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Vi ricordate dei Furby, quei piccoli gufetti robotici, pelosi e morbidi che parlavano? Quasi tutti noi abbiamo chiesto a mamma o papà di comprarne uno. Dopotutto erano così teneri con i loro grandi occhi espressivi e con quella forma un po' buffa e abbozzata. Chi non ne avrebbe voluto uno? Che gioia scartare a Natale o durante il compleanno un regalo, per poi trovarci dentro quel dolcissimo gufo colorato. Il tempo non bastava nemmeno quando si perdevano ore e ore davanti quel robottino indifeso che formulava frasi italianizzate e un po' sconnesse, miste ad uno strano linguaggio curioso ed incomprensibile. Era come se fosse un bisogno fisico, psicologico, si rimaneva fermi ad osservare inquieti Furby in attesa di un gesto, di un movimento o di una parola nuova, pervasi da un'eccitazione e da un desiderio sempre in crescita. «Me felice! Me amare te!» esclamava lui, e subito esplodeva una felicità forse troppo fittizia, come se si pendesse dalle sue labbra, dai suoi occhi che roteavano, da quelle parole senza senso.

Poi però il tempo passava, le pile si scaricavano e Furby iniziava a cambiare. I movimenti erano sempre più lenti, la voce sempre più pesante e robotica, e spesso neanche si muoveva più. Le prime volte riuscivi a convincere mamma e papà a cambiare le batterie, ed ecco che il bizzarro ed instancabile amico ripartiva alla carica con il suo insieme di canzoncine ed euforia, finché quello a perdere l'entusiasmo era lo stesso bambino che fino a poco tempo prima sarebbe anche rimasto tutto il pomeriggio a casa senza uscire a giocare, pur di sentire Furby parlare.

Ma cosa rimaneva allora, dopo anni e anni, di quell'amico inseparabile, quando ormai non importava più di cercare impaziente qualche pila carica per casa? Forse solo una carcassa elettronica ricoperta di pelliccia impolverata, due occhi chiusi ormai da troppo tempo e una bocca silenziosa. Ogni tanto a guardarlo, sembra che da un momento all'altro possa ricominciare a parlare, a muoversi e a canticchiare come se fosse animato di vita propria. Tuttavia, oltre un futile pensiero ogni tanto quando l'occhio cade sull'ammasso colorato abbandonato su una mensola, non esiste nient'altro. Così, si finisce per dimenticare Furby.

Ma Furby non si dimentica mai di te.

Ti guarda in silenzio mentre dormi, dall'alto di quella mensola. Magari accanto al letto, sul comodino, o tra i tuoi pupazzi, nascosto tra decine di peluche che mai si chiederanno perché non giochi più con loro. Furby non si dimentica delle giornate passate a giocare, che l'hai abbandonato, e che hai fatalmente ferito il suo piccolo cuore elettronico che prima ti voleva tanto bene. Ma si sa: se un cuore è troppo piccolo può contenere un solo sentimento alla volta. «Me furioso. Me no amare te»

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