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Le dernier chant du sang

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La sua mano accarezzò le corde auree della maestosa arpa, pronte a vibrare e fremere a suo comando, come qualunque altra donna Egli ebbe mai toccato. D'innanzi, gemeva una giovane di vent'anni, senza che Lui la toccasse più. L'ira che ella riversava insieme alla vergogna e alla paura erano quasi tangibili nell'aria, e risuonavano in armonia ai passi di Lui che le si avvicinò. Ne accarezzò i biondi capelli.


“Pensi di poter sopportare il peso della vera perfezione?” la sua voce le suonò melodiosa persino in quel momento. “Uh...”


Le corde cristalline che la tenevano sospesa scattarono, suonando nel suo corpo una macabra melodia di carne lacerata e di grondare di sangue. Le sue urla risuonarono in tutta la cupola di vetro, e una folata di vento rispose, smuovendo le improbabili rampicanti che pendevano dalle luci di quel teatro che voleva prendersi gioco dall'alto dove stava, della vita di chi sta in più basso.


James si passò la mano tra i capelli e attaccò a suonare. Il pianoforte ruggì per risposta, o per quel tocco così puro, e risuonò in un unico accordo col dolore della fanciulla sacrificata.


“Per uno scopo nobile” si disse James.


Anni di ricerca, generazioni passate a farsi male l'un l'altro. Nemmeno le religioni sapevano spiegare al cuore delle persone perché esiste il male. Eppure non è il male, o dolore, ad essere il direttore d'orchestra, ma è il primo violino. Quello per il quale lo stesso direttore applaude alla fine di un concerto ben riuscito.


E James lo sapeva. Col dolore di sua madre era nato, accompagnato dal dolore suo e del padre di averla uccisa con quel male. Col dolore dell'acqua bollente versatagli addosso dal padre per “purificarlo” dal matricidio, e con quello impiegato per ottenere i primi successi. Il suo primo pezzo eseguito perfettamente, frutto del suo dolore, e Lui, a sua volta frutto del dolore di sua madre.


Lo sapeva. Come sapeva che ogni singola nota in cui riversava il dolore, accostata a un'altra, era in grado di far svenire giovani donne nella sala in cui suonava, vergini, in cui si riversava tanto, troppo sentimento.


Vergini non corrotte in grado di provare il vero dolore.


Ma non è servito a nulla. Il corpo dilaniato in pezzi quasi regolari, era lì vuoto sul pavimento a scacchi d'oro e neri. E in parte, scarlatto.


Quella scena gli riportò in mente l'unico ricordo che aveva di sua madre. Suo padre nascondeva una videocassetta nella sua scatola, sotto un libro molto vecchio, che solo recentemente James intuì essere una bibbia scritta in una lingua a lui non nota. Forse troppo sicuro del fatto che un bimbo di 4 anni non avrebbe trovato ciò, o per qualche altro motivo, la scatola di metallo era sempre in un incavo nel parquet vicino al letto.


Nel video James riconobbe sua madre. Non vi erano parole per descriverla. Poté quasi sentire sulla pelle quella bellezza e armonia così fisica, persino in un momento come il parto.


Poi vide se stesso, avvolto da quegli eterei liquidi secreti da quel ventre di perfezione,


Lui, angelo caduto.


Lui, scacciato dal suo Eden.


Vide la fessura di sua madre, generatrice di vita, deformata dallo sforzo.


La vide ricoprirsi di nero. Necrosi dei tessuti.


Vide le macchie nere diffondersi sul corpo e sul volto.


Contaminare quel viso.



Un'altra vergine consumata.


No... La prossima sarebbe stata diversa.


Come molti frutti che crescono in un terreno di diamanti, puri ed eterni, così James sceglieva le ragazze che arrivavano lì, spiriti puri, non poteva essere altrimenti. Puri e dediti a un'arte nobile, alla creazione e all'esecuzione di quanto più perfetto ci sia tra le cose terrene.


E giunse Ella, nel Suo regno. Loro, sotto la cupola in alto su quel grattacielo, protetti dalla corruzione del mondo esterno, unirono e sovrapposero più volte le loro melodie. Lei non distoglieva gli occhi dalle sue mani che carezzando i tasti, carezzavano allo stesso tempo lei, fin nelle sue parti più nascoste ed intime. Riconobbe in Lei sua madre, e si perse in Lei, in ogni suo dettaglio, nella sua viola siglata – Lily Thiler – e la amò.


Non si parlarono mai. Se non quella sera, in cui lei si fermò con lui nella sala.


Parlarono molto, avevano una vita da raccontarsi. Si sentì come un pianoforte scordato e lei, con ogni sua parola, riusciva a rimettere tutto in sesto, tutto al suo posto. Le raccontò tutto, le spiegò tutto – Lei avrebbe capito! - e in effetti gli fece capire perché suo padre gli fece quel che gli fece. Non portava cicatrici, non ci aveva mai pensato, eppure ricordava il bruciore di quell'acqua sul corpo e non lo avrebbe mai dimenticato. Ricordava l'ostinazione del padre nel non rispondergli quando recitava quelle orrende, immonde, oscene, putride, merdose litanie in quella fottuta lingua morta. Tutto. Lui non dimenticava niente di tutto ciò.


Ella gli disse che Lui stesso sentiva una colpa. Voleva colmare il vuoto della morte della madre con quella perfezione che tanto ricercava nella musica.


Emettendo un lungo sospiro di piacere si morse il labbro a sangue quando sentì che Lei lo capiva. Lei lo avrebbe aiutato a farcela.


Le raccontò delle ragazze, e dell'unico modo che esisteva per poter raggiungere l'Essenza, e notò il terrore quasi colare liquido dai suoi occhi e riempire l'ambiente, la voglia di fuggire.


Ma lui era preparato a ciò, la stava aspettando. Lo sapeva.


Era umana.





Solo quella pecca poteva renderla perfetta: era umana.


Non provò il minimo sforzo per sistemarla nel luogo riservatole da Lui.


Un gancio grande per ogni vertebra, medio per le costole, piccoli per la pelle e le palpebre. Strappò un pezzo di pelle da dietro le gambe e lo sistemò su un rullo dietro destinato ad avvolgersi. Avvicinò parallelamente e quindi ai lati delle gambe i due rulli, atti a schiacciare, fino a lasciare un sacco di carne con ossa, e sotto la falciatrice, per finire il lavoro.


Con ira e decisione si diresse al clavicembalo e contemplò nei suoi occhi sbarrati il non voler accettare quanto le stava per regalare il parto della sua mente.


Egli stesso non sarebbe potuto essere comunque Dio, o lo avrebbe saputo, pensò.


“La perfezione è umana! La perfezione è relativa a noi umani!” gridò. “La perfezione che cerchi non ha senso!” “Esatto”.


Con tutta l'anima che gli restava, suonò le prime note, che vennero seguite da molte altre, come una cascata di cristalli. Scarlatti, Sonata in Re minore K 517. L'orribile concerto cominciò. I rulli cominciarono a schiacciarle i piedi, sacchetti di carne attorcigliati e subito macinati. Ganci le tiravano le ossa, spezzando lentamente ogni costola, spostando ogni vertebra, e piccoli lembi di pelle, il tutto cadenzato dal pezzo. Un tramonto, un rosso più potente e cupo del sangue, e un gelo inesistente pervasero la mente di Ella, i cui occhi vennero spremuti, la pelle strappata viva e raccolta, la lingua e il naso distrutti letteralmente, le orecchie perforate e stuprate più volte, tanto da non percepire più le note che la mutilavano ma che mantenevano con la realtà un contatto.


“La perfezione non ha senso!” urlò James col sangue che colava dai tasti di ebano.


Persino il gocciolare del sangue si piegava al tempo del pezzo.


Ella rispose con un ultimo spasmo, e il suo orgasmo segnò l'addio da quella carcassa che ormai ingombrava tra quelle colonne di cristallo. E Lui lo vide, ne colse l'essenza, e questo si impossessò di Lui che ora ha portato la luce, e lo portò via. In quel nuovo Eden creato da un uomo, l'ultimo suono fu la dissonanza casuale delle note prese dal capo di James.






“. . .”






“. . .”






“Finalmente ci incontriamo ancora, Padre.”



E l'universo tremò, d'innanzi allo scontro di due entità superiori ad Esso.

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