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Se ne stava lì, seduta sul pavimento di legno della sua piccola casa sull’albero, costruita con suo padre molti anni prima, a fissare le sue caviglie, illuminate dalla pallida luna, ormai sottili e sporche e i suoi piedi dalle unghie nere e in parte mangiucchiate. Se ne stava lì, Lucy, ormai da settimane, senza mai scendere. Dai suoi capelli crespi e pieni di piccole schegge di legno spuntavano i suoi occhi verdi intenti a fissare una farfalla, dai mille colori, che se ne stava lì, ormai da giorni, come incollata alle umidi pareti di legno. Non ne erano rimasti molti, di capelli, infatti ella continuava ostinatamente a strapparseli dalla nuca per sfamare il suo stomaco, denutrito. Faceva così, come per i capelli, con le unghie, delle sue esili mani, che divorava con gusto e rabbia, fino a rimuoverle completamente. Continuava a guardare quella farfalla, con la bocca grondante del sangue delle sue stesse dita. Continuava ad osservare quella dannata farfalla. Le sembrava di guardare il cielo, l’erba, le sembrava di guardare quei tempi di spensieratezza, quando ancora tutto non era degenerato. Quando ancora tutto era normale, quando suo padre la vedeva come una figlia, non come un oggetto sul quale sfogare il suo rancore. La morte di sua madre aveva cambiato molte cose, in peggio. Da quel giorno, Robert, il padre della bimba, era completamente uscito di sé, aveva iniziato a bere, a fare uso di droghe e a farne le spese era la piccola Lucy. E adesso se ne stava lì, ad osservare quell’insetto, che restava lì, ostinato, sussurrando tra sé e sé, nella sua follia.                                                                                              

«Io sto qui. Qui non può farmi del male. Non voglio scendere, non voglio rivedere quel mostro.» Poi scoppiò in un urlo agghiacciante, spezzato dai singhiozzi del suo pianto. Non sapeva cosa fare, incominciò a graffiare le pareti, incominciò a mangiarne il muschio verde, come i suoi occhi ormai ricolmi di follia. Passarono altri giorni, e quella farfalla era sempre lì, non si ancora mossa, come se aspettasse qualcosa. La bambina continuava ad osservarla, Lucy era infastidita dalla presenza del piccolo animale. Prese ad urlarle contro: «Vattene! Vattene! Perché resti lì, eh? Vola via, vola, stupida bastarda!», la farfalla rimaneva lì, impassibile. La ragazzina si rassegnò, e lasciò passare altro tempo. I suoi denti iniziarono a marcire, iniziò, nella sua pazzia a parlare a Vanessa, così aveva deciso di chiamare la farfalla: «C’è un mostro lì sotto… non posso fare nulla, non posso combatterlo, non posso scendere. Mi devi aiutare, mi devi aiutare.» Continuò a ripetere quella frase per ore, scuotendo la ormai quasi calva testa. La bambina sentì un soffio, cercò di ascoltare meglio, sembrava voler comunicare qualcosa.                                                                                                                    

Nessuno può dire se la piccola Lucy fosse stata vittima di allucinazioni dovute alla fame o alla sua insanità mentale, ma sicuramente lei prese quel che aveva sentito come un consiglio prezioso da parte della colorata, ma in questo caso alquanto macabra, farfalla: «Vendicati».

Giunta la notte, una notte senza luna, ma colma di nubi, Lucy fece irruzione nella casa dove il padre, ubriaco, dormiva, e si diresse verso la cucina. La cucina era sporca, aveva siringhe e bottiglie vuote sparse per la stanza, la bambina camminava, non curante del vomito che andava pestando, non curante delle schegge delle bottiglie che le martoriavano i piedi. Si avvicinò al cassetto delle posate, e prese un coltello, di quelli lunghi, affilati, che si usano per tagliare la carne. Probabilmente lo avrebbe usato per il medesimo scopo. Si incamminò verso il soggiorno, dove giaceva il padre. La piccola si fermò, sotto l’arco che conduceva dalla cucina al soggiorno. V’era uno specchio, e si guardò. Si vide sporca, senza unghie, i capelli comparivano solo saltuariamente sulla sua testa. I suoi grandi occhi verdi illuminavano il buio. Si guardò e non si piacque. Si guardò e si rese conto che era stato l’uomo a renderla così. Si avvicinò al padre, aggrottò la fronte e strinse forte il coltello.

La farfalla, ormai incolore, provò a prendere il volo verso la luna che era tornata a brillare nel cielo, per poi cadere, stecchita, all’inizio del grigio asfalto di una lunga strada.

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