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Di seguito è riportato un breve diario di un cittadino romano dell’Età di Augusto.


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I lemuri (dal latino "lemures") sono "spiriti della notte".

Il mio nome è Quinto e sono un equites, marito di una donna libera, padre di tre figli.

Da poco morirono alcuni miei parenti, non gli resi onore: li lasciai soli negli ultimi momenti.

Non sono un uomo che rende omaggio agli antenati. Anzi, ho sempre dato la colpa delle mie sventure ai miei avi. E credo di averli maledetti più e più volte.

Scrivo affinché i posteri possano trovare su che riflettere.

Giunge il periodo di Maggio. È compito di ogni cittadino celebrare le Lemuria.

È questo il periodo in cui vi è l’apice delle manifestazioni larvali.

Spero che abbiate la pazienza di leggere quanto segue e che questo diario possa rivelarsi utile ai più tra quelli che hanno vissuto esperienze simili.

Inizierò dal giorno in cui le entità si manifestarono, fino ad arrivare, vicenda dopo vicenda, ad oggi.



Ed ecco: tutto incominciò a metà Aprile, il giorno dopo le idi del mese, quando al calar della sera, mentre tornavo dai campi con i servi, notai, guardandomi alle spalle, una strana quanto inquietante figura in mezzo alle spighe del grano. Giuro sugli dei del cielo che non faceva parte del mondo dei vivi.

Difatti, quando voltai il capo vidi un evanescente creatura scheletrica simulare il taglio del grano. Essa era coperta da un colore sul celeste cristallino ed era magra, molto magra: quasi si vedevano le ossa.

Caddi da cavallo.

Il suo volto terribile mi turba ancora, pareva l’oscuro Plutone in persona asceso dagli Inferi.

I servi mi aiutarono a rialzarmi, ma una volta che fui in piedi la figura era svanita.

Scosso tornai a casa. Non volli mangiare ma mi chiusi in camera mia a pregare Giove.

Mia moglie era in pensiero per me e pretendeva di sapere cosa fosse accaduto, ma non ne volli parlare.

Il viso dello spettro continuò a perseguitarmi.

Mi ricorda qualcuno, ma nonostante gli sforzi non sono ancora riuscito a capire di chi fosse l’ombra.



Undicesimo giorno prima delle calende di Maggio; ecco che un altro avvenimento mi turbò.

Ero intento a pregare presso l’altare dei miei antenati, quando fui investito da una leggera brezza. Mi voltai verso la finestra della camera, immaginando fosse aperta ma con grande stupore m’accorsi che era chiusa.

Stupito, mi alzai e andai a controllare di persona, ma fatti pochi passi ecco che un rumore mi fece trasalire.

Sentivo l’eco di un suono ripetuto. Quasi un battere contro la pietra.

La statuetta di un mio avo si stava spostando da sola sul piano dell’edicola, come mossa dalle vibrazioni dei colpi. Il mio respirò si fermò e nell’aria si levarono freddi sussurri. Non capivo il senso di quelle parole, ma sembravano cariche d’odio e mi facevano raggelare la pelle.

La statuetta continuò a muoversi finché non giunse al bordo.

Cadde e si ruppe: la testa si staccò dal resto del corpo.

Rimasi pietrificato.



Il sesto giorno prima delle calende di Maggio accadde qualcosa durante la notte.

Andai a letto presto, il giorno dopo infatti mi sarei dovuto recare ai campi.

Il mio cane abbaiava fuori dalla finestra; mandai i servi a farlo smettere.

Ora capisco che aveva fiutato qualcosa di strano nell’aria.

Non ho idea di quanto dormii prima che il lemure si manifestasse.

Quando mi svegliai sentii molto freddo nell’aria e capii subito che qualcosa non andava.

Osservai la camera alla ricerca di un ché fuori dal normale; sembrava tutto al proprio posto.

Ma appena alzai lo sguardo, credo che il mio cuore smise di battere per qualche secondo.


Sopra di me stava la nera salma di un morto. Disposta in orizzontale, fluttuava nell’aria.

Era messo in una posizione anormale: stava girato su un fianco, braccia e gambe sembravano contorcersi, la mandibola spalancata in un urlo. Non era la classica posizione di un morto che se n’era andato in pace, no.

Spaventato chiamai disperatamente i miei servi.

Ogni secondo sembrava durare un eternità e potevo sentire distintamente il battito di un cuore. Ancora credo non fosse il mio.

Al quinto richiamo entrarono il maggiordomo con due schiavi.

Mi riferirono che mi agitavo contro il nulla. Ma io so cosa ho visto.



Il giorno prima delle calende di Maggio.

Oramai non uscivo più di casa: mandavo i servi a fare le compere, non mi recavo più al campo.

La notte dormivo con una lanterna sopra il tripode e chiedevo ai servi di stare di guardia nella stanza affianco.

Feci sistemare la cuccia del mio cane nella mia stanza, cosicché potesse avvertirmi nel caso fosse accaduto qualcosa.

Imprecai contro i Lari, affinché mi liberassero da questa maledizione.

Non mi hanno ascoltato. Non credo lo faranno; inutili ombre.

Durante quei giorni riflettei sulla forma che il lemure assunse quella notte.

Ebbi la sensazione che il suo corpo fosse stato seppellito in zona.

E poiché temetti di non sbagliarmi, l’indomani controllai il giardino insieme ai servi della casa.



Calende di Maggio.

Prima dell’alba scesi con i servi nel cortile per controllare se ci fossero segni sul terreno che potessero far presagire la presenza di una tomba.

Scavammo tre fosse profonde sei piedi e larghe dieci, ma non v’era nulla la sotto.

Controllammo tutte le pareti e le mattonelle messe male, ma niente da fare.

Mi sembrava ci fosse qualcosa che mi sfuggiva.

Entrai nella stanza dove stava l’edicola dei Lari e subito le candele si spensero.

Ebbi un tuffo al cuore e il mio respiro si fermò poiché si verificò un altra manifestazione larvale.

Ecco, era un fantasma e aveva l’aspetto di un cane secco e scarnificato, ricoperto da un’aura verde acqua. Aveva larghe ferite lungo i fianchi.

La larva si fece avanti come se non potesse vedermi. Io non riuscivo a muovermi.

All’inizio pensai fosse il mio cane, ma era troppo mal ridotto per essere lui, povera bestia.

Mi passò davanti e scomparve dentro al larario.

Caddi all’indietro e rimasi senza parole. Poi capii che c’era qualcosa di strano in quell’edicola dei Lari.


Demolire la casa degli antenati protettori è da molti considerato sacrilegio. Per questo non volli che nessuno venisse a sapere di quello che avrei fatto. Mandai mia moglie e i miei figli a stare dai miei genitori e rimasi in casa con due servi, nel caso avessi bisogno di qualcosa.

Non appena alzai il piccone per dare un colpo, il mio cane balzò davanti all’edicola.

Imprecai. La piccozza lo colpì nel ventre.

Prese a contorsi e a guaire. Non sapevo che fare. Non potevo lasciarlo soffrire.

Lo uccisi con un colpo alla testa.

Non capii il perché di quella azione: perché si fosse slanciato verso l'altare.

Maledissi i Lari per quella disgrazia e pieno di furia ricominciai a picconare.

Mentre rompevo la parte bassa intravidi l’inizio di una buca squadrata. Stranamente, mi sembrò di udire dei fievoli sussurri, ma non ci feci caso.

Come sospettavo, sotto all’edicola vi era una fossa. Presi un lume, perché nessuna luce filtrava dentro a quell’antro oscuro, e che io possa essere fulminato se non sentii come l’eco di un urlo disperato provenire da là sotto.

Ma nulla vidi in profondità; avevo faticato tanto per niente.

Poi pensai che almeno avrei potuto nasconderci la carcassa del cane morto. E così feci.

Per finire, misi delle assi in legno sopra quella maledetta buca.



Terzo giorno prima delle none di Maggio.

A lungo mi sono domandato come fosse possibile che quella fossa fosse vuota, ma nulla mi venne in mente. La mia famiglia era ancora fuori casa, non volli che tornassero prima delle Lemuria.

Anche quella notte si verificarono dei fenomeni oscuri: appena aprii gli occhi, vidi tante figure sfuocate raccolte intorno al mio letto. Sembravano ombre di uomini e donne deformati dal tempo, e parevano fatte di bianche fiamme.

Levarono le pallide mani verso di me e si avvicinarono lentamente.

Nulla potevo fare, muovermi non m’era consentito.

Quando mi toccarono mi sentii trascinare giù dal letto. Caddi sul pavimento a faccia a terra.

Quando riaprii gli occhi le figure erano sparite.

Davanti a me, a due metri, il vuoto della fossa; le assi erano state tolte.


None di Maggio.

Ho trascritto tutto ciò che è accaduto nei giorni scorsi. Ora siamo giunti al presente.

Aspetto le Lemuria. Devo placare tutte le larve che mi perseguitano; i riti che ho eseguito nei giorni precedenti non sono serviti a nulla, se non a farmi sborsare decine di sesterzi per oli, erbe e doni in onore dei morti.

Dopo la distruzione del Larario, le bianche figure si mostrarono a me ogni notte. La loro espressione era sempre carica d’odio, i loro indici puntati contro di me.

Ogni volta mi ritrovavo giù dal letto; ogni volta sempre più vicino alla fossa.


Il giorno prima delle Lemuria.

Stanotte, vi è stata un'altra manifestazione larvale: dormivo, quando ad un tratto ho fatto un sogno. Ma la mia mente non era dentro al mio corpo, potevo osservarmi dall'esterno: vedevo la scena come da un punto di vista rialzato.

L’altro me stava scappando dalla camera quando, ad un tratto, inciampava e veniva trascinato da qualcosa di invisibile verso la voragine. Urlava, imprecando e chiedendo pietà. Le assi caddero come risucchiate nel buio della fossa.

Come temevo il mio doppione fu scaraventato nell’oscurità della buca.

Sentii un urlo.

Un urlo disperato.

Un urlo che avevo già sentito.


Fu solo allora che capii.

Mi risvegliai dal sonno. Presi calamo e gialla pergamena e scrissi questi ultimi fatti sul diario.

I fantasmi che mi perseguitavano erano un avvertimento, una premonizione del futuro.

Il mio cane aveva cercato di difendere l'altare e, sacrificandosi, farmi desistere dal mio empio intento.

E ormai è tardi. L’unica cosa che posso fare è scrivere in modo tale che nessuno commetta i miei stessi errori.

Ed io, io che sono stato avverso ai Lari, vagherò nella notte alla ricerca di vendetta come lemure terribile?




Nel cortile della villa, sotto terra, vi era una bara, sopra la quale stava il nome "Quinto Valerio Severo".

Dentro di essa vennero rinvenuti i resti del presunto autore del diario.

Nella villa, sotto al larario, è stata trovata una profonda fossa, in fondo alla quale stava lo scheletro di un cane.

Ma il particolare più inquietante è che il corpo nella bara combaciava perfettamente con la descrizione della “nera salma di un morto”.

Ciò significa solo una cosa: l'uomo di nome Quinto, dato per morto dopo una rovinosa caduta, venne sepolto vivo.

Morì in seguito, dentro alla propria bara.

Tra gli stretti pugni teneva la testa di una statuetta.

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