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Questa è una fanfiction basata sul personaggio di Ticci - Toby un Creepypasta OC ideato e disegnato da Kastoway su DeviantART. Attualmente la fanfiction è ancora in corso.

Ticci Toby Kastoway

Buona lettura!

~ Schrödinger’s Cat

Capitolo 1. Beware Modifica

Fino ad adesso ho sempre avuto una vita normale. Non facevo mai nulla di strano e di fuori dall’ordinario. La mia vita, per quanto fosse incasinata, era simile a quella di tante altre ragazze della mia età ed io non mi lamentavo mai di essere una persona comune, che rigava dritto e stava nelle righe. C’era chi alla mia età faceva un sacco di cose stravaganti, come tingersi i capelli di rosa, mettersi la minigonna a scuola, uscire con tanti ragazzi, suonare in una band, bere fino a vomitare alle feste… no, non ho mai fatto cose del genere. Voi starete pensando “che noiosa…” e io vi darei ragione; ma non sono qui per parlarvi della mia vita normale… ma di quello che è diventata dopo aver conosciuto un ragazzo. Il suo nome era… Tobias Erin Rogers.

. . .

Era una tiepida serata estiva, come tante altre in precedenza e nulla, nulla mi faceva sospettare che, proprio quella sera, sarebbe potuto succedere qualcosa di così terribile.

Il mio nome è Jenny, diminutivo di Jennifer. Nonostante il nome di origine anglosassone, sono di cittadinanza finlandese e vivo a Thur, un tranquillo paesino immerso tra i boschi sempreverdi vicino a Tampere.

Va bene, forse vi sto riempiendo la testa di dettagli e non so nemmeno a quanti di voi interessi la geografia della Finlandia, quindi vediamo di arrivare al punto.

In quel periodo era estate inoltrata, e nel paese dove abitavo non c'era molto da fare, perché tutti i miei coetanei passavano gran parte delle vacanze nelle grandi città in visita dai parenti o partivano per lunghi viaggi in Europa.

Anche la mia migliore amica, Karen, era partita con i suoi genitori per visitare la Svizzera e non sarebbe ritornata prima di tre settimane. Insomma, nel paese ero rimasta da sola e mi stavo anche annoiando a morte.

Era da qualche giorno che per ingannare il tempo e fuggire dalla monotonia di casa passavo le mie serate a intraprendere lunghe camminate nei boschi, con la sola compagnia della musica. Mentre camminavo, pensavo a tante cose... specie a cosa avrei scelto di fare dopo la maturità. Il prossimo anno mi sarei diplomata e forse avrei scelto di andare all'università. La cosa mi dava molto da pensare, perché mi preoccupavo di come avrebbe fatto mia madre a pagare le rette, visto che lavorava solo lei. Lui... scusate. Dovrei dire “mio padre”, ma abbiamo un pessimo rapporto e ho smesso di chiamarlo così.

Lui si era allontanato da noi più di un anno e mezzo fa ed era andato ad abitare in città. Che cosa facesse veramente io e mia madre non lo sapevamo, ma era solito tornare di quando in quando per chiedere soldi in prestito. Una volta mia madre rifiutò di prestargli altri soldi, perché non li restituiva mai, e lui le diede uno schiaffo. Tentò di dargliene subito un'altro, quel vigliacco, ed io riuscii a fermarlo, perché mi misi in mezzo e lo insultai chiamandolo “puttaniere del cazzo”.

Mi presi uno schiaffo. Da quella volta smisi di chiamarlo “papà”, e da allora iniziai a detestarlo.

Beh, adesso torniamo a quella sera.

Come di consueto stavo percorrendo il sentiero dietro casa mia, che si inoltrava nel bosco per chilometri. Non sono mai arrivata alla fine e non so dirvi dove porti di preciso, perché è molto lungo. Neanche gli abitanti più anziani di Thur lo sanno. In genere arrivavo fino a una vecchia baracca di legno e poi tornavo indietro; ma quella volta ero così presa dai miei pensieri che credo di aver superato la baracca senza accorgermene e di essere anche andata avanti un bel po'.

Quando capii di non avere la benché più pallida idea di dove fossi decisi subito che avrei fatto bene a tornare indietro sui miei passi. Sapete, non è molto prudente girare nei boschi di sera, e figuriamoci quanto lo sia girare su sentieri che non conosci. In quello stesso istante dalla foresta si levò un vento gelido che mi fece accapponare la pelle. Pensai subito che non era un vento tipico di quella stagione, perché un vento così freddo poteva soffiare solo d'inverno. Poi, sentii un suono simile al frusciare di foglie secche e vidi un pezzo di carta stropicciato venire trascinato da una folata di vento fino ai miei piedi.

Mi chinai e lo raccolsi. Sembrava un foglio strappato da un quaderno e la carta era ingiallita dal tempo. Notai che doveva esserci scritto qualcosa e, quando lo aprii, lessi solo una parola in inglese: “BEWARE”.

– Sta attenta? – . Pensai subito a uno scherzo di qualche idiota. Eppure, il solo raccoglierlo mi aveva fatto provare un brivido lungo la schiena. Decisi di appallottolare il foglio e di infilarlo nella tasca della felpa.

Non mi andava di lasciarlo lì, solo perché non mi piaceva l’idea di lasciare rifiuti in giro. Accesi lo schermo dello smarphone e vidi che l’orologio digitale segnava le dieci di sera.

Era già così tardi? In effetti, era difficile orientarsi con il costante sole estivo al crepuscolo. Mi infilai di nuovo le cuffie e tornai sui miei passi, ignara di quello che mi avrebbe atteso quella notte.

Dovetti camminare per un’ora buona prima di arrivare a casa, anche perché smarrii la strada un paio di volte. Cosa alquanto strana, dal momento che non mi ero mai persa fino ad ora nei boschi…

Insomma, abitavo lì da un sacco di tempo e percorrevo quei sentieri da una vita. Come potevo perdermi? Attribuii la colpa al fatto che quella sera mi sentivo... più strana del solito.

Per tutto il tempo avevo avuto come l’impressione che qualcosa mi stesse seguendo.

. . .

Quando arrivai a casa trovai mia madre in soggiorno che guardava il suo programma televisivo preferito.

«Ciao piccola, com’è andata la passeggiata?». Chiese.

«Bene». Dissi di rimando, togliendomi le scarpe all’ingresso.

«Vuoi mangiare qualcosa?».

«No, sono stanca. Vado a dormire… notte!». Le schioccai un bacio sulla guancia e sgattaiolai di sopra nella mia stanza.

Abitavamo in una casa a due piani, che era piuttosto grande per noi. Forse anche troppo grande… ma non era questo il problema. Era una vecchia casa che avevamo ereditato dai nonni ed era piena di spifferi.

Tra l’altro la mia finestra si chiudeva pure male e le tubature erano vecchie, perciò non era insolito di notte sentire sgocciolare.

Mi cambiai i vestiti per infilarmi il pigiama e accesi il computer. Fu in quel momento che notai qualcosa rotolare per terra dalla tasca della felpa. Avevo dimenticato del foglio che avevo raccolto nel bosco e in quel momento sentii ancora una volta quel brivido. Raccolsi la cartaccia e feci canestro nel bidone.

Poi, come se niente fosse, fischiettai e mi sedetti davanti al computer. Mi collegai a Skype e mi accorsi che Karen era online, così la chiamai e parlammo del più e del meno per tutta la serata.

Mi raccontò di quello che aveva visto fino a quel momento in Svizzera e di essersi comprata un sacco di vestiti nuovi. Era tipico di Karen. Era una vera accumulatrice compulsiva di vestiti.

Poi le raccontai di quello che avevo fatto in quei monotoni giorni e le parlai del foglio che avevo trovato nel bosco.

«Sarà lo scherzo di qualche idiota…». Disse, traendo la mia stessa conclusione.

«Domani qual è il tuo programma?». Le domandai, tanto per cambiare argomento.

«Uhm… mio babbo vorrebbe andare a visitare il Cern, ma non è che ne sia entusiasta».

Improvvisamente il segnale si fece disturbato.

«Karen? Karen?». La connessione cadde e fece disconnettere la chiamata. Provai un paio di volte a riconnettermi, ma non ci fu nulla da fare.

Era uno dei contro di vivere in campagna.

Le mandai un messaggio col cellulare per dirle che mi sarei connessa anche domani sera, e poi diedi un’occhiata all’orologio. Era l'una di notte. Decisi di andare a dormire. Mi infilai a letto e spensi la luce.

Ricordo che feci molta fatica a prendere sonno, ma, alla fine, mi addormentai e sognai qualcosa di strano. Non so cosa fosse più “strano” tra: l'aver sognato qualcosa di strano e il ricordare di aver sognato qualcosa di strano, perché non era nel mio solito ricordare i sogni che facevo. Fu in quel sogno che lo vidi per la prima volta: un uomo, alto, molto alto, vestito completamente di nero ad eccezione di una cravatta rossa.

Mi guardava dalla finestra spalancata della mia stanza. La cosa inquietante era che... il suo volto non era definito, anzi, sembrava che non avesse né occhi, né naso, né bocca. Eppure, avevo come l'impressione che mi stesse…

guardando.

. . .

Quando mi svegliai erano le quattro del mattino ed io ero in un bagno di sudore.

Avevo lasciato la finestra chiusa e l’avevo pagata cara. La spalancai e lasciai che il vento mi alitasse in faccia. Decisi di scendere in cucina a prendere un bicchiere d’acqua.

Quando passai davanti al soggiorno vidi che mia madre si era addormentata sul divano. Come ogni sera. La coprii con una coperta di pile prima che rischiasse di prendersi un malanno.

Aveva la bocca socchiusa e stava leggermente russando.

Attraversai il corridoio e andai in cucina brancolando nel buio. Aprii lo sportello del frigorifero, ma la luce non funzionava. – Dannazione, come ha fatto ad andare via la corrente? – pensai seccata, mentre tastavo lo sportello del frigo in cerca della bottiglia dell’acqua.

La afferrai e ne versai il contenuto in un bicchiere, passando davanti alla finestra, dove mi sembrò di intravedere con la coda dell’occhio un bagliore arancione. Mi voltai di scatto, ma non vidi nulla.

- Sto diventando troppo paranoica… - mi rimproverai.

Tornai in camera mia e brancolai nella penombra verso il letto. Il vecchio pavimento di legno scricchiolava sotto ai miei piedi in modo sinistro, ma cercai di darmi una calmata concentrandomi su altri pensieri.

Ero quasi sul punto di stendermi sul letto quando qualcosa catturò la mia attenzione: qualcosa di bianco era appoggiato sopra le coperte, in piena vista. Qualcosa che non avevo lasciato io.

Lo raccolsi e al primo tatto, capii subito che si trattava di un foglio di carta… presi lo smarphone da sotto al cuscino e lo illuminai. Per un attimo rimasi come irrigidita: era lo stesso foglio che avevo trovato quella sera.

“BEWARE” – la scritta sembrava ancora più inquietante della prima volta che l’avevo letta. Non lo avevo buttato via? Come aveva fatto a finire sul mio letto? Ce lo doveva aver messo qualcuno per forza!

Fu quando lo realizzai che iniziai ad andare in panico. Qualcuno doveva essere entrato nella mia stanza e avercelo messo. Forse il fatto che mancava la luce in casa non era soltanto un caso.

Mi guardai intorno nella stanza spaventata, come se da un momento all’altro sarebbe sbucato fuori un serial killer come un pupazzo a molla.

Istintivamente composi il numero della polizia.

«112, qual è la vostra emergenza?». Chiese l’operatore.

«Qualcuno è entrato in casa mia!». Dissi.

«Pronto?»

«Qualcuno è entrato in casa mia! Per favore, mandate una pattuglia a controllare!»

«Pronto? Non la sento, la linea è molto disturbata!»

«Mi sente? La prego, mi aiuti!»

«Se è lo stesso ragazzino che poco fa ha fatto lo stesso scherzo, non è divertente!»

«Non è uno scherzo, c’è qualcuno in casa mia!»

L’operatore buttò giù il telefono.

– Merda! – cosa avrei dovuto fare? Improvvisamente sentii un fruscio di foglie provenire dal giardino sotto alla mia finestra e mi affacciai immediatamente.

E questa fu la prima volta che vidi Lui.

Nel mio giardino c’era una sagoma scura, un uomo, che mi stava fissando. Indossava un paio di occhialetti arancioni e, tra le mani, stava stringendo due accette.

«Mamma!». Gridai spaventata. E se avesse fatto del male a mia madre? Un brutto presentimento iniziò ad insinuarsi nella mia testa. Mi precipitai al piano di sotto a tutta birra e trovai mia madre addormentata, così come l’avevo lasciata qualche attimo prima, in soggiorno. Stava ancora russando, il che mi rincuorò molto, perché capii che stava bene.  Ma non avevo di certo tolto di mezzo il problema, perché in giardino c’era ancora un pazzo psicopatico con due accette che sarebbe potuto entrare da un momento all’altro in casa e io non potevo avvertire la polizia.

Andai in cucina e aprii uno sportello, dove su una mensola, dietro diversi pacchetti di biscotti e caffè in polvere, trovai il dissuasore elettrico che mia madre nascondeva. Poi mi infilai un paio di scarpe e uscii in giardino.

Il tizio con le accette non si era spostato di un centimetro.

«Ehi tu!». Gli urlai, prendendo coraggio. «Che cosa pensi di fare?». Il cuore aveva iniziato a martellarmi nel petto ed ero terrorizzata.

Lui era molto più alto di me e, seppure avesse un fisico snello e molto slanciato, sembrava abbastanza muscoloso. Nonostante la sua stazza, non mi tirai indietro.

«Che cosa vuoi da noi?».

In risposta, il ragazzo sollevò un braccio e indicò me stessa.

«Non mi fai paura!». Gli urlai, ma la voce mi tradii. Era evidente che avessi paura e che non avessi la benché minima possibilità contro uno come lui. Cosa avrei dovuto fare? L’unica cosa che potevo fare era scappare, ma non volevo lasciare sola e indifesa mia madre. Sapevo che non avrebbe avuto difficoltà ad entrare in casa, visto che era già riuscito ad entrare dalla finestra della mia stanza, al secondo piano.

Inaspettatamente lo vidi voltarsi indietro e correre in direzione del cancello.

«Ehi! Dove pensi di andare?». Lo seguii.

Lui scavalcò il cancello di casa dirigendosi verso il bosco. D'impulso decisi di andargli dietro. Lo so, voi direste che non è stata una decisione molto saggia e che, probabilmente, ci sarebbero state altrettante scelte migliori da fare, piuttosto che gettarsi a capofitto nella fossa dei leoni, e avreste ragione; ma vi posso assicurare che quando si ha veramente paura di perdere qualcuno di caro e si ha in circolo solo adrenalina, non si ha neanche il tempo di fermarsi a ponderare altre scelte.

Corsi più veloce che potevo, ma ogni passo sembrava che aumentasse la nostra distanza e non ci volle molto perché mi ritrovassi a guardarmi intorno alla cieca.

– È stata un’idea stupida venirgli dietro… –

Mi voltai disperatamente. Ero circondata dagli alberi e, colmo dei colmi, mi ero di nuovo persa. Possibile che non mi ricordassi dov'ero finita? Di una cosa ero certa: non ci eravamo allontanati di molto da casa mia, dovevamo essere distanti appena mezzo miglio al massimo.

– Cazzo! – le gambe mi avevano iniziato a tremare e il cuore mi batteva all’impazzata nel petto, faticavo quasi a respirare. Ero in panico.

Strinsi il dissuasore elettrico nella mano e lo accesi. Sarebbe bastata una scarica nel punto giusto per paralizzare un braccio o una gamba e fuggire da qualche parte.

Tutto intorno a me si era fatto molto silenzioso, non si udivano nemmeno gli animali.

Il sole era sorto da qualche minuto, ma non splendeva a sufficienza perché potessi individuare una via di fuga o magari un sentiero. Ero circondata dalla fitta vegetazione e ora potevo sentire dei passi.

Qualcosa, o qualcuno, si stava avvicinando a me.

Iniziai a sentire un ronzio nelle orecchie. Dapprima lo sentii molto debole, poi diventò sempre più forte, fino a diventare qualcosa di insopportabile. Non sapevo che cosa mi stesse capitando, ma decisi che sarebbe stata una buona idea iniziare a muoversi in una qualche direzione. Corsi con le gambe in spalla, immergendomi nella foresta e infischiandomene dei tagli che mi stavo procurando alle braccia e alle gambe mentre correvo in mezzo ai rovi. L’unica cosa che potevo vedere nitidamente erano solo i tronchi degli alberi, che per fortuna riuscivo ancora a evitare.

Raggiunsi un piccolo ruscello dall’aria famigliare e lo attraversai rapidamente, ma quando arrivai a riva inciampai su di un sasso e il dissuasore mi volò via dalle mani. Cercai di rialzarmi alla svelta, ma qualcosa mi fermò.

Davanti a me, il ragazzo con le accette mi stava fissando dietro quelle lenti tonde e arancioni. Riuscii a vederlo meglio: indossava una felpa con un cappuccio e la sua bocca era coperta da una maschera.

Tra le mani impugnava due accette sporche di un qualche liquido scuro rattrappito, che potevo ben immaginare cosa fosse.

Che cosa avrei dovuto fare? Ero in trappola e non c’era via di fuga tra me e lui, così iniziai a pensare che la mia vita stava per finire… e chi l’avrebbe mai immaginato che sarei morta a 17 anni, assassinata da un serial killer con le accette?

Le lacrime stavano uscendo da sole e mi stavano bagnando le guance, fermandosi sul mento. Allo stesso tempo avevo iniziato a tremare dal terrore. Avrei urlato, se solo la voce non mi si fosse bloccata tra le corde vocali.

Lui si avvicinò a me a passi ben calibrati e sollevò un’accetta con fare minaccioso, pronto a sferrare il primo colpo. Quanto avrebbe fatto male? In quanto tempo mi avrebbe fatta a pezzi?

- Mamma… ti voglio bene… - pensai, chiudendo gli occhi.

Passò un lungo attimo e poi, sentii la prima accettata...

. . .

Non ero morta.

Avevo sentito l’impatto della lama che si piantava contro qualcosa di solido, ma io… non sentivo male. Che cosa strana, perché non stavo provando dolore? Riaprii un occhio, poi aprii anche l’altro.

Ero a un palmo dal naso da lui e scivolai con lo sguardo di lato, dove trovai un’accetta col manico arancione brillante piantata nel terreno.

Che cosa gli era preso? Era così vicino a me che non avrebbe potuto sbagliare mira, quindi non doveva essere stato un caso ad avermi mancata. Perché?

Alzai lo sguardo e riuscii a vedere i suoi occhi da dietro quelle lenti arancioni. Doveva avere gli occhi molto scuri e avevano anche uno sguardo triste, perché erano pieni di lacrime.

Perché stava piangendo, se fino a qualche attimo prima voleva uccidermi ad accettate?

«L-Lyra…». Sentii un sibilo profondo provenire da dietro la sua maschera. – Lyra? Sembrava il nome di una persona… - nel frattempo indietreggiai e mi accorsi che, affianco a lui, c’era il sentiero che portava a casa mia.

Avrei potuto cogliere a mio vantaggio quel suo momento di debolezza e correre a tutta birra, ma qualcosa mi stava bloccando.

Paura? Di certo ne avevo molta, ma non era quella a fermarmi. Sentivo che le mie gambe si erano fatte incredibilmente pesanti e non riuscivo a muoverle. Poi ebbi un colpo di calore e iniziai a sudare freddo… merda, stavo andando in ipoglicemia. Avevo dimenticato di aver fatto l’insulina quella sera, prima di andare a passeggiare, e non avevo calcolato che avrei potuto avere un blackout da un momento all’altro.

E pensare che ci sono quasi nata diabetica... come avevo potuto fare un errore così grande?

Crollai a terra, e l'ultima cosa che sentii fu la fredda ghiaia contro la mia faccia. Poi, tutto prese a girare nella mia testa e persi coscienza. L'ultimo mio pensiero, in quel momento, fu che, se avesse deciso di uccidermi, almeno ora non avrei sentito nulla.


[Toby’s P.O.V.]

L’immagine di Lyra mi era comparsa nitida di fronte agli occhi, nel momento in cui l’avevo guardata meglio in viso. Le somigliava moltissimo… somigliava moltissimo a mia sorella.

Avrebbe potuto scappare e approfittarsene della mia confusione, ma aveva perso troppo tempo a capire perché la stessi risparmiando e, improvvisamente, mi era crollata sotto agli occhi.

Ho sfilato un guanto e mi sono chinato su di lei per prenderle il polso. I battiti erano regolari e sembrava che si fosse semplicemente addormentata. Le sfiorai i polpastrelli e sentii che erano pieni di calli e avevano i segni di numerose punture.

– Le punture per la glicemia… come quelle che fanno i diabetici. – mi ricordai che anche mia zia ne soffriva. Era un grave errore per un diabetico fare l'insulina e poi, a stomaco vuoto, decidere di mettersi a correre come un pazzo nel bosco, ma quella ragazza lo aveva fatto per salvare sua madre.

Avrebbe impiegato qualche ora per riprendersi.

E se non si fosse ripresa, e qualcuno passando di lì l'avrebbe soccorsa? Non potevo sapere quanto tempo sarebbe trascorso prima che qualcuno la trovasse e comunque, con Masky e Hoody a piede libero, sarebbe stata una facile preda per chiunque.

Specie per chi aveva voltato le spalle alla sua umanità ed era rimasto solo con l'istinto per la caccia e la voglia di uccidere per il piacere di farlo.

No, io non ero così. O almeno, non ancora. Avevo appena deciso di risparmiarla. Non era la prima volta che graziavo una vittima. Sì, in effetti potrà sembrare strano, ma anche uno psicopatico come me può avere una sorta di codice morale. Mi rifiuto di uccidere i bambini, ad esempio. E scelgo quasi sempre vittime che hanno circa la mia stessa età... in genere sono bulli, curiosi o ragazzine viziate. Gente che la società non rimpiangerebbe.

Okay, non sono così buono come credete.

Anch'io ho ucciso delle persone, tante persone... e alcune di queste, sono morte perché avevano solo fatto il tremendo errore di incontrarmi al momento sbagliato nel posto sbagliato.

Non mi pento di quello che ho fatto e non ho intenzione di pentirmene. Non cerco di rimediare ai miei errori, risparmiando ogni tanto qualcuno. L'ho fatto... solo perché oggi, non sono in vena di togliere la vita a questa ragazza.

Non c'è nulla che mi lega a lei. Solo, non riesco a ucciderla.

«Sentiti fortunata…». Dissi.

Infilai una mano dietro alla sua spalla e la sollevai in braccio: era più leggera di quanto pensassi.

Ormai era l'alba e la gente sarebbe uscita di lì a poco per andare al lavoro. Avevo poco tempo per riportarla a casa sua, passando inosservato e raggiungere gli altri di ritorno dalla 'caccia'.

In che razza di guaio mi ero cacciato?

Capitolo 2. Am I going crazy? Modifica

Quando mi svegliai, il mio aspetto non era assolutamente uno dei migliori: ero pallida come un cencio, sudata e piena di tagli.

Mi alzai con cautela, perché le gambe mi stavano ancora tremando e mi ricordai il motivo per cui ero svenuta. Aprii un cassetto della scrivania e tirai fuori un pacchetto di caramelle. Ne estrassi un paio e me le infilai in bocca, iniziando a masticarle.

Qualche attimo dopo iniziai a sentirmi già molto meglio e cercai di ricostruire tutto quello che era successo la sera prima. La testa mi scoppiava e i ricordi erano offuscati, ma ero sicura più che mai che qualcosa fosse successo. Altrimenti, come diavolo avrei fatto a procurarmi tutti quei tagli alle braccia e alle gambe?

«Il foglio!» sussultai, per poi tirarmi su e cominciare a mettere sottosopra la stanza alla ricerca di quel pezzo di carta.

«Che combini, tesoro?» la voce di mia madre fece capolino da dietro la porta.

«Mamma, hai visto il mio foglio?» le domandai, ma logicamente non poteva sapere di cosa stavo parlando, dato che non gliene avevo ancora parlato.

Lei inarcò un ciglio e sospinse la porta per entrare nelle mia stanza e appoggiare una tazza fumante di caffèlatte sulla scrivania.

«Di quale foglio parli?»

«Niente, lascia perdere.» «Ah, giusto!» le si accese una lampadina «Dovevo dirti che ieri sera i nostri vicini mi hanno chiesto se potevi badare Timmy questo pomeriggio.»

«Ah sì…» risposi distratta, mentre continuavo a mettere a soqquadro la stanza.

«Ti aspettano alle tre di pomeriggio.» mi guardò sempre più stranita, probabilmente, ora si era accorta dei tagli «Tesoro, cosa ti è successo alle gambe e alle braccia?»

Smisi di cercare, ormai arresa. Niente, il tizio con le accette doveva averlo portato via…

«Non è niente, me le sono fatte ieri sera durante la passeggiata.» risposi, iniziando a sorseggiare il caffélatte.

«Cerca di camminare sui sentieri, tesoro.» mi schioccò un bacio sulla fronte e uscì dalla mia stanza.

Qualche attimo dopo, appoggiai la tazza sulla scrivania e mi abbandonai sul letto. Più mi sforzavo a pensare e più sentivo aumentare il mal di testa. Non riuscivo a ricordare molto di quello che era successo, se non qualche vago ricordo offuscato. Ero sicura che fosse stato tutto reale quello che avevo visto? E se fosse stato soltanto un sogno? Non era possibile. Allora, come mi spiegavo tutti quei tagli?

Presi il telefono e vidi che tra le ultime chiamate compariva il numero delle emergenze. Sì, adesso ricordavo: avevo chiamato la polizia ieri sera, perché qualcuno era entrato in casa. Ricordavo anche di aver corso nel bosco, di essere stata aggredita e quasi uccisa...

Dovevo denunciare alla polizia quello che mi era successo. Non potevo ignorare che l’altra notte avessi rischiato di morire! Ed ero lì lì per premere la cornetta verde, ma qualcosa mi bloccò… alla fine appoggiai il telefono sulla scrivania e andai a farmi una doccia.

Tirai fuori dall’armadio una t-shirt azzurra di Spongebob e un paio di shorts di jeans. Presi la biancheria pulita e mi diressi in bagno.

Mi squadrai per un po’ allo specchio. Avevo i capelli pieni di foglie e tutti scompigliati, mentre la maglietta non solo era sporca e sgualcita, ma la stoffa sulle spalline era leggermente lacerata. Per fortuna che mia mamma non l’aveva notato!

Aprii l’acqua e aspettai che diventasse calda. Nel frattempo, mi sbarazzai del pigiama e mi lavai i denti. Terminata l’operazione, mi infilai sotto il getto dell’acqua calda e passai delicatamente ogni punto del mio corpo con il lato morbido della spugna. Le ferite bruciavano e alcune, sanguinavano ancora.

Iniziai a massaggiare i lunghi capelli biondi con lo shampoo alla camomilla e cercai di levare, per quanto possibile, tutto ciò che era rimasto impigliato tra le ciocche. Passai al balsamo e rimasi lì sotto per altri dieci minuti, rimuginando su ciò che era successo l’altra sera. Mi ricordai un altro dettaglio: 'Lyra', il nome che il mio aggressore aveva detto quando aveva rinunciato a uccidermi. Sì, ricordavo anche le sue lacrime e i suoi occhi tristi. Mi aveva risparmiata. E non solo. Poi, doveva essere stato lui ad avermi riportata a casa, sana e salva.

Se mi avesse lasciata lì, non mi avrebbero trovata neanche dopo giorni di ricerche e avrei anche potuto rischiare di non essere in grado di raggiungere casa, anche se mi fossi svegliata.

Chiusi l’acqua e uscii dalla doccia. Mi asciugai per bene e indossai i vestiti che avevo scelto. Spazzolai i capelli e decisi di lasciarli bagnati.

Andai in camera mia e accesi il computer, decisa a fare una ricerca in internet su quel misterioso serial killer. Qualcosa, da qualche parte, sarei riuscita a trovare… 

[Toby’s P.O.V.]

Mi stavo torturando le dita da un po’ quando sentii dei passi avvicinarsi a me. A giudicare dai passi lenti e calibrati, potevo già intuire chi c'era alle mie spalle.

«Ti comporti in modo strano.» disse Masky, fermandosi a qualche passo da me.

«Io mi comporto sempre in modo strano.» ribattei, cercando di apparire tranquillo, quando un tic alla spalla mi tradii.

«Questo l’ho trovato ieri sera vicino al ruscello…» mi voltai per vedere di che si trattava e riconobbi subito l'oggetto che aveva in mano. Era un dissuasore elettrico, quello che la ragazza che avevo cercato di uccidere l'altra sera, stringeva in mano. «...lo sai che Lui non approva che lasciamo in vita le vittime.»

«Lo so.» tagliai corto, afferrando l’oggetto e infilandomelo nella tasca.

Conoscevo anch’io le Sue regole. E non lasciare le nostre vittime in vita era una di quelle principali, dal momento che potrebbero capitare molti problemi se lo facessimo con molte persone.

La gente non doveva sapere di noi Proxy e di Slenderman. Dovevano continuare a vivere nella loro ignoranza e pensare che noi esistevamo solo nelle Creepypasta, come frutto della fantasia di utenti anonimi ed è proprio per questo che siamo venuti qui. Per farci dimenticare.

Esistevano troppi filmati e recensioni sulla rete che parlavano delle nostre apparizioni e il numero delle persone che credeva che fossimo reali stava aumentando a dismisura. Ci sarebbe voluto un po’ prima che le acque si calmassero.

«Grazie.» gli dissi, prima che uscisse dalla mia stanza e si chiudesse la porta alle spalle.

Se non fosse stato per lui, molto probabilmente a quest'ora ci sarebbero stati Hoody e Slenderman al posto suo, il che, non sarebbe stata una buona cosa, dal momento che loro non tolleravano questo genere di cose.


Masky aveva mantenuto almeno quel poco di umanità che gli era rimasta, nonostante ormai fosse un Proxy da molto tempo, come Hoody, e avesse imparato a uccidere a sangue freddo.

Lui* diceva che, col tempo, mi sarei abituato anch'io e che presto, avrei fatto l'abitudine a uccidere a sangue freddo le mie vittime e che avrei iniziato a trarne piacere. La verità era che non sapevo bene quel che provavo quando uccidevo le mie vittime. Guardare i loro occhi pieni di terrore non mi dava alcun piacere, ma neanche dispiacere. Ero diventato apatico verso queste cose e credo che, per la prima volta, dopo tanto tempo, ho sentito, di aver iniziato a provare qualcosa.

Ancora, non so descrivere il misto di emozioni che ho provato quando mi sono ritrovato davanti a quella ragazza; ma nel momento in cui stavo per affondare la lama nel suo petto, mi è tornato in mente il giorno dell'incidente, in cui ho perso mia sorella e quel che ne restava della mia stabilità mentale. E allora, ho sentito un'emozione molto forte... di tristezza, paura, agonia, rabbia e qualcos'altro di cui non ricordo il nome, ma mi aveva fatto provare un peso al petto. 

Fino ad ora, non mi sono mai pentito di uccidere qualcuno. 

A dire il vero, non me ne frega niente, perché io non posso provare dolore e non posso neanche avere delle emozioni, dal momento che non sono più un essere umano. Però, ho sentito qualcosa di strano... per un attimo, ho creduto che se l'avessi uccisa, me ne sarei pentito. 


Che cosa bizzarra...

●◦●

[Jenny’s P.O.V.]

Non trovai niente che corrispondesse alla descrizione del mio aggressore. Avevo provato a cercare fra le notizie dei giornali degli ultimi 5 anni, ma ero rimasta con un pugno di mosche. Forse, si trattava di un assassino internazionale… dopotutto, non l’avevo sentito parlare per tutto il tempo, forse perché non conosceva la mia lingua o non capiva quello che gli dicevo.

Sì, dopotutto il foglietto era stato scritto in inglese e poteva essere collegato a lui. Digitai le parole chiave sul motore di ricerca di Google e finalmente trovai qualcosa…

«Creepypasta?» lessi la parola che più spesso ricorreva nei risultati.

D’un tratto il mio telefono iniziò a vibrare sulla scrivania: lo avevo lasciato in silenzioso. Lo afferrai e premetti la cornetta verde.

«Pronto?»

«Ciao Jenny!» la voce squillante di Timmy mi riscosse dai pensieri e mi ricordai dell’incarico che avevo per quel pomeriggio. Il mio cuore perse un colpo…

«Ciao Timmy! Che ore sono? Scusa, adesso arrivo subito da te!» mi affrettai a riempire la mia borsa a forma di gatto con tutto il necessario.

«Sono ancora le undici, ma i miei stanno uscendo adesso… puoi venire prima?» mi chiese lui.

Levai un sospiro di sollievo. «Certo, tra cinque minuti sono a casa tua.» Lo rassicurai.

«A dopo!» disse lui con entusiasmo.

Chiusi la chiamata.

Avrei dovuto rimandare le mie ricerche a più tardi, magari, a mente più fresca e riposata sarei riuscita a scoprire qualcosa.

●◦●

Cinque minuti dopo, ero sotto casa di Timmy e salutai i suoi genitori che stavano andando via in macchina. Erano una coppia molto simpatica e le nostre famiglie si conoscevano da una vita. Il padre di Timmy, Rupert, era un ricco impresario e la madre, Stacy, gestiva un maneggio fuori paese. Inutile dire che fossero benestanti, peccato solo che non avessero tempo per il figlio di sette anni, che spesso veniva lasciato a casa da solo.

Ero la sua babysitter da almeno quando aveva tre anni e ci conoscevamo molto bene. I suoi genitori ormai si fidavano di più a lasciarlo a me che a qualsiasi altra babysitter professionista a pagamento e poi, avevo il pro che abitavo a soli due isolati da casa loro.

Timmy mi vide dalla finestra della cucina mentre attraversavo il giardino e corse ad aprirmi la porta principale.

«Ehi Jin!» mi salutò il bambino, saltellando sull'uscio. ‘Jin’ era il soprannome che mi aveva dato lui a quattro anni e così era rimasto da allora.

«Che si fa oggi?» gli domandai con un sorrisone, mentre entravo in casa.

«C’è Adventure Time in tv!» annunciò lui entusiasta.

Ci fiondammo subito sul divano del soggiorno e cantammo a squarciagola la sigla del nostro cartone animato preferito.

Il primo pomeriggio lo passammo a guardare cartoni animati e a rifocillarci con le lasagne che Stacy aveva cucinato per noi. Sulle quattro decidemmo di usare il forno per preparare dei gustosi cupcakes con della glassa verde alieno.

Sembravo essere tornata la persona spensierata di sempre e per qualche ora, ero riuscita a levare dalla testa quello che mi era successo la scorsa notte. La mia vita stava tornando alla normalità.

«Jin! Che cosa ti è successo alle gambe?» mi chiese Timmy di punto in bianco, quando notò i graffi che mi ricoprivano gambe e braccia.

«Oh! Me li sono fatti ieri sera quando sono andata a passeggiare.» dissi, cercando di suonare meno allarmante possibile.

«Ti fanno male?» chiese preoccupato.

«No, adesso no.» gli scompigliai i capelli, per poi lasciarli tra le mani le fruste per mescolare l’impasto. «Mescoli tu, ok?»

Timmy salì su uno sgabello e iniziò a mescolare l’impasto per i cupcakes. Nel frattempo, il cielo si era oscurato ancora più del solito. Sembrava che un temporale si stesse preparando a sfogarsi proprio su di noi. Beh, tanto non dovevo uscire da nessuna parte, già…

Sospirai pesantemente.

●◦● 

Alle sette di sera prese a piovere a catinelle e i genitori di Timmy avevano chiamato per farmi sapere che per colpa del traffico non sarebbero rientrati prima delle nove. Non avevo dei gran impegni, perciò la cosa mi andò bene così.

Giocai con Timmy a Risiko e poi a Monopoli, ovviamente lasciandolo vincere per non farlo piangere. Il tempo volò rapidamente e si erano già fatte le nove e mezza, ma dei suoi genitori non si vedeva neanche l’ombra e la pioggia non accennava a smettere.

«Cosa facciamo adesso Jin?» Timmy si stava stropicciando gli occhi, cercando di non barcollare per il sonno.

«Sarà ora che ti infili il pigiama e vai a dormire, piccolo ribelle.»

«No, non voglio dormire…» mi supplicò, stringendosi forte alle mie gambe.

«Perché no? Che hai?»

«Ho paura…» piagnucolò.

«Di cosa?»

«Dell’uomo nero…»

«Non sei un po’ troppo grande per credere all’uomo nero?»

Lui scosse col capo per dire di no e si strinse ancora più forte alle mie gambe.

«E dimmi, che aspetto avrebbe questo uomo nero?»

«È vestito di nero ed è molto alto…» disse «… porta una cravatta rossa.»

«Una cravatta rossa?» inarcai un ciglio.

«Sì, e… non ha la faccia.»

«Sai che ti dico?» mi chinai alla sua altezza e lui mollò la presa «La prossima volta che lo vedi, immaginatelo con un parrucca rosa e magari con un vestito glitterato con le stelline.»

Lui rise.

«Vedrai che non ti farà più paura.» gli scompigliai ancora i capelli «E adesso vatti a lavare i denti e infilati il pigiama, che adesso vengo a leggerti una storia.»

Timmy corse al piano di sopra e lo sentii andare verso il bagno.

In tanto andai in cucina e iniziai a mettere alcuni piatti nella lavastoviglie, pensando ancora alla bizzarra descrizione dell’uomo nero. – Una cravatta rossa… tsk! Ne ha di fantasia quel bambino… – pensai sorridendo, continuando a ripetermi nella testa quella bizzarra e fantasiosa descrizione.

– Cravatta rossa... vestito di nero... niente faccia... – quelle parole si mescolavano nella mia testa e sentivo che c'era qualcosa di familiare, qualcosa che, ora, facevo fatica a ricordare.

Il telefono fisso squillò di nuovo.

Mi asciugai le mani e sollevai la cornetta, distogliendomi da quei pensieri.

«Pronto?»

«Jennifer, sei tu?» sentii la voce di mia madre.

«Sì, mamma!»

«Vuoi che ti passi a prendere? Ho visto che piove ancora forte…»

«No, fa lo stesso.»

«Va bene, ti sei portata dietro l’insulina e le siringhe?»

«Sì, è tutto nella borsa.»

«Ti mando un bacio tesoro, non fare troppo tardi.»

«A più tardi mamma, ti voglio bene.»

«Anch’io ti voglio bene.»

Appoggiai la cornetta e guardai fuori dalla finestra: ancora, stava piovendo a dirotto e non sembrava che avesse intenzione di smettere. Per fortuna mi ero portata dietro l’impermeabile.

«Ehi Jin! Ho finito!» mi urlò Timmy dalle scale.

«Ok! Tra poco arrivo.» risposi, finendo di mettere a posto le ultime stoviglie e riordinando in generale la cucina.

Qualche minuto dopo mi avviai su per le scale e raggiunsi la sua camera. Aveva una bella stanzetta, larga e spaziosa, con tanti giochi e arredata con i mobili dell’Ikea, tutta tinteggiata di un azzurro cielo con delle nuvole bianche dipinte qua e là.

Mi avvicinai alla libreria. «Che cosa ti leggo stasera?»

Lui fece spallucce.

«Va bene, scelgo io qualcosa… mmmh» sfilai un libro con una copertina verde e una scritta d’oro in corsivo. Era ‘Il piccolo principe’ di Wilde. Non era male come storia, ma forse era un po’ troppo complicato per un bambino della sua età.

Spulciai altri libri, ma mi rassegnai dopo qualche secondo, dal momento che non leggevo altro che titoli di opere di Shakespeare, Wilde e Gogol. Un giorno avrei dovuto regalargli Harry Potter e visto che non mancava molto al suo compleanno, avrei potuto cogliere l'occasione per comprare qualcosa di appropriato alla sua età.

Rassegnata, iniziai a leggere 'Il piccolo principe' finché, dopo le prime pagine, Timmy non si addormentò beatamente. Spensi la luce e lasciai accesa solo quella notturna.

Scesi al piano di sotto e alla finestra vidi arrivare la macchina dei suoi genitori.

●◦● 

Aveva smesso di piovere quando uscii.

«Sei sicura di non volere un passaggio?» chiese il padre di Timmy.

«Vado a piedi, grazie lo stesso.» sorrisi, salutando lui e sua moglie con un cenno e iniziando ad avviarmi verso casa.

«Oh Jenny!» mi voltai indietro, quando mi sentii chiamare di nuovo dalla voce di Stacy «Mercoledì faremo una piccola festa in casa per il suo compleanno, ci farebbe molto piacere se accettassi l'invito».

«Certo, verrò sicuramente!» risposi. Loro mi allargarono un sorriso.

«Buona notte Jenny!»

«’Notte!»

Il sole stava ancora tramontando al crepuscolo, mentre alcune nuvole grigie lo inseguivano all’orizzonte e si confondevano con le chiome degli alberi in lontananza. Il cielo, quella notte, era tinteggiato di un insolito scarlatto e una luce aranciata rifletteva sulle pozzanghere delle strade.

Iniziai a sentire dei passi dietro di me.

Mi voltai, ma non vidi nessuno. – Meglio se torno a casa, prima che la mamma si preoccupi troppo. – pensai, accelerando anche l’andatura.

Continuai a sentire il suono di passi alle mie spalle. Non mi voltai, ma continuai ad andare sempre più veloce, finché non presi a correre e mi fermai sotto l’insegna gialla dell’ufficio postale.


Mi guardai intorno con circospezione, ma non vidi nessuno.

– Sarà uno scherzo della mia immaginazione! – cercai di confortarmi da sola. Pensai che non avevo niente di cui dovermi preoccupare, in fondo, mi aveva risparmiata, no? Ma nonostante ciò, iniziai a credere che quello che mi era capitato la scorsa notte, forse, non era mai stato reale. E se, stessi diventando pazza? Non avevo prove di quel che mi era successo e forse, quei tagli me li ero veramente procurati quando ero andata a fare la passeggiata e tutto il resto, beh, dovevo essermelo sognato. 

Scossi la testa e pensai che non avevo nulla di cui dovermi preoccupare.

Continuai a camminare e non udii più il rumore di passi.

Quando arrivai a casa trovai le luci spente e mia madre addormentata, come di consueto, sul divano con la televisione accesa. La coprii con una coperta, poi salii le scale ed entrai in camera mia.

Accesi la luce e il fiato mi si mozzò in gola.

La finestra era spalancata e appoggiato sopra il letto, trovai il dissuasore elettrico di mia madre. - Oh cazzo! - pensai - Sì, adesso ricordo... ho preso il dissuasore per difendermi... non era un sogno! Lo sapevo! Non stavo impazzendo! - e mentre pensavo a questo, iniziai a guardarmi con circospezione per la stanza. Non c'era nessuno lì con me. 

Mi avvicinai alla finestra per chiuderla e lanciai una rapida occhiata in guardino e in quell'attimo, il cuore perse un battito. 

Vicino le siepi che limitavano la recinzione del giardino vidi un bagliore arancione.

Capitolo 3. Thank you Modifica

Non so cosa mi disse la testa in quel momento, ma, sicuramente dovevo essere diventata pazza, per aver deciso di scendere le scale a rotta di collo e precipitarmi in giardino.

Avevo lasciato le chiavi attaccate alla porta e la luce della mia stanza era rimasta accesa. Mi guardai intorno con circospezione, analizzando ogni metro quadrato di giardino che mi circondava.

«Ehi! C’è qualcuno!?» gridai.

Nessuno mi rispose. Un alito di vento gelido mi fece drizzare i peli sulla nuca. «Io… io ti volevo ringraziare.» dissi, continuando a guardarmi intorno. «Per non avermi uccisa e… per avermi riportata a casa sana e salva».

Nessuna risposta.

Sospirai. Forse stavo veramente diventando pazza… parlare da sola? Ma che cosa mi era saltato in testa? Pregai in silenzio che almeno i vicini di casa con mi avessero sentita o il giorno dopo, avrebbero iniziato a chiedere a mia madre se avevo qualche rotella fuori posto.

Rientrai in casa.

[Toby’s P.O.V.]

Sentii la porta chiudersi dietro di lei e a quel punto, decisi che era il momento di andarmene. Uscii furtivamente dal mio nascondiglio dietro le siepi e scavalcai la recinzione, per poi avviarmi sul sentiero che si inoltrava nei boschi.

Iniziai a sentirmi strano. Mi portai una mano al petto e mi sembrò di avvertire di nuovo quel senso di “peso”. Non sapevo esattamente che cos’era, ma… era qualcosa di fastidioso. In realtà, non volevo andarmene. Volevo restare.

Mi fermai sul sentiero e mi voltai indietro.

La luce della sua stanza era accesa e potevo vedere la sua esile figura, mentre si stava cambiando per indossare il pigiama e prepararsi per andare a dormire.

C'era qualcosa in lei che mi ricordava tremendamente Lyra. Oltre che per l'aspetto fisico, sembrava avere anche il suo carattere... Lyra, era sempre gentile e buona con tutti. Era capace di perdonare anche chi le faceva del male. E quando lei, mi aveva ringraziato per averla portata a casa, nonostante l'altra sera avessi anche tentato di ucciderla, beh... mi ha fatto tornare in mente Lei.

No, non dovevo pensare questo. Io, dovevo lasciare il mio passato alle spalle. Ora, non ero più 'Ticci Toby', lo sfigato che tutti prendevano in giro, pensando che fossi solo un povero ritardato mentale. Ora, Lui, aveva dato un significato alla mia esistenza e non ero qui, per piangermi addosso per quello che avevo perso nella mia vita passata.

Quel peso dal mio petto svanii in un istante e tutto, sembrò tornare come era prima.

«Hai fatto un buon lavoro.» un'altra voce interruppe i miei pensieri e mi costrinse a voltarmi indietro, verso il sentiero, dove una figura mascherata mi stava guardando.

Ero così sovrappensiero, che non mi ero neanche accorto della presenza di Masky. Per quanto tempo ero rimasto lì fermo come un'imbecille?

«Già...» dissi disinvolto, infilandomi le mani in tasca.

«Hai cancellato i suoi ricordi?»

«S-sì.» risposi.

- No, che non l'avevo fatto... - il mio labbro superiore si contrasse ed ebbi anche un tic nervoso agli occhi. Fortunatamente, erano coperti dagli occhiali e dalla maschera, e per una volta tanto non avrei fatto la figura di quello che ha sempre qualcosa da nascondere.

«Dov'è Slenderman?» domandai per distrarlo.

«Lo sai, è di nuovo dalla sua preda.» mi indicò con la punta dell'indice la direzione in cui guardare.

Notai in lontananza una casa a due piani con un bel giardino, probabilmente di una famiglia benestante, dove accanto a una finestra illuminata da una pallida luce, si trovava una lunga ombra nera di forma tentacolare.

Era la stessa casa da cui quella ragazza era uscita, appena qualche momento fa.

Peccato che quel bambino era una Sua preda adesso, e io non potevo farci nulla. Potevo solo sperare per lei che non ci sarebbe rimasta troppo male, quando un giorno o l'altro, quel bambino sarebbe sparito nel nulla.


●◦● 

[Jenny’s P.O.V.]

La mattina seguente mi svegliai sulle otto e scesi in cucina per fare colazione, quando vi trovai una spiacevole sorpresa.

«Ciao tesoro, non è che hai visto la mamma?»

Era mio padre.

«No.» risposi secca, aprendo il frigo per tirare fuori il cartone del latte. «Tu non dovresti avvisare prima di venire qui?» gli chiesi.

«Sono tuo padre e faccio ancora parte di questa famiglia, perciò questa è tecnicamente ancora casa mia.»

Appoggiai una ciotola di ceramica sul tavolo e ci versai dentro i miei cereali al miele.

«Non se non paghi l’affitto e le bollette.» ribattei velenosa.

«Ti sembra il modo di rispondermi!?» sbottò lui alzando la voce e rovesciando per terra tutto quello che avevo appoggiato sul tavolo.

Mia madre arrivò proprio in quel momento.

«Che cosa ci fai qui?» domandò lei seccata.

Presi uno straccio per pulire il pavimento dai cocci rotti della ciotola; ma mia madre mi scansò, facendomi segno di andarmene in camera mia. Uscii dalla cucina e andrai sulle scale a osservare la scena.

«Ehi dai, non trattarmi così male!» biascicò lui, cercando di avvinghiarsi a mia madre.

«Sei di nuovo ubriaco!» lo spintonò lei. «Come ti permetti di venire qui a chiedermi di nuovo soldi? Trovati un lavoro!»

Andai di sopra in camera mia e mi chiusi dentro a chiave, prima di sentirli litigare sul serio. Poco dopo, iniziarono a discutere a voce alta e iniziai a sentire degli oggetti rompersi in cucina.

– Basta… per favore, smettetela… – mi sedetti sul letto, affondai la testa tra le gambe e iniziai a piangere in silenzio.

●◦● 


Trascorsi l’intera mattinata in camera mia a sfogliare vecchi album di fotografie. La mia famiglia non era stata sempre così: c’era stato un tempo in cui eravamo felici e questo era prima che mio padre diventasse un alcolizzato.

I miei genitori si amavano veramente ed erano molto uniti. Volevano solo il meglio per me e poi, tutto successe così rapidamente… mio padre che tornava a casa ubriaco, non si capiva dove passasse la maggior parte del tempo, aveva smesso di lavorare e mia madre doveva fare i doppi turni al lavoro per saldare i suoi debiti. Presto, arrivarono alla rottura e questa è la situazione attuale.

Tirai su col naso e mi asciugai con le maniche della felpa le lacrime.

Qualche minuto più tardi, sentii bussare alla porta.

«Tesoro, sono io, mi apri?» era la voce di mia madre. Questa volta, aveva una voce diversa dal solito. Le andai ad aprire e lei entrò con un vassoio, su cui era posato un piatto pieno di pancakes con la salsa di mirtilli.

«Ho pensato che avessi fame, dopotutto non hai fatto colazione.» mi disse, appoggiando il vassoio sulla mia scrivania.

«Mamma, che cosa ti è successo all’occhio?» le domandai, non appena notai il livido attorno all’occhio che aveva provato a camuffare con un po’ di fondotinta.

«Non è niente tesoro.» disse, schioccandomi un bacio sulla fronte e sedendosi di fianco a me sul letto.

«Te l’ha fatto lui?» scattai subito in piedi per la rabbia «Se è stato lui, la prossima volta che lo vedo gli rompo il naso!»

«Stai tranquilla tesoro, ha già avuto quel che si meritava e poi…» mi rivolse un sorriso un po’ forzato «…una fanciulla a modo non va in giro a rompere i nasi alle persone. E adesso mangia!»

La seguii con lo sguardo finché non uscii dalla mia stanza.

Questa volta mio padre aveva proprio raggiunto il colmo…

●◦● 


Prima che mia madre andasse al lavoro, mi chiese di svolgere alcune commissioni per lei, tra cui andare a pagare le bollette, fare un po’ di spesa e col resto dei soldi, aveva detto che potevo comprarmi quello che mi piaceva.

Quando uscii sulla veranda, la macchina di mio padre era ancora parcheggiata davanti a casa nostra. Iniziai a sospettare che la sua permanenza sarebbe stata più lunga di quel che pensassi.

Iniziai ad avviarmi verso il marciapiede, quando sentii la porta di casa spalancarsi alle mie spalle.

«Ehi! Vuoi un passaggio?» chiese con voce roca mio padre.

«No.» tagliai corto, non fermandomi nemmeno.

Sentii la porta richiudersi e pensai che, probabilmente, doveva essere ritornato in casa. Tanto meglio così… non mi sarei per nulla al mondo fatta dare un passaggio in macchina da un ubriaco! A dire il vero, non avevo neanche idea di come facesse ad avere ancora la patente.

Raggiunsi la fermata dell’autobus e salii sulla linea che portava in città.

Sospirai pesantemente, ripensando ancora a quello che mi era successo la sera prima. Possibile che fosse tutto dentro la mia testa? Sentivo di aver bisogno di prove che quello che mi era successo fosse reale… ma perché ne avvertissi il malato bisogno, non ne avevo un’idea. Forse, era solo per avere conferma di non essere pazza.

●◦● 


Il pomeriggio passò rapidamente e avevo svolto tutte le commissioni che mia madre mi aveva assegnato. Stavo camminando per la strada principale del centro, la quale era tutta illuminata dalle vetrine dei negozi, quando decisi di entrare in una libreria.

Era la mia preferita, soprattutto perché era grandissima ed era super-rifornita di ogni genere di libro e avevano anche uno spazio dedicato alla lettura. Io e Karen la frequentavamo spesso quando venivamo a fare un giro in centro.

Tra qualche giorno Timmy avrebbe compiuto otto anni e visto che non aveva nulla di adatto alla sua età da leggere, decisi che gli avrei regalato il primo libro della saga di Harry Potter. Presi il libro dalla mensola sotto la sezione fantasy e andai a pagare, quando sopraggiunse una voce.

«Non sei un po’ cresciuta per leggere ancora quella roba?» ridacchiò una voce baritonale alle mie spalle. Mi voltai e stavo quasi per rispondergli per le rime, quando mi irrigidii.

«Professor Lars!» esclamai.

«Che cosa ci fai qui? Non avrai nostalgia della scuola.» sorrise lui.

Era il mio insegnante di fisica. Un uomo alto, tozzo, sulla cinquantina, che viveva per la sua materia. Lo scorso anno ero riuscita a ottenere il massimo dei voti in fisica, peccato soltanto che da settembre avrei avuto un nuovo insegnante.

«Beh, veramente un po' sì... ma lei perché è tornato in città? Pensavo che abitasse a Tampere ed è molto lontano da qui.»

«Ah sei molto attenta! Infatti, sono di passaggio. Io e un professore di fisica dell'università, stiamo studiando delle onde elettromagnetiche particolari e pare che la fonte sia qui in questi boschi.»

«Dev'essere interessante.» dissi, con tono un po' troppo incerto.

«E lo è!» ribatté lui con entusiasmo «Se vorrai passare qualche volta a dare un'occhiata alla nostra ricerca, siamo accampati in una baita vicino al lago Kuurin.»

«Vi passerò a trovare senz'altro.»

«Ci conto, sarà molto interessante.»

Capitolo 4. Rescue Modifica

Tornai a casa verso le sei di sera. Il cielo era ancora grigio cenere e sembrava che si stesse preparando a piovere. Quando arrivai di fronte casa, trovai ancora la macchina di mio padre parcheggiata nel vialetto e dalla finestra della cucina, potevo vedere le sagome dei miei genitori che stavano ancora discutendo. 

Nessuno poteva immaginare quanto odiassi vederli litigare. Se dovevo pensare, che solo fino ad un anno fa eravamo una famiglia perfetta, mi chiedo quale sia stata la causa della loro rottura... 

Girai la chiave nella porta ed entrai. 

«Mamma! Sono tornata a casa!» dissi, appoggiando per un momento le pesanti sporte della spesa all'ingresso. Mi tolsi le scarpe da ginnastica e le riposi nella scarpiera. 

«Non può andare avanti in questo modo, io chiederò il divorzio!» urlò mia madre dalla cucina. 

«Fa quel che cazzo ti pare!» sbottò mio padre, poi lo vidi uscire dalla cucina e avvicinarsi all'ingresso, dove mi trovavo io. 

Mi irrigidì all'istante. Mio padre mi passò di fianco, senza farmi o senza dirmi nulla. Se ne andò via sbattendo la porta di casa e lo vidi salire in macchina, e andarsene. 

Mia mamma stava piangendo in cucina, allora andai da lei. 

«Mamma, stai bene...? » dissi, non sapendo proprio da dove cominciare o come muovermi. Lei sollevò la testa, col volto rigato dalle lacrime e mi chiese di lasciarla sola. E così ho fatto. In ogni caso, non le sarei stata di gran aiuto e non avrei saputo cosa fare. 

Lasciai le buste della spesa all'ingresso, prendendo con me solo la borsa e il regalo per Timmy, poi me ne andai in camera mia.   


Accesi il computer e mi collegai a Skype. Karen non era on-line, ma aveva lasciato un messaggio per me. 

Ehi, bella amica che sei!

Ieri sera ho aspettato fino a l'una che ti collegassi.

Il Cern mi è piaciuto, però qui ormai non c'è più nulla da vedere. Forse, il prossimo venerdì torniamo a casa.

Tu che cosa hai combinato nel frattempo?

Scrivimi presto,

~ Karen.


Iniziai a scrivere tutto quello che mi era capitato la sera prima, dal momento in cui mi ero svegliata fino a quando non ero svenuta nel bosco e il tizio con le accette non mi aveva riportata a casa. Rilessi tutto il messaggio prima di spedirlo, ma... suonava così surreale che persino Karen, pur essendo la mia migliore amica, mi avrebbe dato della svitata. Sbuffai, mentre cancellavo tutto il messaggio. Le scrissi che le cose stavano andando come al solito e che i miei genitori avevano litigato. La solita solfa... già... la solita vita di merda. 

Aprii una pagina su Google e ripresi le mie ricerche. 

Tornai su quel sito in cui avevo letto quella strana parola: «Creepypasta». Dopo qualche minuto, appresi che si trattavano di storie inventate da utenti anonimi per suscitare un senso di agoscia nel lettore. - Tutto qui? - mi domandai. 

Tornai sulla pagina principale e digitai, oltre alla parola Creepypasta, anche 'storie vere' e cliccai su 'cerca'. Ovviamente, non mi sarei mai aspettata di trovare qualcosa, ma dovevo ammettere di essere rimasta sconvolta dalla moltitudine di pagine che avevo trovato. Per lo più, erano discussioni su dei forum in cui diversi utenti riportavano le proprie esperienze personali, ma nessuno parlava di un tizio con gli occhiali arancioni e le accette. Poi, trovai dei video su YouTube di utenti che dicevano di aver avuto contatti con personaggi delle Creepypasta. Un nome che ricorreva spesso era... Slenderman

Non sapevo neanche che cosa significasse. Provai a fare copia e incolla della parola e a inserirla nel browser per vedere che cosa mi sarebbe saltato fuori tra le immagini. Le foto che trovai, mi fecero gelare il sangue nelle vene. 

Niente volto, una cravatta rossa, vestito di nero, molto alto. 

Tutto coincideva con la descrizione di Timmy dell'uomo nero e coincideva anche con la mia, con la creatura che avevo sognato l'altra notte. 

Chiusi tutte le finestre aperte su Internet e spensi in fretta in pc. Poi, mi infilai il pigiama e andai a dormire.

«Non è reale... non è reale... » continuai a bisbigliare sottovoce, nascondendo la testa sotto le coperte e cercando di addormentarmi. 

. . . 

Quella notte, non riuscii a riposare bene. 

Un po' per la paura e un po' perché mi sentivo osservata. Più volte avevo lanciato un'occhiata fugace alla finestra per controllare se qualcosa mi stava guardando, ma non avevo visto niente. 

Nella mia testa, continuavo a pensare a quell'inquetante volto e al messaggio scritto su quella pagina ingiallita - “BEWARE”. 

Adesso capivo da chi dovevo stare attenta... 

. . . 

Alle sette di mattina mi alzai dal letto e scesi di sotto a fare colazione. 

Trovai un biglietto attaccato al frigo, su cui era stato scritto: "Scusami tesoro, dopo il lavoro devo passare dall'avvocato e tornerò più tardi del solito. Ci vediamo stasera, mamma." 

Sbuffai. Proprio nel momento in cui avevo bisogno della compagnia di qualcuno, tutti si erano dileguati nel nulla. 

Presi la mia ciotola e ci versai dentro latte e cereali, poi andai a fare colazione davanti alla tv. Quando la accesi, stavano dando il notiziario e parlavano dello strano fenomeno che stava facendo impazzire tutte le radio della regione. Sembrava che delle cacchio di onde elettromagnetiche stessero creando interferenze con tutte le stazioni radio. La gente del posto si lamentava con i giornalisti di non poter più ascoltare la radio. 

- Pppf! Così la gente imparerà a usare i lettori cd. - pensai, cambiando canale. Passai da un canale all'altro, notando che in tutti i telegiornali stavano dando la stessa notizia. Alla fine, riuscii a trovare un canale su cui stava andando in onda Spongebob. 

Sulle nove di mattina, quando ero ancora davanti alla tv a guardare i cartoni animati su Nickelodeon, il telefono di casa squillò. Alzai la cornetta e risposi. 

«Pronto?» 

Dall'altra parte non sentii alcuna voce. Rimasi un po' in attesa, finché non udii una specie di ronzio. Sembrava il rumore di una tv che veniva lasciata sullo statico. 

«Pronto!?» ripetei, e questa volta, oltre al ronzio, riuscii a sentire una voce ovattata. 

«Non la sento bene, provi a richiamare in un altro momento.» dissi, poi buttai giù la cornetta leggermente turbata. Tornai a sedermi sul divano, quando il mio cellulare iniziò a squillare. 

- Merda, l'ho lasciato di sopra... - pensai scocciata, iniziando a salire le scale per andare in camera mia. Quando entrai nella mia stanza trovai la finestra spalancata. Questa volta, però, non mi allarmai. Fuori stava tirando vento e la mia vecchia finestra, poteva essersi spalancata a causa di questo motivo o almeno, io così speravo... 

La richiusi, prima di afferrare il telefono che avevo lasciato sulla mensola e rispondere. 

«Pronto?» 

«Ciao Jenny, sono Rupert.» disse il padre di Timmy trafelato «Senti, volevo sapere se Timmy è da te.» domandò.

«No...» risposi «Perché? È successo qualcosa?» 

«Non riusciamo più a trovarlo!» 

«Avete guardato in giardino o dai vicini?» 

«Stiamo setacciando il quartiere, ma ancora non lo troviamo.» 

«Vengo ad aiutarvi!» 

«Grazie.» 

Riattaccai il telefono e corsi a vestirmi. Indossai le prime cose che mi capitarono sotto mano dall'armadio e presi la mia borsa a forma di gatto, poi mi precipitai di volata giù per le scale e uscii di casa. 

Corsi più veloce che potei fino alla casa di Timmy e trovai i suoi genitori per strada, che stavano chiamando a squarciagola loro figlio. 

«Jenny! Grazie di essere venuta!» disse Stacy, non appena mi vide. 

«Dove non avete ancora cercato?» domandai svelta. 

«I vicini stanno finendo di setacciare il quartiere e in tanto stanno avvisando tutti di chiamarci se qualcuno lo ritrova. Forse, è il caso che andiamo a controllare anche nei boschi qui attorno.»  

«Dovremo dividerci... » Stacy mi guardò con gli occhi gonfi dalle lacrime e Rupert annuì. C'erano almeno una dozzina di sentieri che si districavano nei boschi e avremmo impiegato il doppio del tempo se fossimo andati in gruppo. 

«Io inizierò dal sentiero dietro casa mia e poi proseguirò verso ovest.» dissi, dopodichè iniziai ad avviarmi, quando sentii una mano sulla spalla frenarmi. 

«Hai ragione Jenny, ma tu sei ancora minorenne e non posso permettermi che ti succeda qualcosa. Verrò con te.» disse Rupert. 

«Io andrò a cercare dalla parte opposta.» disse Stacy, iniziando ad avviarsi. 

Non dissi nulla e in silenzio, io e il padre di Timmy, ci dirigemmo verso casa mia. In quel momento, sentii alcune lacrime iniziare a bruciarmi gli occhi. Ero in pensiero per lui e con tutto quello che avevo passato negli ultimi giorni, non potevo che sentirmi in tensione. E se fosse stato rapito? Magari dal mio stesso aggressore? No, non era possibile... lui mi aveva salvata ed ero sicura che fosse una persona buona. Perché mai avrebbe dovuto rapire un bambino di sette anni? 

Timmy... mi resi conto in quel momento di quanto fosse stato importante per me. Avevamo giocato, cucinato, chiacchierato, scherzato e dormito insieme... dopo così tanto tempo trascorso insieme, non lo sentivo più come un estraneo, ma lo vedevo più come una sorta di fratellino piccolo. Qualcuno da proteggere, qualcuno a cui insegnare, qualcuno a cui voler bene. 

Fu troppo tardi quando mi accorsi che stavo piangendo come una fontana e Rupert, lo aveva notato. Non disse nulla, semplicemente mi diede una pacca di incoraggiamento sulla spalla. 

Superammo la staccionata di casa mia e ci avviammo lungo il sentiero che si inoltrava nel bosco per miglia e miglia, continuando a chiamare il suo nome a gran voce. Dopo quasi un'ora di cammino, oltrepassammo la baracca di legno e continuammo per altre due miglia, finché non arrivvammo a un bivio. Non ero mai arrivata fino a questo punto. 

«Penso che dovremo dividerci» suggerii a Rupert. 

Lui ricambiò il mio sguardo e poi, sospirando, disse: «D'accordo, ma tra mezzora voglio che ci incontriamo di nuovo qui al bivio, per tornare indietro insieme». 

Annuii e poi, ognuno scelse una strada e continuai da sola lungo il sentiero. 

Evidentemente, avevo scelto il sentiero meno battuto, perché la vetegazione aveva strozzato la strada e numerose erbacce erano cresciute sul terreno. Continuai per diversi metri, finché non trovai delle impronte sul fango. Erano le impronte di una piccola scarpa da ginnastica. 

Il mio cuore perse un battito. - Timmy! - pensai, continuando a camminare e cercando altre tracce. D'un tratto, affianco all'impronta del bambino, ne trovai un'altra, più grande della sua. Sembrava che Timmy avesse camminato nel bosco insieme a qualcuno. Il cuore prese a martellarmi nel petto e io, iniziai a correre, addentrandomi sempre di più in quella fitta vegetazione. 

«Timmy!» gridai il suo nome, sperando di sentirmi rispondere dalla sua voce. 

Sentii un frusciare di foglie. «Timmy!?» mi guardai intorno, ma non vidi nulla.

Ancora udii quel frusciare di foglie, poi, sentii una presenza alle mie spalle. Mi stavo quasi per voltare, quando due mani guantate mi afferrarono e una mi tappò la bocca. Cominciai subito a scalciare e a dimenarmi, ma sembrava più forte di me e non riuscivo a liberarmi da quella ferrea presa. 

Fui trascinata fino a bordi del sentiero, dietro un albero. 

«Ssssshhhh!» sibilò una voce al mio orecchio. Continuai a scalciare, cercando di liberarmi da quella presa. 

«Sta t-tranquilla.» sentii una voce parlare vicino al mio orecchio. «Non urlare.» disse, poi allentò la presa su di me, permettendomi di liberarmi. Mi voltai di scatto e sgranai gli occhi, stupita, di trovarmi di fronte allo stesso ragazzo che mi aveva aggredita meno di due giorni fa, nel bosco. 

Avrei voluto dire qualcosa, ma la voce mi era rimasta intrappolata tra le corde vocali. Poi, rabbrividì nell'istante in cui vidi le due accette, sporche di sangue rattrappito, ancorate alla cintura dei suoi jeans. 


[Toby's P.O.V.]

Nei suoi occhi potevo leggere il terrore che aveva di me. La cosa mi urtava in qualche modo, perché non avevo la minima intenzione di farle del male. Beh, forse dovevo solo cambiare il mio approcio. 

«Non ho intenzione di farti del male.» dissi in tono tranquillo e sollevando entrambe le mani. Si stava avvicinando troppo al nostro territorio di caccia e volevo solo riportarla indietro, in un posto più sicuro. 

«Che cosa hai fatto a Timmy?» domandò con la voce spezzata dalle lacrime. Probabilmente, si stava riferendo a quel bambino... 

Scossi con la testa per dire di 'no' e allo stesso tempo, un tic al collo mi tradii. Dannazione alla mia stupida sindrome di Tourette! 

I suoi occhi verdi erano diventati blocchi di grigia cenere e qualche ciocca bionda le era sfuggita  dalla coda in cui erano stati legati. Sembrava di avere la fotografia di Lyra di fronte agli occhi e questo, mi stava facendo tornare in mente tutti i belli e brutti ricordi del passato che avevo cercato di cancellare. 

«N-non puoi stare qui». Dissi con voce più o meno decisa.

«Non posso andarmene... io devo trovarlo, capisci?» e detto questo, rimase davanti a me per qualche secondo, forse, aspettando che le dicessi qualcosa; ma quando si accorse che non avrei detto nulla, provò a superarmi. 

Avanzò qualche passo, prima che io le bloccassi la strada col braccio. 

«Non andare avanti». Questa volta, ero stato ancora più deciso. 

«Devo trovarlo...» disse lei, quasi con un filo di voce  «... lui è importante per me». 

E mentre nella mia testa avevo iniziato a chiedermi perché quel moccioso fosse tanto importante per lei, avevo cominciato a sentire qualcosa lacerarmi dall'interno. Che cos'era? Che cosa mi stava succedendo? 

- CROCK! - 

Un tic nervoso mi fece scrocchiare il collo in una maniera inquietante, tanto che lei sobbalzò indietro per lo spavento. Mi afferrai la testa con entrambe le mani e feci di nuovo scrocchiare il collo dall'altra parte. 

- CRACK! - 

«Stai bene?» domandò lei. 

«S-sì.» balbettai. 

Poi, quando realizzai che mi aveva appena fatto una domanda che non mi sarei dovuto aspettare, men che meno da una persona che avevo tentato di uccidere, rimasi sorpreso e sentii ancora quella sensazione al petto. 

La stessa che avevo provato l'ultima sera che avevo lasciato casa sua. 

Era... 

Nostalgia.

. . .

«Ti aiuterò». Dissi alla fine, anche se non mi stavo rendendo conto di quello che avevo appena detto. 

Lei si illuminò quando le dissi così e... ormai, sentivo che non potevo più tornare indietro, anche se, sapevo bene che ci sarebbero state delle conseguenze e giuro, che l'ultima cosa che volevo, era coinvolgerla. 

Sono stato un'incosciente.   


[Jenny's P.O.V.]

Il ragazzo si voltò di spalle e iniziò a procedere lungo un sentiero immaginario, che ovviamente solo lui conosceva. Rimasimo in silenzio per diverso tempo e anche se non era il momento migliore per una conversazione, sentivo il bisogno di fargli qualche domanda, anche solo per allentare la tensione. 

Alla fine, presi coraggio e mi buttai. 

«Come ti chiami?». Chiesi, un po' incerta se mi avrebbe risposto o meno. 

«Tobias, ma preferisco solo Toby». 

Finalmente il ragazzo con le accette aveva un nome. 

«Quanti anni hai?» Lui ci pensò un po', prima di darmi la risposta. 

«Adesso... ne ho ventitre».

«Tu... non sei finlandese, vero?». Domandai, dal momento che avevo notato uno strano accento nella sua lingua. 

«Sono americano». 

«Parli molto bene la mia lingua, dove l'hai studiata?» 

Passò ancora più tempo prima di darmi una risposta. 

«L'ho studiata al college». Notai che ebbe una leggera contrazione alla spalla e  mi diede come l'impressione che mi stesse nascondendo qualcosa. 

Neanch'io davo molta confidenza agli estranei, ma non mi sembrava una domanda su cui ci fosse bisogno di mentire... 

«E tu?» ribatté Toby, con mia sorpresa. Mi sentii cadere dalle nuvole. 

«Io cosa?» 

«Qual è il tuo nome? Quanti anni hai?» 

«Oh! Jenny e ho diciassette anni». 

In quel momento, lo stavo guardando in viso o quel poco di viso che potevo vedere, dato che il resto era coperto dalla maschera e dagli occhialetti arancioni. Mi sembrò di vederlo abozzare un sorriso. 

Un attimo dopo, si fermò. 

Alzai lo sguardo e notai che eravamo finiti davanti a una larga radura, al centro della quale, c'era qualcosa.

Socchiusi gli occhi per vedere meglio e smisi quasi di respirare, quando riconobbi il corpicino di Timmy sdraiato sull'erba umida. 

«Timmy!». Gridai, mentre mi stavo precipitando rapidamente verso di lui. 

Quando gli arrivai vicino, cercai subito di svegliarlo, ma non dava alcun segno. Allora, mi sincerai che fosse ancora vivo, appoggiando la testa al petto per sentire se respirava. 

Il suo piccolo petto si alzava e abbassava a ritmi regolari e il suo cuore batteva veloce. Era vivo. 

Lo presi in braccio e lo avvolsi nella mia felpa, perchè non prendesse freddo. Toby, nel frattempo, mi aveva raggiunta. 

«Grazie Toby» dissi, sorridendogli, anche se lui non era del mio stesso animo, anzi, ora mi sembrava piuttosto agitato. 

«Adesso vai... » si raccomandò «... non voltarti mai indietro e non tornare mai più qui.» dietro alle lenti arancioni, notai che ebbe un tic nervoso. 

Annuii e mi rialzai, ma prima che potessi allontarmi, disse un'ultima cosa... qualcosa che mi spezzò. 

«Jenny, non sei più al sicuro a Thur... appena ti è possibile, lascia il paese e allontanati». 

Dall'inflessione della sua voce avevo capito che era piuttosto preoccupato, come se sapesse che qualcosa di brutto sarebbe potuto accadere di lì a poco. 

Annuì e corsi via stringendo Timmy al petto, senza mai voltarmi indietro. 

. . . 

Quando tornai al bivio, Rupert mi stava già aspettando e spalancò gli occhi, quando vide chi stavo tenendo in braccio. La sua fu un'esplosione di gioia nel ritrovare suo figlio. Lo prese in braccio e gli schioccò un bacio sulla fronte. 

«Dove l'hai trovato?» domandò, quando iniziammo a incamminarci verso casa. 

«Dormiva in mezzo a una radura.» risposi. Ovviamente, avevo deciso di omettere il piccolo dettaglio che qualcuno mi aveva aiutata. 

Avevo salvato Timmy e questa era l'unica cosa che mi importava al momento, ma... mi sentivo amareggiata dal fatto che avrei dovuto lasciare Thur e avevo paura che adesso, l'uomo senza volto mi avrebbe dato la caccia.

Capitolo 5. No escape Modifica

Ero ancora sorpresa di come, in mezza giornata, la storia del salvataggio di Timmy aveva fatto il giro di tutto il paese. Ora, ero diventata la tata eroina che aveva salvato il figlio dei suoi vicini. Quando Timmy si era svegliato, avevano provato a chiedergli come mai si era allontanato in quel modo da casa sua. Tutto quello che aveva saputo dire era che non se lo ricordava. Aveva spiegato ai suoi genitori che ricordava solo il momento in cui era andato a dormire la sera e il momento in cui si era svegliato in braccio a suo padre. 

Stacy e Rupert avevano pensato che Timmy stava diventando sonnambulo e io, non avevo aperto bocca a riguardo. Io sapevo la verità, ma avevo deciso di non dire nulla. Mi avrebbero presa per svitata e avrei solo peggiorato la situazione per Timmy: era un bene che non ricordasse nulla dell'accaduto.

Doveva essere stata un'esperienza traumatica essere rapito in piena notte e portato lontano nel bosco... 

Sospirai. 

Ora, avevo un altro problema a cui pensare.

. . . 

Avevo preparato una borsa. Dentro ci avevo messo qualche ricambio di vestiti e tutto il necessario per la doccia, qualche snack per il viaggio, i miei farmaci e le siringhe di insulina, una macchina fotografica digitale, delle pile, il laptop e il caricabatterie. Avevo messo tutti i miei risparmi nel portafoglio e se fosse stato necessario, avevo anche una carta di credito per poter prelevare i miei risparmi in banca. 

Era quello che avevo da parte per l'università, ma qui ci andava di mezzo la mia vita e avrei sempre potuto riguadagnarmeli. 

Avevo anche già pensato alla scusa che avrei detto a mia madre e cioè che sarei partita per il campeggio con una mia ipotetica amica di nome Brenda. Non sarebbe potuta durare a lungo come scusa; ma per il momento era sufficiente come copertura. 

Poi, avevo pensato di scrivere a Karen. 

Le avevo inviato un messaggio per posta elettronica e avevo scritto tutto quello che mi era successo: dalla notte in cui avevo incontrato Toby a quello che era accaduto proprio quella mattina. Non avevo idea di come l'avrebbe presa, ma prima di tornare in Finlandia, avrebbe avuto poco più di una settimana per mandare giù la cosa ed ero sicura che alla fine, mi avrebbe creduto. Lei era fatta così.


Si erano fatte le sei di sera e il sole stava smontando al crepuscolo. Il cielo si era incendiato di un incandescente rosso fuoco e la luce rossa che filtrava dalle finestre conferiva alla casa un'atmosfera spettrale. 

Ero irrequieta. A dire il vero, mi sentivo così da quando avevo lasciato il bosco con Rupert e Timmy. Le parole di Toby si stavano rimescolando nella mia testa, facendola quasi andare in burnout. 

Stavo aspettando che mia madre tornasse dal lavoro per dirle la scusa che avevo preparato, magari abbracciarla e respirare un po' del suo buon profumo, prima di andarmene per chissà dove. 

Esattamente, non avevo ancora stabilito una meta. Toby mi aveva detto di allontanarmi il più possibile e così, avevo pensato di andare a Tampere, a una cinquantina di chilometri da qui. Alcune lacrime iniziarono a bruciarmi gli occhi, ma le rimandai subito indietro e per distrarmi decisi di accendere la televisione in soggiorno. 

Non volevo guardare niente in particolare, solo volevo sentire un po' di rumore, così da non sentire troppo quel pesante senso di desolazione e abbandono di cui la casa era infestata. Non c'era nulla di interessante su Nickelodeon, a parte una puntata di Spongebob che avevo guardato almeno cinque volte da Timmy, così cambiai canale e lasciai sul telegiornale.


“Oggi, la gente deve ancora fare i conti con le misteriose onde elettromagnetiche che continuano a interferire per alcune ore del giorno con le radio e i cellulari della regione. All'inizio questo problema non sembrava serio, fin quando alcuni abitanti non hanno iniziato a lamentarsi di non essere riusciti a mettersi in contatto con le linee di emergenza nel momento del bisogno. Qui con noi, abbiamo il Professor Eric Lars, un ricercatore e fisico quantico che sta conducendo degli studi su queste misteriose onde elettromagnetiche”. 

All'improvviso sobbalzai sul divano, quando riconobbi il mio ex-professore di fisica delle superiori. 

«Che mi venga un colpo!». Ribattei stupita e allo stesso tempo, emozionata. 

“Professor Lars, cosa ci sa dire di queste onde elettromagnetiche? Perché stanno creando tutti questi problemi?”. La giornalista avvicinò il microfono per intervistarlo. 

“Tutti abbiamo studiato che le onde elettromagnetiche sono una forma di energia che si propaga nello spazio e nel tempo, di cui la nostra atmosfera ne è abitualmente invasa. Quello che sta capitando qui, è un fenomeno che Erwin Schrödinger spiegò tramite...” 

«Il paradosso del gatto di Schrödinger!». Dissi, ripetendo esattamente le sue stesse parole. Era il mio argomento preferito in fisica quantistica. 

“...un esperimento mentale che servì a spiegare il fenomeno della sovrapposizione di onde elettromagnetiche. Quando due onde esistono nello stesso luogo e nello stesso spazio, si crea un'interferenza. E l'effetto finale sarà... ” 

«... una distorsione». Ripetei ancora le sue parole. 

“Quindi, lei sostiene che il problema sia dovuto a delle semplici interferenze?”. Domandò la reporter. 

“Esatto. Interferenze create da un enorme campo elettromagnetico”. 

“Grazie Professor Lars. Da Katy è tutto, a voi la linea in studio”. 

Spensi la televisione.


[Toby's P.O.V.]

Si stava facendo buio e io stavo diventando sempre più impaziente. 

Ero rimasto per un'ora buona al limitare del bosco, a fissare la porta di casa sua e aspettare di vederla uscire. Le avevo detto di sbrigarsi, che cosa stava aspettando? 

Di sicuro, non avrei avuto una risposta, standomene qui fermo tutto il tempo ad aspettare che accadesse qualcosa. 

Quella notte Lui sarebbe venuto a cercarla. Per fortuna, di giorno andava in una specie di letargo e non usciva fin quando non era buio, per finire con le sue vittime. Quando non avrebbe più trovato quel bambino, avrebbe impiegato due secondi per capire chi era stato e dove poteva trovarlo. 

Non mi era del tutto chiaro come facesse a trovare le sue vittime, visto che non poteva avvalersi di un olfatto o di una vista sviluppata. 

Però, quel che sapevo era che non falliva mai. 

Una volta, Masky mi aveva spiegato che era qualcosa che aveva a che fare con le onde elettromagnetiche. Sì, doveva essere con quelle che Lui riusciva a capire cosa pensavano, poteva entrare nella loro mente e creare allucinazioni o semplicemente, controllarli come fossero stati burattini nelle sue mani. 

- Hehe – mi uscì fuori una cupa risata. 

In fondo, anche noi eravamo suoi burattini... già, ma eravamo dei burattini pensanti e in cambio di una nuova vita, dovevamo solo proteggere un segreto e far credere alla gente che Slenderman non esistesse.

Ci aveva dato qualcosa in cambio... o almeno, io mi sentivo cambiato. Una volta soffrivo di crisi epilettiche e ne avevo almeno una ogni due settimane; ma da quando ero diventato un Proxy, ero guarito. Ora, potevo anche fare a meno di prendere le medicine. 

Già... ma Slenderman non è la panacea per tutti i mali e stare vicino a lui, ha i suoi costi. Io l'ho visto. Ho visto cosa succede a chi gli sta per troppo tempo vicino: perde la sua sanità mentale e impazzisce. Hoody non aveva più rimasto un briciolo di umanità e ormai, nemmeno io, sapevo cosa c'era dietro quella maschera di stoffa. 

Prima o poi, questo destino sarebbe toccato anche a me... ma non oggi.

A passo veloce mi incamminai verso la sua casa, tenendo sottocchio la situazione e controllando che nessuno per strada mi vedesse. 


[Jenny's P.O.V.]

Si stava facendo tardi e mia mamma non era ancora tornata a casa. Le avevo fatto sei squilli, ma tutte le volte aveva risposto la segreteria telefonica. 

Sbuffai e cercai di non andare nel panico, continuando a pensare che prima o poi avrebbe visto le mie chiamate e mi avrebbe risposto. Magari era stata solo trattenuta al lavoro oppure si era fermata a ordinare delle pizze per cena. 

Non avevo nulla di cui dovermi preoccupare. 

- THUD! - 

Sobbalzai. Avevo appena udito un tonfo provenire dal piano di sopra. A giudicare al rumore, doveva essere stata la mia finestra e sembrava che qualcosa di pesante fosse caduto sul pavimento. 

Poi, sentii dei sinistri scricchiolii. 

Il cuore aveva preso a martellarmi nel petto e il panico stava prendendo il sopravvento. Guardandomi un po' intorno, afferrai il manico della scopa e uscii dalla cucina, per salire le scale e andare al piano di sopra; mentre stavo percorrendo il corridoio per avvicinarmi alla porta della mia stanza, avevo stretto tra le mani il manico della scopa, continuando a prestare ascolto agli scricchiolii. 

Quando mi trovai abbastanza vicina, intuii che doveva esserci qualcuno nella mia stanza. Presi un grande respiro e afferrai la maniglia. - Calma Jenny... magari è solo il vento... solo il vento... o forse un animale... - . Cercai di tranquillizzarmi, anche se ormai non smettevo più di tremare. 

Girai la maniglia e con un rapido gesto, aprii la porta.

Niente. 

Non c'era niente o nessuno nella mia stanza, solo la mia vecchia finestra rotta che era rimasta aperta e stava cigolando in modo sinistro. 

Levai un sospiro di sollievo e mi avvicinai per chiuderla. 

Poi, dopo aver fatto dietrofront per tornare in soggiorno ad aspettare mia madre, mi trovai a pochi passi da un paio di occhi scuri che mi fissavano dietro due lenti arancioni. 

«Wah!». Mi sfuggii un urlo per lo spavento. 

Toby se ne stava davanti a me, con le mani affondante nelle tasche dei jeans. Indossava la stessa felpa verde fango e le maniche a righe, con cui lo avevo visto quella mattina. E come sempre, insieme agli occhialetti arancioni steampunk, portava quella strana maschera che copriva solo la sua bocca e le mani erano coperte da un paio di guanti neri di pelle. 

«Scusa, mi hai spaventata Toby». Dissi, vergognandomi di avergli urlato davanti alla faccia. Neanche un secondo dopo, avevo iniziato a chiedermi cosa ci facesse nella mia camera. 

«Perché non te ne sei andata?». Domandò secco. 

«Oh beh... ecco, io stavo...». Biascicai, prima di essere interrotta. 

«Jenny non s-sei al sicuro q-qui. Stanotte Lui t-ti verrà a cercare». Balbettò. 

E detto questo, non mi lasciò neanche il tempo di reagire che mi afferrò per un braccio e mi trascinò nel corridoio e poi giù per le scale, fino al piano di sotto. 

«Aspetta!». Lo interruppi un secondo nella foga e lui allentò la presa sul mio braccio. «Che cosa ne sarà di mia madre? E Timmy? Non verrà a cercare anche loro?». 

«Lui vorrà solo te». Tagliò corto.

- Come faceva ad esserne tanto sicuro? - mi stavo chiedendo, mentre afferravo la borsa che avevo preparato, prima di precipitarmi fuori di casa con lui. Non avevo altra scelta se non fidarmi e basta. 

Camminammo lungo il marciapiede. 

Non c'era nessuno per strada; era normale, a quest'ora tutto il vicinato era seduto a tavola a consumare la cena e ascoltare i notiziari. 

«Dove hai pensato di andare?». Chiese Toby, interrompendo il silenzio. 

«A Tampere». 

«Come ci si arriva?». 

«In autobus». 

Mi accompagnò fino alla fermata più vicina e diedi una rapida occhiata agli orari, i quali informavano che la prossima linea diretta alla grande città sarebbe passata tra quarantacinque minuti.   


Nel frattempo, il sole era scomparso dietro le nuvole e una pallida luce giallo-oro si stava riflettendo sulle lenti arancioni di Toby. 

Mi voltai verso di lui, notando che i suoi occhi stavano guardando lontano, in un punto fisso, verso la foresta che circondava Thur. Mi sembrò come paralizzato. Guardai nella stessa direzione e mi sentii gelare il sangue nelle vene. 

Avevo riconosciuto la maglietta a righe di Timmy prima di vederla scomparire dietro un albero, accanto al sentiero che si addentrava nel bosco. 

«Timmy!». Lasciai cadere la borsa, pronta a precipitarmi verso di lui; ma Toby mi bloccò appena in tempo... e solo allora, capii perché lo aveva fatto. 

Al limitare della foresta, era comparsa una figura incappucciata e stava guardando proprio nella nostra direzione. In un primo istante, non riuscii a capire perché il suo volto fosse così scuro... poi, intuii che stava indossavano una maschera.

Toby mi lasciò la spalla, per estrarre le accette dalla cintura e in quello stesso istante capii che eravamo in pericolo. Dentro di me sentivo che non avrei mai più dimenticato quella notte.

Capitolo 6. Trouble Modifica

Mi sentivo esplodere. Dentro di me stava infuriando una battaglia senza tregua, tra il mio autocontrollo e l'impulso di andare a riportare Timmy indietro. Io sapevo che se si fosse avventurato ancora una volta nel bosco, questa volta, per lui non ci sarebbe più stato veramente ritorno!

Non potevo accettare che Timmy corresse il rischio di finire nelle mani dell'uomo senza volto... non potevo accettare l'idea di perderlo senza aver tentato l'impossibile per lui.

Ero così sotto pressione che non mi ero neanche accorta delle lacrime che avevano iniziato a scivolare lungo le guance. D'un tratto, il tizio incappucciato fece un cenno con la mano che sembrò un invito a seguirlo nel bosco; infatti, poco dopo si avviò rapidamente sul sentiero e scomparve nel fitto della vegetazione.

Toby, in quel momento, si voltò verso di me.

«Resta qui Jenny». Disse. «Andrò io a riprendere Timmy... ma in cambio, voglio che tu lasci Thur stasera».

«No Toby, voglio venire anch'io!». La voce mi tremò per l'agitazione. «Ti prego...». Lo supplicai, prima di scoppiare a piangere.

Mi sentivo così patetica. Ero in preda alle lacrime e sentivo che mi stavano pure tremando le gambe; ma io cercavo lo stesso di darmi un contegno per non rischiare di diventare una fontana ambulante.

Mi asciugai con le maniche della felpa le ultime lacrime e alzai lo sguardo, incrociando di nuovo gli occhi scuri di Toby. Non sembrava impietosito e con una voce calma e decisa, mi parlò.

«No Jenny, tu devi andare via di qui. Non hai idea di cosa ci sarà stanotte nella foresta e non dovresti mai v-vederlo».

Impallidii.

«Porterò via Timmy, lo nasconderò e lo proteggerò io... ma tu devi scappare prima che Lui venga a cercarti».

Le parole che disse mi scioccarono e mi risollevarono allo stesso tempo: da una parte sapevo che avrebbe salvato Timmy e lo avrebbe anche protetto; ma dall'altro, ero scossa di aver avuto di nuovo conferma che qualcosa di terribile mi stava dando la caccia.

Beh, ora mi sembrava di non avere alternative, se non fidarmi di lui e basta.

«Mi puoi promettere che lo proteggerai?».

Seguì un attimo di pausa, poi Toby alzò una mano e disegnò con l'indice una croce immaginaria sulla parte sinistra del suo petto.

«Te lo prometto». Disse.

Non dissi più nulla e lui si voltò, per iniziare a incamminarsi verso il bosco dove sarebbe andato a cercare Timmy e ad affrontare chissà quale grande e terribile pericolo di cui sapevo poco o nulla.

In qualche modo, avevo iniziato ad avere paura che quella sarebbe potuta diventare l'ultima volta che l'avrei visto e allora, sentii che dovevo fargli una domanda che da tanto tempo mi stavo facendo.

«Toby!». Lo chiamai. Il ragazzo si fermò a qualche passo da me e si voltò leggermente indietro.

«Perché mi stai aiutando?».

Silenzio. All'improvviso, tutto precipitò in un imbarazzante silenzio e per un attimo, iniziai a incolparmi di aver fatto quella domanda nel momento sbagliato. Stavo quasi per arrendermi e fargli le mie scuse, quando lui mi diede la risposta.

«Non lo so». Cercò di ribattere. «Lo faccio perché mi va e basta». Concluse con un'alzata di spalle interrotta da un tic nervoso.

Rimase lì qualche attimo a fissarmi. Gli occhi scuri che mi guardavano da dietro le lenti arancioni, sembrava avessero uno sguardo nostalgico. Conoscevo quel tipo di sguardo: era quasi lo stesso che aveva la prima volta che ci siamo incontrati... quando aveva pronunciato quel nome e aveva deciso di risparmiare la mia vita. Doveva essere per questo che mi aiutava; perché gli ricordavo qualcuno di speciale. Qualcuno che adesso non era più con lui.

Solo in quel momento, mi resi conto che avevo iniziato a vedere Toby in modo diverso. Fino a qualche giorno fa, ne sarei stata ancora terrorizzata, lo ammetto. Insomma, pensateci: un tizio che si porta due accette insanguinate nella cintura, che tiene parte del viso celata dietro una maschera e che ti aggredisce nel bosco; non può essere di certo quel tipo di persona da ispirarti fiducia!

Eppure, ora che avevo iniziato a conoscerlo, non lo vedevo più come un pericolo. Lo avrei definito come qualcosa di più vicino a... un amico.

Toby si voltò indietro, verso la foresta e riprese a incamminarsi.

Guardarlo andare via, mi fece provare una inspiegabile sensazione e uno strano impulso.

- Diavolo Jenny! Ma che ti prende? - Pensai, quando avevo iniziato a sentire dei tuffi al cuore. No, non potevo lasciarlo andare via... non così.

«Toby... aspetta!». Mi precipitai verso di lui e proprio mentre si stava voltando verso di me, lo abbracciai.

«Grazie!!».

[Toby's P.O.V.]

Non avevo avuto il tempo di capire quello che stava succedendo, che nel momento stesso in cui mi ero voltato, Jenny... mi stava abbracciando.

Ero rimasto rigido e completamente immobile. Non me lo aspettavo!

Potevo sentire il suo corpo caldo stringersi contro il mio e da così vicino, potevo anche respirare il suo dolce profumo alla camomilla dai suoi capelli. Ogni istante che passava, sentivo il cuore aver iniziato a battere all'impazzata; ma tutto sommato, dovetti ammettere che mi sentivo anche incredibilmente bene.

Avevo sentito il mio corpo sciogliersi, i tic erano improvvisamente spariti e mentre tutte queste strane cose stavano accadendo al mio corpo, avevo iniziato a sentire il petto scaldarsi. Non era semplice calore e basta: mi sentivo, come dire... in pace.

Le mie mani si mossero da sole e avvolsero Jenny. La strinsi un po' più forte contro di me; ma facendo attenzione a non stritolarla: non volevo farle del male.

Quel momento così magico, durò ancora per qualche manciata di secondi, finché lei non decise di sciogliersi dall'abbraccio e notai che sulla mia maglia aveva lasciato le sue lacrime.

«Scusami». Disse, asciugandosi gli occhi con le maniche della felpa.

«N-n-n-non è n-niente!». Risposi molto impacciato, facendomi sfuggire una stravagante risata. Lei mi aveva guardato un po' sorpresa.

Dio, perché ora mi sentivo un completo idiota? Avrei fatto bene a squagliarmela prima che la situazione diventasse imbarazzante.

In un attimo feci dietrofront e mi allontanai in direzione della foresta; mentre alcuni tic avevano preso a tormentarmi la spalla.

[Jenny's P.O.V.]

Guardai Toby allontanarsi e lo seguii con lo sguardo finché non lo vidi scomparire dietro un gruppo di abeti e dirigersi nella stessa direzione dove avevo visto Timmy di sfuggita.

Diedi un rapido sguardo all'orario sul telefono: tra mezzora sarebbe passato l'autobus.

Sospirai e trascinai i piedi verso la panchina, dove mi sedetti ad aspettare l'arrivo dell'ultima linea che avrebbe lasciato Thur quella sera.

. . .

[??? P.O.V.]

Stava calando la sera.

Cancellai un'altra traccia sul fango rattrappito, spostando un cumulo di foglie secche e calpestando il terriccio bagnato del sottobosco con la scarpa.

- Dannazione Toby... non ne sai combinare una giusta, eh? - pensai con rabbia tra me e me, mentre occultavo le orme lasciate dal passaggio di quella ragazza. Se Slenderman avesse scoperto che un'umana era stata qui, sarebbero stati guai per tutti.

In fondo, il nostro compito era semplice: sorvegliare il territorio ed evitare che gli umani si avvicinassero. Se avesse scoperto che non solo un'estranea si era avvicinata così tanto al nostro rifugio; ma che Toby le aveva anche dato il permesso di prendere la sua preda... beh, non so quali conseguenze ci sarebbero state, dato che era la prima volta che accadeva qualcosa di così grave.

Io stavo solo cercando di contenere il danno, mentre Brian era andato a recuperare la preda. Lui sapeva come fare, dato che per la sua lunga fedeltà era stato premiato con un dono. Si trattava di qualcosa di simile a condizionare le menti più fragili, come quelle dei bambini e degli adolescenti. Riportare quel marmocchio qui, sarebbe stata solo questione di pochi attimi e tutto sarebbe tornato come prima.

Come sarebbe dovuto essere.

Più tardi, sarei andato da Toby a fargli un bel discorsetto da uomo a uomo.

Quando occultai anche l'ultima traccia, udii un frusciare di foglie e mi voltai verso il centro del sentiero.

Notai qualcosa muoversi in lontananza.

. . .

[Toby's P.O.V.]

Il buio stava calando rapidamente, a causa delle nuvole che coprivano il cielo. Male, si stava mettendo molto male. Questo significava che non sarebbe mancato molto al Suo risveglio.

Avevo deciso di stare alla larga dal sentiero e mi stavo spostando rapidamente attraversando il bosco, per seguire da lontano quel ragazzino. Hoody, probabilmente, si stava aggirando anche lui da queste parti ed ero sicuro che prima o poi, ci saremmo incrociati.

Dopotutto, era chiaro che volesse incontrarmi e avevo il sospetto che avesse già capito le mie intenzioni. Uno scontro diretto non era un'ipotesi impossibile, dato che stava aspettando questa occasione da chissà quanto tempo...

Avrete già capito che tra noi due non scorre buon sangue e comunque, ho sempre avuto l'impressione di non essergli mai andato a genio. Forse, proprio a causa del fatto che sono il suo esatto opposto. Sì, credo che la nostra antipatia sia stata alimentata dal fatto che ho risparmiato la vita a qualche vittima e che ho messo i bastoni tra le ruote a Hoody un paio di volte, e... ora che stavo aiutando Jenny, le cose si sarebbero complicate ulteriormente.

Fino ad ora, abbiamo tenute nascoste le nostre antipatie, perché Lui ci aveva proibito di combattere tra di noi. Lui ci voleva tutti uniti e sottocontrollo come una specie di grande e allegra famigliola: voleva che tutti fossimo cooperativi gli uni con gli altri e che lavorassimo insieme per cercare di proteggere il segreto il più a lungo possibile.

Ma quando Slenderman non guardava... beh, era un'occasione per risolvere i problemi a modo nostro.

D'un tratto, mi accorsi che il rumore provocato dai miei passi aveva iniziato a farsi troppo 'chiassoso' per essere causato solo da un'unica persona.

Chiusi ermeticamente la mano attorno al manico dell'accetta e voltandomi indietro con un rapido scatto, la mia lama si piantò contro la corteccia di un pino.

- Doveva essere stato un falso allarme... - avevo pensato, tirando verso di me per estrarre l'accetta. D'un tratto mi ritrovai con la canna di una revolver puntata contro la tempia.

Con la coda dell'occhio vidi che una mano guantata aveva fatto scattare il cane ed era pronta per premere il grilletto. 

«Questa volta non l'ho caricata a salve». Sussurrò una voce criptica, proveniente da una fin troppo familiare e scontata figura incappucciata.

«Allora sbrighiamoci a regolare i conti, prima che qualcuno venga a fermarci». Lo provocai, estraendo l'accetta dal tronco e voltandomi verso di lui.

«Ti garantisco che tutto finirà prima che l'Operatore venga a saperlo».

. . . 

[Jenny's P.O.V.]

Mancava qualche minuto all'arrivo dell'autobus e si era già fatto buio, a causa delle nuvole che avevano oscurato il cielo. Forse, stasera ci sarebbe stato un temporale e non sembrava impossibile, dato che avevo visto lampeggiare un paio di volte.

Mi stavo torturando le dita per l'impazienza e i miei pensieri si stavano nuovamente rimescolando nella mia testa. Continuavo a chiedermi se lasciare Thur sarebbe stata una buona idea.

Ripensavo a quello che mi aveva detto Toby. Mi aveva già aiutata due volte, perché avrei dovuto mettere in dubbio la sua parola? Ma non era della fiducia che mi preoccupavo, anche se di lui sapevo relativamente poco o nulla; come faceva a sapere che cosa mi stava dando la caccia? E soprattutto, lui sarebbe stato in grado di affrontare il pericolo?

E poi, c'era quella figura incappucciata che avevo visto al limitare della foresta e non mi sembrava che avesse delle buone intenzioni.

In fondo alla strada, vidi due fanali avvicinarsi rapidamente a dove mi trovavo e l'insegna gialla a luci led che recitava – LINEA 13. TAMPERE – fare capolino dal fondo della via.

L'autobus frenò davanti alla fermata e dopo un cigolio che sembrò non terminare mai, lo sportello si aprì proprio davanti a me.  

Perché non mi stavo muovendo? Non riuscivo a staccare i piedi dal marciapiede e rimasi lì imbambolata, come un povera scema che non sapeva quello che doveva fare.

Sentivo che c'era qualcosa di forte che mi stava impedendo di andarmene.

«Signorina? Vuole salire?». Domandò l'autista.

Mi riscossi da quei pensieri e facendomi forza, strinsi la borsa, serrai di denti e iniziai a procedere verso l'entrata del bus... quando all'improvviso udii uno sparo.

- BANG! -

Il colpo echeggiò in lontananza ed era impossibile non sentirlo. Sentii il sangue congelarsi nelle vene, il cuore perdere un battito, gli occhi spalancarsi e istantaneamente, mi voltai in direzione della foresta.

Il mio sguardo saettò dal sentiero fino al punto dove avevo visto quella figura incappucciata. Mandai giù il nodo alla gola e cercai di organizzare i pensieri, nonostante la paura.

E se Toby fosse in pericolo? Chi lo avrebbe aiutato?

«Vuole salire o no?».

Interruppe di nuovo la voce seccata dell'autista, che evidentemente non aveva udito lo sparo oppure, lo aveva confuso col rimbombare di qualche tuono in lontananza.

«No. Grazie». Dissi, risoluta.

L'autista sbuffò scocciato, lo sportello si richiuse e l'ultima linea per Thur ripartì, scomparendo dietro una curva.

Il mio cuore stava accelerando di battito in battito, mentre il rimorso di non essere salita sul bus aveva iniziato a farsi strada nella mia mente; diventando molto presto un opprimente senso di colpa.

Avevo disobbedito a Toby e non osavo immaginare quale sarebbe stata la sua reazione, ma probabilmente sarebbe stato furibondo di sapere che ero ancora qua. Beh, ma io non potevo andarmene così, sapendo che lui sarebbe andato a rischiare la vita per recuperare Timmy! Insomma, mi sarei sentita un'irresponsabile a lasciarlo così. E se avesse avuto bisogno di aiuto?

Avevo qualche nozione di pronto soccorso, perché avevo partecipato a un training di rianimazione cardio-polmonare con la scuola e poi, ero stata negli scout per tanti anni. Sentivo che, in qualche modo, sarei potuta rendermi utile in qualcosa.Ormai, avevo deciso la mia sorte nel momento stesso in cui non ero salita su quel bus: quella sera sarei rimasta a Thur e avrei affrontato il pericolo.

Capitolo 7. Static Modifica

Tornai a casa di corsa e abbandonai la borsa all’ingresso.

Stavo cercando di pensare lucidamente sul da farsi, ma la mia testa si rifiutava di collaborare e il mio corpo aveva ripreso a tremare. Che cosa avrei fatto adesso? Eppure, fino a un attimo fa tutto era stato chiaro nella mia mente: andare ad aiutare Toby e portare in salvo Timmy, ma… adesso ero nel panico più totale.

Mi guardai intorno con circospezione, quando i miei occhi si posarono sul fisso di casa. Forse, dovevo chiamare la polizia? No, non era una buona idea… magari, avrei potuto chiamare i vigili o un’ambulanza.

Sollevai la cornetta e composi il numero.

Nulla. Il normale suono che mi aspettavo di sentire quando il telefono iniziava a squillare, non arrivò mai alle mie orecchie. Poi, all’improvviso si udì un crescente rumore di statico e riagganciai la cornetta inorridita.

― Cazzo! ― . Me lo sarei dovuta aspettare, no? Con tutti quei problemi che stavano causando le onde elettromagnetiche nella regione interferendo con le linee telefoniche, le radio, i computer… tutto sembrava essere cominciato negli ultimi giorni; praticamente da quando avevo conosciuto Toby e da quando l’uomo pallido aveva iniziato a darmi la caccia. Il Professor Lars sosteneva che ci fosse un campo elettromagnetico a generare queste interferenze ― iniziai a collegare gli eventi.

In qualche modo, avevano portato qualcosa con loro che era in grado di generare un campo elettromagnetico molto potente... ma cosa?

Non avevo tempo di approfondire la questione e senza tergiversare ulteriormente, andai in cucina a cercare qualcosa che potesse tornarmi utile, qualcosa che avrei potuto usare per difendermi o proteggermi; anche se non avevo bene idea di cosa cercare nella mia cucina. I miei occhi avevano analizzato rapidamente il bancone; ma tra pentole, mestoli e vecchi coltelli smussati, sembrava non esserci nulla che potesse fare al caso mio.

― Forse, sarò più fortunata in garage ― . Finalmente, il mio cervello si era deciso a sputare fuori qualche idea sensata.

Mi precipitai nel garage e iniziai a guardarmi attorno. Da quando mio padre si era trasferito, mia mamma aveva venduto la maggior parte dei suoi attrezzi per il fai-dai-te. Speravo di trovare qualcosa di metallo e di pesante da poter usare come oggetto contundente, quando i miei occhi si posarono su un paio di vecchie cesoie da giardinaggio.

Certo, avrei preferito trovare una grossa chiave inglese o un martello; ma al momento non avevo altra scelta. Afferrai le cesoie e tornai all’ingresso per tirare fuori dalla borsa a tracolla solo quello che mi sarebbe stato utile e riporlo in uno zainetto da spalla. Infilai anche le cesoie al suo interno.

Senza perdere altro tempo, mi precipitai fuori di casa dalla porta sul retro e iniziai a correre verso la foresta.

― BANG! ―.

Un altro sparo in lontananza echeggiò per tutto il bosco, facendo reagire il mio corpo con una ulteriore scarica di adrenalina; mentre continuavo a sperare di non arrivare quando sarebbe stato troppo tardi.


[Masky P.O.V.]

Merda… 

Quei due stavano di nuovo bisticciando e io non potevo intervenire, fintanto che dovevo portare il moccioso dove l’Operatore l’aveva lasciato l’ultima volta. 

Brian lo aveva ipnotizzato, perciò avrebbe potuto continuare a camminare da solo fino alla meta; ma non c’era più tempo. Lo avevo caricato di peso sulle spalle e mi stavo affrettando a portarglielo, dal momento che non sarebbe mancato molto al suo risveglio. Non sarebbe stato un bene se si fosse accorto di quello che Toby aveva fatto. 

Tra l’altro, quella umana doveva sparire. 

Avevo il presentimento che non le avesse affatto cancellato i ricordi e questo era un male, dal momento che diventava difficile, se non quasi impossibile, eliminarli quando non erano più recenti. 

Adesso, lei sapeva anche fin troppo e l’unica soluzione sicura sarebbe stata quella di eliminarla. Non mi andava l’idea di far del male a una ragazza indifesa ed era poco cavalleresco; ma almeno Toby avrebbe imparato che cosa significava responsabilità

Aveva messo in pericolo il nostro segreto e poco mancava che lei andasse a spifferare tutto in giro, se non lo aveva già fatto su qualche sito o con qualcuno. Di solito, gli umani non parlavano subito e aspettavano qualche settimana prima di denunciare i fatti alla polizia o di cercare qualche risposta su internet. Ad ogni modo, non era suo solito comportarsi così. Quando risparmiava le vittime cancellava sempre i loro ricordi; ma perché non lo aveva fatto anche con quella umana? 

Che cosa aveva di così diverso da meritarsi un trattamento speciale? 

Dannazione… forse Toby era solo troppo giovane per essere un Proxy e non aveva ancora superato certe fasi adolescenziali. Non doveva esserci altra spiegazione, altrimenti perché avrebbe dovuto mettere tutto a repentaglio per la prima bionda finlandese di passaggio?

«Jin…».

Il marmocchio mugugnò qualcosa di incomprensibile.

Quando mi voltai verso di lui, notai che stava ancora dormendo profondamente e che stava pure sbavando sulla mia giacca di pelle.

― Dannato marmocchio… ―. Avrei fatto mettere in conto anche questo a Toby e lo avrei fatto pent-

― BANG! ―.

Un altro sparo.

Affrettai di più il passo, consolandomi col pensiero che dopo aver portato all’Operatore la sua preda, sarei andato a prendere a calci nel culo quei due idioti.

Oh, eccome se lo avrei fatto…


[Toby's P.O.V.]

Fuori tre.

Gli restavano altri tre colpi e poi, avrebbe dovuto perdere tempo a ricaricare la pistola. Così, avrei colto l'occasione per sgusciare fuori e sorprenderlo in un corpo a corpo. Non era mia intenzione ucciderlo (o almeno, non potevo dato che Lui non ne sarebbe stato contento) e mi sarei dovuto accontentare di fargli solo qualche graffio; anche se l’amputazione di un arto l’avrei trovata piuttosto appagante.

Aspettare che finisse i colpi non era una faccenda troppo impegnativa, dal momento che Hoody aveva il grilletto facile.

― BANG! ―.

Mi riparai dietro una roccia ai piedi del ruscello, sentendo il proiettile sfrecciare vicino al mio braccio e colpire la corteccia di un albero, dove si formò un buco profondo qualche centimetro.

E fuori quattro.

Esultai, mentre ascoltavo i suoi passi circospetti e rumorosi, calpestare le foglie secche e avvicinarsi lentamente verso il mio nascondiglio. Hoody caricò nuovamente la pistola e per la quarta volta, udii il meccanismo scattare e il tamburo inserire un nuovo proiettile in canna.

Il calpestare di foglie si interruppe all’improvviso. Probabilmente, stava pianificando un attacco laterale; ma anch’io avrei potuto sorprenderlo. Ascoltai il rumore dei passi riprendere e avvicinarsi alla roccia dietro cui mi ero riparato. Era un suono così regolare e prevedibile, che avrei potuto calcolare in quanti passi mi avrebbe raggiunto.

Sette.

Sei.

Cinque.

Quattro…

La mia impazienza era esplosa in una serie di tic nervosi che stavano tormentando la mia spalla e l’adrenalina che avevo in circolo stava contribuendo ad aumentare la tensione sul mio corpo, che si stava preparando per l’attacco.

Tre.

Due…

I passi si fermarono all’improvviso. Ancora un altro passo e…

«Conosco bene i tuoi schemi».

Alzai lo sguardo, in direzione della voce, e rimasi sorpreso di essermelo trovato arrampicato su un albero sopra di me ed ero già nel suo mirino.

― BANG! ―.

Ero riuscito a scartare di lato rapidamente per evitare un colpo letale, ma il mio corpo accusò il colpo e infatti fui sbalzato indietro di appena qualche passo. Il proiettile si era conficcato nella mia spalla sinistra e una chiazza nera aveva iniziato a espandersi sotto la maglia.

Fuori cinque.

Sogghignai.

«Sei sempre stato prevedibile, impulsivo… e troppo lento a schivare le pallottole». Incalzò Hoody, mentre mi stavo allontanando per trovare riparo dietro il largo tronco di una vecchia quercia.

«… bravo, corri! Nasconditi se vuoi! E tu saresti un Proxy? Non hai lontanamente idea di cosa voglia dire esserlo…».

Infilai un dito nella ferita ed estrassi la pallottola. Aveva fatto un foro di un paio di centimetri, ma a giudicare da come fuoriusciva il sangue dalla ferita, non doveva aver preso un grosso vaso o aver lacerato i tendini, dato che ancora potevo muovere perfettamente il braccio.

In qualche modo, mi sentivo stuzzicato all’idea di fingere di essere la preda in pericolo… certo, tra qualche istante la situazione si sarebbe ribaltata e gli avrei fatto rimpiangere quello che aveva appena detto.

I passi si erano fermati di nuovo.

«Sai, ho sempre voluto metterti alla prova. Masky dice che hai del potenziale nascosto, quindi… che ne dici di mostrarmi adesso quello che sai fare?».

La mia spalla ferita venne tormentata da alcune contrazioni. Lentamente, i miei cinque sensi sprofondarono in uno stato di torpore e una strana sensazione invase la mia mente. Non sapevo esattamente che cos’era, ma percepivo ogni fibra del mio corpo fremere, come fosse attraversata tutto il tempo da una scarica elettrica. I tic nervosi presero a farsi più frequenti e accentuati.

Sfilai tutte e due le accette dalla cintura e le strinsi dal manico, mentre ascoltavo i passi del mio avversario che progredivano nella mia direzione.

«Sento il tuo respiro, Toby… ho capito dove ti nascondi».

― BANG! ―


[Jenny’s P.O.V.]

Erano trascorsi poco più di venti minuti da quando avevo lasciato casa e stavo seguendo le tracce di Timmy sul sentiero, le quali sembrava che portassero in un unico posto: la radura dove lo avevo trovato quella mattina.

Il rumore degli spari aveva iniziato a farsi più vicino e avevo visto dei lampi in mezzo ai boschi, che avevano appena confermato la mia ipotesi che là si trovassero Toby e la figura incappucciata che avevo visto al limitare della foresta.

Mi fermai al centro del sentiero per riprendere fiato e anche per pensare a cosa avrei dovuto fare.

Ero molto preoccupata per Toby, ma consideravo imprudente l’idea di inoltrarmi nei boschi per cercarlo. Tra l’altro, lui non sapeva che ero rimasta a Thur. A quest’ora, mi avrebbe creduta su quell’autobus diretto a Tampere. I sensi di colpa mi assalirono all’istante e un groppo alla gola mi impedì di deglutire.

Avrei voluto fargli sapere che ero qui… ma come?

Non avendo altre idee, mi sciolsi i capelli e gettai in terra il mio elastico rosa, sperando che lo avrebbe trovato. Calde lacrime iniziarono a scivolarmi sulle guance e nonostante le mie gambe tremassero, ripresi a correre.

― Toby se la caverà, vedrai… devi pensare a Timmy, adesso pensa a salvare lui ―. Cercai di farmi forza, ripetendo quelle parole nella mia testa come un mantra e continuando a correre sul sentiero.

Dopo un paio di minuti superai la baracca di legno e in lontananza, iniziai a scorgere il bivio.


[Toby’s P.O.V.]

Era arrivato il momento.

Sgusciai fuori dal mio riparo e con un movimento rapido sferrai un colpo basso diretto alle sue gambe, ma riuscì a evitarlo con agilità. Senza esitare, feci un passo verso di lui e lo colpii con un fendente al braccio, prendendolo solo di striscio e lacerando appena il tessuto della felpa. 

Si muoveva fin troppo bene e riusciva a eludere i miei colpi letali con movimenti rapidi e fluidi, quasi come se leggesse nei miei movimenti e fosse in grado di anticipare le mie mosse. Avanzai su di lui e tentai di prenderlo dal fianco e nuovamente eluse il mio attacco scartando di lato. 

Non sapevo spiegarmi che cosa mi stava succedendo, ma il mio corpo aveva iniziato a sentirsi intorpidito e un brivido freddo mi percorse la spina dorsale.

«Hehehehehe…». Mi feci scappare una risata. «Hahahahahaha!». Stava diventando incontrollabile.

Tutto quel complesso di emozioni, mi fece provare una piacevole e nostalgica sensazione… era qualcosa che non provavo più da tanto tempo, da quando… da quando avevo fatto a pezzi mio padre.

Non potevo fare a meno di ridere, ormai i miei freni inibitori erano andati a farsi benedire. L’odore del sangue mi stava dando alla testa e senza che la mia mente potesse prenderne atto, il mio corpo si stava già muovendo verso il mio avversario. Le mie mani si chiusero ermeticamente sul manico delle accette e mi scagliai nuovamente su di lui.

Con un movimento rapido mulinai un’accetta e con un taglio obliquo lacerai il suo addome e lo costrinsi a indietreggiare; Hoody perse la presa sulla pistola che cadde al suolo. Rapidamente, la calciai via. In un secondo momento, ne approfittai per dirigergli un colpo letale che avrebbe mirato al collo e lo mancai per poco.

Ora, sembrava fosse in difficoltà dal momento che si era portato una mano al ventre e una chiazza di sangue stava sporcando la sua felpa. Era riuscito a scansarsi in tempo e il taglio era stato appena superficiale; ma il prossimo sarebbe andato più in profondità.

«Hehehehe…». Continuai ad avanzare verso di lui, pronto a sferrare un nuovo attacco e nello stesso istante, lo guardai infilarsi una mano della tasca della felpa ed estrarre una Glock.

― Merda! Il bastardo ne aveva due ―.

In un batter ciglio lo vidi smaterializzarsi all’improvviso e rimasi sorpreso da ciò che vidi. Mi guardai intorno, aspettando di ritrovarmelo alle spalle e invece, me lo trovai proprio davanti a me, con la canna della pistola che puntava in mezzo ai miei occhi.

«Fine dei giochi».

Sentenziò, pronto a premere il grilletto.



«Fermati Brian!». 

Sopraggiunse una voce familiare alle nostre spalle. Con la coda dell’occhio, riuscii appena a scorgere Masky. 

«Stanne fuori, Tim». Ringhiò lui. 

«No!». Incalzò Masky. «Pensi che l’Operatore sarebbe contento del tuo gesto?». 

Dopo una lunga pausa, Hoody decise di abbassare la pistola e si voltò verso in sentiero, come fosse rimasto in ascolto di un rumore che io non potevo sentire. 

«C’è un intruso nella foresta». 

Digrignò qualche istante dopo, prima di voltarsi nuovamente verso di me. 

«Regoleremo i conti un’altra volta». E detto questo, si smaterializzò di nuovo sotto i miei occhi.

«D-da quanto t-tempo…?». Balbettai, rivolgendomi a Tim. 

«Non lo so neanch’io da quanto tempo ha quel potere, ma ha pagato a caro prezzo ciò che ha avuto». Rispose, voltandomi le spalle e trovando una strada per uscire dalla foresta. 

Lo seguii e poco dopo, ci ritrovammo sul sentiero principale. Tim continuò ad andare avanti, ma notai qualcosa per terra che aveva attirato la mia attenzione. Mi chinai per raccoglierlo e lo analizzai. 

Era un elastico rosa. 

.

.

«Jenny!».


[Jenny’s P.O.V.]

Avevo cominciato ad accusare la fatica e lo stress. Potevo persino sentire lo sforzo che stava facendo il cuore per pompare il sangue in tutti i distretti del corpo.

Mi fermai a riprendere fiato.

Si era fatto ancora più buio e non c’erano né un Sole al crepuscolo né una Luna a risplendere sulla foresta. Inoltre, la vegetazione si era fatta ancora più fitta e questo mi impediva di ricordare la strada che mi aveva mostrato Toby, quella per raggiungere la radura.

Tuttavia, ero abbastanza sicura che non doveva mancare molto.  

Dopo diversi ripensamenti, mi convinsi a tirar fuori il cellulare dalla tasca e sfiorai lo schermo per fare un po’ di luce. Un debole e bianco fascio luminoso illuminò il sentiero quel poco che mi bastava per riconoscere la direzione giusta da prendere.

Dopo qualche manciata di minuti, continuando a camminare, notai che lo schermo del cellulare aveva iniziato a sfarfallare. Mi sembrava strano, dato che ricordavo di avere la batteria carica e iniziai a notare anche altre cose strane, mentre camminavo verso il fitto della foresta.

Non sentivo alcun rumore.

Né un frusciare di foglie, né il verso di qualche gufo o il passaggio di qualche lepre selvatica. Tutto era sprofondato in un innaturale silenzio. Quando mi resi conto che anche i miei passi non facevano più alcun rumore, il panico riprese a farmi tremare.

Il petto si alzava e abbassava al ritmo del mio respiro ansante, perché l’aria della foresta aveva iniziato a farsi più pesante e rarefatta. Provai ad aumentare il passo, mentre continuavo a farmi largo tra la fitta vegetazione.

All’improvviso, fui sorpresa da un rumore acuto e assordante che per poco non mi perforò i timpani. Mi ero portata le mani alle orecchie per riparare l’udito, anche se non era servito a molto. Il rumore sembrava qualcosa di simile al frinire delle cicale o al canto dei grilli… no, doveva essere qualcos’altro. E infatti, intuii abbastanza in fretta che assomigliava più al rumore dello statico della televisione.

Ero stata costretta a piegarmi sulle ginocchia, cercando in tutti modi di difendermi dall’assordante rumore poi, avvertii una presenza.

La fronte si stava imperlando di sudore e iniziai anche a tossire. Lentamente, alzai lo sguardo e i miei occhi si focalizzarono su qualcosa.

Un uomo incappucciato e col volto celato dietro una maschera scura, mi stava dinanzi. Riconobbi che si trattava della stessa persona che avevo visto al limitare della foresta, anche se questa volta, aveva una pistola e la stava puntando contro di me.

Capitolo 8. Black out Modifica

Il mio corpo non reagiva. 

Il suono di statico continuava a fischiarmi nelle orecchie. Non potevo udire nessun altro rumore al di fuori di quello. Avevo alzato lo sguardo e in lontananza, al centro della radura, ho visto una sagoma umana sdraiata sull’erba. Non avevo dubbi che fosse Timmy. 

Un barlume di speranza mi riaccese l’animo prima di spegnersi di nuovo quando il mio sguardo, nel tornare indietro, rimase incollato alla canna di una pistola. La mente e il corpo avevano reagito allo stesso modo: paralizzandosi completamente e congelando ogni impulso, ogni reazione e ogni idea di fuga. 

Avevo seguito il movimento fluido di quella mano esperta che tirava indietro il carrello e l’indice che si piegava intorno al grilletto. Aveva già preso accuratamente la mira. Mi trovavo appena a qualche metro dalla figura incappucciata. La sua mano era ferma e la postura decisa; era chiaro che questa volta non ci sarebbero stati errori o ripensamenti. Solo un colpo secco che mi avrebbe spedita all’altro mondo. 

E io, non riuscivo a reagire… ero diventata una bambola di carne. 

No… forza Jenny! Avanti! ― Una voce dentro di me tentò di riscuotermi. Non avevo mai provato nulla del genere prima d’ora, era come se… avessi appena visto la morte in faccia.  

Attaccare o prepararsi a incassare il colpo? 

Reagire o… morire? 

Frazioni di secondo passavano mentre il suono di statico cresceva e si faceva sempre più disturbante. Nonostante questo, la mia mente sembrava ignorarlo e francamente, era troppo occupata a elaborare una via d’uscita per preoccuparsene. 

Se non mi davo una mossa la mia vita sarebbe finita con una pallottola nel cranio. Sentii un frusciare di foglie in lontananza, e guardai un punto della foresta. 

Forse, avevo ancora qualche speranza.



«TOBY!!!». 

Avevo gridato con tutta l’aria che avevo nei polmoni. 

La figura incappucciata perse la concentrazione e tentennò. Avrebbe voluto guardarsi alle spalle, ma non si voltò indietro. Quell’attimo di distrazione mi era bastato per scattare verso di lui. Stringendo lo zainetto con tutte e due le mani lo riuscii a colpire violentemente alla testa. 

― BANG! ―. 

Era partito il colpo in canna. 

Lo avevo colpito così forte da farlo cadere al suolo. L’urto con le cesoie all’interno della borsa aveva provocato un sonoro tonfo, e quest’ultime erano scivolate fuori dallo zainetto cadendo a qualche metro di distanza. La pistola era caduta in terra e la spazzolai via col piede, facendola andare a finire in mezzo ai cespugli. L’uomo incappucciato era rimasto immobile al suolo, apparentemente incosciente. Era stato incredibile quello che avevo appena fatto. Non avevo mai messo K.O. nessuno. A dirla tutta, non avevo mai colpito qualcuno in vita mia o almeno, non così forte da fargli perdere i sensi. 

Quando il rumore di statico iniziò a regredire nel silenzio, capii che era il momento di darmi una mossa. Dovevo prendere Timmy e allontanarmi alla svelta… ma c’era qualcosa che non mi faceva andare avanti. 

Guardai l’uomo incappucciato che si trovava supino sul tappeto d’erba. 

― Sarà morto? ―. 

Perché mi stavo preoccupando di questo? Aveva tentato di uccidermi non meno di un minuto fa! E io avevo reagito per legittima difesa. Poi, non avrei avuto torto neanche se lo avessi ammazzato per davvero. 

Ma i sensi di colpa erano di tutt’altro parere. 

― Merda… cosa faccio adesso?! ―. Avevo alzato gli occhi al cielo e mi ero guardata intorno, come se la mia coscienza sarebbe sbucata fuori all’improvviso per dirmi quello che dovevo fare. 

Tornai a fissarlo. Non riuscivo a capire se stava respirando. Il suo viso era completamente coperto e il petto era immobile. Pareva davvero morto. Tentai di elaborare in fretta un’idea. Andai a recuperare rapidamente le cesoie senza mai staccare lo sguardo o chiudere le palpebre su di lui. Poi, mi riavvicinai titubante, serrando il manico delle cesoie da giardinaggio. Le mani stavano sudando freddo. 

Posai tre dita sul suo polso, sentendo la pelle dura e coriacea, notai che aveva una cicatrice. Era di forma particolare. Un cerchio che recava una X al suo interno. Ignoravo il suo significato. Spostai le dita qualche centimetro più in là e riuscii ad avvertire un flebile battito. 

TUM – TUM – TUM 

Era ancora vivo… e con questo, realizzai che si sarebbe ripreso da un momento all’altro. Nonostante questa amara constatazione, il mio cuore si sentiva più leggero. Ero sollevata di non essere un’assassina. 

Mi rialzai in fretta, pronta per andarmene, raggiungere Timmy e… 


ma qualcosa mi aveva afferrato la caviglia.


[Masky’s P.O.V.]


― Oh avanti, perché non glielo dico e basta? ―. 

Me lo stavo ripetendo da quando mi ero accorto che Toby aveva aumentato il passo. E conoscevo bene il motivo di quella reazione; ma perché continuavo a fingere di non aver capito le sue intenzioni? Perché continuavo a comportarmi come il fratello maggiore che protegge l’anello debole della famiglia? 

Questa faccenda non avrebbe portato nulla di buono ― a nessuno di noi. Avanti, non gliene avevo già lasciate combinare troppe? Aveva risparmiato una umana. Ok, lo aveva fatto già altre volte. Non le aveva cancellato la memoria, ma questo non era grave… non quanto il fatto che l’aveva portata fino alla radura e le aveva permesso di riprendersi il marmocchio! Oh, ma sicuramente ne aveva combinate altre a mia insaputa. E ora? 

Non potevo credere che per colpa di questa sua… “tresca amorosa” stava mettendo a serio repentaglio tutti i nostri propositi di non farci scoprire. E che cazzo! Era servito un anno e mezzo per organizzare le cose. 

Precisamente, otto mesi per depistare le tracce e mandare a vuoto le ricerche dell’SCP. Considerando che non era stato facile manomettere i loro droni, senza farsi scoprire. Altri sei per trovare un altro capro espiatorio e far ricadere le scomparse di ben settantadue bambini su tre disgraziati con precedenti penali. Gli ultimi mesi erano serviti per imparare questa fottuta lingua che ha quindici declinazioni e una grammatica improponibile! 

Eravamo qui da neanche tre settimane, e già eravamo sul punto di farci scoprire. Ero troppo occupato a controllare le mosse di quello scienziato pazzo per tenere d’occhio Toby. E mai, mi sarei aspettato che la situazione sarebbe degenerata fino a questo punto. 

Toby era chiaramente inesperto sul campo, e ancora non aveva appreso il significato di essere un Proxy. A differenza di noi, lui non era stato scelto per qualche ‘dote’ particolare. Credo che tuttora non abbia capito l’unicità del dono che gli è stato concesso. 

Pazienza… 

Io l’avevo scoperto da solo e così, era stato per Brian. Col tempo, ero certo che avrebbe compreso l’importanza del nostro compito. Ma ora, era più importante fargli imparare una lezione fondamentale: mai interferire con le Sue prede. Dovevo fermarlo, ma sapevo che le parole non lo avrebbero scalfito a questo punto. E come si suole dire ― a mali estremi, estremi rimedi. Ero alle sue spalle e lui, era troppo distratto dai suoi pensieri per accorgersi che stavo sfilando il piede di porco dalla cintura. Sarebbe bastato un colpo preciso alla nuca e… 

― BANG! ―. 

Uno sparo aveva interrotto il filo dei miei pensieri. Toby e io, ci eravamo fermati al centro del sentiero, e lui si era voltato indietro verso di me. Non avevo ancora sfilato dalla cintura l’arma, così non si era accorto delle mie intenzioni. Ci siamo scambiati uno sguardo, perché sapevamo bene che Brian non falliva mai il tiro. 

Quando lui ha iniziato a realizzarlo, si è afferrato la testa tra le mani mentre alcuni tic nervosi avevano preso a tormentargli una spalla. 

«Toby… forse è il caso che tu non vada oltre». 

Non ero stato capace di trovare parole più confortanti di quelle.


[Toby’s P.O.V.]

«Fermati qui». Aveva aggiunto. 

Quelle parole, mi erano parse vuote, e prive di qualsivoglia significato. Cos’era una vita umana, in fin dei conti? C’è chi la ama, e chi la odia. Ma per noi, questi termini non hanno alcun significato. Oramai, veniamo al mondo con la consapevolezza di morire. Perciò, che differenza fa andarsene oggi o domani? Masky mi aveva fatto questo discorso più di una volta, da buon mentore. 

Ma da qualche tempo, aveva realizzato da solo che… è il modo in cui ce ne andiamo che fa la differenza. 

Le mie mani stavano tremando, mentre la testa mi scoppiava. Troppi pensieri si stavano accalcando nella mente. Scene vecchie di tanti anni fa si susseguivano a un ritmo febbrile, incontrollate, come la pellicola di un vecchio film in bianco e nero proiettata nei reconditi recessi del mio inconscio. E io, ero lo spettatore costretto sulla sedia a guardare l’opprimente spettacolo che mi si parava dinanzi. 

Il petto mi stava bruciando. 

Ho sentito una voce urlare dentro di me. Non era la mia.

Auto rovesciata.

Vetri rotti.

Una pozza nera sull’asfalto.

Mi ero portato una mano al petto, cercando di contenere quel bruciore irrefrenabile che mi stava corrodendo dall’interno, continuando ad aumentare ogni secondo di più. Mi stava togliendo il fiato. Sembrava di avere dell’acido in corpo che mi stava sciogliendo gli organi interni. L’ultima volta che avevo provato una sensazione simile, era stato quando… 

La sua fronte trafitta dai vetri,

i fianchi e le gambe schiacciate sotto il peso del volante,

il busto pressato contro l’air-bag che si era gonfiato in ritardo…

L’ultimo ricordo del mio passato. 

«Lyra… ». 

Il bruciore al petto svanì all’improvviso, allo stesso modo di come era comparso, lasciando solo il vuoto e un segno indelebile. E che lo volessi o no, quelle immagini erano diventate l’unica cosa a cui riuscivo a pensare in quel momento. 

Il ricordo di Lyra… che sorrideva, e di un abbraccio inaspettato. Se mi concentravo, potevo ancora sentire il suo calore sul mio corpo, e il profumo di camomilla che emanavano i suoi capelli raccolti sempre in quella coda di cavallo. Il ricordo di un ‘grazie’ detto in fretta quando era uscita di casa a cercarmi, e io mi ero nascosto tra le siepi per non farmi vedere ― perché lo stavo facendo? Al ricordo della sua espressione sorpresa e spaventata, quella volta che mi ha visto nel cortile di casa… ― perché Lyra ha avuto quella reazione? 

Perché mia sorella… aveva paura di me? 

Le domande avevano iniziato ad affollarsi, mentre acquisivo consapevolezza che la sua morte era stata una farsa. Sembrava che una pesante tenda di velluto nero si fosse appena sollevata sulla mia vita, mostrandomi finalmente la Verità che mi era stata ingiustamente preclusa. 

Mia sorella… non era morta

E non l’avrei persa una seconda volta.


[Jenny’s P.O.V.]

Fui trascinata a terra con forza. 

Come diavolo aveva fatto a riprendersi così in fretta? Era questa l’unica cosa futile di cui si era preoccupato il mio cervello, quando una mano guantata aveva iniziato a stringermi alla gola. In un paio di mosse, si era avventato su di me e mi aveva bloccato i gomiti con le ginocchia, impedendo ogni libertà di movimento. E mi ero anche preoccupata di averlo ucciso? Solo io potevo essere tanto scema da poter serbare pietà anche per il peggiore degli assassini. 

Un suono di statico iniziò a fischiarmi nelle orecchie. Questa volta era fortissimo e prorompente, al punto che avevo iniziato a urlare per cercare di superarlo. Era inutile. Non potevo sentire la mia voce. Era rimasta intrappolata tra le corde vocali. E io sapevo il perché. Non potevo più respirare.

Tra qualche minuto, sarei collassata. 

In mano impugnavo ancora le cesoie: la mia unica possibilità di salvezza. Non potevo muovere l’arto, in nessuna direzione e così ho iniziato a scalciare, ma ogni mossa era vana. Lui non si spostava di dosso. 

E mentre i sensi andavano via via scemando, ho potuto sentire una bassa risata provenire da sotto quel cappuccio. Segno che per lui, la vita non era nient’altro che un gioco. Una preda da soffocare e guardare morire, crogiolandosi nella sua lenta agonia, solo per il gusto di farlo.

Questo era un assassino.

Tutto aveva preso a girare nella testa, e avevo iniziato a vedere ombre indistinte danzare intorno a noi. Non ero sicura che ciò che stavo vedendo fosse reale. Una di queste ombre, si stava avvicinando a noi.

Non riuscivo più a pensare. 

Il suono di statico era troppo forte.


― ZAAAP! ―   


D'un tratto il mio aguzzino ha mollato la presa. 

Ho sentito il suo peso spostarsi bruscamente, per crollare in un tonfo poco più in là. Il suono di statico si è interrotto, e i miei polmoni hanno richiamato avidamente aria. Quando ho riaperto gli occhi non riuscivo a vedere nitidamente l’ambiente circostante, ma potevo intuire chi fosse venuto in mio soccorso. 

Ho sentito qualcosa raschiarmi la gola. 

Qualche istante dopo ho cominciato a tossire, perché il mio corpo doveva rigettare qualcosa. Mi sono drizzata a sedere, e dopo uno spasmo alla gola ho sputato qualcosa sull’erba, che mi aveva lasciato un retrogusto amaro e ferroso in bocca. 

Era sangue.

Cercai di non andare nel panico, ma piuttosto di concentrarmi su quello che mi stava capitando attorno. Ho visto Toby avventarsi sul tizio che prima mi aveva aggredita. I miei occhi si sono spalancati per l’orrore. Aveva sollevato l’accetta fin sopra la sua testa, pronto a conficcarla nel corpo del mio aggressore. Non lo avrei mai creduto capace di una cosa del genere. Non volevo assistere alla scena… non volevo che lo facesse… ma non avevo il cuore di fermarlo. 

«TOBY!!!».

Ha gridato una voce maschile alle nostre spalle. 

C’era qualcun altro con noi. Mi sono voltata, e ho visto un uomo in giacca di pelle e jeans, con il volto celato dietro una maschera bianca dai lineamenti femminili, tentare di fermare Toby. Ha iniziato a correre verso di lui. 

«FERMATI TOBY!». Ha insistito.

Toby sembrava fuori di sé. Non potevo assistere a una esecuzione tanto orrenda, quanto crudele. Ma nonostante avessi letto le sue intenzioni, le mie palpebre rifiutavano di abbassarsi e gli occhi di guardare da un’altra parte. Non volevo credere Toby capace di un gesto simile. La mia mente continuava a rigettare l’idea che Toby fosse un… che Toby fosse un… 

Una contrazione involontaria dei muscoli della spalla aveva anticipato la sua mossa successiva, quella che aveva fatto scattare il braccio in avanti come una leva, facendola rassomigliare al famigerato meccanismo di una ghigliottina. Era troppo tardi per fermarlo…


― ZAAACK! ― 

La lama si era piantata in qualcosa di solido. Ero riuscita a chiudere in tempo gli occhi per risparmiarmi la scena, ma quando gli ho riaperti c’era qualcosa che non andava. Qualcosa che non capivo. 

Dov’era finito lui? 

Ci siamo tutti guardati intorno, ma dell’incappucciato non c’era traccia. Era sparito nel nulla, ma io non potevo capire quello che era successo. Poteva essersi… smaterializzato? No, che assurdità, non era poss― 

«AAAAAAAAAH!». Ho gridato. 

Qualcosa mi stava tirando per i capelli, ed ero stata costretta a seguire il movimento di quella presa e alzarmi in piedi. Ho provato a divincolarmi, finché due mani non mi hanno afferrato il collo in una presa che potevo ben immagine a cosa servisse. «Se ti muovi ancora ti spezzo il collo». Aveva sentenziato una fredda voce, annullando ogni mio tentativo di opporre resistenza. 

«Adesso, da brava ragazza getta in terra quella cesoie e calciale via col piede». Mentre ero costretta ad eseguire i suoi ordini, Toby e l’altro tizio mascherato ci stavano guardando. 

«Bravo angioletto».

Ha detto, quando avevo terminato l’ultima operazione. Toby, era rimasto inerme, e incapace di reagire. Non avevo il coraggio di guardarlo. Avevo disobbedito ai suoi ordini ed era tutta colpa mia se mi trovavo in questa situazione. A quest’ora lui avrebbe salvato Timmy e io, sarei stata al sicuro in città. 

Che cosa mi ero messa in testa di fare? 

«Ci sono due regole essenziali che deve imparare un Proxy». Riprese a parlare l’incappucciato. «La prima, è di non avere nessun legame con il passato». La presa si fece più stretta. «La seconda regola, di non mettersi mai tra Lui e una Sua preda». 

Di cosa stava parlando? Cos’era un Proxy? Perché dovevano seguire queste rigide regole? Quali prede? Il mio cervello stava elaborando troppo in fretta quelle informazioni per riuscire a collegare tutto e capire la situazione. 

«Non mi interessa la Sua preda». Aveva risposto Toby.

«Lascia andare Lyra, e prometto di non spezzarti le gambe».


[Masky’s P.O.V.]

Lyra? 

Oh dannazione… perché non ci avevo pensato subito? Toby mi aveva parlato di lei solo in qualche sporadica occasione, senza mai scendere nei dettagli o raccontare altro. Era evidente lo sforzo che faceva nel parlare di sua sorella. Ma quella volta che mi aveva mostrato la sua foto… 

Adesso che ce l’avevo sotto agli occhi potevo comprendere la sua reazione. Non era più in sé. Provare a farlo ragionare sarebbe stato uno sforzo vano, e non era da escludere che sarebbe stato capace di offrire la sua stessa vita pur di salvarla. Era a questo che voleva arrivare Brian? Se ne doveva essere accorto prima di me, e chissà da quanto tempo stava progettando di usarla per dare una lezione a Toby. Non potevo lasciarglielo fare… 

«Calmati, ho intenzione di lasciarla andare». Sono stato costretto a tornare coi piedi per terra, alla fredda realtà. «Ma prima, voglio insegnarti una lezione». 

«No Brian!». I miei timori si stavano rivelando fondati. 

«Non rompere Tim! Il ragazzo deve imparare». Sbottò lui. 

«Non farle male». Ha risposto Toby, mantenendo un tono incredibilmente calmo. 

«Non le farò nulla… voglio soltanto guardarti mentre ti strappi un pezzo di faccia davanti a lei». Era stata la sua macabra richiesta di riscatto. 

«Brian che cazzo stai dicendo?». Non potevo credere allo scempio che era uscito dalla sua bocca. Perché? Perché gli aveva appena chiesto una cosa del genere? Sapevo che tra loro non correva buon sangue, ma non lo credevo capace di arrivare a una cosa simile per qualche futile litigio. 

«Avanti, lo sai anche tu che non può sentire male. Che cosa gli cambia?». Ha risposto freddamente. 

In quell’istante, la ragazza aveva cercato di nuovo di divincolarsi, ma Brian ha stretto ancora di più la presa rendendole impossibile un altro movimento. 

«TOBY! Non lo fare!!». Ha gridato lei, con la voce spezzata dalle lacrime. Fino a prova contraria, non sarei stato capace di pensare che le importasse qualcosa di Toby. Ho creduto che lo avesse solo manipolato per arrivare al moccioso, invece si preoccupava per lui. Realizzare questa scoperta non aveva fatto che scuotermi ancora di più, sollevando ulteriori dubbi. Era assurdo che in così poco tempo si fosse instaurato un legame tra di loro. A Toby ricordava la sua defunta sorella e conoscendo com’era fatto, non ero sorpreso del suo “interesse”. Ma lei, che ragioni aveva per attaccarsi a uno come Toby? 

«Sta zitta! Non parlare o ti spezzo il collo». La voce di Brian aveva nuovamente interrotto i miei pensieri. L’ho guardato mentre la metteva a tacere, tappandole la bocca con la mano. 

Poi, sono tornato a fissare Toby. 

«Se lo faccio…» ha iniziato «…dovrai giurare di lasciarla andare e di non farle del male». 

Merda… stava dicendo sul serio. 

«Lo giuro sul mio onore di Proxy». Ha ribattuto Brian, anche se ovviamente, per come lo avevo conosciuto io e sapendo il tipo di persona che era diventata, non avrebbe mantenuto la promessa. 

«Brian, non farglielo fare! Cosa credi penserà l’Operatore?». Cercai di dissuaderlo dall’idea. Effettivamente, Toby era il suo pupillo e non avrebbe tollerato bene la cosa. 

Guardai Brian tirarsi su la maschera fino al naso, lasciando intravedere metà del suo vero aspetto. Era da tanto che non lo vedevo più, ed era peggiorato. Il tessuto cutaneo era quasi assente, ed erano rimasti muscoli e qualche brandello di pelle disseminato qua e là, a rivestire le mandibole, le mascelle e il mento. Le labbra erano inesistenti, ed esponevano interamente le due arcate dentali. 

«Con me non si è fatto questi problemi». 

Sapevo che aveva esagerato ad abusare troppo dei suoi doni, ma non pensavo gli avrebbero costato così tanto. Oltre al suo aspetto, aveva perduto ormai anche la sua umanità.   


[Toby’s P.O.V.]

Va bene.

Mi ero deciso.

Lo avrei fatto. 

«Per favore, falle chiudere gli occhi». Non volevo che Lyra fosse costretta ad assistere ad una scena tanto rivoltante. Mi sono tolto la maschera e l’ho gettata in terra. Poi, ho sfilato l’accetta più affilata dalla cintura guardando la sua lama scintillante. 

«Così non vale Toby, deve vedere cosa saresti disposto a fare per lei». 

Esitai qualche istante. Hoody le aveva afferrato la testa, costringendola a tenere gli occhi spalancati. Non avevo altra scelta se volevo che la liberasse. Non dissi nulla. Potevo solo sperare che fosse abbastanza forte da reggere… come lo sarei stato io per lei. I suoi occhi erano lucidi. Stava piangendo per me. 

Ehi, sorellina… non piangere”.

Utilizzai la lama affilata dell’accetta per provocarmi un taglio lungo la guancia sinistra, che andava dall’angolo della bocca fino al lobo dell'orecchio.

Sono io il fratellino piccolo, ricordi?”. 

Iniziai a sforzare i tessuti, premendo due dita verso l'interno della guancia. Non sentivo niente. Solo il mio sangue caldo e il suo odore inebriante. 

Eri tu a dirmelo sempre”.

Lyra continuava a piangere. Era dura continuare a guardarla in quello stato. Ho abbassato lo sguardo. Ho sempre odiato vederla soffrire... ma tutto sarebbe finito presto. 

Non volevi mai farti vedere piangere da me, perché volevi essere tu quella forte che mi consolava”. Quando le dita hanno perforato il tessuto, ho cominciato a scavare all’interno della cavità neoformata e a scollare i tessuti, slargando e aprendo la carne. 

“Mi abbracciavi e dicevi che saremmo andati via di casa, che non avremmo più rivisto i nostri orribili genitori e, ci saremmo lasciati alle spalle tutte le sofferenze”.

Il sangue stava grondando sulla mia felpa. Significava che avevo colpito una zona molto irrorata, ma il sangue colava lento e se avessi bloccato l’emorragia in tempo, non sarei morto dissanguato. 

Ho iniziato a strappare qualche lembo di pelle e a gettarlo non curante in terra. Alcuni tic nervosi avevano iniziato a farmi contrarre tutta la parte del viso su cui stavo “operando”.

Dannati tic nervosi… 

Dannata Tourette… 

― CLANG! ―. 

Un suono sordo e metallico mi ha costretto a fermarmi. Ho alzato lo guardo. Ho notato che Hoody era a terra. Masky lo aveva appena colpito con il piede di porco. Lyra era crollata a terra e sembrava aver perso i sensi. 

Poverina, non aveva retto l’orrore della scena. 

Avevo fatto qualche passo per avvicinarmi verso loro due, quando ho iniziato a sentire dei capogiri. Avevo perso troppo sangue, forse. Tra il foro alla spalla che mi aveva procurato quella pallottola e poi, questo…

I miei guanti erano imbevuti di sangue. Ho sentito un altro capogiro, questa volta talmente forte da farmi vedere le stelle. Ho sentito le mie gambe tremare e poi, mi sono reso conto che sarei crollato da un momento all’altro. Nel mentre che mi preparavo per l’impatto col suolo, mi sono sentito afferrare da qualcosa.

Un paio di lunghi viticci neri mi hanno avvolto e poi, un pallido volto non definito mi stava fissando, proprio nel momento in cui avevo chiuso gli occhi.




«Che cosa hai fatto?».

Capitolo 9. Awakening Modifica

Continua...

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