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Un tubo di ferro laccato, un cutter, un coltello da carne. Tre pezzi di un manico da scopa di circa cinque centimetri l’uno ed altri due più lunghi, credo sui quaranta centimetri, avevo adagiato tutto sul pavimento in ordine di grandezza, ai piedi della sedia. Lei era seduta con indosso solo gli slip bianchi, il mio blocco di carne come il marmo dello scultore. I suoi occhi erano fissi su di me, aperti e rotondi, spaventati come quelli di un bambino al buio, ma non era buio.

Le mani legate dietro la schiena, i piedi alle gambe anteriori della sedia, il bavaglio alla bocca fradicio di saliva non mi impediva di sentire i suoi lamenti mentre si dimenava, i cigolii della sedia ed il rumore delle gambe di legno che sfregavano sul pavimento creavano una bella atmosfera. Sorrisi, si era svegliata appena in tempo ed era il momento di cominciare. Le tolsi il bavaglio dalla bocca che si portò dietro filamenti di saliva addensata, urla e invettive confuse gridate con disperazione. Sorrisi.



Passai un dito sul suo fianco destro con una leggera pressione per sentire le costole, una ad una e lo spazio che le separava, mi fermai tra la sesta e la settima, il dito affondava leggermente di più e iniziai a muoverlo avanti e indietro seguendo l’incavo. Mi chinai senza diminuire la pressione, lei emetteva mugugni misti a qualche parola, implorazioni che trovavo fastidiose e del tutto fuori luogo mentre allungavo la mano libera per prendere il cutter.

Feci scorrere fuori la lama di circa quattro centimetri, l’appoggiai piano sulla pelle tra le due costole, ormai leggermente livida, premetti e come premendo un interruttore un urlo più forte mi scosse i timpani e la lama penetrava, iniziai a muovere quella come facevo col dito e lei si portava dietro una striscia rossa sempre più marcata, l’estrassi e lasciò scorrere il sangue, delicato e caldo.

Poggiai il dito, piano il polpastrello poteva entrare e riprendere a muoversi avanti e indietro, scavando carne e sangue e urla e implorazioni. Passai all’incavo tra la quinta e la sesta, questa volta scavai di più con la lama del cutter prima di tornare a giocarci con le dita, dopo la prima e la seconda immersi la terza e la quarta, l’interno era molle, le sue urla stanche. Le feci uscire dallo squarcio inferiore stringendo la mano a pugno attorno alla costola, la sesta costola. Incrociai il suo sguardo, lei capì ma non era pronta.

Tirai, un suono per nulla umano le uscì dalla bocca coprendo lo schiocco della costola divelta. Una lingua di sangue denso scese lungo il fianco. Tremava e parlava, forse erano parole, forse non parlava. Mi osservavo la mano sporca e appiccicosa, mentre le spiegavo che l’anima si presenta nella paura, che la potevo vedere sotto la pelle del suo viso mentre assumeva espressioni ancora più terrorizzate della sua, mentre urlava con la sua voce e adattava i muscoli facciali per mostrarsi materialmente. Per questo la conoscevo, come conoscevo ognuna di loro, meglio di chiunque altro, perché sapevo cosa c’era sotto e dentro, qual era l’essenza e la potevo chiamare, vedere, piegare.



Lo sguardo mi si spostò dalla mano alla lampadina che pendeva dal soffitto, la fissavo e mi facevano male gli occhi, continuavo a guardare. C’è un fascino perverso nei fuochi notturni che anima la fantasia di ognuno di noi, allo stesso modo che sia un falò in spiaggia o una casa in fiamme, lo si vede distintamente negli occhi dei curiosi che si fermano ad osservare un incendio, si accalcano senza riuscire a distogliere lo sguardo dalle fiamme, senza riuscire ad impedire alla loro mente di desiderare che quello spettacolo non abbia fine.

E in questo trovai la stessa ebbrezza, quelle lingue arancio che si allungano nel nero come le gocce rosse che scorrono sulla pelle bianca, l’odore ferroso del sangue come la tiepida fuliggine, il cupo rumore del turbinare dell’aria calda che sale attraverso quella più fredda come i guaiti strozzati di quell’esserino indifeso che ormai aveva perso la forza di urlare, soffocata dalla paura, dal muco e dalle lacrime mi attirava e risvegliava i miei desideri. Avvicinai il volto allo sterno, c’era abbastanza carne per potervi affondare i denti. Strinsi e tirai. Tirai. Strappai e guaì più forte. Il sapore del suo sangue mescolato alla mia saliva. Lo risputai lentamente sulla sua pancia, scorse a riempire l’ombelico prima di scendere ancora ed essere assorbito dagli slip.

Rialzai lo sguardo, urlava senza emettere suoni, con gli occhi spenti e quasi rivoltati. Apriva la bocca più che poteva. Poggiai il cutter sul lato destro di quel foro ovale, spinsi tagliando la guancia fino in fondo, fino a sentire la lama raschiare sull’osso della mandibola. Feci lo stesso con la guancia sinistra per aiutarla ad aprire la bocca oltre il possibile. Il sangue le colava nella gola, la riempiva e filtrava gorgogliando giù per la trachea, riempiva i polmoni e lei soffocava lasciando cadere la testa all’indietro.

Fu a quel punto che pensai a Buñuel, alla luna, col cutter divisi orizzontalmente il suo occhio destro in due parti ineguali scuotendo poi la lama per eliminare l’impasto gelatinoso che vi era rimasto attaccato.

Le slegai mani e piedi e continuai quindi ad operare per un certo tempo, scarnificando con il coltello da carne l’avambraccio destro in tre punti distanti circa tre centimetri l’uno dall’altro tra il polso e l’incavo del gomito, scavando fino a raggiungere l’arteria e, dopo averla tesa, sistemando sotto di essa i tre pezzi del manico di scopa che avevo precedentemente separato.



Mi fermai allora ad osservarla, la testa a penzoloni sullo schienale il cui peso piegava il collo indietro facendo apparire la faringe pronunciata in modo quasi mascolino, la pelle lacerata sullo sterno, il braccio destro appesantito dal legno della scopa, il sangue sul fianco che cominciava a rapprendere, gli slip inzuppati. Dall’occhio tranciato un liquido pastoso scorreva lento sulla tempia e si mescolava ai capelli, lo sguardo mi cadde sull’orecchio destro. Le sollevai leggermente il capo e lo ruotai, un vomito di sangue le cadde dalla bocca, quello uscito dalle guance che era rimasto a ristagnare nella gola, tirai indietro i capelli e puntai il coltello lì, circa un centimetro sopra l’orecchio.

Iniziai a picchiettare con forza crescente attraverso i capelli, il sottile strato di pelle e carne e l’osso del cranio, il coltello penetrava piano ma sempre più a fondo. Quando la lama fu dentro per metà la torsi, il cranio scricchiolò e la tirai fuori, voltatale la testa feci lo stesso sopra l’orecchio sinistro, l’osso sembrava più duro stavolta e dovetti usare una forza maggiore. Pulii la lama e mi chinai per riporre il coltello a terra, poco distante dal suo piede sinistro, vicino stava il tubo di ferro, era lucido, lo presi e me lo rigirai tra le mani. Recuperata la postura eretta continuavo a fissare il tubo, ci alitai e sfregai con la manica del maglione, mi ci potevo specchiare.

Le poggiai una mano sulla guancia destra, per tener ferma la testa e cominciai a spingerlo nella fessura dalla parte sinistra facendogli trapassare il cranio fino ad uscire dall’altro lato, sopra l’orecchio opposto, sporco di filamenti biancastri e sangue nero che cadeva a gocce. Una, due, tre, al cadere della quarta poggiai le labbra all’imboccatura del lato pulito e soffiai con forza facendo schizzare fuori i residui di cervello e frammenti ossei, carne con i capelli ancora attaccati, guardai attraverso e vedevo la parete di fronte a me, era abbastanza pulito.

Lasciai ricadere la testa all’indietro. Le presi la mano destra tendendole il braccio, i pezzi del manico di scopa stavano fissi sotto la tensione dell’arteria, iniziai a scavare col cutter vicino all’osso, sotto al bicipite estraendo progressivamente la lama, uscì dall’altro lato e feci leva per allargare il foro mentre vi inserivo uno dei pezzi di legno più lunghi, si incastrò ottimamente, l’altro lato lo infilai nello squarcio della costola divelta, il braccio rimaneva sorretto ma l’articolazione faceva cadere male l’avambraccio.

Lo riallungai tenendolo per il polso, l’altra mano stretta sull’avambraccio, torsi e nessun rumore particolare annunciò la slogatura, lasciai la presa. L’avambraccio ora cadeva perfettamente perpendicolare al suolo, parallelo al corpo. Passai nuovamente al coltello da carne, con cui segai tra indice e medio della mano sinistra, la mia mano stava attorno al polso e premeva col pollice sul palmo, la lama scendeva velocemente, fino in fondo, spostai il pollice e divisi tra medio ed anulare, e tra anulare e mignolo.

Le dita allargate sembravano l’ala di un pipistrello senza membrana. Poggiai la lama sullo sterno, dove già la carne era aperta, spinsi in avanti e verso l’alto, facendola scivolare sotto, anche stavolta feci leva e infilai sotto il dito medio dell’aluccia che le avevo appena regalato, le altre dita si afflosciavano scomposte in avanti e di lato. L’ultimo pezzo del manico di scopa lo appuntii con pazienza, usando il cutter, piano piano, un lavoro lungo e preciso, com’è ogni mio lavoro.

Lo poggiai alla base del palmo del braccio destro che avevo lasciato penzolante e cominciai a spingere bloccandolo con la mano sinistra sul gomito, l’avambraccio si allargava ed intozziva mentre il manico penetrava tra radio e ulna, su, sempre più su, finché sparì. Anche il sanguinamento era ormai cessato, tutto aveva smesso di scorrere.



Afferrai le due estremità del tubo nel cranio, raddrizzai la testa facendole riprendere una posizione verticale e spinsi verso il basso, facendo pressione col mio peso, comprimendo le vertebre e dislocando la testa che collassò sul collo rimanendo bloccata, la sesta e la settima vertebra cervicale lacerarono la pelle sopra le spalle, esponendosi.

Mi risollevai, era pronta e completa e rimasi a guardarla con la bocca semiaperta, senza pensare per un indefinito tempo, non sapevo che ore fossero ma non lo sapevo nemmeno quando avevo iniziato, e ogni orario è uguale alla luce artificiale. Richiusi la bocca, i denti ticchettarono battendo tra loro, la coprii con un telo bianco e mi sgranchii collo e braccia.

Lasciai la luce accesa mentre attraversavo la porta socchiusa, oltre quella era buio ma non servivano luci per percorrere i cinque passi che mi separavano dalla porta del bagno, la aprii, due passi ed ero dentro. Accesi la luce chiudendo la porta, dovevo pulirmi il sangue secco sulla pelle cominciava a tirare e dare fastidio.

Mi fermai di fronte allo specchio nel disbrigo, scrutai e lui ricambiò il mio sguardo con i miei occhi. Ero più sporco di quanto credessi, sangue rappreso che imbruniva il maglione, aloni sulla pelle, incrostato nella barba che avevo smesso di tagliare da mesi, ma sorridevo.

Avevo pensato e avevo realizzato, un niente senza motivo o una cosa qualunque, tutto era fattibile chiaro e preciso senza nessun limite, ero io. Una mano poggiata allo specchio senza smettere di guardarmi. Avevo paura. Anima mia, finalmente sei qui.

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