FANDOM


Era una giornata come le altre. La giovane Natalie Evans stava tornando a casa, dopo essere stata fino alle 18.00 circa a studiare dalla sua migliore amica, Audrey Williams. Nonostante la fastidiosa neve che continuava a sfiorarle la punta del naso, e tutte le figuracce vissute in prima persona quello stesso giorno, era di buono umore. Era strano, non sapeva neanche lei il perché: di solito era quella classica ragazza che si arrabbiava per tutto, persino per il più stupido dei dettagli, rovinandosi così la giornata col suo pesante cattivo umore. Alla fine, decise di non stare troppo a pensarci, anche perché -altrimenti- sarebbe sicuramente finita per trovare una scusa per tornare al suo solito nervoso, cosa che voleva assolutamente evitare.


Dopo un paio di minuti passati a chattare col suo ragazzo, Edward Brown, si ritrovò di fronte a qualcosa di abbastanza insolito; dall'altra parte della strada, un ragazzo più o meno sui diciassette/diciotto anni, stava piangendo. Tuttavia, la cosa che la fece sentire a disagio, fu l'espressione del ragazzo: nonostante fosse abbastanza malinconica e rattristante, di certo non esprimeva un pianto, nonostante le lacrime e i lievi singhiozzi che si lasciava scappare ogni tanto.

Un'altra cosa che colpì la ragazza, era il suo vestiario: portava addosso solo un paio di jeans neri, degli anfibi marroncini, una giacchetta arancione che si intonava perfettamente con la sua pelle color caramello, e una magliettina di cotone nera.

"Ma come diavolo fa a non aver freddo?"

Continuava a ripetere tra sé e sé Natalie, che era rimasta per circa una trentina di secondi a osservarlo. I suoi capelli, molto corti e castani, erano stati bagnati dalla neve, ma a lui sembrava non importare. Seduto su uno scalino sul ciglio di un qualche portone, se ne stava lì col suo piccolo portatile. Non badava minimamente al pianto o al freddo estremo che avrebbe dovuto provare.

Natalie, messa in suggestione da ciò, decise di avvicinarsi. Era incuriosita dal ragazzo, e non le dispiaceva affatto l'idea di farsi nuovi amici. Così, abbassando lo sguardo, attraversò la strada. Tuttavia, appena riposizionò il suo sguardo sul punto in cui si sarebbe dovuto trovare quel tipo, notò che non era più lì.

"Se n'è andato velocemente. Mi avrà notata?" Pensò lei, che -però- decise di andarsene, senza dare troppo peso all'accaduto.


***


«Ultime notizie: corpo senza vita ritrovato steso sul suo divano. La scientifica non è ancora riuscita a trovare possibili prove incriminanti, sappiamo solo che la vittima è stata uccisa per avvelenamento. Il corpo apparteneva alla giovane ragazza Audrey Williams, che...»

Natalie, appena sentito quel nome, smise totalmente di ascoltare le notizie. La tazza di latte caldo che stava sorseggiando in quel momento, appena sveglia, le cadé di mano, distruggendosi una volta a contatto col freddo pavimento. Natalie, naturalmente, non considerò minimamente l'idea di mettersi a pulire. Il suo pianto si poterono udire in tutto il quartiere. Lei era sempre stata una delle persone più importanti al mondo per lei.

Le lacrime, che più che fuoriuscire dai suoi occhi sembravano venir strappate con forza dal suo cuore, stavano quasi allagando il salotto. Come era potuto succedere? No, non era vero. Non poteva esserlo. Lei era sempre stata la ragazza fortunata che gode di tutti i beni, d'altronde; eppure, in quel momento, un piccolo pezzettino del suo cuore era appena stato distrutto, era appena morto.


***


Una settimana dopo circa, lei si trovava a casa sua, da sola. Ovviamente si era presa un lungo periodo di assenza dalla scuola e da qualunque attività frequentasse, nel quale non parlava praticamente mai con nessuno. Semplicemente, se ne stava lì, con lo speaker al massimo del volume, ascoltandosi "DollHouse". Tuttavia, in quel momento, stava contemplando il suo grande armadio, alla ricerca di qualcosa di bello da mettersi. Aveva capito che così non poteva continuare, quindi aveva invitato il suo ragazzo a casa sua, per sollevarsi -almeno un po'- il morale. Alla fine, decise di indossare un semplice vestitino giallo, delle calze rosse e -nonostante dovesse stare a casa- un paio di ballerine bianche. Sul vestiario, aveva dei gusti del tutto suoi.

Edward sarebbe dovuto arrivare alle 17:00, ed erano ancora le 17:15. Già, lui arrivava spesso in ritardo, anzi, andava praticamente premiato per tutti i record dei ritardi battuti.

Tuttavia, col passare dei minuti, Edward stava ritardando davvero tanto. Si erano fatte le 17:45, ma lui si ostinava a non arrivare. Natalie aveva già provato a chiamarlo in precedenza, più e più volte, ma lui sembrava chiuderle in faccia, senza neanche rispondere alla chiamata. Natalie, scocciata dalla situazione, si mise qualcosa di più pesante e uscì di casa, per vedere dove diavolo era finito. Non poteva credere che in una situazione del genere lui si ostinasse a ritardare.

Mentre correva, cercando di non perdere tempo, vide di nuovo quello strano ragazzo, anche quella volta seduto su un gradino, col suo solito pianto e il portatile acceso. L'unica differenza, era che la sua faccia era diventata leggermente più malinconica, nonostante -ancora- non raggiungesse la tipica espressione da pianto. Natalie non ci fece neanche troppo caso, d'altronde, non le importava di quello strambo soggetto.

Nel giro di cinque minuti a casa sua, pronta per bussare. Cominciò a suonare il campanello, ma -non ricevendo nessuna risposta- cominciò a praticamente prendere a pugni la porta. Tuttavia, non appena la sua mano entrò in contatto col portone, esso si aprì.

"Che sbadato!" Pensò Natalie, ridacchiando tra sé e sé "Ormai sarà la decima volta che si dimentica la porta aperta. Ci credo che poi i suoi lo trattano come se avesse cinque anni!"

Fatto sta che, non appena provò a dare un'occhiata all'interno della casa, si ritrovò davanti a uno spettacolo scioccante: Edward era lì, o meglio, il suo corpo lo era. Il suo viso era viola, mentre dalla sua bocca scendeva un lieve filo di saliva, ad indicare una probabile morte per soffocamento.

Ancora una volta, le sue urla eccheggiarono per tutta la zona.


***


E così, settimana dopo settimana, le morti continuavano ad aumentare. Amici, parenti, e chi più ne ha più ne metta. Ormai Natalie, caduta in depressione, aveva quasi definitivamente smesso di prendere lezioni. Aveva più volte tentato il suicidio, anche se ogni volta qualcuno riusciva a fermarla in tempo.

La cosa inquietante era che, ogni singola volta, prima che lei scoprisse della morte di qualcuno, incontrava quello strano ragazzo, e ogni volta che ciò succedeva, il suo viso era sempre più triste. Sua madre, che aveva un lavoro che le occupava poco tempo e la faceva restare a casa, ormai passava ogni singola giornata quasi interamente accanto alla figlia. Era raro che la ragazza uscisse, se non per prendere una boccata d'aria sotto casa.

Proprio una di queste volte, uscita mentre la madre stava lavorando al cumputer, lo rivide. Ormai lo odiava, sapeva che se c'era lui, una nuova vita se ne sarebbe andata; ormai, per lei, era ovvio che fosse lui il colpevole di tutto ciò. Quel lurido ragazzo le aveva rovinato la vita, se lo sentiva dentro.

Quella volta, però, il ragazzo -al posto di starsene al portatile- stava guardando proprio lei. Il suo volto, in quel momento, stava piangendo, proprio come i suoi occhi.

Tuttavia, Natalie, non si lasciò stupire da ciò. Non appena lo vide, cominciò a piangere.

«ESCI DALLA MIA VITA!!» gridò lei, lanciandosi dall'altra parte della strada senza neanche distogliere lo sguardo da lui per mezzo secondo, rischiando di causare un incidente. Non appena si ritrovò abbastanza vicina al ragazzo, tutto si fece buio.

...

***


Quando Natalie si svegliò, non aveva la più pallida idea di dove si trovasse. Era stata legata a una sedia, che a sua volta era inchiodata al pavimento. Il cuore cominciò a batterle forte. Dove si trovava?

In quel momento avrebbe voluto urlare, ma non ci riuscì. Qualcosa, dentro di lei, la stava bloccando. Nonostante i vari tentati suicidi, in quel momento, provava paura. Non ne sapeva neanche lei il perché, proprio come per il suo immotivato buon'umore che provava il giorno prima di quello strazio.

Si guardò attorno. Si trovava in una vecchia palafitta, circondata dalla vegetazione. Polverosa, scricchiolante... sarebbero stati questi gli aggettivi migliori per descriverla. Dopodiché, si accorse di chi gli stava davanti: quel ragazzo, quello che l'aveva indirettamente perseguitata per tutto quel tempo. Era proprio lì, davanti a lei. In quel momento, aveva una faccia inespressiva: nessuno sarebbe riuscito a capire cosa stava esattamente provando quel ragazzo in quel momento. Stava seduto su una piccola seggiolina, mentre guardava il suo riflesso in un bisturi. Continuava a ripetere parole a caso, sempre con un tono inespressivo:

«Inutile, cavia, senza speranze, idiota, drogato, triste, felice, morto, malato, insano...» Continuò a ripetere queste strane parole ancora per un po', finché non si accorse del risveglio di Natalie.

«Oh, vedo che sei sveglia, Natalie...» Disse il perseguitatore, alzandosi in piedi; in quel momento, la ragazza trovò la forza di parlare.

《T-tu...》 Le lacrime cominciarono a sgorgare dai suoi occhi 《Tu... Sei stato tu a fare tutto questo, non è vero?!》

《...》 L'espressione del ragazzo si fece più cupa.

《Ah, adesso non hai neanche il coraggio di rispondermi, eh?!》 Affermò lei, mentre la pazzia stava cominciando a risucchiarla.

《LA VERITÀ È CHE SEI SOLO UN CODARDO, NON È COSÌ?!》 E cominciò a ridere quasi sadicamente.

《ADESSO FÀ SILENZIO! TU NON CAPISCI NIENTE!!》 Ribatté il ragazzo, ammutolendo così Natalie.

《Tu non sai un bel niente di me... niente, NIENTE, NIENTE!!》 Sbraitò il ragazzo, stringendo i pugni. In quel momento, la sua voce si stava avvicinando pian pianino al pianto.

《SO QUANTO MI BASTA PER SAPERE CHE SEI UN MOSTRO! UN FOTTUTISSIMO MOSTRO!!》

《TI SBAGLI!》 E le mollò un calcio sullo stinco. Poi cominciò definitivamente a piangere.

《T-tu... tu non sai...》 Il ragazzo sospiro malinconicamente, ritornando alla sua voce inespressiva.

《Ma chi voglio prendere in giro? Io non sono nessuno. Lo sai, hai proprio ragione: sono solo un fottuto mostro; d'altronde, non solo quello che faccio è sbagliato, ma continuo a farlo pur essendone consapevole. Faccio davvero schifo come persona, vero?》 Dopo aver detto ciò cominciò a ridacchiare tristemente.

《Mi dispiace davvero tanto, so di essere solo un egoista. Però... vedi, non posso smettere e basta. Lo capisci?》

《...》

《Tranquilla, non pretendo che tu lo faccia. Come ho già detto precedentemente, sono solo un mostro, quindi che diritto ho di essere compreso?》 L'ultima frase, venne pronunciata di nuovo singhiozzando. Stava delirando, e lo sapeva.

Dopodiché, alla fine, le puntò il bisturi alla gola, sussurrando sei semplici parole:

You are... part of my obsession.

Vota questo racconto:

Voto complessivo:

È necessario registrarsi e collegarsi dal browser per poter votare e visualizzare i risultati.