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Stradivari Bailloti 1732 - foto Lucio Mondini 02

Purtroppo nel mondo di oggi poche persone sanno chi era il “liutaio”. Permettetemi di illuminare chi di voi rientra in questo gruppo.

Liutaio: [liu-tà-io] s.m. (f. -taia; pl.m. -tai) Persona che costruisce o ripara liuti e altri strumenti a corda
(sec. XVII).

Molto apprezzate nel periodo rinascimentale, queste figure divennero famose per la loro abilità di costruire meravigliosi strumenti come violini dal suono celestiale, ma intorno a loro si andarono a creare anche inquietanti storie quantomeno grottesche.

Un violino, per fare un esempio, è composto da una cassa armonica (tavola armonica più fondo unite da due fasce curvate e dall’anima), manico e corde.

Generalmente la cassa armonica è fatta di due legni diversi: abete rosso per quanto riguarda la tavola e acero per il fondo e le fasce; l’anima, che ha il compito di trasmettere le vibrazioni, è ugualmente di abete ed è incastrata sapientemente tra il fondo e la tavola. Ovviamente numerosi intagli possono essere fatti per migliorare il suono e l’aspetto. Il manico è anch’esso generalmente di acero con la tastiera in ebano. Ed infine le corde, quattro, da un sol2 ad un mi4.

Ma cosa distingueva un violino da un altro?

Ovviamente lo spessore della cassa, il corretto posizionamento dell’anima e il tiraggio delle corde sono alla base di un pregevole strumento, ma ciò che veramente fa la differenza è la scelta dei materiali. Tralasciando tutto il resto concentriamoci su quello che interessa alla nostra storia e che ha regalato ai liutai la nomea inquietante che ancora la massa attribuisce loro.

Le corde.

Le corde degli archi erano ricavate dalle interiora degli animali, più precisamente dalle budella. In generale l’animale scelto non era il gatto, come i più sono stati tratti a credere, ma le capre. Perfino oggi, anche con le moderne tecniche di fabbricazione, insieme al nylon e all’acciaio, vi è una modesta percentuale di budella animale.

Ma vi starete chiedendo: cosa c’entra tutto questo con la storia che sto leggendo? Siate pazienti e continuate a leggere.

Agli inizi del 1700 i liutai concorrevano tra di loro per riuscire ad accaparrarsi i salotti bene delle città d’arte, sognando di trovare mecenati disposti a mantenerli, o anche solo di aprire negozi ben frequentati; questi artigiani iniziarono a sperimentare nella creazione delle loro piccole opere d’arte “musicofore”.

Il più celebre, come ci insegna la storia, fu Antonio Stradivari, di Cremona, nato approssimativamente tra il 1644 e il 1649.

La biografia di Antonio non è minuziosamente riportata come quella di Manzoni o di Alighieri, ma comunque abbiamo abbastanza informazioni per riempirci la bocca durante inutili sfoggi di cultura generale; ma ciò che non viene mai detto è come mai i suoi violini fossero leggendari. Posso assicurarvi che perfino un neofita può accorgersi della differenza tra uno stradivari e un altro violino, ma perché?

Ancora una volta il motivo è da ricercarsi nei materiali.

Forse molti di voi avranno già capito dove questa storia andrà a parare, ma se avrete ancora un po’ di pazienza, andiamo a vedere la vera storia di Antonio Stradivari.

Cremona. Corre l’anno 1721.

L’inverno si stava facendo sempre più prepotente ed il freddo era entrato all’interno delle ossa del liutaio. Era al mercato con la sua massaia e, come al solito, aveva lo sguardo perso nel vuoto con la mente che vagava alla ricerca di una risposta che gli sfuggiva. Aveva passato tutta la sua vita a costruire archi ed aveva raggiunto vette notevoli, ma c’era qualcosa che gli mancava, qualcosa che gli impediva di essere il migliore di tutti, credeva di aver scoperto cosa, ma aveva un dilemma di tipo morale.

«Signore?» chiese Maria.

«Scusami, dicevi?»

«Chiedevo solo se il signore gradiva della purea di patate per cena questa sera.»

«Certo Maria.»

Molti suoi colleghi erano al medesimo livello, ma lui sapeva di poterli surclassare. C’era qualcuno che aveva provato ad usare legno di noce e di ciliegio, ma era stato un fallimento, qualcun altro aveva tentato ad usare le interiora di cavallo o di asino, ma ancora una volta il risultato non era stato quello sperato.

Antonio era convinto che quella potesse essere la strada giusta, ma non sapeva come percorrerla. Aveva avuto un’idea rivoluzionaria, ma gli mancava il coraggio di metterla in pratica. Aveva anche timore a pensarla e non era mai riuscito a dirla a voce alta.

La sera gli capitava di passare davanti alle stanze della servitù e immaginare cosa sarebbe potuto accadere se avesse assecondato le sue ambizioni fino alla fine.

Ormai non vedeva Maria normalmente. Guardava il suo dolce viso segnato dalle rughe e riusciva solo a pensare a dove dover tagliare per non danneggiare le budella; aveva perfino preparato i coltelli e gli strumenti per tirarle e lavorarle, ma non aveva mai trovato il coraggio.

Tutto cambiò il giorno di Pasqua, quando la povera Maria ebbe un incidente cercando di rimettere al suo posto una mensola che si era staccata dal muro. Sentendo le urla della domestica Antonio era corso in cucina e aveva trovato la donna a terra, subito si era accovacciato vicino a lei cercando di aiutarla in qualche modo. Maria era scivolata battendo violentemente la testa e alla vista di tutto il sangue che copriva il pavimento, Antonio prese la sua decisione e oltrepassò il limite.

Si alzò e con una lentezza esasperante afferrò uno dei coltelli che la donna stava usando per la cena. Rimase diversi secondi a fissare la donna ansimante, si nutrì dei suoi gemiti agonizzanti sentendo un forte senso di nausea. Si inginocchiò e le pose il coltello sul ventre.

La mano gli tremava, ma lui aveva bisogno di essere fermissimo.

Fece un profondo respiro. Contò fino a tre e spinse. Il corpo fece uno spasmo e Antonio spostò il coltello verso il basso. Il sangue iniziò a sgorgare dalla ferita bagnando la mano del liutaio.

La donna rimase viva per molto tempo prima di morire di shock emorragico e dopo quasi due ore, finalmente, Antonio ebbe in mano ciò che gli serviva per provare a fare il suo primo violino speciale.

Riuscì a far credere a tutti che la donna era scivolata e si era tirata addosso i coltelli durante la caduta e nessuno lo importunò lasciandolo al suo lavoro.

Lo strumento che ne derivò sembrava normalissimo, ma appena Antonio pizzicò una corda, un suono celestiale riempì la stanza. Un sorriso gli increspò le labbra. Lentamente prese un archetto e posò il legno sulla spalla, appoggiò il mento e chiuse gli occhi.

Aveva costruito qualcosa di semplicemente perfetto.

Tutti furono molto inteneriti quando presentò la sua creatura col nome di Maria, chiunque credeva che lo avesse dedicato alla sua domestica scomparsa e nessuno sospettò mai la verità.

Da quel momento molti senza-tetto cominciarono a sparire misteriosamente e gli strumenti del “maestro” Stradivari divennero leggendari.

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