altra, e sottili linee parallele attraversavano la sua superficie in verticale. L’estremità più grossa aveva tre segni scuri che sembravano vagamente la giusta collocazione per dei piccoli occhi e una bocca.

Sembrava un bozzolo o una specie di pupa.

Ebbi un conato di vomito. Forte. Descrivo l’intensità dello spasmo involontario invece che la frequenza o la durata perché si trattò solo di quello – una singola, veloce contrazione di quel che sembrava il mio intero corpo che lavorava con l’intento di spedire l’essenza fondamentale del mio essere fuori dal mio stomaco e sopra la crocchia biondo platino.

Non uscì altro che un grande, rumoroso “RARP” che echeggiò, svegliando tutti quanti e scemando in uno di quei silenzi inquietanti che ti fanno preferire la normale routine della ramanzina.

Il Professore mi chiese se stessi bene, ma in modo accusatorio. “Ragazzo, si sente bene?" Detto, ovviamente, mentre mi guardava da sopra i suoi occhiali da vecchio e dall’alto in basso. Una bella impresa, considerando che sedevo in fondo alla classe e molte file sopra di lui. Immagino abbia fatto pratica.

“Sto bene,” dissi più forte del necessario, “Devo andare.” aggiunsi.

Consegnai il mio lavoro e mi dileguai.

Una volta tornato a casa, mi ero abbastanza schiarito le idee per preoccuparmi più di denunce e video virali che della sensazione turbolenta nel mio stomaco. Misi la pupa in un barattolo di gelatina vuoto (bisogna sempre conservare tutto!) e lo appoggiai sul davanzale della finestra.

Non riuscivo a decidere cosa fare per primo – o forse non avevo IDEA di cosa fare per primo. Chiamare la compagnia? Questo mi avrebbe fatto raggiungere qualche specie di accordo, o avrebbe solo dato loro il tempo di contattare i legali? Dovrei chiamare un avvocato? Avrei dovuto pagarlo in anticipo, o si sarebbe accontentato di parte di quello che saremo riusciti ad estorcere ai loschi chimici della “Sour Cola”?

Abbandonai questi pensieri mentre mi girai verso la cucina. Le altre lattine.

Aprii le quattro rimanenti e le poggiai nel lavandino finché non smisero di frizzare. Poi, versai ognuna in bicchieri differenti.

Fssssssssssss—Klink

Fssssssssssss-- Klink

Fssssssssssss-- Klink

Fssssssssssss-- Klink

Quattro lattine. Quattro bicchieri. Quattro pupe. Ognuna delle sei lattine della confezione era stata impacchettata con un piccolo e inquietante passeggiero clandestino!

Questo era buono come l’oro, e lo sapevo. Feci foto a TUTTO. Quello nel barattolo di gelatina e tutti i suoi fratellini, ancora nei bicchieri, immobili nella loro effervescente stasi verde-giallastro.

POI chiamai un avvocato.

“Tutti quanti?” Mi avevano passato subito uno dei Partner… O qualsiasi cosa fosse. Non appena riferii alla segretaria la gravità della situazione.

“Tutti, fino all’ultimo!” risposi eccitato.

“Non può essere un incidente. Voglio dire, faccio questo lavoro da molti anni – e questo NON è un incidente.”

“Già,” annuii al telefono per qualche motivo, “non ci avevo pensato, se fosse stato un errore non ci sarebbe stata una proporzione di una pupa ogni contenitore. La possibilità che qualcosa del genere accadesse senza essere stato programmato è molto improbabile.”

Il telefono rimase silenzioso.

“Hai ragione.” dissi, semplificando severamente il mio gergo.

“Ci deve essere dell’altro,” ponderò l’Avvocato, “sento odore di azione legale collettiva.”

Parlammo per ore. Fu probabilmente la conversazione telefonica più lunga che avevo fatto in quei mesi, e mi sembrava quasi che avremo finito per scambiarci dei timidi “No, riaggancia tu!” come una coppietta.

L’Avvocato mi disse di preservare le pupe al meglio, di conservare le lattine, la soda, di fare altre foto, tutto. Fu esattamente quello che feci. Usai dei guanti di lattice e utensili da cucina per sollevare con cautela quei piccoli bastardi dai bicchieri e metterli tutti insieme nel barattolo. Poi misi della carta stagnola sui bicchieri per preservare la soda stessa.

Le foto, c’erano così TANTE foto. Insieme, separate, vicino ad un righello, vicino ad una quarto di dollaro, fotografai quelle cose forse un centinaio di volte.

Durate questo processo mi accorsi di alcuni fattori strani.

Tutte le pupe che venivano dai bicchieri erano lunghe esattamente tre centimetri. Quella che veniva dal barattolo si avvicinava ai cinque centimetri. Piccole variazioni di lunghezza non mi preoccupavano molto, ma mi parve strano che quella che avevo tirato fuori prima adesso fosse quella più grossa.

Sour

Mentre studiavo i minuscoli corpi essiccati simili a quelle mummie di palude che ogni tanto tirano fuori dal fango per metterle in mostra immaginai che questo fosse un effetto dell’asciugatura della prima pupa, anche se non riuscivo a capire come la mancanza di umidità avesse causato la sua espansione.

Forse l’interno pressurizzato della lattina era responsabile del cambio di dimensioni. Sembrava l’ipotesi più plausibile. Tutte avevano frizzato come se fosse state scosse, quindi la pressione aveva avuto il suo ruolo, qui.

Il mattino seguente, dopo che scene melodrammatiche in tribunale e tonnellate di soldi avevano popolato i miei sogni, rimasi scioccato.

Dentro il barattolo, tutte le pupe si erano ingrandite. Controllai due volte quel che riuscivo a vedere, e scoprii che stavano superando tutte i sette centimetri, adesso. Si erano ingrossate anche in spessore, il che era sconvolgente.

Erano troppo grosse per essere tenute al sicuro nel barattolo, quindi le misi in fila sul davanzale e le osservai per lunghissimo tempo, completamente stupefatto.

Più foto, avevo bisogno di più documentazione. Avrei incontrato l’Avvocato il giorno stesso, aveva persino cancellato i suoi appuntamenti una volta sentito dei miei problemi remunerativi, e volevo mostrargli le prove fotografiche di ciò che mi aveva lasciato sbalordito.

“Porca vacca!” osservò l’Avvocato con voce abbastanza forte da farsi sentire da tutti quelli nel ristorante.

“Vero?” fu la mia utilissima risposta.

L’Avvocato sedeva di fronte a me, studiando le foto sulla mia macchinetta digitale. Aveva finito due piatti di “frittelle infinite” e salciccia. Io non ero assolutamente affamato, solo ansioso. La sua faccia rossa e cicciottella e il suo naso scaldato dall’alcool lo facevano sembrare un disgustoso Babbo Natale senza barba.

Pensai che fosse ironico, considerando che mi stava per portare un sacco di soldi.

“Posso prendere queste?” chiese, indicando con un movimento della mano la macchinetta, “voglio solo mandarle per e-mail ad un mio amico. È un esperto di insetti, lavora per un disinfestatore e testimonia in molti dei miei casi.”

Scossi la testa e feci una smorfia, guardando la macchinetta con un senso di attaccamento. Era un regalo di quando avevo lasciato casa, ed era probabilmente la cosa più preziosa che possedevo.

“Posso aspettare che tu mi mandi le foto,” continuò, “oppure possiamo cominciare a lavorare su questo caso il più fottutamente presto possibile.”

“Va bene.” Mi poggiai sullo schienale e indicai la macchinetta come se non fosse nulla. Dopo tutto, stavo per diventare presto molto ricco.

“Okay, e dammi anche quelle cose.” L’avvocato mi tese la mano.

Non le avevo portate. Le foto erano abbastanza chiare, no? Apparentemente avevo giudicato male la situazione.

Scossi la testa di nuovo e l’Avvocato fece cadere la mano sul tavolo con un tonfo. Mi guardò con disappunto.

“Ragazzooo.” mugolò come se lo avessi accoltellato nel portafogli.

Quando dopo tornai a casa, non esitai. Mi precipitai sul davanzale con l’intento di afferrare quei piccoli cosi e prepararli per il trasporto.

Sfortunatamente, erano spariti. Le mie interiora si contorsero in preda al panico mentre i miei piani si sgretolavano improvvisamente.

La finestra era stata rotta e adesso il vetro scheggiato sembrava un affilato ghigno deforme.

Non riuscivo a credere che stesse accadendo. Qualcuno era entrato, e senza toccare nient’altro, aveva RUBATO quelle cosette!

Era stata la compagnia? Immagino che avrebbero potuto scoprire cos’era successo e impedirmi di fare quello che ero in procinto di fare… O forse era stato l’Avvocato o uno dei suoi scagnozzi, magari il disinfestatore, che mi voleva tagliare fuori da un fantastico guadagno.

Ci fu un fruscio tra i cespugli fuori dalla finestra, e quello fu tutto ciò che avevo bisogno di vedere. Corsi fuori dalla stanza al massimo della velocità che le mie gambette magre mi consentivano, attraversai il corridoio e uscii dalla porta principale. Scansai con forza uno degli altri residenti, un tossico, che era apparso per vedere chi stava correndo in giro.

Non ci volle molto prima di arrivare alla fila d’alberi, vicino ai cespugli, dove rimasi a fissare la fitta boscaglia nel retro della casa. Riuscivo a sentire qualcuno che si allontanava velocemente. Disperato, ora, lo seguii attraverso le viti spinate ed l’erbaccia.

Ad un certo punto pensai di aver perso il ladro. Tutto era mortalmente silenzioso, e, mentre stavo fermo, provando ad ascoltare, mi accorsi che probabilmente anche lui stava facendo la stessa cosa, aspettando di vedere se qualcuno lo aveva seguito.

Per fortuna, il movimento di foglie morte mi fece intuire la posizione dell’uomo misterioso, e lo seguii il più velocemente possibile senza fare troppo rumore.

Arrivai in una radura paludosa e umida dove riuscivo ad osservare meglio i miei dintorni. A questo punto ero infuriato, ferito e sanguinante per le spine e irritato, soprattutto sulla faccia, da pizzichi di zanzare e mosche invisibili. Le budella mi si rivoltavano con un misto di rabbia ed anticipazione.

Perlustrai con lo sguardo avanti ed indietro ad altezza occhi, cercando segni della presenza di qualcuno in piedi nell’ombra o con la testa che spuntava da dietro un albero.

Niente.

Poi, sentii un rumore di terra bagnata e guardai giù. Proprio al centro della radura, dove non avevo neanche pensato di guardare, c’era una pupa.

Era arrivata alla lunghezza di trenta centimetri e stava ondeggiando sul terreno fangoso, lasciando una scia di terra umida e muschio appiattito.

Potevo a malapena credere ai miei occhi.

Era viva.

Si muoveva.

Era lunga trenta centimetri.

La seguii lentamente, curioso di vedere cosa fosse in realtà quella roba e dove fosse diretta con così tanta… convinzione.

Qualunque cosa fosse all’interno del guscio apparentemente asciutto si stava manovrando attraverso il terreno con costanza, fermandosi solo a sorpassare ciecamente rocce e le basi degli alberi. Non ci volle molto prima che quasi la persi di nuovo nell’erba troppo cresciuta.

La guardai raggiungere il bordo di una cava, di cui non avevo mai saputo l’esistenza prima di allora. Sembrava abbandonata, senza segni di macchinari o di operai. Adesso era solo una scarpata di qualche decina di metri che dava su una fossa bagnata che si allargava per una distanza indeterminata.

La pupa ondeggiò fino al bordo e, prima che riuscissi a prenderla, continuò giù. Sbirciai oltre l’orlo mentre la cosa cadde fino in fondo alla pendenza scoscesa fatta di rocce e terra.

Al di là dell’orrore tremendo della situazione, riuscivo solo a ripetere un pensiero basilare nella mia testa – Ecco che se ne va il mio grosso guadagno.

La pupa scivolò nell’acqua alla base della cava artificiale e continuò ad andare. Sembrava imperturbata dalla lunga caduta.

Poi, tutto intorno a me, le altre emersero una alla volta dai cespugli e fecero lo stesso identico salto dalla sporgenza. Una dopo l’altra scivolarono fino a fermarsi e si rotolarono nell’acqua.

Ebbi l’inquietante sensazione di stare in mezzo ad un piano segreto che era stato programmato a svolgersi esattamente in quel modo. Proprio IN QUEL MOMENTO.

Quella fu la loro fine. Adesso non c’era possibilità per me di ritrovarle. Nessuna possibilità di sapere cosa fossero, dove andassero, o cosa avrebbero fatto una volta arrivate.

Forse è meglio così, no?

Forse è stato meglio che io non sapessi cosa queste cose assurde sarebbero diventate. Questa era veramente la soluzione migliore?

Qualcuno ora leggendo questo potrebbe pensare che si tratti di un lieto fine. Che, nonostante sia stato un po’ inquietante, va tutto bene perché nessuno si è fatto male. Non sono stati inflitti alcun dolore o tortura su nessuno.

Si sono dimenticati di quella che ho ingoiato.

Traduzione di Sour Cola

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