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Tutto era nero come una pesante tenda di velluto.

Il buio scrutava il buio con il cieco sguardo di una maledizione.

Da terra al cielo, solo uno spigolo ingobbiva l’oscurità.

Non c'era tempo, né spazio.

La tenda poteva essere enorme e distante, come minuscola e vicinissima.

O entrambe. Non c'era logica, né razionalità. Il buio ingoiava tutto. Tranne quello spigolo.

Era e finiva lì. Niente indecisioni, tentennamenti. Il silenzio era assoluto.

E quello spigolo.

Non restava spazio per altro che quello spigolo.

In quella cappa di silenzio disperato come uno scongiuro, qualcosa tirò.

Tese il buio e si aprì uno strappo nei tendaggi, strappò al contempo anche il buio.

Lo spigolo era luce. Fioca, ma accecante.

Sotto i tendaggi c'era una scatola di cristallo. Una camera di cristallo.

Pochi, spartani arredi. Un letto, un piccolo scrittoio, un armadio a due ante. Una sedia. Guardavo la camera, e non mi accorsi dell'uomo. Egli guarda fuori, picchia violentemente con i pugni e con il capo contro il vetro.

Il suo volto, oscenamente deformato da smorfie di dolore, urla. La sua voce è un coro di strida, a malapena attutite dalle pareti di vetro. A tratti sembrano latrati.

L’uomo picchia sempre più forte  il capo e le mani aperte contro il vetro.

I suoi versi si fanno ancora più terrificanti, nasali. Le mani iniziano a scorticarsi contro il vetro, sanguina dal naso e dalla fronte. Ancora un colpo con la fronte. Un altro. Ancora uno. Tonfo. L'uomo è a terra, prono, il volto rivolto verso l'esterno.

Adesso, attraverso il vetro non più appannato dal fiato né sporcato dal sangue, guardo la sua faccia martoriata e lentamente ne distinguo i particolari. Ridotto ad una maschera di sangue, con orrore vedo ferite vecchie alternarsi alle nuove, lividi ormai gialli al fianco di quelli ancora rossi e viola. Tagli, abrasioni. Respira ancora, e appanna leggermente il vetro in corrispondenza della sua bocca. Ha le mani insanguinate. Stringono un oggetto lungo, sottile. Una penna. Sopra vi è infilzato un grumo sanguinolento. Cielo, quest'uomo si è strappato la lingua con una penna. Folle. Quest'uomo è folle. Qui, dove non c'è spazio né tempo né pensiero, mi avvicino alle pareti, incuriosito da quest'uomo.

IMPRUDENTE.

Avvicinandomi, noto sullo scrittoio un quaderno nero, chiuso con un elastico. La copertina, rigida, sembra essersi piegata tempo fa, le grinze si notano appena attraverso il vetro, coperte dalle ditate rossicce. Quest'uomo scrive. NON VOGLIO SAPERE COSA.

Temo per lui, e lo temo.

Cosa succederebbe se si rialzasse? Mi vedrebbe? Durante il suo delirio di violenza non mi ha guardato, ma cosa vedrei in quegli occhi? Non so se voglio scoprirlo. Abbandonate sul pavimento della camera di vetro, ci sono quattro carte. Tre sono scoperte. Assi. Tre assi. Di cuori.

-Nell’armadio c’è il due di picche.

L'ospite (prigioniero?) della camera di vetro ha scritto sul vetro appannato.

Stranamente calmo, rispondo allo stesso modo.

-Le altre carte?

Per tutta risposta, l'uomo si alza in piedi, ad occhi chiusi, e si volta, dandomi le spalle.

Noto così che la schiena è un reticolo di tagli e graffi. Profondi, superficiali, nessuno più lungo di dieci centimetri. Dietro il suo orecchio sinistro manca la pelle, come strappata a viva forza insieme ai capelli. Il buco è poco più largo di un pollice, ma al rosso si mischiano il giallo e il bianco del pus e dei vermi. Quest'uomo sta marcendo vivo! Il mio interlocutore è scosso da conati di vomito, eco di quelli che reprimo. Riprendono le urla, più gutturali e spezzate. Penso che me ne andrò. Ma dove andare? Sono nel buio, nel nulla. Nessuna porta. Ho la nausea. Nuovamente, distolgo la mia attenzione dal prigioniero. Ancora, egli la attira. Si volta verso di me e vomita carte, sangue e vermi biancastri contro il vetro. Urlo, e per ore, giorni o forse solo qualche secondo le nostre voci sono una sola. Stremato, stramazza nuovamente al suolo, e sono io questa volta a prendere a pugni urlando il vetro. Abbandonato sul letto giace un cilindro. C'è scritto 10/6. Ingannato dal mio stesso slancio, sbatto con la testa contro il vetro, attraversandolo. Dentro ci sono solo io. Fuori, anche. Mi sorride il mio volto dall'altro lato. Un orribile sospetto mi coglie, e mi guardo le mani. Sono insanguinate, e stringono la mia lingua.

Così come lo sconosciuto aveva fatto poco prima con me, lo interpello usando il mio alito.

-Che succede?

Lui, in risposta, indica il quaderno e si volta. E sparisce nel buio.

Urlo, vano e disperato, fino a perdere la voce. Ancora una volta non so per quanto ho gridato. Ore, giorni, mesi. Distrutto, mi dirigo allo scrittoio e apro il quaderno alla prima pagina.

-Goditi la tua mente. Essa è passato, presente e futuro. Gli esseri umani, con le dovute distinzioni da lingua a lingua, chiamano questa triade “Tempo”. “Eternità”. Ma io e te sappiamo che così non è. La mente è alla fine del tempo, dove egli smette la sua corsa e non c'è più un prima o un dopo. Né un durante. Goditi il tuo inferno personale, dove mi hai rinchiuso per questi anni, nel quale sono riuscito ad attirarti. Vedi, essere malvagi porta sempre male. Prima o poi, paghi ogni debito. E ognuno è malvagio. Tu lo sei in una maniera sottile, irrazionale e ipocrita. E così sarà il tuo supplizio. Sottile come mille aghi che ti trapassano la carne, irrazionale come i vermi che ti mangiano da dentro e ipocrita come un sorriso sdentato, trapassato dalle tue ossa. Se credi che l'ateismo ti possa salvare dall'inginocchiarti e pregare, inascoltato e inesaudito, preparati ad un brusco risveglio, Biancaneve. So che mi hai guardato in faccia prima, da fuori. Vuoi vedere com'ero prima che mi distruggessi, rinchiuso nella tua gabbia di cristallo? C'è una mia foto sotto il quaderno. Spero ti ricordi di me.-




Guardo sotto il quaderno. La foto che trovo è piena di ditate rossastre, stropicciata. È la mia faccia. 


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