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"15/10/1999 Io sottoscritta K*** B****, dichiaro quanto segue. Questa è una confessione spontanea non pilotata, ogni avvenimento qui descritto è mia responsabilità e scagiono di conseguenza l'altro imputato, il quale è innocente ed estraneo ai fatti.

Il giorno 13 del mese di Ottobre mi trovavo in casa sua e, ovviamente, anche sua madre era presente quel giorno. Arrivai in casa sua alle 16.50 all'incirca, scendemmo poi per fare un giro e comprare il tabacco; quando tornammo erano le 18 in punto. Verso le 18.20 eravamo in camera sua, stavamo discutendo di film di Cronenberg e di Von Trier, io ero seduta sul letto e lui era alla sua scrivania, parlavamo mentre navigava su internet alla ricerca di un film che nessuno dei due avesse già visto.

Più o meno mezz'ora dopo venne chiamato dalla madre, si scusò con me e mi disse che sarebbe tornato subito, nel frattempo disse anche che avrei potuto prendere il suo posto e cercare sul web. Mi limitai a sedermi sulla sua sedia ad aspettarlo, nel mentre era già fuori dalla stanza.

Dopo qualche minuto di brusìo indistinto che non riuscivo assolutamente a decifrare, sentii diverse urla anch'esse incomprensibili per via del gap che c'era tra me e i due che discutevano. Non osai alzarmi perché mi sembrava maleducato origliare o impicciarmi, per cui rimasi lì dov'ero in attesa. Sentii il mio amico urlare [...].

In bagno trovai il cordone di un accappatoio che mi sembrava di una spugna abbastanza resistente, fibrosa, e molto secca; il dettaglio del cordone per me era molto felice poiché sicuramente avrebbe cercato di sfilare i polsi dai nodi causandosi abrasioni. Quindi legai per bene i polsi in modo che risultassero sufficientemente stretti per avere il risultato voluto, voltai quel corpo informe e indecente sulla sedia e posi il tutto di fronte a me perché l'ammirassi. Ancora strideva e piagnucolava, ma i vistosi ematomi sembravano confondere le emozioni in quella mente povera e sterile perché a tratti se ne lamentava e in altri momenti implorava. Continuai il mio lavoro finché non fu saldamente inchiodata, legandole appunto le mani e le caviglie con lo stesso cordone. Come previsto, cominciò a digrignare i denti tentando di slegarsi; una volta realizzato che non c'era alcun modo di liberarsi, strattonando il cordone si sfregò i polsi e finì per sanguinare.

[...] Presi la colla a presa rapida e in un eccesso di sadismo gliela versai in gola. Mugugnò come un cane e cercò di mordere senza successo, che la colla sembrava fare già effetto, intimai di ingoiare tutto altrimenti le conseguenze sarebbero state peggiori.

La bocca si storse, strizzò convulsamente le palpebre, e poi sgranò gli occhi stupidamente quando capì che le sue labbra si erano serrate del tutto. Gongolai di scherno selvaggiamente perché trovavo la cosa estremamente ilare. Si contorceva in smorfie terrorizzate ed era tutto un crescendo di sensazioni estremamente volgari, proferii le peggiori invettive, inondai l'eco della stanza di parole lerce.

Volevo guardare tutto ma non era ancora sufficiente, non mi bastava quello che avevo fatto, anelavo l'adrenalina che mi avrebbe scatenato la vista del sangue. Consideravo quello un gioco, sapevo che era pericoloso, anzi, mortale, ma non me ne curavo affatto: il gioco aveva proprio quello scopo e chi sono io per fermare la mia creatività? Al che mi procurai un coltello molto affilato, uno di quei coltelli seghettati che si usano per tagliare il pane [e che, in altro momento, ho prontamente nascosto sotto un mobile nell'ingresso], molto spesso e abbastanza lungo. Venti o più centimetri di lama. Glielo feci sfilare davanti agli occhi lacrimosi, pensai che fosse una cosa tremendamente sciocca, mi faceva schifo e pena, ribrezzo e anche rabbia.

Quindi afferrai quella testa piena di merda e aprii quelle labbra incollate con molta pazienza e altrettanta violenza. La stanza ora era piena di un pianto sordo, un rantolo che mi irritava ancora di più e mi spingeva ad affondare la lama più in profondità. Mi dava fastidio, era insopportabile. Affondai il coltello più e più volte, giù lungo la sua gola, la sua trachea, le sfondai il collo a colpi ritmici e ben indirizzati, perché la lama potesse trapassare quel fagotto immondo in più punti. Dopo circa una ventina di minuti passati a mestare sangue e carni sminuzzate, la bocca era uno squarcio e la gola una cavità piena di lembi, pezzi e sangue molto scuro. Venoso, dall'odore acre e dall'aspetto denso.

Afferrai allora la mandibola e la mascella e tirai con tutta la mia forza, il cranio si scompose e rimase solo l'interno di quel corpo a troneggiare come un'opera d'arte, con la parte superiore del tronco ormai priva della forza necessaria per tenere eretta la sua testa magnificamente divisa. Una perfezione, quella era una minuzia, un piccolo cadeau che molto volentieri ero disposta a concedere a quel mucchio informe di immondizia.

Meritava quella fine, ho solo fatto quello che dovevo. Lo dovevo a lui per il modo indegno, efferato, barbaro in cui veniva trattato e vessato [...]."


Tutti gli anni, il 13 di Ottobre, consegno un biglietto di persona a K*** durante la visita annuale. Lo stesso biglietto tutti gli anni.

Grazie, alla fine ti sei consegnata e hai fatto la cosa giusta.
Di questa esperienza ricordo tutto ma ammiro il tuo coraggio nell'ammettere la tua colpa.
Tutto questo poteva essere evitato se solo avessi avuto autocontrollo.
Il tuo amico.
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