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Savana

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Guardare il sole che scivola dietro l’orizzonte nella savana è uno spettacolo ineffabile.

Il disco dorato attraversa il cielo azzurro e alla fine, avvicinandosi al terreno ad ovest, screzia il celeste di rosa e la luce da bianca diventa arancione. Le nuvole candide sono rosse, sembrano infuocate e gli alberi che si stagliano in lontananza davanti, sono neri pece. Il mondo è pieno di dipinti che tentano di raffigurare questa scena, magari in primo piano viene disegnata una pozza d’acqua dove si possono vedere degli animali mentre si abbeverano, giraffe, elefanti, fenicotteri o zebre.

Marion aveva sognato per mesi, anni di poter fare il suo viaggio in Africa. Da quando il professor Milton le aveva dato la sua approvazione al progetto di tesi che aveva proposto la ragazza, Marion aveva iniziato a programmare la spedizione verso il Kalahari. Marion Keaton era una brillante studentessa di antropologia della Duke University, aveva lunghi capelli rossi ricci e gli occhi verdi; nata a Corpus Christi, in Texas, nel 1991, crebbe fin da giovane con la curiosità nel cuore ed il fascino negli occhi. Da che ne aveva memoria aveva sempre trovato estremamente interessanti le storie riguardanti le popolazioni primitive o popoli lontanissimi, e nel momento in cui aveva dovuto scegliere l’università, aveva deciso di andare in una con un buon corso di etno-antropologia. Divenne la prima del suo corso in poco tempo e dedicò ogni momento alla sua passione, quindi quando fu in periodo di tesi, aveva già le idee ben chiare e si presentò dal professor Milton con un progetto riguardante un confronto tra Masai, Kualngo, Akan e Boshimani; sarebbe partita appena finito l’iter burocratico e avrebbe speso cinque mesi nella savana.

Il giorno prima della partenza Marion rimase in casa seduta sul divano con le ginocchia al petto e una tazza di tè, non smetteva di fissare il quadro di arte africana che una sua amica le aveva regalato per il suo compleanno. Continuava a sognare ad occhi aperti l’avventura che stava per vivere. L’aria fresca che entrava dalla finestra del suo appartamento nel centro di Durham le portava suoni che però lei non sentiva, nelle sue orecchie c’erano solo suoni di tamburi, di danze tribali, di lingue africane. Provò a dormire, ma non chiuse occhio e guardò il sole sorgere sopra i palazzi, quando sentì il clacson del taxi prese le sue valigie e, dopo aver sospirato profondamente, scese le scale del condominio per raggiungere la macchina che le avrebbe fatto iniziare la sua avventura.

Era riuscita a trovare un volo diretto per Nairobi e durante il tragitto non riuscì a smettere di sorridere, all’atterraggio avrebbe trovato un collega del professor Milton ad attenderla, il professor Gummer, un uomo molto alla mano, ma dalle teorie brillanti. L’avrebbe aiutata nella sua ricerca e le avrebbe insegnato a guardare il mondo in maniera più profonda e reale, appena arrivò nel torrido aeroporto di Nairobi vide un uomo con un cartello con sopra il suo nome. Un sorriso le illuminò il volto e Marion camminò veloce per l’affollata zona d’imbarco in direzione del professore, i capelli le davano fastidio e mentre andava se li legò sulla nuca. Il professor Gummer era un uomo di quarant’anni con i capelli corti e la barba brizzolata, era vestito da perfetto avventuriero con una tenuta color cachi a pantaloni corti che in circostanze normali lo avrebbe fatto sembrare ridicolo. «Marion?» chiese l’uomo con la fronte imperlata di sudore. «Sì, lei è il professor Gummer vero?» «Chiamami John, qui non c’è posto per i signori.» La ragazza sorrise e lasciò che John le prendesse una delle due borse che aveva con sé.

La prima sera parlarono del più e del meno e del progetto di Marion. «Uno studio veramente affascinante Marion.» iniziò John «Ricordo quando dovetti laurearmi io, feci una tesi sulla…» «Sulla struttura sociale della società Masai e sul ruolo della figura femminile.» concluse la ragazza. John la guardò spostando indietro la testa e sorrise malizioso. Marion fu in imbarazzo e sentì il calore avvamparle sul viso e sul petto mentre arrossiva. «Ho letto tutti i suoi lavori. Ho trovato le sue analisi sulla lingua boshimana semplicemente ispiranti.» disse mettendosi un ciuffo di capelli ramati dietro l’orecchio sinistro.

Dopo che ebbero preparato la spedizione, partirono verso sud in direzione del confine tra Kenya e Tanzania, a nord del confine sarebbero venuti a contatto con un villaggio di Masai stanziali, assai rari, e andando verso sud ovest avrebbero trovato la riserva di Nogorongoro che era sulle rotte abituali di transumanza dei Masai. Marion non stava nella pelle e appena entrò nel villaggio sentì il suo cuore battere all’impazzata. Improvvisamente non sentiva più caldo e il sole non le dava fastidio nonostante la sua pelle incredibilmente pallida, l’eccitazione di vivere il suo sogno le dava un’energia contagiosa. La gente del villaggio iniziò a chiamarla Oblata Ndama la cui traduzione era approssimativamente anatra, vista la sua goffaggine, del sole, data la sua indole solare e buona. John era ben conosciuto tra quelle persone e gli studi di Marion proseguirono meravigliosamente. La sera cercava di dormire nonostante gli insetti incredibilmente molesti e quando il sole sorgeva si alzava piena di euforia; la sua giornata si costruiva su quella dei suoi nuovi amici. Un giorno poteva assistere all’allevamento dei bovini mentre un altro poteva aiutare nella costruzione delle capanne di paglia e escrementi. Lei e John avevano una capanna tutta per loro, ma solitamente venivano invitati dai “vicini” e spesso venivano accordati loro alcuni onori veramente rari. Marion arrivò a legarsi con una giovane donna sposata con un uomo che aveva già tre mogli e che ne stava per avere una quinta e il giorno in cui la nuova ragazza entrò nella proprietà del marito, le donne invitarono Marion a partecipare al rituale che consisteva nel lanciare escrementi e insultare la nuova arrivata. Fu una giornata molto particolare in cui Marion apprese tanto e si sentì veramente parte del loro meraviglioso villaggio. Ovviamente le parve strana come cosa, aveva studiato queste usanze, ma partecipare era completamente diverso; il mondo è un posto meraviglioso, deve essere solo esplorato. Passò quasi due mesi con queste persone e ricevette perfino offerte di matrimonio che furono fatte a John, gli offrirono anche sei buoi e due vacche per lei, che dovettero rifiutare in maniera molto gentile.

Quando arrivò per loro il momento di andarsene, il villaggio pianse per una giornata, tutti augurarono loro ogni fortuna e a Marion fu regalato un gioiello, un anello fatto dalla seconda moglie di uno degli anziani.

Ripresero il viaggio verso sud est e John mostrò a Marion le bellezze dell’Africa. Ogni sera potevano scorgere i più belli animali che la savana poteva nascondere e la ragazza rimase rapita dagli stupendi colori che la tramortivano in ogni momento. Un giorno riuscirono a vedere un branco di leonesse che si mimetizzavano nella steppa per cacciare le zebre. Fu veramente intenso, i due antropologi si fermarono a distanza di sicurezza, impugnarono i binocoli e mentre la natura dava il suo spettacolo, John spiegò tutto a Marion. La sua voce profonda sembrava un’estensione dello stesso continente, era come se a parlare non fosse un professore, ma l’Africa stessa. «La leonessa rimane nell’erba secca completamente mimetizzata, la zebra non la vedrà finché la leonessa non lo vorrà, ma a quel punto sarà già troppo tardi.» il felino si muoveva in direzione della zebra, silenziosa e veloce, ogni suo movimento era sicuro e armonioso, era stata fatta dalla natura per essere la migliore cacciatrice in quel posto, e sembrava lo sapesse. Il vento spirava un alito caldissimo da sud e Marion si accorse che stava tenendo il fiato, riprendendo a respirare mosse il binocolo e le ci vollero alcuni secondi per ritrovare la leonessa. La vide immobile davanti alla sua preda. «Ecco, la vedi? Adesso sta aspettando il momento adatto. Potrebbe attendere per ore intere senza alcun problema.» la zebra si chinò per mangiare e la leonessa scattò con una velocità inquietante. Con falcate incredibili coprì la distanza che la separava dall’animale e, prima che questo potesse provare a scappare, balzò protendendo gli artigli e facendoli affondare sul fianco bianco nero. La povera zebra tentò di spostarsi, ma la predatrice l’aveva già afferrata. Marion riuscì chiaramente a vedere il terrore negli occhi della zebra tramutarsi in dolore quando le zanne adamantine della leonessa si conficcarono nel collo. Fu tutto così veloce: un ruggito, un guaito, il colore bianco che scintillava seguito dal rosso che scorreva e poi, poi la calma. Marion aveva la gola secca e si sentiva svuotata. La visione l’aveva scossa dentro, si sentiva di fronte a qualcosa di troppo più grande per poterlo comprendere pienamente, così decise di accettarlo incondizionatamente e cercare di farne parte.

Una sera erano accampati e John stava preparando un tè mentre Marion scriveva sul suo diario di viaggio gli avvenimenti della giornata, la notte era piuttosto fresca e i due antropologi stavano vicini al fuoco sotto un cielo stellato dalla bellezza ineffabile. Improvvisamente il rumore di un motore ruppe l’atmosfera e una jeep arrivò nel loro accampamento. Sopra c’erano tre uomini vestiti di verde, delle vecchie uniformi militari del Congo, e impugnavano delle armi da fuoco. Marion sentì il cuore fermarsi e John le fece segno di stare indietro. I tre scesero dalla macchina e uno di loro, che zoppicava un poco, lasciò il suo fucile per prendere un machete, l’arma mandava uno scintillio gelido che avrebbe perseguitato Marion per tutta la vita. Il professore provò a istaurare un dialogo, ma dovette cambiare quattro lingue prima di avere una risposta. «Sono predoni. Se diamo loro ciò che vogliono ci lasceranno stare.» disse alla ragazza visibilmente terrorizzata. I tre iniziarono a frugare tra la loro roba prendendo tutto quello che ritenevano interessante, poi uno vide l’anello che Marion portava al dito e lo indicò, subito John le disse di darglielo, ma lei non ci riuscì: il dito si era un po’ gonfiato e il gioiello non voleva saperne di uscire. Con un sorriso fin troppo sadico, l’uomo con il machete iniziò a camminare nella direzione della ragazza e John, che aveva capito, si mise davanti. Un altro gli si avventò contro colpendolo allo stomaco con il calcio del fucile e appena fu a terra iniziarono a tirargli calci. Marion urlò e cercò di andare ad aiutarlo, ma il predone con il machete le tirò uno schiaffo che la fece cadere a terra. Le urlò qualcosa che non riuscì a capire e riprese ad avvicinarsi. La ragazza ormai stava piangendo a dirotto e pregava i suoi aguzzini di smettere e di lasciarli stare. L’uomo le afferrò la mano e tirò l’anello con forza rischiando di spezzarle il dito, ma ebbe solo l’effetto di farlo incastrare di più, così alzò il machete e sorrise a Marion. I suoi denti bianchissimi contrastavano tantissimo con la sua pelle estremamente scura e nel buio il fuoco che scoppiettava illuminava il suo viso facendolo apparire come un demone. La poveretta continuava a gridare e a pregare di non farle del male, provò ad usare i dialetti imparati dai Masai, ma il mostro fu spietato e con un fendente deciso le tagliò via l’anulare della mano destra. Il dito cadde a terra e per un momento Marion non capì più nulla. Le ci vollero alcuni secondi per capire che erano sue le grida che sentiva, i tre uomini stavano ridendo di gusto mentre lei gridava a squarcia gola per il dolore. Il sangue iniziò a scorrere copioso e bagnò il terreno polveroso, un sapore acido le salì in bocca e senza preavviso dette di stomaco. Sporcò gli scarponi di quello col machete e questo, in risposta, urlò qualcosa e la colpì al volto con un calcio. Marion cadde a terra completamente disorientata con del sangue che le colava dal naso rotto e voltando lo sguardo vide John sdraiato vicino a lei.

I tre notarono che la ragazza stava guardando il suo compagno e continuando a ridere la schernirono mentre prendevano la mira. Una serie di boati riempì la savana facendo scappare alcuni uccelli addormentati poco lontani. Le lacrime riempirono gli occhi di Marion, ma non ebbe modo di disperarsi troppo per il suo amico perché i tre riportarono la loro attenzione su di lei. Iniziarono a colpirla violentemente e a farle dei tagli per poter godere delle sue urla. Lei continuava a piangere, ma questo sembrava essere il vero divertimento. Quando le slogarono la spalla sinistra svenne dal dolore, ma la fecero rinvenire presto a suon di schiaffi, volevano che fosse sveglia mentre abusavano di lei. La stuprarono e continuarono a torturarla per tutta la notte. Quando il sole iniziò a sorgere e loro si erano ormai stancato del giocattolo, la lasciarono da sola a morire.

Il caldo era veramente insostenibile e il vento iniziò a buttarle della sabbia addosso, ma lei non poteva sentire nulla; rimaneva sdraiata a terra con gli occhi secchi e aspettava solo di morire. Finalmente.

Improvvisamente un rumore di foglie secche riuscì a catturare la sua attenzione, stranamente, e la costrinse a spostare lo sguardo a sinistra. Si dovette sforzare molto, ma alla fine riuscì a vedere gli occhi della leonessa che la stavano fissando nascosta dall’erba. Una lacrima le bagnò una guancia cadendo sul suolo e un pigro ruggito si spanse per l’accampamento ormai distrutto. «Sono così felice che sia tu.» disse Marion con un fior di voce. «Ti prego, fai in fretta.» L’animale si mosse lentamente e uscì allo scoperto, i suoi passi felpati erano decisi, superò il corpo martoriato di John e puntò verso di lei, le si avvicinò continuando a fissarla negli occhi. Marion sorrise e si sforzò per piegare la testa e mettere in mostra il collo. La leonessa si chinò e le portò il muso vicino al viso, dischiuse le fauci facendo chiudere gli occhi alla ragazza per il fetore di putrido. Marion aspettò il momento in cui avrebbe avvertito le zanne affondarle nel collo, ma rimase pietrificata nel sentire la lingua ruvida dell’animale che le accarezzava il viso. Continuò a leccarla per alcuni secondi per poi darle alcuni colpetti col muso per farla alzare; la ragazza cercò di mettersi a sedere, ma il male alla spalla era troppo e ricadde distesa; la mano le bruciava per la ferita e anche le gambe erano doloranti. Dopo due tentativi decise di rimanere ferma ad aspettare di morire, ma la leonessa non fu d’accordo e le ruggì vicino alle orecchie in tutto il suo splendore. Qualcosa bruciò nelle sue vene e urlando Marion riuscì a mettersi in ginocchio, l’animale si spostò lentamente e le si sedette davanti continuando a fissarla altezzosa. Da dietro arrivò un rumore come di risata e voltandosi Marion vide che si stava avvicinando una iena, ma la sua nuova migliore amica fece un altro ruggito e la iena scappò a gambe levate. La leonessa ricominciò a leccarle il viso e la ragazza rimase ferma per diversi minuti, poi l’animale si distese vicino a lei muovendo distrattamente la coda e pulendosi la zampa destra. Marion non capiva cosa stesse accadendo, ma si era ripresa abbastanza per capire che non voleva morire; fermò il polso sinistro tra le ginocchia e spostò la spalla indietro con l’altra mano urlando per il dolore mentre un suono sordo avvertiva dello spostamento corretto dell’articolazione. Si fasciò la mano ferita e prese una delle borracce; il primo sorso fu come acido, ma non smise di bere finché non ebbe finito l’acqua. Si mise dei vestiti puliti e tornò a controllare il cadavere del suo amico. Lo avevano crivellato di colpi confusi. Ucciso a sangue freddo. Non avrebbe potuto seppellirlo e sicuramente non sarebbe stata capace di fare in modo che venisse restituito alla famiglia, così si limitò a chiudergli le palpebre e dargli un bacio sulla guancia.

Si alzò guardandosi attorno senza sapere cosa fare. La leonessa le si avvicinò ancora, Marion sentì nuovamente bisogno di piangere e si mise in ginocchio abbracciandola. Affondò il viso nella sua pelliccia respirando il suo odore. Sentiva il suo calore riscaldarle il cuore e la sua muscolatura tesa la faceva sentire al sicuro. Rimase in quell’abbraccio per quasi due ore, alla fine si addormentò e il sonno portò sogni rivelatori di vendetta e giustizia. Capì la differenza tra le due e quando fosse necessaria l’una o l’altra. Si svegliò completamente diversa, sapeva ciò che doveva fare e non avrebbe più versato lacrime. Il sole stava tramontando, la leonessa non c’era più, ma vicino a lei c’era la carcassa di un’antilope; andò verso la borsa di John e prese un coltello con cui tagliò una fetta di carne. Accese un fuoco e cosse il pezzo d’antilope respirando il fumo e guardando il cielo, lo stesso cielo che aveva visto due giorni prima, ma che ora sembrava così differente. Nulla era più lo stesso.

Il giorno dopo controllò la jeep, ma quei tre animali avevano preso diversi pezzi e Marion non era in grado di farla ripartire, così raccolse tutto quello che poteva servirle e prese a camminare tentando di seguire le tracce lasciate dal veicolo dei suoi aguzzini, mentre avanzava sotto il sole inclemente della savana ripensò a tutto quello che era successo e si ritrovò a pensare a quanto fosse diversa dalla Marion che aveva lasciato il villaggio: non era più Oblata Ndama. Quanto velocemente una persona poteva cambiare? Continuò a camminare per giorni e dovette imparare a cacciare per sopravvivere, ma le venne naturale come respirare, ogni volta che chiudeva gli occhi vedeva lo sguardo della leonessa e sapeva benissimo cosa fare. Cercava solo gli animali che le servivano per sopravvivere ed era efficace e veloce.

Alla fine vide un fumo di un fuoco da campo e controllò la situazione con il binocolo. Li aveva trovati. Un sorriso le increspò le labbra e il sangue rimase gelido, doveva solo decidere come agire, ma non c’era troppo da pensare; la leonessa le aveva insegnato come fare: doveva avvicinarsi non vista fino a quando non fosse troppo tardi. La savana era ormai il suo terreno e quei tre erano le sue prede. In branco erano difficili da sconfiggere, ma se fosse riuscita a dividerli non sarebbe stato troppo difficile; ricordò quello che zoppicava e sorrise ancora. Separare il più debole dal gruppo era la prima mossa, poi avrebbe dovuto essere veloce e precisa. L’avrebbe portato dove voleva lei e non si sarebbe fatta vedere finché non lo avesse voluto, finché non fosse stato ormai troppo tardi. Fece un giro di perlustrazione e notò che lì vicino, a est, c’era un gruppo di iene che cercavano carcasse, a sud una formazione rocciosa piuttosto intricata, a ovest era da dov'era arrivata e a nord c’era spazio aperto. Con sé aveva tre piccoli suricati che teneva per mangiare e ne mise uno sulla strada delle iene per attirarle verso l’accampamento, non avrebbero mai attaccato gli uomini, non finché i tre fossero stati in piedi, in gruppo e in salute, ma se le iene ne avessero trovato uno da solo, magari ferito… Aspettò che le tenebre calassero completamente e si avvicinò al loro accampamento, rimase nell’ombra a sentire le loro risate scomposte, non capiva quello che dicevano, ma non le interessava. Quella sera sarebbe stata lei a cacciare.

Marion prese un sasso e lo lanciò in mezzo agli uomini rimanendo nascosta. I tre smisero subito di parlare e iniziarono a guardarsi attorno mettendosi sulla difensiva, afferrarono i loro fucili e la ragazza alzò gli occhi al cielo pensando a quanto fossero patetici. Lanciò un altro sasso, questa volta contro i predoni e corse dalla parte opposta, poi da lì tirò il corpo di uno dei suricati. Uno degli uomini gridò e gli altri gli fecero segno di stare zitto, accesero le torce e iniziarono a controllare i dintorni, ma Marion si era appiattita al suolo diventando completamente invisibile tra la folta vegetazione secca. Mentre era lì distesa sentì strisciare qualcosa vicino a lei e vide un serpente verde che stava andando verso l’albero dietro. Con un movimento lento si spostò per poi scattare e prenderlo al collo in modo che non potesse morderla, controllò i tre uomini e approfittò di un momento in cui erano distratti per lanciare il serpente nella loro direzione. Quando lo vide illuminato riconobbe che era un boomslang e sorrise pensando alla fortuna che aveva avuto. Il serpente degli alberi attaccò uno dei tre e gli altri urlarono. Quando quello zoppicante sguainò il suo machete e uccise il serpente, il suo compagno era già stato avvelenato.

Marion si spostò velocemente mentre i tre erano occupati con il suo diversivo e riuscì a raggiungere la loro jeep, girò la chiave e accese gli abbaglianti. I tre si voltarono rimanendo accecati per qualche secondo e Marion corse via con le chiavi. Il seme era stato piantato, ora doveva aspettare che i tre si dividessero. Cosa che accadde praticamente subito. Dopo aver parlottato tra di loro si incamminarono in diverse direzioni lasciando l’uomo morso vicino al fuoco; inizialmente Marion aveva pensato di seguire l’uomo che zoppicava, ma il destino le aveva fatto cambiare obiettivo e aggirò l’accampamento fino a rimanere da sola dietro al povero avvelenato. Il veleno del boomslang è molto pericoloso perché oltre a disorientare, rende praticamente nulle le capacità di rigenerazione, facendo morire le sue vittime per emorragie. Sarebbe stato semplice occuparsene. Si mosse velocemente rimanendo bassa e riuscì a raggiungere l’uomo alle spalle, gli mise una mano alla bocca e il coltello alla gola, si spostò un poco perché potesse vederla in volto e si godette il suo sguardo pieno d’orrore, poi gli tolse la mano dalla bocca e gli fece segno di far silenzio. Appena l’uomo provò a gridare la ragazza gli affondò il coltello nella gola e rimase a sentire il sangue caldo che le colava sulla mano.

Lasciò il cadavere dove era e tornò a coprirsi con la notte. I due predoni si erano diretti a est e ad ovest, le torce che stavano usando rivelavano la loro posizione; Marion corse nella direzione di quello che zoppicava che era andato a est e vide che le iene erano poco distanti. Lanciò l’ultimo suricato verso di lui e appena quello si chinò per raccoglierlo, la ragazza scattò fuori dal suo nascondiglio e colpì l’uomo nel ginocchio con cui zoppicava con tutta la sua forza. Solo il suo grido riuscì a coprire il rumore sordo dell’osso che si spezzava. Fulminea, Marion afferrò il machete che era caduto in terra e con un fendente colpì l’altra gamba, non riuscì a tagliargliela perché la tibia era troppo dura e la lama rimase conficcata nell’osso. Mentre si dimenava gridando imprecazioni in una lingua che Marion non capiva, la ragazza vide che aveva il suo anello attaccato al collo, gli staccò la catenina e gli tirò un calcio in volto. «Ora non ridi più?» Gli sputò addosso e corse via.

L’uomo gridava e le iene lo trovarono subito. In pochi secondi le grida smisero.

Ne era rimasto solo uno, Marion pensò che sicuramente sarebbe arrivato presto allarmato dagli urli del suo amico e così fu. Il predone urlò per allontanare le iene e si accasciò per vedere come stesse il suo compagno, Marion abbassò la testa e iniziò a correre verso di lui, gridò con tutto il fiato che aveva in gola e saltò usando il suo slancio per farlo cadere a terra. L’uomo era gigantesco e nonostante tutta la sorpresa, riuscì a sostenere l’attacco della ragazza, ma perse la sua arma. Si rimise in piedi e la colpì con violenza al viso mandandola a terra. Rise scomposto e con calma riprese il suo fucile. Girò attorno alla ragazza e le tirò un calcio al ventre, ma Marion non avrebbe più urlato di dolore. Le puntò il fucile aspettandosi di sentirla nuovamente piangere disperata, ma lei alzò la testa e sostenne il suo sguardo con una forza disarmante. «C’è una cosa di cui non hai tenuto conto, stronzo.» «E cosa sarebbe?» chiese lui in un inglese stentato. «Le leonesse cacciano in branco.» L’uomo ne fu intimorito e smise di sorridere, disse qualcosa e provò a premere il grilletto, ma in quel momento una bellissima leonessa fu vomitata dalla notte e con un balzo prese l’uomo alla gola portandolo in terra. Marion si alzò in piedi e si avvicinò lentamente mentre la leonessa teneva l’uomo urlante senza ucciderlo, prese il machete dalla gamba del suo amico e lo portò alla gola dell’ultimo predone. La leonessa lo lasciò e Marion urlò con quanto fiato aveva in corpo per poi librare un colpo violentissimo con cui decapitò l’uomo.

Si lasciò cadere a terra e rimase in ginocchio per interi minuti a guardare la leonessa negli occhi, alla fine si alzò, entrambe si voltarono e iniziarono a camminare in direzioni opposte.

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