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Si chiuse la porta alle spalle, il viso illuminato dal calore di una candela posta sopra un vecchio mobile. Nell’intera stanza, piccole fiammelle scaldavano le venature in legno delle pareti. I loro visi attenti l’attendevano e scrutavano silenziosi, osservando ogni passo leggero che compieva verso loro. Si fermò su un tappetino libero, uno dei tanti posti a cerchi concentrici. Fece per sedersi e sorrise quando, in un attimo, perse un po’ del suo equilibrio che fece barcollare il suo corpo. L’imbarazzo colorò le gote pallide, mentre una mano, reggendo la sua, faceva da ancora di salvezza. Il cuore prese a martellare dentro il petto. Un battito, costante e palpitante, lasciò il posto a dei respiri via via più quieti e rilassati. Si sedette, tenendo per un paio di secondi gli occhi chiusi. Quando li riaprì, un cenno col capo, di fronte al suo viso, fu per tutti loro il segnale che avrebbero potuto iniziare.

L’odore d’incenso riempiva la camera semivuota dove i respiri lievi si alternavano ad uno ad uno, man mano che si sdraiavano leggeri come piume sui propri tappetini. Un battito delle lunghe ciglia nere, gli occhi verdi fissi contro le travi a vista del soffitto. Stese le braccia lungo i fianchi nudi, socchiudendo le palpebre, mentre il battito del cuore iniziava a prendere il sopravvento su tutto quel silenzio che sfiorava gli angoli scoperti della pelle. Una voce, fra le altre, schioccò qualche parola, invitandoli a stendere tutte le fibre nervose dei loro corpi, rilassando i muscoli contratti, lasciandosi andare, a poco a poco, in una fresca profondità che li avrebbe portati all’apice della loro energia interiore, al contatto più vicino che, con la loro anima, avrebbero mai potuto avere.


Prese un gran respiro, sorridendo appena, coi muscoli del viso che si ammorbidivano parola dopo parola, dando spazio a nuovi colori riflessi dentro le sue palpebre. I giochi di luce parevano diramarsi in ogni parte del suo corpo, facendolo sentire più lieve e libero dalle catene della vita quotidiana, proprio in quel momento in cui l’unica cosa che dovesse riempire i suoi pensieri, fosse un nulla meditativo, in grado di riportare il caos in un perfetto ordine. I respiri si fecero più regolari, così come i battiti del suo cuore che pareva martellare proprio in mezzo alle orecchie, tanto appariva forte. Immaginò che un’aurea luminosa potesse pervadere ogni parte di sé, proteggendo la propria anima da qualsiasi pensiero in grado di rovinare l’armonia in cui, poco alla volta, sentiva di star entrando. La voce ricordò a tutti loro di tenere gli occhi ben chiusi, per non lasciare che qualcosa potesse irrompere. Una palpebra, mossa dalla curiosità, si schiuse appena, strizzando l’intero occhio, per la luce di una candela, dritta sul suo viso.

Ne sentì il calore vicinissimo alla guancia, così che anche il secondo occhio si aprì in un sussulto. Si tirò su a sedere, sentendo il cuore palpitare all’impazzata mentre, ovunque si guardasse, trovava dei tappetini vuoti a riempire l’intera stanza. La Voce tornò a colmare il silenzio, rassicurando il suo affanno, spiegando ai presenti che erano come dentro ad un sogno, adesso, un sogno meditativo in cui la loro anima stava iniziando a farsi sentire, e che, presto, si sarebbero trovate le une con le altre. Li invitò a mantenere la calma, senza aver troppa paura di perdere il controllo, dal momento che lei stessa li avrebbe accompagnati tutti quanti verso l’energia pura, tenendoli per mano, come in quel momento.

Alle orecchie, un sussurro lieve, invitava il suo corpo a sdraiarsi, cercando di riprendere la concentrazione persa. A fatica, la sua schiena scivolò sul tappetino. Gli occhi si chiusero un’altra volta, accompagnati dalla Voce che, dentro un sorriso, li invitava nuovamente a sprofondare in una pace meditativa. Riuscì ad acquietarsi, stendendo le gambe, e le braccia lungo i fianchi, adesso che il calore delle molteplici candele accese baciava la sua pelle, liscia come seta. La Voce tornò a parlare, facendosi sempre più lontana, ora che un’aurea bianca iniziava ad emergere dal suo stomaco, calda e familiare, rigenerante. La preoccupazione sparì via in quella moltitudine di colori, e intanto, i respiri degli altri, parevano avvicinarsi sempre più, tiepidi e familiari, insieme ad un tocco leggero, sopra la sua mano, che riusciva a infondergli quel tanto di sicurezza per lasciarsi andare ancora, e ancora…

Un rumore elettronico spezzò lo scintillio di colori, interrompendo la Voce; durò qualche secondo, graffiando le orecchie che non riuscì a tappare con le mani. Un piccolo gemito di nausea strappò via quel senso di pace tanto bramato.


A passi lenti e freddi, il silenzio accarezzò i fianchi caldi, salendo lungo le braccia e la schiena, in un brivido fastidioso, da cui non riusciva a liberarsi. La pelle sulle sue guance diventò sempre più ghiacciata, facendo sussultare l’intero corpo per le improvvise ondate di gelo che lo pervadevano. Aprì gli occhi, ritrovandosi, di fronte, un fitto buio tutt’intorno. Nessuna luce traspariva da alcun angolo e, ovunque i suoi occhi roteassero, non riuscì a intravedere niente a cui potesse aggrapparsi. Provò a sollevarsi, così da poter almeno cercare a tentoni un interruttore, o la porta d’uscita, che ricordava alle sue spalle, ma il suo corpo non rispose ad alcun comando. Come paralizzato, rimase immobile, sdraiato sulle travi gelide, senza che nient’altro, oltre che dei piccoli spasmi o il suo respiro affannato, potesse muoverlo.

Come dei piccoli passi dietro la sua testa, ebbe la sensazione che qualcuno si stesse avvicinando, camminando fuori dalla stanza. I respiri affannati presero il sopravvento, scuotendo il corpo con violenza, gemendo impauriti, adesso che, abbandonati, cercavano di capire dove mai potessero essere finiti. Ogni muscolo, ancorato allo strazio e alla paura che attanagliavano il suo corpo gelido, si pietrificava sempre più, finendo per contenere la forza di tutti quegli spasmi che, adesso, sentiva scuotere dentro, nonostante nulla si muovesse, ma con più insistenza di prima.

Riuscì a percepire, sulla pelle ben tesa, come delle dita, dal tocco leggero, percorrere le sue gambe, salendo via via più su. Urlò e gridò, ma nemmeno le sue stesse orecchie riuscirono a sentire alcun rumore. La Voce aveva abbandonato la sua anima lì, in quel labirinto di ombre dentro cui, adesso, uno scintillio lontano richiamava la sua attenzione.

Gli occhi ruotarono più che poterono in direzione dello scintillio. Come se strisciasse sulle travi scricchiolanti del legno, percepì qualcosa provenire in direzione dei suoi piedi. Un ingenuo tentativo di sollevare la testa fu spezzato da un rantolio, un rumore ovattato. Piccole unghie sembravano graffiare il pavimento, avvicinandosi sempre più, dentro quel tempo che pareva non finire mai.

Iniziò a sentire dei sussurri, avvicinarsi insieme a quei graffi stridenti. Si fecero strada fino al suo orecchio, così che poté riconoscere, in ciò che prima sembrava un tutt’uno, un’infinità di voci bisbigliare, senza che nessuna parola potesse essere afferrata.

Riuscì a sentire chiaramente i passi farsi sempre più numerosi e vicini, il respiro accelerare quelle parole biascichiate confusamente, il tocco pressare di più sulle sue gambe, salendo su per il ventre. Un odore acre, come il puzzo stantio della carne lasciata a marcire, si insinuò fra le sue narici, procurando un conato di vomito. La lingua, contro il palato secco, provò a batter qualche parola, mentre gli occhi correvano all’impazzata da una parte all’altra, dal respiro, al luccichio fioco, senza che nemmeno delle lacrime per piangere potessero consolarli.


Il rumore dell’interruttore spezzò quei respiri, respingendo il luccichio. Apri gli occhi, sussurrò dolcemente la Voce al suo orecchio. Solo in quel momento, si rese conto di aver ancora le palpebre chiuse. Dei piccoli bisbigli, attorno, avevano ripreso a farsi sentire, accompagnati da un’aria tiepida che scaldava improvvisamente il suo corpo. Sentì un polpastrello marcare i fianchi nudi, salendo su, fino al petto. Poi, il palmo di una mano si poggiò all’altezza del cuore, esercitando una lieve pressione. Le lacrime scesero leggere e calde sul viso arrossato, ma non riuscì a dire nient’altro. Provò ad aprire gli occhi, senza riuscirci, ma l’aver sentito quella Voce, vicina a sé, fu una grande consolazione per i suoi respiri che poterono tornare a tranquillizzarsi. Solo una scritta, come impressa sulle sue palpebre, apparì dal nulla, prima sfuocata, poi, sempre più chiara.


Sprofonda l’Anima

Coi falsi dei

Sprofonda senza mai toccare il fondo

Vi hanno privato anche di quest’ultima illusione.


Gli occhi, adesso spalancati, bramarono immediatamente quel silenzio oscuro di qualche attimo prima, quando, in quel momento, potevano facilmente scorgere delle ombre avvicinarsi a loro. Lente e sinuose, si allungavano sulle pareti, passo dopo passo, graffiando il pavimento. Il rumore, insopportabile alle sue orecchie, spezzò un urlo disperato che si aggiunse a quello stridere continuo. I bisbiglii spingevano aria tiepida contro le sue orecchie, accavallandosi l’uno all’altro, fino a ricoprire le sue urla. “È la tua Anima.” Scandì dolcemente uno di loro, superando gli altri. Una risata pungente, carica di sadismo, spezzò i suoi respiri, adesso in pieno affanno, senza badare del terrore che squarciava la sua bocca.

Le sue stesse mani presero a graffiare con forza il resto del corpo, finché non sentirono il sangue, sotto le unghie, bagnarle; continuò con più foga, lacerando pezzo dopo pezzo il suo stesso corpo. Le ombre si fecero sempre più vicine, finché, dentro al suo campo visivo, qualcosa iniziò ad emergere. Ciò che vide straziò tanto i suoi respiri che le mani presero a graffiare ancor con più disperazione, mentre le palpebre non riuscivano a chiudersi, nonostante i numerosi sforzi. Le sue stesse mani, ormai fuori controllo, si sollevarono sul suo viso, fino a strapparle via, come se fossero leggere e fragili. “Siamo tutti qui, adesso…” ripeté una voce, vicina al suo orecchio. “Chiudi gli occhi…” Gridò più che poté per sovrastare quella risata sadica.

Li aveva visti sdraiarsi sereni, ognuno sui loro tappetini. Con alcuni di loro, aveva anche intrattenuto qualche chiacchiera, prima di entrare. Aveva spiegato la luminosità dei loro occhi come l’energia interiore di chi era riuscito a coltivarla. Gli stessi occhi che, adesso, scrutavano vitrei e giallognoli la sua angoscia, senza prestar alcun aiuto. I loro visi, già in avanzata putrefazione, compievano solo delle piccole note di sdegno, e le loro bocche, immobili, continuavano a bisbigliare sempre più vicine al suo orecchio. Qualcosa, simile alle zampe di rettile, reggeva le loro mascelle, muovendole all’unisono, facendoli apparire come dei burattini.


Le stesse teste, prive del resto dei loro corpi, danzavano su unghie affilate che, coreograficamente, le sollevarono in aria, prima di avvicinarle a quel corpo che, ormai, aveva anche smesso di urlare e ribellarsi. A primo impatto, sembrarono delle lunghe maschere senza volto, le strane figure che, reggendo le teste, le sollevarono un’ultima volta, prima di poggiarle sui loro capi. Solo gli occhi di quei visi straziati riuscivano a muoversi, mentre la pelle si sgretolava, macchiando le maschere rosse di un bianco candito. La testa si sollevò, battendo con più forza che poté contro ciò su cui era distesa. Una, due, tre volte, finché la pressione contro gli occhi non fu tanto forte da sembrar che potessero schizzar via, staccandosi del tutto. Poi, fu solo silenzio.

“Il tuo corpo è stato distrutto. Adesso, la tua Anima è libera di rinascere…” sussurrò la Voce, in tono rassicurante.

“Non ha retto?” “Sembra proprio di no…” “Ma chi era, poi?” “Non so… nessuno è venuto a riconoscerne il corpo…” “E questo qui, poi?” “Il bigliettino da visita? Aspetta…” “È…” “È… la terapia di cui tutti parlano… dicono sia davvero efficace…” “Tu dici!?” “Dovremmo andarci… provare, magari…” “Magari appena abbiamo finito con questo…”

Li osservò scavalcare il suo stesso corpo, ancora disteso su un tappetino. Nella stanza, adesso vuota, solo le travi in legno scricchiolanti erano l’unica cosa rimasta. Uno di loro, si avvicinò al suo viso per scrutarlo più da vicino, prima di prendere il suo cellulare e scattare una foto a ciò che rimaneva del viso. “Che fai!?” “Una foto… facce così non si trovano da nessuna parte…” “Dovremmo chiamare la polizia…” “Aspetta ancora un po’… ho pagato per questo…” “Vorrei conoscerlo lo psicopatico che guadagna soldi con malati come te che pagano per queste cose…” “Ma smettila… piace anche a te… o mi sbaglio? Perché se è così…” “Guarda… dovrebbe essere qui…”

I due visi sconosciuti si avvicinarono ai suoi occhi. Cercò di isolarsi dagli infiniti bisbiglii che attraversavano i suoi pensieri da una parte ad un’altra. Provò a battere le ciglia, ma i suoi occhi continuarono a rimanere aperti. “Nello specchio!?” “Così dicono…” “Spaccalo… spaccalo e vedi che succede…”

-Oberas Koria (Akai)

BAXmJ PS1zZ.









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