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È successo tre volte da quando ho messo piede in questo sottospecie di pianeta. Non credo di avere una mente disturbata, né tantomeno credo di soffrire di qualche strana malattia psichica. Sono parecchio ansiosa, sì. Stressata. E tutte le sere ho acquisito questa stupida mania masochista del rimuginare sui miei errori. Pensarci, ripensarci. Ancora e ancora. Ho sbagliato, avrei dovuto fare così... E paranoie asfissianti, varie. D’altra parte, a chi non è mai successo? Quante volte avrete inzuppato il cuscino di lacrime e, perché no, perfino mascara, ripensando alle vostre vite disastrate. Le cose più terribili, comunque sia, accadono la notte, quando c’è silenzio e la vostra forza si addormenta insieme ai sensi. Finché siete solo voi a piangere i vostri dolori, dilemmi, sbagli, timori, potrebbe anche essere normale. Voglio dire, sul vostro letto, nella vostra camera buia. Nessuno che vi disturba, nessuno che vi osserva con fare inquietante dietro la tenda o attraverso il vetro appannato della finestra, e, ahimè, nessuno che vi consola. La vostra litania nauseante sorretta poi, da numerosi singhiozzi strozzati durerebbe al massimo due ore, poi Morfeo, più scocciato che impietosito, vi poserebbe dolcemente sul suo carro d’orato. E allora, sì. Buonanotte davvero.

Forse io ero troppo preoccupata, già spaventata per aver commesso un chissà quale peccato irrimediabile, ma non fu esattamente quello che mi successe circa due anni fa.

Mi misi a letto piuttosto presto, avendo tristemente preso in considerazione la maledetta sveglia che suona impertinente e un po’ bastarda tutte le mattine alle 6. Chiusi gli occhi e lì capii che non sarebbe stato per niente facile addormentarsi pacificamente quella sera. Domande esistenziali, crisi mistiche. Ha quasi assunto una sfumatura piuttosto comica ripensarci adesso. Però, siamo tutti umani alla fine.

Piansi. Per ore che sembravano anni interminabili. Era quel pianto silenzioso, dove la vera guerra è dentro. Sentivo il cuore che non ne voleva sapere più del mio sangue marcio, delle stupide emozioni da sedicenne fuori di testa. Eppure, ciò che più pareva terribile e straziante erano i ricordi che mi si piazzavano davanti agli occhi, ancora freschi e ansiosi di essere rivissuti.

Che cazzo ho fatto? Perché di nuovo? Voglio andarmene.

Poi il mio corpo non ebbe più lacrime da regalarmi e sentii lentamente la testa farsi pesante e i pensieri acquietarsi per un attimo, lentamente. Le palpebre si chiusero e mi bruciarono gli occhi. Nel momento in cui mi coprii, sentii il letto diventare caldo e invitante. Credo che mi addormentai. Non sognai.

Quelli non erano sogni.

Improvvisamente fu come morire. Avevo crampi ovunque. Feci una fatica immensa solo per aprire gli occhi. Ma quello che vidi fu solo buio. Tenere gli occhi chiusi o aperti non faceva alcuna differenza. La piccola lampada posata sul comodino alla destra del mio letto era come sparita. Capii subito che qualcosa non andava col mio corpo. Non potevo muoverlo. Mi sentivo fluttuare nell’aria. Più pesante di un macigno. Provai più volte a voltare la testa, ma riuscivo solamente a far vagare lo sguardo. Il cuore batteva piano, lento, profondo. Tremavo. Ogni parte del mio corpo tremava vivamente e mi morsi ripetutamente la lingua. Potevo sentire l’acre sapore del sangue invadere il palato. La gola era secca.

Qualcosa s'illuminò debolmente nella mia camera. Vidi il soffitto sopra i miei occhi illuminarsi di una luce innaturale, quasi spettrale. Non potevo girare la testa per capire cosa emanasse quella luce e tanto meno avrei voluto, ma la fonte, permettetemi di chiamarla così, si mosse da sola. Si avvicinò imperiosa. Mi sentii mancare il battito. Sudavo freddo, perché nella stanza si presentò un gelido vento invernale. Più quella cosa si avvicinava, più la mia testa si voltava nella sua direzione. Fuori dal mio controllo. Che cazzo, la mia testa si stava muovendo involontariamente? Non volevo guardarla! Ero terrorizzata, mi stava esplodendo la testa. Non potevo chiudere gli occhi. Ero come se quella “cosa” volesse a tutti i costi farsi ammirare.

Ed un tratto, ecco. I miei occhi si posarono su ciò che continuava ad emanare quella strana luce, che cominciava a divenire giallognola, più spenta. Quello che provai fu dolore. Quella vista mi procurò forti fitte alla testa e al ventre. Sembrava che una mano mi stesse perforando l’addome e stesse frugando nella mia stessa anima. Era una presenza demoniaca, ne sono certa. Era di piccola statura, portava una vecchia sottana macchiata e strappata, capelli lunghi e scuri, non sembrava avesse dei piedi. Ciò che più mi spaventò, anzi mi destabilizzò per qualche istante, fu il suo viso. Il MIO viso. Un ghigno soddisfatto e occhi vitrei. A quel punto non ce la feci più, mi sentii bruciare viva. Provai a gridare, cercai di chiamare mia madre. Tutto quello che uscì dalla mia bocca non fu altro che qualche sussurro. Volevo alzarmi, correre via o per lo meno proteggermi in qualche modo da quella cazzo di cosa, da quella specie di me incazzata che si avvicinava, ma, più ordinavo al mio cervello di muoversi, più questo mi protraeva verso la creatura. Mi arresi. Provai a pensare che stessi sognando, che quello era solo un incubo o un’allucinazione. Eppure, quella cosa si materializzava davanti ai miei occhi agonizzanti ogni secondo di più.

“Va via.” “Ti prego, vai via”

Il vento d’un tratto cessò di soffiare sul mio collo sudato e qualcosa di caldo toccò la mia fronte. Odiai profondamente quel volto. I miei occhi verdi trasparenti e immobili, quelle labbra rosse come il fuoco e la pelle graffiata, sporca di chissà quale oscura melma. Era a pochissimi centimetri dalla mia faccia. Non aveva nessun odore, non respirava. Mi fissava. Il buio invase di nuovo la stanza e ciò che rimase fu il volto, il mio dannatissimo volto, su quella cosa. Che rideva. Rideva di gusto. Mentre i miei polmoni imploravano aria, il mio cuore sbatteva sulla gabbia toracica e le mie mani tremavano freneticamente. La testa girò. Fece un giro completo di 360 gradi. I suoi occhi puntarono nuovamente i miei. Stavo sognando. Quella ne doveva essere la prova. Andiamo, pareva una scena mancata dell’Esorcista! Un sospiro scappò via dal mio corpo ormai in preda a spasmi.

Puoi sempre scegliere.” Restai pietrificata. La voce di quella creatura era così familiare. Era la mia voce. Stranamente più giovane, più limpida. Ma che cazzo rappresenta questo? Quella cosa è talmente orribile.

Sei il bene e il male.” Le labbra facevano uno strano rumore fastidioso, come se stesse strofinando due fogli di carta vetrata e non vidi nessuna lingua.

Provai qualcosa di indescrivibile. Una mano calda stava toccando il mio ventre. Quella mano materna mi provocò altre fitte e altri dolori ovunque. Mi ricordo che pensai che stessi per morire. Ne ero certa.

Ero torturata dai sensi di colpa quella sera, prima di addormentarmi. Quindi pensai quella cosa doveva in qualche modo rappresentare la mia anima, venuta a farmi visita direttamente dall’inferno. Fanculo! Io neanche credo in Dio, e mi misi a pensare a tutte quelle stronzate.

Volevo parlarle. Ne sentivo come l’irrefrenabile bisogno. La creatura lo capì e cominciò ad allontanarsi. La pelle mi bruciava. Qualcosa la stava aspettando vicino alla porta. C’erano altre presenze, più grandi, più maligne. Mi guardavano con indifferenza e qualche secondo dopo, capii che stavano borbottando qualcosa, e, mentre la bambina col mio volto si dileguava bel buio profondo che aveva inghiottito la mia stanza, i loro borbottii divenivano più forti, più chiari. Mi parse una preghiera, una richiesta di aiuto. Un coro così solenne. Le loro voci erano rauche e gravi.

Siamo il bene e il male” Il sorriso le svanì dalle labbra e la sua mano scheletrica si posò nel punto in cui, forse, doveva esserci un cuore. Una risatina infantile e acuta riempì la stanza e tutti sparirono. Di colpo, il nulla. La mattina dopo mi svegliai distrutta, stanca. Vaffanculo la scuola, pensai immediatamente dopo aver spento la sveglia. Mi alzai dal letto ancora dolorante e mi diressi in bagno. Presi tutto il coraggio che mi era rimasto e mi guardai allo specchio. Ero terrorizzata all’idea di rivedere il mio volto segnato, con quegli occhi così immobili e spenti. Quello che vidi fu solo la faccia di una che aveva passato una nottataccia.

Sorrisi amaramente.

“Siamo il bene e il male, eh?” Che cosa ridicola. Mi ero messa a fare sogni danteschi adesso. Non poteva dirmi, che ne so, qual era il senso della vita o il prossimo numero primo? Mi presi gioco di me per tutta la giornata. Poi uscii. La rividi altre due volte. E fu sempre la stessa storia. Dolore lancinante, il suo viso contorto e le stesse identiche parole.

La terza volta però, iniziai a preoccuparmi un po’. Non tanto per le allucinazioni, quanto per il dolore che provavo. Così feci qualche ricerca su Internet, com’è d’obbligo oggigiorno. Trovai una pagina che descriveva a grandi linee, tutto ciò che mi era accaduto. “Paralisi del sonno” o “paralisi ipnagogica”. Perfetto. Non c’è nulla di cui preoccuparsi. E’ capitato ad altre persone in fin dei conti.

Non la rividi più.

Solo che, la notte prima di piangere e pensare di essere una persona orribile...

Posso sempre scegliere, sono il bene e il male”, penso.

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