FANDOM


Era bello vedere il bungalow vuoto, pensava Thom. Era bello e impossibile, soprattutto se camminava per la polverosa strada sabbiosa indiana, verso un maledetto Rellita… Rettira… Quello dei serpenti, insomma. È vero, avere 15 anni comporta delle responsabilità, ma non se le aspettava così gravose come badare a un noioso bambino di 11 anni come suo cugino, Saat Kadam. Era imparentato con lui da parte di mamma, che era per metà indiana e il fratello aveva preferito la giungla indiana alla noiosa Londra. Era andato già a trovarlo negli anni scorsi, ma erano molto piccoli e si limitavano a disegnare e guardare i cartoni. Ora che era cresciuto un poco, si vedevano già gli enormi difetti. Era logorroico, aveva un paio di occhiali storti senza un nasello che gli scivolavano in continuazione e gli davano l’aria del secchione; e pensava sempre e solo ai serpenti. Sempre. Sempre. Sempre. Arrivava a stare alzato alle 3 di notte con la lampada accesa, per vedere un dannato serpente Corallo che si acquattava per colpire gli Opossum di passaggio. Era un’impresa ormai dormire la notte. E di giorno, in attesa che i suoi tornassero dai giri di visite di parenti, doveva portarlo al rettilario, dove Saat prendeva un sacco di appunti su un block notes.

-Quando sarò grande-, diceva con la sua vocetta e il suo accento fastidioso -voglio diventare un Erpetologo e costruire un Serraglio per questi poveri animali. Sai che loro si spaventano più per te che non tu per loro?-

- Non ho serpenti a casa, perciò non me ne frega- Si limitava a dire lui, alzando le spalle.

Quel giorno, Saat era particolarmente eccitato. Era stato ritrovato un Mamba Nero, nella Foresta Equatoriale, e il Rettilario dava una particolare lezione di questo serpente. Quel giorno però, Saat l'aveva persa.

-Thooooom. Era proprio necessaria una fermata a prendere da mangiare?- chiese Saat, mentre Thom sgranocchiava un pacchetto di patatine, tronfio come se fosse stato felice.

Sarebbe stata una mezza verità, visto che Thom aveva allungato il tragitto e si era fermato più volte con la scusa della fame o del fiatone (faceva un caldo atroce, come faceva a non sudare, Saat?) per arrivare in ritardo e quindi perdersi la visita. Quanto meno fargli venire meno voglia di restare.

-Su, non fare così… Sentirai la spiegazione un’altra volta…- dice lui mangiando vorace.

- Oh, ma io so già tutto- dice lui con un alzata di spalle, avvicinandosi alla gabbia. Era molto profonda, senza vetro, mirata a dare una prospettiva più a impatto al pubblico. Uno aveva anche perso la lattina di Coca, ormai piena di erba e sabbia.

- Seh, come no. E sentiamo, quanto è forte il suo veleno?- chiede Thom irritato e divertito allo stesso tempo dalla sua saccenza disumana.

- Beh, il Mamba Nero è detto anche il Serpente Sette Passi, perché un esere umano si diceva non potesse percorrere sette passi senza morire per il suo veleno. In realtà un morso impiega 20 minuti per il suo corso, ma un numero sufficiente di morsi dovrebbe fornire l’effetto desiderato del mor…- Si interruppe sentendo la guardia che chiudeva tutto. Si avvicinava la pausa pranzo e stava invitando tutti a uscire.

Thom sussurrò paonazzo:- Se sai tutto, perché volevi venire qui?!-

-Beh, vederlo non mi sarebbe spiaciuto, sai… E poi, la signorina che fa da guida è davvero carina- commentò Saat con un occhiolino di intesa per poi sporgersi poco sopra il recinto della gabbia.

Eh, no, quello era troppo! Aveva fatto tutti quei chilometri per cose che quello scemo già sapeva… solo perché non sapeva tenere a bada i suoi ormoni? Era così infuriato che non si accorse di aver tirato uno schiappellotto forte alla nuca di Saat nel momento sbagliato fino a quando non lo vide accasciarsi in fondo, vicino al tronco della tana. Vide uscire il serpente, lento e metodico, mentre Saat fissava su stordito.

Era bravo a saltare. Un salto e avrebbe raggiunto la mano di Thom, pensava. Un salto e avrebbe ricordato quella come una grande avventura da dimenticare, pensava. Pensava questo, quando, poco prima dello scatto del serpente, scattò in alto verso la mano di Thom.

Che non arrivò. Thom non seppe perché non l’aveva fatto. Non seppe nemmeno perché rimase fermo, a fissare il serpente che mordeva ripetutamente il proprio cugino. Non seppe il motivo per cui rimase fermo, mentre i custodi saltavano dentro con sbarre e corde a prendere il ragazzo per riportarlo su al sicuro. Una cosa sola pensava, mentre tutto quello accadeva, come un rallentatore, davanti ai suoi occhi: il bungalow ora era molto più largo.


_______________________________________________

Bianco… bianco… non vedeva che bianco. Bianco del.soffitto di un ospedale. Bianco delle mascherine. Bianco di un tubo… poi il buio.


Infine, un altro bianco. Un bianco su uno sfondo, nero come la disperazione stessa. E un ronzio infinito...


________________________________

All’apice dell’età adulta, compiuti i suoi vent’anni, Thomas Cretch, ormai indipendente e ricco fortunato di famiglia, aveva proposto alla sua ragazza e a un’altra coppia di amici di andare da suo zio a New Delhi, per dargli una mano in casa. Ormai era anziano e gli avrebbe fatto bene un po’ di gioventù. Non gli importava molto all’inizio, ma al pensiero di lui e lei, la bella Susan Tricks, soli in un bungalow, lo faceva ribollire come quell'estate.

Arrivarono al villaggio la mattina tardi, seguendo il vecchio sentiero che portava alla montagnola sopra di esso. Lo zio li accolse con calore, cercando di mascherare la tristezza che gli incorniciava il volto. Era molto dimagrito da quando Thom lo aveva visto da piccolo; il trauma della scomparsa di Saat dall’Ospedale lo rattristava ancora un sacco, anche perché nessuno aveva saputo spiegare come avesse potuto andarsene, malridotto com’era. Ormai, comunque, tutti lo davano per morto, quindi la questione, finché non si sollevava, restava chiusa.

Dopo pranzo, lo zio annunciò ad alta voce:- Adesso devo andare in Ospedale per qualche giorno. Il mio esame annuale del fegato mi perseguita e non posso rimandarlo. Thom… Ti affido la casa. Solo, non fare entrare sconosciuti e tieni tutto spento di notte. Ho subito ben venti attacchi di serpenti, in questi ultimi mesi-.

-Woah, bello… non mi avevi accennato di serpenti feroci, bello…- disse Zac, tremando come una foglia. Lui semplicemente odiava i rettili, non come un fobico, però: gli facevano schifo, semplicemente.

- Calma, Cuor di Leone. Basta solo premunirsi- sbuffò Thom accendendosi una sigaretta, subito spenta dallo zio furibondo.

- Non si fuma in casa! Il tetto è di canne e puoi mandarlo a fuoco facilmente con questo caldo-.

- Non ti facevi tutti sti problemi, quando io ero piccolo- disse imbestialito, arrabbiato per la figuraccia che gli aveva fatto fare con i suoi amici e la sua ragazza.

- Incosciente! Quando eri piccolo era Saat a ricordarti le regole qui in casa! Eri arrivato a portare la radio a tutto volume, portando qui un elefante che stava dormendo!- lo zio era alquanto alterato dalla sfacciataggine del nipote e i due amici si erano allontanati per non essere di troppo, mentre Susan stava a guardare impietrita e imbarazzata.

Vedendo l’espressione di Susan, Thom non si trattenne neanche per una parola:- Saat è morto! Piantala di citarlo come un mantra, perché non tornerà!-

-Se solo fosse qui… ti sistemerebbe lui, mostriciattolo…- si strinse il petto, stanco e affaticato, per poi dire;- Torno tra tre giorni. Mi farete un piacere se mi farete trovare la casa vuota- e si allontanò a grandi passi, per poi salire sul suo macinino e sparire in una nuvola di polvere.

Thom esclamò irritato, quasi a volersi giustificare:- Per la miseria, era soltanto un cuginetto ritardato con la mania per i serpenti… Mania che l’ha ucciso- Il sospiro finale lo esalò fissando Susan, quasi a volersi mostrare umano. Non avrebbe sprecato quei 6 mesi di seduzione magistrale al Liceo per una stupida discussione con un vecchio rimbambito.

Susan si limitò ad abbracciargli il collo, assonnata dal caldo:- Sì… Ma potevi essere meno duro verso di lui. È comunque tuo zio-

-Mi farò perdonare… Gli ripulirò casa prima di ripartire- Ovvero l'avrebbe fatto fare a Zac, visto che gli aveva  comprato la promozione.

- Oooh… Il mio amorino così premuroso…- La bionda lo strinse forte, premendo il petto generoso contro di lui. Thom avvertì come un lazo che lo afferrava dalle viscere: doveva averla, lì, su quel tavolo, in quel momento. Ma prima di poter tentare una qualsivoglia mossa, un rumore di vetri infranti li fece sobbalzare. Andarono davanti casa per vedere cos'era successo e Thom trattenne una bestemmia tra i denti: Zac aveva avuto la stessa sua idea, solo che era partito in quarta con Barbara appesa ai suoi fianchi e sbattendo contro una persiana, rompendola.

- Razza di deficiente! Asino! Credi che sia sempre come nei tuoi fottuti porno? Che basti stare su qualsiasi parete senza danneggiare nulla?-

- Bello, è stato un incidente. Si può senz’altro riparare...- si giustificò lui mente Barbie si risistemava la gonna rossa dalla vergogna e Susie la consolava.

- E come, genio? Lo zio non ha vetro di riserva… Ci toccherà sostituire la finestra con delle coperte e aspettare che lo zio ritorni- disse Thom sbattendo un pugno sulla parete.

Barbara intanto fissava il cielo:- Ragazzi… temo dovremo rimandare il barbecue-

Infatti, dense nubi si accavallavano verso il villaggio come una mandria impazzita.


-Ehi, dieci e lode in Geografia…- disse Zac dopo aver aspettato un’ora per una risposta da Internet, mentre il forte temporale tempestava l’abitazione; - Stando al nostro Wikipedia, qui in India siamo nella stagione dei Monsoni. Capito? Siamo in un fottuto monsone!-

- No. Non stiamo per morire vero?- chiese Barbie spaventata.

- Per un po’ d’acqua? Se i raffreddori sono mortali, sì, Barbara- disse ridacchiando Thom, per smorzare l’atmosfera che si era creata, fallendo sonoramente, a giudicare dalle loro facce - Dai, ragazzi. Non permetteremo che il maltempo rovini tutto. Prepareremo comunque le bistecche. Zac, fila a prenderle. Barbie, apparecchia. Poi la nostra Susan darà atto alla sua fama di ‘mezza Argentina’- esclamò, mentre stringeva le spalle di Susan e le faceva ritornare il sorriso.

Zac fece per avviarsi verso la cantina, quando un fulmine cadde poco distante, facendo fischiare le orecchie a tutti e Zac esclamò spaventato:- Avete sentito?-

-Certo, che l’abbiamo sentito. Secondo te siamo sordi?-

- No, non intendevo quello. Ho sentito…-

- Per la miseria, Zac, scendi a prendere quelle bistecche e muoviti! Non abbiamo tempo da perdere con la tua paura delle cantine!- Zac si avviò sbuffando in cantina, borbottando qualcosa sul fatto di chi dovesse aver paura.

Un attimo esatto dopo, un urlo disumano lacerò la sala.

Thom, che stava cercando il Ketchup in frigo, chiese con un sospiro a Barbara:- Vai a vedere come sta il tuo fifone, Barbie, prima che gli dia un buon motivo per spaventarsi-.

Susan non poté evitare di chiedere, mentre l’amica scendeva:- Thom… Non potresti essere più comprensivo? È il tuo amico-

Thom voleva dirle di quella volta che Zac si era spaventati come una femminuccia per un ragno di gomma, ma fu interrotto dal grido disperato di Barbara. Subito lui e Sue si precipitarono a vedere e trovarono la ragazza in lacrime davanti a Zac, accasciato sull’ultimo scalino della cantina. Il collo era stato come masticato da un animale feroce, dilaniato e squarciato in maniera tale da lasciare scoperta la trachea. Ma Thom pensava a vedere ben altro, come alla scritta per terra, incisa con del sangue rappreso: LA CARNE È SERVITA


Dopo avere avvolto Zac in un vecchio sacco a pelo, Thom passò il tempo della sua serata nella sua stanza, un po’ per essere lasciato in pace, un po’ perché Susan potesse consolare Barbie da donna a donna. Le sue sensazioni non erano sovrastate dall'angoscia per l'addio a Zac o tristezza per il fatto che quella seccatura gli avesse tolto del tempo prezioso con Susan. Era la paura, che lo teneva inchiodato al letto. Quel morso che sembrava essere stato fatto da un mostro. Quel messaggio che sembrava essere indirizzato a lui. Per un attimo la mente, per chissà quali stravaganti viaggi mentali, si intromise con i ricordi di 5 anni fa e il bungalow per un attimo tornò ad essere stretto. Si riscosse, scacciando quei pensieri per tornare a cercare Susan, certa che avesse finito con Barbara. Scendendo si rese conto che quell’oca giuliva piangeva ancora!

Cercò di avvicinarsi gentilmente, chiedendo:- Barbara… Stai meglio?-

Lei scosse la testa fra le lacrime e lui le fece una domanda che, con il senno di poi, gli sembrò davvero cretina:- Ha detto qualcosa prima di morire? Una parola di conforto, forse…-

-Dio, sì!- esclamò lei con un filo di voce, fissandolo stupita e stranita;- Ha detto… una parola strana. Aveva la gola così lacerata… Anche solo parlare… Oh mio…- Tornò a piangere, disperata.

Thom le accarezzò la testa, trattenendosi da sbuffare, sperando di calmarla:- Cosa ti sembra abbia detto?-

Lei disse tirando su con il naso:- Seven.-

Lui la fissò fingendo senza capire, anche se la sua mente sembrò voler ricordare 5 anni fa, senza ragioni apparenti. Si allontanò un attimo dopo, fingendo indifferenza e lasciando l’oca a piangere, mentre percorreva piano la scala della cantina. 5, 6… al settimo gradino, riconobbe la posizione nella quale avevano ritrovato Zac. Guardò in alto, ma il tetto era privo di buchi. A destra, l’immensa cantina. A sinistra il muro. Stava per guardare giù, quando si accorse che il sangue sul muro non ancora rappreso di Zac iniziava a muoversi, lentamente. Rimase impietrito, mentre pian piano le gocce che cominciavano a creare quello che sembrava un simbolo, ma apparve a tutti gli effetti una scritta: la vide, chiara come il sole.

SAAT KADAM

Corse su rapido come non mai, afferrando Susan per un braccio e trascinandola giù per la scala, per poi mostrarle il muro, ma si accorse che era tornato lindo come prima dell'incidente. Provò ad articolare qualcosa, ma tutto quello che uscivano dalla sua bocca erano mugolii degni di un Chihuahua.

-Thom… Tutto bene? Sei pallido…-

Thom capì che stava facendo una pessima figura, perciò disse dopo essersi schiarito la voce:- Se… Se non onorassimo la memoria di Zac con una bella grigliata, Zac stesso si offenderebbe… Prendo le bistecche. Voi iniziate ad apparecchiare-


-Hai avuto un’idea eccellente, Thom. Zac avrebbe approvato- Barbara aveva ancora gli occhi rossi, ma aveva un tenue sorriso mentre stava davanti a lui, sulla tavola apparecchiata. Susan cuoceva le bistecche sul fornello e tutto sembrava andare per il verso giusto, per Thom. Anzi, fissandola bene, pure Barbara aveva delle belle forme e un viso niente male.

-Oh, beh… Ho solo pensato di fare quello che avrebbe fatto chiunque al mio posto… E poi non potevamo deprimerci, in un posto mozzafiato come questo- La modestia sbaragliava ogni reticenza femminile. E ogni pensiero per un ragazzo sfigato e defunto, in quel caso.

Mentre Susan portava le bistecche a tavola, Barbara chiese accigliandosi:- Che cosa può essere stato? Un pipistrello feroce?-

-Ah, non lo so. Poteva anche essere un Opossum. Eppure… Qualunque cosa fosse non capisco cosa potrebbe essere stato. Probabilmente era entrato dalla finestra- rifletté lui versandosi della salsa barbecue sulla bistecca.

Susan, nel sedersi accanto a lui, lo fissò interrogativa:- E se fosse stata una scimmia?-

Lui inarcò le sopracciglia:- Dipende. Esistono scimmie carnivore?-

La faccia esterrefatta di Susan gli sembrava una reazione esagerata alla sua domanda, finché non si accorse che non fissava lui, ma il suo piatto. Si accorse inorridito che anche la sua salsa iniziava a compattarsi fino a formare quella scritta: SAAT KADAM. Un attimo dopo, il panico totale. I piatti iniziarono a saltare fuori dalla credenza e a fiondarsi verso le teste degli ospiti di casa, il lampadario cominciò a spegnersi e riaccendersi come impazzito, il vecchio telefono a scatti iniziò a trillare come impazzito, le finestre iniziarono a tremare per la pressione del vento, che si faceva sempre più forte, mentre i fulmini aumentavano di intensità. Thom, che si era messo sotto il tavolo, seguito da Barbara e Susan, aspettò che il caos generale cessasse. Ci fu d’improvviso un silenzio di tomba, attenuato solo dal vento del monsone.

Poi Barbara, rialzandosi lentamente, sbiancò come un lenzuolo, urlando:- No! No! Non posso!-

Susan la raggiunse, mentre il lampadario continuava a sfarfallare come impazzito:- Barbie, cosa succede?-

-L’ho sentito! L’ho sentito! Ma no, io…- Sembrò fissare un punto dietro a Susan e Thom e urlò di nuovo. La porta d’ingresso era subito dietro di lei e non esitò a fiondarsi fuori, facendo entrare una folata di vento orribile.

- Barbie!- Susan e Thom si precipitarono dietro di lei, parandosi gli occhi dal vento, che sembrava impedire loro di proseguire. Sembrava l’avessero persa di vista, quando a un tratto Susan trattenne un gemito, indicando un punto lì vicino. Thom si parò gli occhi dalla pioggia e osservò quello che restava del corpo di Barbara, ormai privata della gola anch'essa fino all'osso, essere trascinata verso la giungla. Non vide nulla di chi la trascinava, ma gli parve di sentire un solo suono nella sua testa. La carne è ssservita


-Susan, me lo devi dire! Ora! Quando eravamo in cantina, hai visto una scritta sul pavimento?- La voce di Thom era stridula dalla disperazione, mentre scuoteva Susan per le spalle. Aveva chiuso la porta e sbarrato le finestre con il catenaccio, il tutto senza dire una parola alla ragazza che, piangente, gli chiedeva di andare a cercare l’amica. Lui non le dava ascolto: pensava solo alla distanza tra loro e lei, sette dannati passi precisi che li separavano. E se avesse dovuto scommettere sulla 'misteriosa’ cosa sentita da Barbara, avrebbe sentito come risposta sette. E ora stava lì, a chiedere più a sé stesso che non a Susan se non stava impazzendo.

- Io… Io… Non ho visto nulla. Che avrei dovuto vedere? E cosa c'entra, adesso?! Zac è morto, Barbie è scomparsa e tu ti preoccupi di… Di… Chi è questo Saat Kadam?- gli chiese a un certo punto tra le lacrime.

Lui fece quasi un salto all’indietro, spaventato da quel nome come non pronunciava più, ormai.

-Chi è? Chi è, Thom? Dammi una risposta!-

- Non lo vuoi sapere! Fidati, non lo vuoi…-

- Era tuo cugino, vero? Sembra un nome indiano e tuo cugino era indiano…-

- Basta, Susan, non insistere!-

- Che c'entra tuo cugino in questa storia?!- Susan sembrava indemoniata da come urlava, ma nulla sarebbe sembrato più spaventoso della frase a denti stretti pronunciata da Thomas Cretch.

- Io l’ho ucciso- Susan lo osservò come un bimbo vede un mostro in un horror la prima volta.

- L’ho ucciso… Non avevo mai quello che volevo, accanto a quel poppante viziato… Non potevo attaccare bottone a una ragazza con quel coso attaccato ai miei pantaloni, come una piattola; figurati se riuscivo a parlarti. È stato così semplice… Una spinta sembrata un incidente nel rettilario… E puf! Via! Dalla mia vita! Da questa casa!- Mentre parlava si era avvicinato lentamente a Susan, afferrandole i fianchi e fissandola minaccioso.

- E sei tornato per finire quel che hai iniziato?- chiese lei deglutendo spaventata dal suo ragazzo.

- Sono venuto qui perché ti voglio. E nessun fottuto fantasma del passato mi impedirà di averti!- Tentò di slacciarle i pantaloni, ma lei gli mollò un calcio in mezzo alle gambe, allontanandosi in fretta da lui. Thom si rialzò furioso, deciso a fargliela pagare cara. Mentre la seguiva su per le scale, gli sembrò di udire un sibilo, come una valvola del gas che si apriva, ma non ci fece caso più di tanto. Poi, la sua ragazza che si bloccava, impietrita; il suo percorso si rivolse rapidamente indietro. Saltò la scala superando Thom (e nel farlo udì il suono di una sua gamba che si spezzava) poi fece cinque passi zoppicando verso l’armadio dei coltelli. Thom la raggiunse al sesto passo, quando vide un guizzo fulmineo intorno al collo di Susan, per poi cadere ai suoi piedi.

Fu allora che Thom lo vide, come se fosse comparso allora. Masticava in silenzio, il volto coperto da un cappuccio di una felpa grigio scura con riflessi bluastri, lo stesso colore dei suoi pantaloni strappati e delle sue scarpe di pelle. Il mento sgocciolava di sangue, rappreso e fumante, mentre il suo pomo d'Adamo continuava ad andare su e giù per quel collo, glabro e segnato da strane chiazze scure.

Poi, una parola che usciva da quelle labbra sottili, con una voce sibilante e gelida:- SSSEVEN

-E muori, coglione!- Urlando dalla paura e dalla disperazione, si lanciò via da quel mostro del passato. Non voleva morire, non così. Si era accorto che la valvola del gas andava ancora e aveva un’idea: prese al sesto passo l’accendino dalla tasca e lo buttò contro la zona delle tubature aperte. In un attimo, un rombo di fiamme prese la casa dietro di lui, facendola divampare tutta. Certo che non potesse più seguirlo, Thom fece un passo fuori di casa, quando avvertì un dolore atroce al collo e cadde a terra dolorante, le mani al collo. A testa in su, lo vide finalmente in viso, il ragazzo chino su di lui. Saat! Lo stesso viso, ma senza gli occhiali, il viso crudele e scuro, quasi squamato ai bordi del collo, gli occhi ametista rettilinei come un rettile.

Lo sentì parlare, e nel farlo udì la voce orribile, come un eco in una caverna, pieno di disperazione, vide il sorriso spietato e folle, vide la bocca, irta di denti lunghi come un serpente, sporchi di carne e sangue:- Niente fumo in casssa-.

-Saat… ti prego…- supplicò Thom con voce flebile e acuta.

- Al Mamba basssstano ssssette passsssssi, Thom. E tu li hai fatti tutti- Rise in maniere così orribile da far gelare il Diavolo in persona, poi disse serio:- La carne è ssservita-. E il mondo divenne rosso.



IMG-20171126-WA0004
Negli anni avvenire, Erika Jefferson, giornalista investigativa americana di piccoli giornali, aveva voluto fare tappa a New Delhi a indagare sul triste caso di Saat Kadam, il bambino morto 15 anni prima e il cui cugino era morto tra le fiamme della casa dello zio dieci anni dopo. Nessuno le dava credito, ad Erika, perché dedita a cause del soprannaturale senza speranza. Lei non si scoraggiava e andava avanti con il suo lavoro. Decise di iniziare col lavorare al rettilario abbandonato dove era morto Saat, ormai polveroso e pieno di immondizia di poveri e vagabondi. La zona della morte del bambino era proprio lì, in una gabbia piena di sbiaditi scarabocchi. Stava per entrare dentro a indagare, quando un simbolo attrasse la sua attenzione, più vivido degli altri. Si stupì a vederlo, anzi, inorridì.

-Impossibile!- Un cerchio tagliato da una X, nero come la notte.



Vota questo racconto:

Voto complessivo:

È necessario registrarsi e collegarsi dal browser per poter votare e visualizzare i risultati.