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E’ passato molto tempo ormai dalla sera in cui entrai nella casa. Circolavano molte leggende su quel posto: si diceva infatti che qualche anno prima, un gruppo di ragazzi vi entrò per tentare un gioco di mezzanotte dai risvolti spiacevoli. Altre parlavano di omicidi, rapimenti, stupri e quant’altro. Tuttavia, io non ci credevo. Per me era tutto falso. Non so esattamente perché decisi di entrarvi; molto probabilmente perché così avrei avuto qualcosa da raccontare a scuola ed impressionare qualche ragazza.

Ero lì, davanti alla porta d’ingresso, aspettando qualcosa, un segno che mi dicesse che dovevo entrare. Il vento mosse impercettibilmente la porta consumata dal tempo e dalle intemperie. Trattenni il respiro e tesi lentamente la mano verso la maniglia arrugginita. Il freddo cigolio dei cardini mi fece rabbrividire, ma mai come la vista dell’interno di quella casa. Tutto era immerso nell’oscurità. La polvere e le ragnatele avevano preso il sopravvento su quella che doveva essere una vetrina risalente ai tempi della corsa all’oro. Accanto ad essa, un vecchio divano puzzolente e malandato era debolmente illuminato dalla luna, che faticava a spingere la sua luce attraverso i vetri sporchi ed incrostati di fumo opaco e ragnatele. Mentre ero intento a contemplare questa desolazione, sentii un rumore provenire dalle travi marce del pavimento. Decisi di non indagare, pensando che probabilmente fosse solo un topo. Dovevo ancora ispezionare la seconda stanza del piano terra e l’intero primo piano.

Spostandomi da una stanza all’altra, cominciai a provare una sensazione di oppressione. Le mie mani volevano tremare, a stento riuscii a trattenerle. Giuro che mai nella mia vita ho visto la paura più nitidamente di quella volta, e ancora oggi raggelo quando ripenso a quella notte. Mi addentrai nel soggiorno, o almeno, quello che sembrava tale. Non notai nulla di strano, come nell’altra stanza, del resto. C’erano solamente due poltrone, una vecchia tv, un tavolino da caffè ed un tappeto posto nel centro della stanza. Non essendoci nulla di interessante, decisi di andare al piano di sopra. Appoggiai una mano al muro per avere più equilibrio sugli scalini scricchiolanti. Cercai di fare meno rumore possibile, ma inevitabilmente qualche scalino crepitò emettendo suoni acuti e striduli a causa del mio peso. La concentrazione mi fece sudare ancora di più. Scostai i capelli appiccicati dalla mia fronte e mi toccai le guance fredde come il ghiaccio. Finalmente misi un piede sul pianerottolo, e tirai un sospiro di sollievo. Il lungo corridoio sembrava in condizioni migliore del resto della casa. Era stretto e basso, e terminava con una piccola finestra tonda dalla quale si poteva vedere l’intera città. Mi persi per un attimo in quella vista, che mi risollevò non poco. Poi decisi di visitare una delle due stanze del piano. Aprii la porta con cautela. Non cigolava come le altre. L’interno era illuminato da molte candele rosse, che rivelavano una carta da parati rosa. Il pavimento era tirato a lucido e intorno al letto c’era una vera e propria montagna di cuscini, lettere e disegni di bambini, fiori freschi e tanti pupazzi. Fiori…

Un brivido attraversò il mio corpo, arrivandomi fino alle dita dei piedi. Mi venne il fiatone e la vista mi si annebbiò. Non capivo più nulla, solo una parola mi rimbombava nella mente: “Corri!”. E lo feci. Accecato dalla paura, corsi giù dalle scale. Avevo il cuore in gola, attraversai il piano terra in un secondo o poco più, finchè non andai a sbattere contro il muro. “No! Non più essere!” pensai.

La porta da cui ero entrato era sparita. Il panico mi strinse nella sua morsa. Sferrai calci e pugni contro il muro, spinto dalla furia ceca dell’istinto di sopravvivenza. Gridai fino a perdere la voce: “Aiuto! Qualcuno mi aiuti! Vi prego…”. La paura era come un trapano che mi perforava la testa. Sentivo una pesante fitta alle membra, le lacrime rigavano il mio volto, fino a scendermi in bocca. Quando non ebbi più forze mi gettai a terra. Rannicchiato in un angolo piangevo come un bambino, quando vidi l’ultima cosa che avrei desiderato vedere in quel momento.

Il tavolino del soggiorno era stato spostato, ed un angolo del tappeto era ripiegato su sé stesso, lasciando intravedere la serratura scassinata di una botola. Mi voltai verso l’altra stanza, e lo vidi. Tutt’ora lo chiamo “La bestia”, perché non saprei come definirlo. Era un figura umanoide. Il suo corpo era umano, me la sua testa… la sua testa era quella di un cane. Ringhiava, reggendosi su quattro zampe. La sua pelle era graffiata, e sporca. Il suo tanfo copriva qualsiasi altro odore, era un misto di piscio e vomito. Sentii il gusto amaro della bile, ma ero paralizzato, troppo impaurito persino per vomitare. Dalla sua carne pendevano uncini sporchi di sangue e ruggine, infilzati sotto la pelle. Da essi si estendevano lunghe catene che arrivavano fino al suolo. Scosse la testa, muovendo i suoi lunghi capelli argentei, e mostrò il suo orribile muso animale. I suoi occhi erano bianchi, privi di emozioni, privi di sentimenti… privi di vita…

Improvvisamente si rizzò in piedi, e lanciò un grido. Il suo ululato stridulo faceva tremare i mobili, ed i vetri delle finestre esplosero. Non capivo più nulla. Sentii ancora quella voce “Corri!”. E lo feci. Salii le scale , mentre la bestia arrancava dietro di me. Sentivo il suo fiato caldo sui miei talloni. Corsi più forte. Mi gettai attraverso il corridoio. Non mi importava più nulla. Sarei uscito da quella casa, in un modo o nell’altro. La bestia ringhiava, sbatteva contro le pareti lanciando tremendi versi che ancora oggi fatico ad associare a qualsiasi animale.

Chiusi gli occhi e mi coprii il volto con le braccia. Un secondo dopo sfondai la finestra, e caddi sul prato. Non m’importava del dolore. Volevo solo raggiungere la città. Corsi senza voltarmi. Aprii le braccia e guardai il cielo. La luna non mi era mai sembrata più bella.


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