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Manoscritto ritrovato accanto al cadavere impiccato del detenuto 214576

Scrivo questa dichiarazione in uno stato di particolare stress emotivo. Non so neanche io cosa mi sia successo esattamente quella sera di oltre un anno fa: secondo gli agenti di polizia, sono stato ritrovato in una camera da letto di un appartamento in via Trento alle ore 00.08, mezzo nudo e sporco di sangue, accanto al corpo della mia ragazza... o meglio, quello che rimaneva per l'identificazione. La scientifica ha provveduto agli accertamenti del caso, dimostrando con certezza che le ferite mortali sono state inferte con molta forza, e i graffi e i tagli sono dovuti sicuramente all'uso di un'arma affilata, un coltello da cucina, identico a quello che gli agenti di polizia mi hanno ritrovato in mano. Secondo la ricostruzione, e secondo le testimonianze degli inquilini del condominio, io e la mia compagna siamo rientrati alle 23.26 nell'appartamento. Verso le 23.43 abbiamo cominciato a discutere, non si sa bene per quale ragione. Alle 23.50, gli schiamazzi nell'appartamento sono aumentati e in particolare sembra che io stessi urlando irrazionalmente, colto da una specie di spavento innaturale, e infine, alle 23.57, si è sentito un urlo disumano, seguito da uno strano rumore, appena udibile, che nessuno è riuscito ad identificare con certezza.

Quando la polizia ha fatto irruzione, mi hanno dato appena il tempo di vestirmi, per poi sbattermi in cella in attesa dell'interrogatorio. Ero troppo scosso per poter essere subito interrogato, e ho passato l'intera notte tormentato da strane visioni ed incubi agghiaccianti. Il giorno dopo non sono riuscito a dire una parola: mi hanno descritto la scena del delitto, mi hanno descritto l'arma, mi hanno anche descritto con particolare attenzione ogni momento dell'aggressione, secondo la loro ricostruzione. Non sono riuscito a dire niente, se non qualche parola appena biascicata a bassa voce. Anche più tardi nei colloqui seguenti non sono riuscito a dire molto.

Intanto, la notizia del mostro era stata diffusa dalla stampa, e le mie foto e il mio nome per alcuni giorni campeggiarono a caratteri cubitali sulle prime pagine dei giornali e sulle aperture del telegiornale. Per più di una settimana, ricevetti solo le visite degli agenti di polizia e del mio avvocato: i primi erano sicuri di stare davanti ad un pazzo maniaco, e non mancarono le volte in cui tornai in cella ricoperto di lividi e schiaffi; il secondo invece, un magro e viscido verme assegnatomi dalla questura, era più interessato a sbrigare in fretta la faccenda, cercando di convincere le autorità di una mia presunta infermità mentale, dove invece i medici psichiatrici vedevano ancora il forte shock della sera del delitto. Quando il processo avvenne, ero ancora incapace di parlare e di poter pronunciare un discorso articolato. Riuscii solo a dichiarare che, nonostante mi sentissi sicuro della mia innocenza, avrei pagato lo stesso il mio debito con la giustizia qualunque esso fosse.

Mi condannarono inizialmente all'ergastolo, ma in seguito, visto il mio stato di salute mentale non completamente sano, ridussero la pena a trent'anni di carcere di massima sicurezza. Per quanto mi riguarda, la condanna peggiore fu quella che mi riservarono le persone a cui volevo bene: è già passato un anno da quella tragica notte, ma nessuno, né tra i miei amici né tra i miei famigliari è mai venuto a farmi visita. Forse è proprio la solitudine, il rifiuto da parte di tutte le persone che conoscevamo di aver mai avuto a che fare con noi che sicuramente fa più male, una volta rinchiusi in una cella di quattro metri per quattro.

Ma la cosa più atroce è constatare che per tutto questo tempo, ogni volta che ho cercato di ricordarmi gli eventi di quella sera, la mia mente non è mai riuscita a concentrarsi per più di un minuto. Era come se ci fosse un blocco che mi impediva di ricordarmi con certezza ciò che mi era successo: e come per uno strano scherzo del destino, ogni sera nei miei sogni ero sicuro di rivivere quelle ore, senza però mai ricordarmi nulla dopo, al risveglio. Per oltre un anno sono stato vittima di incubi e di allucinazioni terrificanti, tanto che in alcuni periodi di questa mia permanenza in carcere i miei secondini hanno dovuto far intervenire un equipe medica per sedarmi.

Tutto questo è andato avanti fino ad un mese fa, quando ho ricominciato a sentirmi meglio. Il rimorso per quella sera è ancora presente, così come per il dolore di aver perso la persona che amavo, ma gli incubi e le allucinazioni sono spariti gradualmente, fino quasi a scomparire. Ma l'aver riottenuto le mie facoltà mentali non mi rallegra, né può lenire comunque il mio dolore, perché nello stesso tempo in cui ho recuperato la mia coscienza, un altro cambiamento turba la mia psiche ancora disturbata.

Ora io ricordo perfettamente tutto quello che è successo quella sera.

Non è mia intenzione ricordare ancora il nome della mia compagna: dopo tutto questo tempo, non ho mai smesso di pensare a lei, certo, ma ricordare ora il suo nome sarebbe un oltraggio alla sua memoria, e questo andrebbe contro la mia volontà di non drammatizzare quanto accaduto. Anche perché, per quanto assurdo, strano od innaturale possa sembrare, la mia memoria, ora più sveglia che mai, ricorda quegli avvenimenti così vividamente che tremo al pensiero che possano essere veramente reali. Al tempo del crimine, io e lei eravamo felicemente fidanzati da un paio d'anni: ci eravamo conosciuti all'università, in un periodo particolarmente turbolento della ma vita: all'epoca ero infatti già impegnato sentimentalmente in un'altra relazione, con una ragazza che avevo conosciuto l'anno prima durante una vacanza in riviera.

Messe a confronto, le due ragazze erano l'una l'opposto dell'altra. Lei, la persona che io amavo e che il destino mi ha portato via con tanta violenza era una ragazza sempre allegra, poco propensa a piangere, amorevole, dotata di quel fascino semplice ma capace di fare girare la testa agli uomini: puntava tutto sulla sua solare felicità, e, pur ammettendo che da quando ci eravamo conosciuti forse lei aveva cominciato a comportarsi con più vivacità, avvicinandosi a certi miei atteggiamenti poco ortodossi e per certi versi bizzarri, tipici di una personalità estroversa e avvezza a diverse esperienze con le più diverse persone, niente in lei sembrava presagire un qualche cambiamento nel carattere o nel modo di comportarsi. Nonostante fossimo molto diversi in certi nostri atteggiamenti, l'amore che ci univa era molto forte, saldo. Mai avevo pensato di tradirla per un'altra, come spesso alcuni pensano, ma pensavo semplicemente che finché la nostra storia fosse durata avremmo avuto entrambi ottimi motivi per vivere le nostre vite insieme.

L'altra ragazza, invece, era completamente diversa. C'eravamo conosciuti quasi per caso, ad una festa organizzata da un mio amico, e subito era scattato qualcosa tra di noi: la nostra relazione fu travolgente, passionale, e ricordo bene come entrambi ad appena pochi mesi dall'inizio della nostra relazione facessimo già progetti sul nostro futuro insieme. Ilenia era fatta così: viva, energica, aveva sempre una grinta ed un'aggressività sensuale e maliziosa che sembrava ereditata da quegli animali selvatici che anche in cattività sono difficili da domare. Era bella, certo, ma di quella bellezza particolare, fatta di emozioni forti e spregiudicatezza. Avevo perso completamente la testa per lei, e nonostante anche i miei cari mi raccomandassero di non abbassare la guardia con lei, io riuscivo a malapena a reggere il suo sguardo da predatrice. Eppure, nonostante il suo essere indomabile, il nostro incontro era riuscito a mutarne il carattere, anche se solo in minima parte: il nostro, per quanto violento e irrazionale, era vero amore, dettato non solo dall'attrazione fisica.

La nostra storia insieme però era destinata a finire tragicamente. Dopo un anno e mezzo in cui ogni mio sforzo era concentrato sul soddisfare ogni suo bisogno, scoprii di alcune sue azioni passate che mi fecero cambiare idea su di lei. All'inizio, mi trovavo ancora dipendente dalla sua persona, e temevo di affrontare il problema, perché avrebbe sicuramente significato poi troncare la nostra relazione. Ma lei continuava, con il suo modo di fare sicuro, con la sua aggressività: mi resi conto quindi che l'animale selvatico che avevo una volta domato era tornato al suo stato selvaggio. Decisi per una soluzione drastica, e un giorno di febbraio, all'insaputa di tutti, arrivai fino a casa sua, ed una volta entrato -avevo ancora le chiavi del suo appartamento- distrussi tutto quello che per un motivo o per l'altro aveva significato qualcosa per noi: foto, regali, disegni, lettere d'amore: ogni cosa che si trovava davanti a me venne irrimediabilmente distrutta, strappata, e infine bruciata e buttata via. Poche ore dopo, mentre tornavo a casa in macchina, il cellulare squillò. Era lei, con la sua voce da animale tradito, carica d'odio per quello che ora considerava come il suo peggior nemico. Minacciò di rovinarmi la vita, di denunciarmi alla polizia, ma nessuna delle sue minacce poteva minimamente preoccuparmi: non poteva denunciarmi, perché non ero entrato in casa sua come un ladro, e soprattutto, non avevo distrutto niente che potesse essere di valore, se si esclude quello sentimentale, ovviamente. Le sue parole non avevano più effetto su di me, e anzi trovai la forza di risponderle a tono, sfidando apertamente la sua aggressività, per la prima ed ultima volta. Quando finalmente finii, lei non parlò subito.

Ci fu un attimo di silenzio, poi mi parlò per l'ultima volta.

Sono sempre stato una persona poco impressionabile nella vita: dove le persone normali possono avere normali reazioni di paura e di spavento davanti a frasi, immagini o eventi particolarmente crudi, io non riuscivo neanche a fingere un minimo di paura o apprensione. Ma quella volta, quando sentii la sua voce per l'ultima volta, ammetto di essermi sentito stranamente teso, tanto che non riuscii a trattenermi, e benché all'inizio rispondessi svogliato alle sue minacce, quasi meccanicamente, lasciando che sfogasse la sua rabbia senza che mi sfiorasse, dopo quelle sue parole non riuscii a trattenermi, e persi tutta la calma che avevo mantenuto fino ad una attimo prima. Sono passati degli anni da allora, ma quelle sue parole ora mi paiono così nitide, come se mi fossero state pronunciate di continuo per tutti questi anni. E se penso al significato nascosto che si nasconde dietro queste parole, rabbrividisco al solo pensiero di che cosa sia potuto accadere.

“...Non te ne rendi ancora conto probabilmente, ma tu non hai idea di che cosa hai appena scatenato. Il cane non sceglie mai quanto è lungo il guinzaglio, e tu non fai certo eccezione. Tu senza di me sei nulla, non sei neanche una persona: ed osi lo stesso ribellarti a me? Sappi una cosa allora, e ricordatela, perché ti tormenterà a lungo. Tu ti stai uccidendo. Questo tuo atteggiamento non mi farà mai soffrire quanto tu dovrai soffrire. Anche i genitori abbandonano un figlio assassino, e lo stesso fanno gli amici e i fratelli. E per quanto riguarda la felicità, prega solo che tu possa morire serenamente entro i prossimi anni: so della tua nuova amichetta, e non ho bisogno di immaginare come sarai felice di vivere con lei, o con chiunque altro dopo di lei. Ma appunto, ti auguro che i tuoi prossimi anni siano felici. Perché non puoi rimanere impunito per quello che hai fatto, e prima o poi, capirai veramente cosa vuol dire soffrire. Goditela finché puoi. Anche da morto, il padrone reclama SEMPRE ciò che è suo...”

Quando sentii queste sue parole non riuscii a trattenermi. La mia rabbia aveva raggiunto il massimo, e non riuscivo più a contenermi. Ma la cosa che mi faceva più paura era il tono con cui aveva detto quelle parole: solenne, quasi fosse una promessa, e non un semplice sfogo di rabbia. Anche il timbro della sua voce, solitamente chiaro ed acuto, era diventato a un tratto profondo, quasi abissale. Sul momento pensai che fosse convinta delle sue parole. E proprio per questo reagii violentemente, urlandole contro tutto il mio odio. Ora mi rendo però conto che più che rabbia, la mia era paura, anche se ben camuffata: quella sua promessa mi aveva sinceramente terrorizzato, e per tutta la durata del viaggio non smisi di rimuginare su quelle sue parole.

La paura però passò immediatamente, una volta tornato a casa. Per un po' di tempo non volli incontrare nessuno, e caddi in depressione: era normale, mi dicevo, d'altronde dopo una relazione così lunga ed intensa non c'era niente di strano nel provare ancora nostalgia per colei che era stata per così tanto tempo la mia compagna. Fu in quel periodo che maturai l'idea di iniziare una relazione con la ragazza che amavo: già alcuni mesi prima di abbandonare Ilenia avevo pensato di iniziare una nuova vita insieme a lei, desiderio che si era poi acuito dopo le rivelazioni sul passato di quella ragazza che mi aveva procurato così tanto dolore. Non potevo nascondere che mi interessasse, e il suo modo di fare così dolce e gentile mi avevano affascinato. Mi pareva di aver trovato quel paradiso perduto tempo prima, quella sorte di pace interiore che avevo per lungo tempo cercato. E dopo un mese circa dalla minaccia, mi fidanzai con lei.

Passammo i due anni più felici della mia vita. Lei era perfetta, e anche se all'inizio magari era un po' riservata, poco appariscente o più semplicemente poco propensa ad apparire, col tempo divenne una ragazza splendida, assolutamente fantastica, nell'aspetto e nel carattere. Certo, non mancarono momenti in cui litigammo o le difficoltà, come in ogni coppia d'altronde, ma ogni problema veniva affrontato e risolto insieme. Eravamo felici, più felici di quanto mai avrei potuto immaginare. Col tempo, il ricordo di Ilenia sparì, e così le mie paure e le mie ansie: davanti a me vedevo solo la mia vita insieme al mio amore, e non riuscivo a concepire niente di più straordinario o semplicemente bello.

Poi, quella sera...

Quella sera eravamo andati insieme ad una festa, e dopo cena eravamo tornati a casa: avremmo passato la notte insieme, come ormai era successo già in altre occasioni, ma quella volta sarebbe stato un po' diverso. A nostra vita sessuale era appagante, ed ogni volta che facevamo l'amore non mancavano le volte in cui provavamo nuove esperienze, o anche solo modi diversi di farlo. Quella sera mi aveva detto che aveva una sorpresa in serbo per me, che sicuramente mi sarebbe piaciuta. Una volta arrivati a casa, ci eravamo subito abbracciati, baciandoci appassionatamente, e nel tempo in cui percorremmo il corridoio che ci separava dalla camera da letto una buona metà dei nostri vestiti era già a terra. Mentre ci baciavamo, lei mi morse delicatamente l'orecchio, e mi disse di aspettarla un attimo; soprattutto, mi disse di tenermi pronto alla sorpresa. Non riuscii a resistere alla tentazione, e le chiesi comunque di cosa si trattasse, ma lei molto maliziosamente mi appoggiò un dito sulle labbra, dicendomi di aspettare. Desistetti quindi, e mi sdraiai braccia dietro la testa mentre la aspettavo sul letto.

Ancora adesso non riesco a capire come riuscii a trattenermi dal saltarle subito addosso quando rientrò nella stanza: non aveva più i vestiti di prima, ma indossava un tipo di lingerie che non le avevo mai visto addosso. Solitamente non era ragazza che amasse indossare capi di biancheria particolari: alcuni mesi prima avevamo comprato insieme in un negozio un completo bianco con reggiseno, tanga di pizzo e reggicalze, ma rispetto a quello che indossava adesso, anche quel completo sembrava da educanda; un corsetto di seta nero, bordato di rosso all'altezza del torace, sosteneva un seno che non avevo mai visto prima così sodo, mentre dai lati scendevano quelli che erano i reggicalze più sensuali che avessi visto; neri, ricamati con motivi arabeschi rossi, sostenevano un paio di calze a rete fine che copriva quasi interamente la gamba, tranne la parte superiore della coscia; il basso ventre era parzialmente coperto dal corsetto, ma ero riuscito ad intravedere dalla seta quasi trasparente un tanga con profilo a T, anch'esso di seta nera, parzialmente trasparente; infine, portava ai piedi un paio di stivali neri di pelle, tacco dodici. In assoluto, se il suo intento era di farmi impazzire, c'era riuscita.

Eppure, quando la vidi così conciata ebbi per un attimo un sussulto che non aveva niente a che vedere con l'eccitazione: non le avevo mai visto addosso quel completo, eppure ero sicuro di averlo già visto da un'altra parte, anche se non riuscivo a capire dove. Quei pizzi e quei fiocchi per me non erano una novità, ma qualcosa di già visto, ma non riuscivo a ricordare dove. Volevo saperne di più, ma lei non mi diede il tempo di fare domande: mi si sedette sopra, baciandomi maliziosamente il collo e abbracciandomi con passionalità la schiena, così che neanche io riuscii a resistere per più di cinque minuti... diciamo secondi.

Il mio primo istinto fu quello di spogliarla, molto lentamente, ma ogni volta che cercavo di trovare la giusta posizione per infilare le mani lungo le cerniere del completo, mi sentivo respinto via: pensai che fosse una mia reazione inconscia, visto che un tale completo meritava di rimanere indossato il più a lungo possibile. Cominciai a spaventarmi quando, circa mezz'ora dopo di effusioni varie, mi accorsi che non ero in grado di muovermi, non solo perché lei mi teneva fermo dalla sua posizione, seduta sopra di me: non riuscivo a sollevare nemmeno un dito, come se una forza invisibile mi tenesse completamente bloccato.

Fu allora che mi spaventai. Oltre alla mia impossibilità di muovermi, infatti, si era aggiunto un altro particolare che accresceva la mia ansia: il modo in cui lei si eccitava e in cui si strofinava su di me non erano i suoi: fin da quando avevamo fatto l'amore la prima volta, sapevo come lei preferisse i movimenti lenti, sensuali, come amasse concentrarsi su un'unica parte del corpo prima di proseguire con le altre. Stavolta invece sembrava colta da una specie di violenza: si muoveva velocemente, strofinando il suo corpo con gesti violenti e carichi di una furia primordiale e di desiderio diverso da quanto avessi mai immaginato da una ragazza come lei. E anche se un altro uomo avrebbe potuto non reagire a quel suo atteggiamento, ma bensì avrebbe lasciato che lei continuasse, io invece provavo un autentico terrore. Non poteva essere lei, perché non è così che era solita muoversi in quelle circostanze.

Cercai di allontanarla gentilmente da me, ma lei invece mi bloccò i polsi, cacciandomi completamente in bocca la sua lingua, fino quasi a soffocarmi. Riuscii a liberarmi a fatica, e la spinsi via da me con una spinta abbastanza violenta. Cadde a terra, e subito mi preoccupai di rialzarla in piedi, temendo di averle fatto del male. Ma quando lo feci, quando spostai i capelli dalla fronte per guardarla in viso, urlai, colto da qualcosa che era più forte del terrore stesso.

Dio mio...Per più di un anno ho continuato a rivivere quella scena, ogni notte,

ogni volta più nitida, ed ogni volta alla mattina mi risvegliavo tremante, sudato, senza più ricordare niente di quegli incubi. La mia mente ancora adesso si rifiuta di ricordare nei dettagli ciò che è successo, e anch'io, quando scoprii la verità pregai che stessi sbagliando. Ma non è così, dannazione, non è così! Dio, ti prego, dammi la forza, non sono in grado di andare oltre, ma devo, devo farlo!

Quello che vidi sotto i suoi capelli mi fece quasi collassare. Al posto del viso delicato, delle sue guance appena arrossate e dei suoi dolci occhi color nocciolai, un viso terribile mi fissava, uno sguardo di terribile violenza ed irrazionalità selvaggia. Non era una donna quella davanti a me, non era neanche un essere umano: era lo sguardo di un essere viscido, freddo e repellente, lo sguardo del crotalo prima di affondare i suoi denti veleniferi nel collo della sua vittima. Urlai spaventato il nome della mia compagna, ma quell'essere davanti a me non poteva essere lei. Mi parlò con la sua voce fredda e strisciante, una lingua il cui solo suono avrebbe fatto impazzire chiunque l'avesse ascoltata. Poi vidi quell'essere inumano prendere un oggetto affilato, e cominciò così a trapassarsi il petto, il torace, il ventre, le gambe, le braccia, e dove colpiva il completo bellissimo si tingeva di rosso, e profonde ferite si aprivano, irrorando di sangue il suo corpo, il mio, e tutta la stanza era tinta di liquido scarlatto. E la cosa continuava, anzi, ogni suo colpo era più forte di quello precedente, e anche se può sembrare incredibile, sembrava che godesse di quella mattanza del suo stesso sangue. Dopo un periodo che mi parve un'eternità, un'eternità di sangue e di atroce dolore, la cosa si infierì un ultimo micidiale colpo, all'altezza del collo, più violento di tutti gli altri messi insieme, emettendo quello che non era un urlo di dolore. No, quello che provava quell'essere, per quanto disgustoso e repellente possa sembrare, era piacere, un piacere carnale perverso, disturbato, un piacere che va contro qualunque legge della natura... della vita.

E poi, dopo avermi ancora osservato con il suo sguardo da rettile, si avvicinò a me, mentre il suo sangue continuava ancora a colare, e mi abbracciò, appoggiando le sue fredde labbra sulle mie: mentre la sua lingua strisciava sul mio corpo, la sua mano si chiuse sulla mia, appoggiando nel palmo l'impugnatura di quel coltello da cucina. Poi si staccò da me, e si accasciò al suolo, sempre con lo sguardo rivolto verso di me, sempre con quell'espressione di soddisfazione carnale mista a piacere sessuale. E poi, quel suono, quel suono che i vicini non riuscirono ad identificare.

Quelle sue risa...

So che quanto ho raccontato può sembrare solo il frutto partorito da una mente malata ed instabile, e mi rendo perfettamente conto anch'io dell'irrazionalità del mio racconto. Ho pregato che quanto avessi sognato in questi dodici mesi fossero solo incubi, immagini oniriche che si fossero mescolati alla realtà. Per questo, vista anche la mia buona condotta all'interno del carcere, e constatato dagli psicologi il mio straordinario recupero psichico quasi da una notte all'altra, mi fu permesso di accedere ad alcuni archivi della polizia, come lavoro di pubblica utilità e di recupero sociale. Fu un lavoro abbastanza faticoso, ma riuscii a trovare quanto mi interessava in un tempo relativamente breve. E voglio che chiunque legga questa dichiarazione non pensi subito alla pazzia, ma vada a controllare lui stesso quelle fonti, quei dati, e poi pensi a quanto io stesso ho raccontato.

Le mie ricerche partirono subito da alcuni particolari del delitto stabiliti dalla scientifica: pur essendo certi della forza violenta dell'aggressore, agli agenti parve strano che sul corpo della mia compagna non ci fosse alcun segno di colluttazione, e che io stesso non mi fossi affatto ferito minimamente durante l'aggressione. Anche la strana angolatura di alcuni colpi aveva fatto sorgere dei dubbi su come lei fosse stata uccisa: sembravano addirittura colpi inferti di propria volontà, o almeno, che lei non si fosse protetta in nessun modo. Ma la giustizia chiedeva un assassino da consegnare ai media, e la storia del fidanzato impazzito era perfetta per giornali e rotocalchi, così fui subito incarcerato, e nessuno al processo parlò di questi dettagli.

Altre cose che scoprii, e queste mi fecero sul serio rabbrividire, riguardavano Ilenia: alcuni mesi prima che ci lasciassimo, cosa che non avevo mai scoperto, era stata schedata dalla polizia, poiché ritrovata nei pressi di una zona fuori città dove si stavano compiendo riti esoterici. E dopo la nostra rottura, la polizia l'aveva arrestata nello stesso posto circa un anno dopo, colta in flagrante mentre officiava una di quelle abbiette cerimonie: i poliziotti tra i vari reperti trovarono diversi composti chimici tossici, droghe pesanti ma anche fiale di neurotossine ricavate dal veleno del taipan, un serpente proveniente del Sud-est asiatico, e considerato tra i più velenosi del pianeta. E pochi giorni prima che io fossi arrestato, era morta in carcere, in circostanze per niente chiare.

Ma ho dimenticato di dire la cosa più importante. Senza questo particolare, tutto ciò che ho riferito è solo il delirio di un pazzo, parole vuote e confuse, in un discorso onirico fatto di allucinazioni ed incubi ad occhi aperti. E che Dio mi perdoni, perché se le cose stanno così, significa che, comunque siano andate le cose, allora la colpa per tutto quanto è successo rimarrebbe, sempre mia, seppure in parte, e nessuna condanna sarebbe peggiore di quello che mi aspetta una volta morto.

Ai tempi della nostra relazione, avevo fatto diversi regali ad Ilenia, ma solo uno sembrò averla veramente colpita: l'avevo preso durante un viaggio all'estero, e mi parve il miglior regalo possibile per una ragazza come lei, e infatti, quando glielo mostrai, mi ringraziò come solo lei era in grado di fare. Ma poi il giorno in cui ci separammo, il giorno in cui feci irruzione a casa sua per distruggere ogni testimonianza della nostra relazione, portai via con me quell'oggetto, pensando che nessun altro avrebbe mai dovuto vederlo, anche lei stessa non lo meritava più. Non ne parlai mai con nessuno, né della mia famiglia, né dei miei amici.

La polizia frugò ogni angolo dell'appartamento dove vivevo, cercando di trovare altri indizi utili alle indagini: e trovarono anche la scatola di metallo che tenevo nascosta nel mio armadio personale. Era senza il lucchetto che avevo comprato due anni prima, e al suo interno trovarono solo una specie di biglietto di auguri, con scritto solo “indossalo”. Il biglietto ora è nei depositi della polizia, e non ho avuto la possibilità di vederlo; il rapporto continua dicendo che oltre al biglietto, sulla scatola c'erano solo alcune impronte digitali, mie e della mia compagna, e nient'altro.

Perché il completo di seta nera e pizzo rosso che avevo regalato ad Ilenia anni prima era addosso alla ragazza che giaceva morta nella camera da letto...'''


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