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La Casa Senza FineModifica

Vorrei iniziare dicendo che Peter Terry era un eroinomane.

Eravamo amici al college e continuammo ad esserlo anche dopo che io mi laureai. Notate che ho detto "io". Lui abbandonò gli studi dopo due anni. Dopo aver lasciato i dormitori della scuola mi trasferii in un piccolo appartamento e smisi di vedere Peter quanto prima. Chattavamo su internet ogni tanto (prima di facebook era di moda usare AIM). Ci fu un periodo in cui non si connetté per circa cinque settimane consecutive. Non ero preoccupato; sapeva di essere tossicodipendente, e pensavo che non se ne curasse. Ma poi una notte mi chiese di incontrarlo, mandandomi un messaggio.

"David, amico, dobbiamo parlare".

Fu allora che mi parlò della Casa Senza Fine. Veniva chiamata in questo modo, perché nessuno aveva mai raggiunto l'uscita finale. Le regole erano piuttosto semplici: bisognava raggiungere la stanza sul piano più alto dell'edificio per vincere $500: c'erano ben nove camere in tutto. La casa si trovava fuori città, a circa quattro miglia da casa mia. A quanto pare aveva tentato e fallito. Così pensai che la droga avesse avuto la meglio su di lui e si era fatto spaventare da qualche manichino con la parrucca, un fantasma di carta o qualcosa del genere. Mi disse che affrontare quella sfida era troppo per chiunque, che c'era qualcosa di soprannaturale. Non gli credetti. Gli dissi che sarei andato a controllare la notte successiva e che non importava quanto duramente avrebbe provato a convincermi altrimenti. Quei $500 erano davvero allettanti, impossibile rifiutare. Dunque pianificai la sera seguente.

Quando arrivai sul posto, notai subito qualcosa di strano nell'edificio. Avete mai visto o letto qualcosa che non dovrebbe essere spaventoso, ma che per qualche ragione vi ha lasciato un brivido lungo la schiena? Mi diressi verso la costruzione e la sensazione di disagio aumentò appena aprii la porta principale.

Il mio cuore si calmò ed emisi un respiro di sollievo quando entrai. La sala sembrava la hall di un albergo normale decorato per Halloween. Su un muro vi era scritto: "Stanza 1 da questa parte, ne mancano ancora 8. Raggiungi la fine e hai vinto!". Ridacchiai e mi avviai verso la prima porta.

La prima stanza era quasi ridicola. L'arredamento ricordava i corridoi di un K-Mart decorato per Halloween, completo di fantasmi fatti di lenzuola e zombie-robot che si muovevano se ci si passava davanti. L'uscita stava in fondo, dopo svariati metri. Era l'unica porta oltre a quella da dove ero entrato. Dopo aver attraversato diverse ragnatele finte mi diressi verso la seconda camera.

Aperta la porta, mi trovai di fronte a una pesante nebbia artificiale. La stanza era stata decorata senza alcun dubbio con una tecnologia superiore alla precedente. Non c'era solo la macchina per la nebbia, ma anche un pipistrello appeso al soffitto che volava in cerchio. Spaventoso. Si sentiva una colonna sonora di Halloween che si può trovare in qualsiasi negozio a 99 centesimi, riprodotta a loop da qualche stereo nascosto nella stanza. Non vedevo lo stereo ma immaginai che avessero un sistema audio. Camminando mi venivano incontro dei piccoli topi giocattolo, e raggiunsi senza difficoltà anche la zona successiva. Nello stesso istante in cui toccai la maniglia mi salì il cuore in gola. Non volevo procedere: un fortissimo senso di paura mi colpì così forte che potevo a malapena pensare. Mi sono comunque fatto coraggio e sono andato avanti.

Nella stanza 3 le cose iniziarono a cambiare.

A prima vista sembrava una stanza normale. C'era una sedia al centro del pavimento in legno. Una singola lampada in un angolo illuminava scarsamente l'area circostante e proiettava delle ombre tutto intorno. Questo era il problema. Ombre. Plurale. Ad eccezione della sedia, c'erano altre cose invisibili. Non avevo neanche chiuso la porta che già ero terrorizzato. È stato in quel momento che ho capito che qualcosa non andava. Appena entrai, la porta si chiuse, senza possibilità di essere riaperta. Era stata chiusa dall'esterno.

Questa cosa mi turbò parecchio. C'era qualcuno nascosto che l'aveva chiusa? Non era possibile, li avrei sentiti. La serratura era dotata di un meccanismo che le permetteva di chiudersi in modo automatico? Forse, ma ero troppo spaventato per ragionarci su. Mi voltai a dare una seconda occhiata alla camera e notai che le ombre erano sparite, fatta eccezione per quella della sedia. Lentamente mi mossi attorno ad essa, e siccome da piccolo avevo spesso delle allucinazioni, mi convinsi che le ombre erano solo il frutto della mia immaginazione. Cominciai a sentirmi meglio dopo aver fatto un giro completo della stanza. Ho guardato a terra per un istante, e ciò che vidi mi sconvolse ancora di più. Anzi, ciò che non vidi! La mia ombra non c'era. Non riuscii a gridare, venne fuori solo un flebile gridolino. Corsi più veloce che potevo verso l'altra porta e mi gettai senza pensare nella stanza successiva.

La quarta sala fu forse la più inquietante. Appena chiusi la porta, tutta la luce che entrava dall'altra stanza sparì. Rimasi lì, circondato dal buio, senza potermi muovere. Non ho paura del buio, e non ne ho mai avuta, ma ero assolutamente terrorizzato. Non vedevo un accidenti di niente. Allungai il braccio e iniziai a camminare a tentoni. Non sentivo nulla: c'era un silenzio di tomba. Quando sei in una stanza immersa nel silenzio, puoi ancora sentire il tuo respiro. Già, peccato che io non ci riuscii. Inciampai in avanti dopo qualche istante, il mio cuore batteva rapidamente, l'unica cosa che potevo sentire. Non trovai nessuna porta. Non ero nemmeno sicuro che ci fosse, questa volta. Il silenzio venne poi rotto da un basso ronzio.

Sentii qualcosa dietro di me. Mi voltai istintivamente, ma per ovvie ragioni non vidi nulla. Sapevo però che c'era qualcosa, nonostante il buio. Il ronzio si fece più forte, più vicino. Credevo di essere circondato, ma sapevo che la causa di quel suono era davanti a me, e si avvicinava sempre di più. Arretrai leggermente, non avevo mai assaggiato quel tipo di paura. Non riesco bene a descrivere cosa provavo: non temevo di morire, ma di ciò che mi sarebbe successo se avessi continuato a vivere. Avevo paura di quello che questa casa aveva in serbo per me. Poi si accesero delle luci sul soffitto per qualche istante e tornai a vedere. Niente. Vidi il nulla più assoluto. La camera era ancora immersa nel buio, e il ronzio assomigliava ormai a un grido selvaggio. Urlai per la disperazione, non sarei riuscito ad ascoltare quel rumore per un altro minuto! Mi voltai, andai a sbattere sul muro e cercai nuovamente a tentoni la porta. All'improvviso mi girai e caddi nella stanza numero 5.

Prima di descrivere la camera numero 5 dovete capire una cosa. Io non sono un tossicodipendente, né lo sono mai stato. Non ho mai sofferto di psicosi, fatta eccezione per alcune allucinazioni che ho menzionato prima, e che si verificavano solo quando ero molto stanco o mi ero appena svegliato. Sono entrato in quella casa con la mente perfettamente lucida.

Dopo la caduta, mi ero ritrovato a fissare il soffitto. Quello che vidi non mi spaventò, ma devo ammettere che fui sorpreso: erano cresciute delle piante in questa stanza! Il soffitto era certamente più alto di quello nelle altre camere, forse perché avevo raggiunto la metà del mio percorso. Mi alzai dal pavimento togliendomi la polvere di dosso e guardai intorno. Era sicuramente la stanza più grande di tutte. Non riuscivo nemmeno a vedere la porta da dove ero entrato, e gli alberi mi impedivano di scorgere l'uscita. Fino a questo punto avevo immaginato che la difficoltà aumentasse via via che si procedesse, ma quella in cui mi trovavo, in confronto all'ultima, era un paradiso; ma mi sbagliai di grosso.

Ripresi a camminare e iniziai a sentire ciò che ci si dovrebbe aspettare di udire in un bosco: il cinguettio degli uccelli, lo sbattere delle ali, etc. La cosa strana è che tutto questo mi infastidiva. Pur sentendo gli insetti e gli altri animali, non ne vidi neanche uno. Ho cominciato a chiedermi quanto fosse grande l'edificio; da fuori sembrava perfettamente normale. Probabilmente mi trovavo sul lato più lungo, ma difficilmente quell'ampiezza poteva coprire quella di una foresta di quel genere. Non riuscivo nemmeno a vedere le pareti, ma ancora il pavimento di legno tipico delle altre stanze. Continuai a camminare, sperando ogni volta che l'albero successivo mi avrebbe rivelato la porta. Dopo qualche minuto una zanzara mi si appoggiò sul braccio e la scrollai di dosso. Un attimo dopo una decina delle sue compagne si avvicinarono alla mia pelle, su gambe, braccia e perfino sulla faccia. Mi agitai selvaggiamente per farle volare via, ma non ci riuscivo. Diedi un'occhiata, ma non ne vidi neppure una, eppure sentivo che mi pizzicavano! Mi buttai a terra e iniziai a rotolarmi, disperato com'ero. Odiavo gli insetti, e ora che non riuscivo a vederli ancora di più.

Iniziai a strisciare. Non avevo idea di dove stessi andando, l'ingresso non si vedeva, e non avevo ancora scorto l'uscita. Dopo quelle che mi erano sembrate ore trovai finalmente la porta. A pochi metri di distanza, sentii il ronzio di prima. Veniva dalla stanza di fronte a me, ed era decisamente più profondo dell'altro. Potevo quasi sentirlo dentro il mio corpo, come quando ci si trova accanto ad un amplificatore a un concerto. La sensazione degli insetti su di me si attenuava sempre di più appena mi avvicinavo alla fonte di quel rumore. Appena poggiai la mano sulla maniglia, quella terribile sensazione svanì, ma non riuscivo comunque ad aprirla. Mi venne un'incredibile voglia di tornare indietro, scappare, uscire da quell'edificio infernale, ma se l'avessi fatto le zanzare sarebbero tornate, e sapevo che non avrei mai raggiunto di nuovo la stanza precedente. Intanto il ronzio non mi permetteva di sentire neppure i miei pensieri, e non riuscivo neppure a immaginare cosa avevo di fronte.

Quando chiusi la porta dietro di me, le mie orecchie fischiavano ed il ronzio mi circondava. Avevo serrato anche gli occhi per la paura, ma quando quel suono sparì all'improvviso li aprii per lo stupore, e notai che la porta era sparita! Ero shockato, la camera era identica alla numero 3 la stessa sedia e lampada a olio, ma con la giusta quantità di ombre. L'unica vera differenza è che non c'era la porta di uscita. Come ho detto prima, non ho mai avuto problemi in termini di instabilità mentale, ma in quel momento caddi in preda alla follia. Non urlai, mi limitai a graffiare il muro con le unghie in cerca di una porta. Le pareti erano dure, ma sapevo che l'uscita era lì da qualche parte. Caddi in ginocchio in silenzio, l'unico rumore che si sentiva era il mio graffiare.

"Stai bene?"

Mi voltai all'improvviso e in preda al panico mi scaraventai sul muro opposto. Ancora oggi mi pento di esseri girato a guardarla.

La bambina indossava un abito bianco morbido che le andava sino alle caviglie. Aveva dei lunghi capelli biondi fino a metà della schiena, pelle bianca e occhi azzurri. Era la cosa più spaventosa che avessi mai visto, e so che niente nella mia vita sarà più terrificante di lei, niente. Guardandola vidi anche dell'altro, un altro essere. Era nudo dalla testa ai piedi, ma la sua testa non era umana, ed i suoi piedi erano zoccoli. Non era il diavolo, ma in quel momento se lo fosse stato, sarebbe stato meglio. Dalla faccia sembrava un caprone, ma il muso ricordava quello di un lupo. Non posso davvero descrivere cosa mi successe, ma li ho visti allo stesso tempo, contemporaneamente. Hanno condiviso lo stesso spazio in quella stanza; era come guardare due dimensioni separate, è difficile da spiegare. Non riuscivo a parlare, mi sentivo quasi svenire, ed ero intrappolato in quella camera senza uscita con lei/lui.

"David, devi ascoltarmi!"

Quando parlava, sentivo le parole della bambina, ma l'altra creatura riusciva a comunicare con la mia mente, con una voce disumana che non assomigliava a niente in questo mondo. Essa continuava a ripetere quella frase più e più volte nella mia mente, e così la ascoltai, non sapevo cosa fare. Stavo scivolando nella follia ma non potevo staccare gli occhi da ciò che mi stava di fronte. Mi buttai a terra, volevo solo che finisse. Uno dei topi giocattolo della seconda stanza mi girava attorno, la casa stava giocando con me. Ma non potevo mollare, ero determinato a uscirne vivo! Sapevo che questa stanza era un inferno, ma non potevo mollare. Cercai una porta o qualcosa di simile nella stanza con gli occhi, mentre il demone ancora mi scherniva sempre più forte. Mi alzai e camminai a quattro zampe per un po', voltandomi a guardare il muro che mi stava dietro. La creatura mi ansimava sul collo, e non riuscivo a girarmi a guardarla, ero paralizzato. Solo allora realizzai cosa avevo davanti: la porta. Era un rettangolo di legno su cui vi era il numero 7, graffiato da delle unghie che non potevano essere le mie, eppure lo erano. La cosa più strana, è che il muro era quello da cui avevo avuto accesso nella stanza, quello dove prima c'era la camera numero 5.

Non so come questo poté accadere. Sapevo che il demone era dietro di me, ma per qualche motivo non poteva toccarmi. Chiusi gli occhi e misi le mani sulla maniglia. Spinsi, spinsi più forte che potevo. La creatura stava urlando nel mio orecchio; mi disse che non mi avrebbe mai lasciato, che questa era la fine, che avrei vissuto lì con lui per sempre. Spingendo urlai a squarciagola. Tutto il mio corpo tremava, così quando l'aprii, l'essere era sparito.

Ero sia mentalmente che fisicamente esausto. La porta si chiuse dietro di me, e capii dove mi trovavo. Ero fuori. I miei occhi bruciavano, avevo voglia di piangere. Non mi importava neanche il premio, ciò che mi importava era solo esser fuori da quell'inferno. Mi diressi verso la macchina e tornai a casa. Sotto la doccia l'assaporai, pensando a quanto fosse bello essere di nuovo a proprio agio.

Andando verso il mio letto sentii una sensazione di disagio. La gioia di aver lasciato quella casa era svanita, e la paura stava lentamente tornando nel mio stomaco. Non ci feci caso; pensai che fosse normale dopo tutto quello che avevo passato sentire ancora gli effetti di quella nottata. Incontrai sulle coperte il mio gatto Baskerville, il primo essere vivente conosciuto che incontravo, così decisi di accarezzarlo. Mi soffiò e mi graffiò con gli artigli! Non si era mai comportato in quel modo, forse era troppo vecchio. Ad ogni modo, non vedevo l'ora di dormire.

Come avevo previsto l'enorme mole di pensieri che mi ronzavano sul cervello non mi permetteva di addormentarmi. Sono sceso in cucina per prepararmi un panino, e una volta arrivato ho visto qualcosa che mi rimarrà per sempre impressa a fuoco nella mia mente: i miei genitori erano per terra, nudi e coperti di sangue. I loro arti erano stati rimossi e messi accanto ai loro corpi, e le loro teste poste sul petto. La parte più inquietante era la loro espressione. Erano sorridenti, come se fossero contenti di vedermi. Ho vomitato, ero sconvolto, la testa mi scoppiava. Non sapevo cosa fosse successo, non vivevano neppure con me! Ero ridotto a uno straccio, quando la vidi... Sì, una porta con il numero 8 disegnato sopra con il sangue... dei miei genitori.

Ero ancora nella Casa. Pensavo di essere nella cucina di casa mia e invece no, ero nella stanza numero 7. I volti dei miei genitori allargarono il loro sorriso, appena mi accorsi della drammatica verità. Non erano davvero loro, non potevano esserlo, ma erano dannatamente uguali. Per raggiungere l'uscita dovevo superarli, ma in quel momento non ne ero capace. Ho vomitato di nuovo e per poco non cadevo nel mio stesso vomito. Poi il ronzio tornò, più forte che mai, riempì la casa e scosse le pareti. Cominciai a camminare lentamente, riuscivo a malapena a stare in piedi e più mi avvicinavo ai miei, più mi assaliva il desiderio di suicidarmi. Le pareti tremavano così forte che ci mancava solo che crollassero, e gli occhi di quelle teste mi seguivano ovunque andassi. Ora ero tra i due corpi, a pochi passi dalla porta. Iniziarono ad aprire la bocca per parlare, ma non volevo, non volevo sentire! In preda alla disperazione scattai, mi avvinghiai alla porta e uscii. Stanza numero 8.

Ce l'avevo fatta! Dopo quello che avevo appena vissuto sapevo che non c'era nient'altro che questa cazzo di casa poteva fare per spaventarmi ancora di più. Non c'era niente di meno che il fuoco dell'inferno che non ero pronto ad affrontare. Purtroppo, ho sottovalutato le capacità dell'edificio. Ciò che vidi in questa camera, supera di gran lunga ciò che vidi nelle precedenti.

Anche in questo caso, la camera era una copia delle camere 4 e 6, ma seduto sulla sedia vuota c'era un uomo. Dopo alcuni secondi di incredulità, la mia mente finalmente accettò il fatto che l'uomo seduto sulla sedia ero io. Non qualcuno che assomigliasse, era proprio David Williams. Mi si avvicinò. Dovetti guardare meglio anche se ero sicuro. Alzò gli occhi verso di me notai le lacrime che gli scendevano dagli occhi.

"Per favore, per favore, non farlo. Ti prego, non farmi del male."

"Cosa?" Dissi. "Chi sei? Non voglio farti del male."

"Sì, tu hai..." singhiozzava adesso. "Hai intenzione di farmi del male e io non voglio che tu lo faccia!" Si sedette sulla sedia con le gambe e cominciò a dondolarsi avanti e indietro. In effetti era davvero patetico, ma era uguale a me in tutto.

"Senti, tu chi sei?" Ero ormai a pochi metri dal mio sosia. È stata un'esperienza particolarissima, ma in quel momento non ero spaventato. "Perché stai..."

"Tu vuoi farmi del male, so che lo vuoi, perché tu vuoi andartene!"

"Perché dici così? Calmati, va bene? Proviamo a ragionare un attimo." E poi lo vidi. David sedendosi indossava gli stessi miei vestiti, ad eccezione di una piccola macchia rossa sulla camicia che indicava il numero 9.

"Hai intenzione di farmi del male, so che stai per farmi del male, ti prego, non farlo!"

I miei occhi non smisero di fissare quel cazzo di numero. Sapevo esattamente cosa fosse. Le prime porte erano normalissime, di legno, ma ora iniziavano ad avere qualcosa di maledettamente inquietante. Il 7 era stato graffiato nel muro, ma con le mie mani. L'8 era stato segnato nel sangue dei corpi dei miei genitori. Ma il 9... questo numero era su una persona, una persona viva. E peggio ancora, era su una persona che sembrava esattamente come me.

"David?" Dovetti chiedere.

"Sì... tu vuoi farmi del male, tu vuoi farmi del male!" Continuò dondolandosi e singhiozzando. Gli camminai intorno per qualche minuto mentre piangeva sulla sedia. La camera non aveva porta, e come nella sesta stanza anche quella da cui ero entrato era sparita. Sotto la sedia c'era un coltello. In allegato c'era un messaggio che diceva: Per David - Dall'amministrazione.

La sensazione nel mio stomaco tornò, ed era ancora più forte. Volevo vomitare di nuovo, mentre l'ultima cosa che volevo fare era togliere il coltello da sotto quella sedia. L'altro David stava ancora singhiozzando in modo incontrollabile. La mia mente girava in un labirinto di domande senza risposta. Chi l'ha messo qui e come hanno fatto a sapere il mio nome? Era tutto troppo difficile da realizzare, se non impossibile. I miei pensieri per qualche ragione si rivolsero a Peter; chissà lui se aveva raggiunto questo piano. E se l'avesse fatto, cos'avrà fatto dopo aver incontrato un Peter Terry seduto su quella sedia? Scossi quei pensieri dalla mia testa, non aveva importanza. Appena presi il coltello da sotto la sedia, l'altro David si tranquillizzò.

"David," disse l'altro me, "che cosa credi di fare?"

Mi sollevai da terra e strinsi il coltello in mano.

"Ho intenzione di uscire di qui."

David era ancora seduto sulla sedia, anche se era molto calmo adesso. Lui mi guardò con un sorriso in volto. Non riuscivo a capire se stava per ridere o per strangolarmi. Lentamente si alzò dalla sedia e si fermò di fronte a me. Fu inquietante. Strinsi il manico di gomma del coltello, non sapevo cos'avrei fatto, ma so che bisognava farlo.

"Ora," la sua voce era un po' più profonda della mia, "sono io che voglio farti del male. Voglio farti del male e tenerti qui." Non risposi. Ci azzuffammo, lo presi e lo lanciai a terra. Lo avevo montato e lo stavo guardando negli occhi, pronto ad ucciderlo. Lui mi guardò terrorizzato. Era come se stessi guardando in uno specchio. Poi tornò il ronzio, basso e distante nel profondo del mio corpo. Era sempre più forte, e ho sentito la paura prendere nuovamente il sopravvento. Con un movimento secco lo colpii sul petto, uccidendolo. L'oscurità cadde tutto intorno a me, e mi sentii cadere nel vuoto.

Il buio intorno a me era qualcosa in cui non ero mai stato fino a quel momento. La camera numero 3 era buia, ma mai quanto in quel momento. Dopo un po' mi venne anche il dubbio se stessi cadendo o meno. E poi mi prese un'intensa tristezza. Mi sentivo perso, depresso, con la voglia di morire. La vista dei miei genitori nella mia mente. Sapevo che non era reale, ma ero profondamente sconvolto; la mente non sa distinguere tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Rimasi nella nona stanza per quelli che sembravano giorni. La stanza finale. La Casa Senza Fine aveva un fine, invece, e io l'avevo raggiunta. In quel momento. Persi tutti i miei sensi, non mi sentivo me stesso, non potevo sentire nulla, la vista mi era completamente inutile, cercai qualche sapore ma non trovai nulla. Mi sentivo etereo e completamente perso. Sapevo dov'ero, quello era l'inferno. Poi accadde, vidi una luce. Una di quelle stereotipate alla fine dei tunnel che raccontano quelli che hanno avuto un'esperienza di NDE. Sentii dopo così tanto tempo la terra sotto i miei piedi, e iniziai ad andare verso di essa.

Mentre mi avvicinavo alla luce, essa prese forma. Era una fenditura verticale lungo il lato di una porta socchiusa. Mi ci avvinai lentamente e mi ritrovai dove tutto ebbe inizio: l'entrata della casa senza fine. Era esattamente come l'avevo lasciata: ancora vuota e con le stesse decorazioni di Halloween. Dopo tutto quello che era successo quella notte, ero ancora diffidente di dove mi trovavo. Guardai ovunque in cerca di qualcosa di diverso. Sulla scrivania c'era una busta bianca con il mio nome scritto a mano su di essa. Immensamente curioso, ma ancora cauto, trovai il coraggio di aprire la busta. Dentro c'era una lettera, scritta a mano anch'essa.

David Williams,

Congratulazioni! Lei ha completato con successo la sfida della Casa Senza Fine. La prego di accettare questo premio come segno del suo grande risultato.

Distinti saluti,

l'Amministrazione.

Dentro c'erano anche cinque biglietti da cento dollari.

Non riuscivo a smettere di ridere. Risi camminando verso la mia auto e risi guidando fino a casa. Risi parcheggiandomi nel mio vialetto, e risi aprendo la porta di casa mia, dopo aver visto il piccolo 10 inciso nel legno.


NarrazioniModifica

Creepypasta - La casa senza fine ITA

Creepypasta - La casa senza fine ITA

Narrazione di orobic bg









La Casa Senza Fine 2Modifica

Erano ormai tre settimane che non avevo più notizie di David. Da quando sei mesi fa avevamo iniziato ad uscire insieme, era successo una sola volta che non ci parlassimo per più di tre giorni, ma in quell’occasione avevamo avuto un brutto litigio. L’ultima volta che l’avevo sentito, non notai nulla di strano. Mi aveva semplicemente detto che voleva andare a controllare una cosa di cui gli aveva parlato un suo amico, ma la scorsa notte ho ricevuto un messaggio davvero strano. Il mittente era David, ma non era stato inviato con il suo numero. Conteneva solo 5 parole: == “Senza fine. Non venire.

David”

Qualcosa non quadrava. Non appena finii di leggere, fui assalita da un forte senso di nausea, come se avessi visto qualcosa che non avrei dovuto vedere. Decisi di chiamare Peter, anche se avevo già chiesto notizie di David a quel coglione. Era un buono a nulla, ma forse poteva saperne di più su dove fosse David. Decisi di entrare su AIM con l’account di David. Immaginavo che sarei riuscita a parlargli più facilmente se non sapeva che ero io.

Non appena mi collegai, lui mi inviò immediatamente un messaggio.

“David?! Porca troia, mi hai fatto spaventare. Pensavo fossi davvero andato a vedere la casa.”

“Che cosa intendi dire?”

“La casa senza fine, amico. Quel posto di cui ti avevo parlato. Avrei giurato che fossi andato lì.”

Senza fine. Questo tizio sapeva come stanno le cose.

“Eh già, alla fine non sono riuscito a trovarla. Probabilmente ritenterò domani. Puoi spiegarmi un’altra volta dove si trova?”

“Scordatelo amico. Mi hai già fatto preoccupare abbastanza. Fanculo a quel posto di merda. Ci sono già stato e non voglio che ci vada anche tu.”

“Peter. Sono Maggie.”

“Aspetta un momento. Cosa? E dov’è David?”

“Non lo so. Pensavo lo sapessi tu, ma mi sembra che non sia così.”

“Oh merda. MERDA MERDA MERDA!!!!”

“Cosa? Seriamente Peter, devi dirmi che cosa sta succedendo.”

“Pensavo fosse andato alla casa. Si trova fuori città, più o meno quattro miglia lungo Terrence Street. È una strada non segnalata, seguita da una svolta a destra. Cazzo, è andato lì.”

“No, non credo.”

“Cosa hai in mente di fare?”

“Andrò da lui.”

Partii verso le otto della sera seguente. Lungo il percorso non vidi nemmeno un’auto e come imboccai quella strada, notai un segnale che diceva: “per la casa senza fine da questa parte. Aperta 24h/24.”

Avevo il respiro irregolare da quando ero uscita e la vista della casa non mi aiutò. Nei dintorni non c’erano altre auto, facendomi pensare che non fosse aperta. Una luce proveniente dalla scalinata dell’ingresso principale illuminava l’area circostante e dalle finestre si poteva vedere che le luci erano accese. Parcheggiai la macchina, raggiunsi l’ingresso ed entrai.

L’ingresso sembrava abbastanza normale, ma, come previsto, non c’era nessuno. Tutte le luci erano accese, ma non c’era un’anima. C’era solo un’altra porta, oltre a quella da cui ero entrata, sulla quale vi era un altro cartello: “Stanza 1 da questa parte. Ne mancano 8, raggiungi la fine e hai vinto.

Non fu quello a farmi sentire una morsa allo stomaco, né a farmi venire il cuore in gola. Sotto il primo messaggio, ce n’era un altro scarabocchiato a mano in rosso.

“Non riuscirai a salvarlo.”

Rimasi ferma nell’ingresso per quello che mi sembrò un’ora. Ero raggelata. Non sapevo cosa fare. Avrei dovuto attraversare la porta o chiamare la polizia?

Dopo aver letto il cartello, mi resi conto che stavo facendo il passo più lungo della gamba. Come ragazza, la mia altezza è nella media, ma sono piuttosto mingherlina. Non sarei stata in grado di affrontare il pazzo che teneva David in ostaggio, perciò decisi che chiamare la polizia sarebbe stata la cosa migliore da fare. Presi il telefono dalla tasca e lo aprii per fare il numero.

“Nessun segnale”

Sembrava che la casa stesse ostacolando il segnale, oltretutto si trovava nel bel mezzo del nulla. Andai verso l’ingresso, immaginando che all’esterno avrei potuto trovare un po’ di linea. Strinsi la maniglia e la girai. Niente, era bloccata. Ritentai, mettendoci più forza, ma niente. Era bloccata dall’esterno. Iniziai a picchiare i pugni contro la porta, urlando a più non posso, nella speranza che qualcuno, li fuori, potesse sentirmi. Sapevo che era tutto vano. Non c’era nessun altro oltre a me. Dopo poco, sentii la mia tasca vibrare. Tirai fuori il mio telefono. C’era un messaggio non letto. Inizialmente ero felice che ci fosse campo, ero salva. Forse il messaggio era di David che diceva di star bene.

Il messaggio era stato inviato da un altro numero. Un numero che non avevo tra i contatti. Quando lo aprii, quasi lasciai cadere il cellulare.

“Non riesci a salvare neanche te stessa.”

Ogni fibra del mio corpo tremò. Non volevo morire. Ero bloccata lì. Con un telefono senza linea in una stanza senza via d’uscita. I miei occhi ispezionarono la stanza e si soffermarono sulla porta che si trovava sul lato opposto. C’era un “1” dorato incorniciato nel legno; sembrava  come una stanza d’albergo. Il pavimento sembrava sempre più lontano, man mano che mi avvicinavo alla porta. In pochi istanti la raggiunsi. Appoggiai l’orecchio sul legno e ascoltai. Tutto ciò che riuscii a sentire era una musica di Halloween in lontananza. Una melodia inquietante che si può trovare in qualsiasi casa dei fantasmi.

Improvvisamente mi calmai un po’. David era famoso per i suoi scherzi. Mi aveva parlato di queste elaborate montature che lui e i suoi amici avevano preparato per i nuovi giocatori della sua squadra di calcio. In qualche modo, un sorriso si disegnò sul mio volto e aprii la porta senza alcun timore.

Entrare nella prima stanza, placò ulteriormente le mie paure. La stanza era un’imitazione, anche se un po’ scadente, di una casa dei fantasmi. In ogni angolo c’erano degli spaventapasseri, che non incutevano nemmeno paura. Erano simili a quelli che si usano nelle scuole elementari, con grandi facce sorridenti. Fantasmi di carta pendevano dal soffitto ed erano fatti muovere dall’aria fredda di un ventilatore nell’angolo.

Vicino a uno degli spaventapasseri, si trovava l’unica altra porta presente nella stanza. Su di essa, in maniera simile alla prima porta, c’era un grosso “2”. Ridendo, mi lasciai quella patetica stanza alle spalle.

Quando aprii la porta della seconda stanza, non riuscii a vedere ad un palmo dal mio naso. Era tutto completamente avvolto da una grigia nebbia che odorava di gomma. Immaginai che ci fosse una macchina per la nebbia che stava soffiando fuori quella roba da ore. Non c’erano finestre in quella stanza, perciò l’aria sarebbe dovuta essere terribile. Camminai lentamente in avanti e lanciai un piccolo urlo. Ero incappata in una versione robotica di Jason Vorhees. I suoi occhi erano delle luci rosse e il coltello nella sua mano andava avanti e indietro, mimando comicamente un accoltellamento. Il mio cuore sembrava impazzito. Se qualcuno si fosse trovato lì con me, mi sarei sentita incredibilmente imbarazzata. Mi coprii la bocca e iniziai a farmi strada e superai Robo Jason, mentre la nebbia stava diventando troppa. Stavo iniziando a sentirmi un po’ stordita, quando finalmente trovai la porta che conduceva alla stanza numero 3. Misi la mano sulla maniglia, per poi ritrarla di scatto per il dolore. La maniglia era rovente. Provai ad appoggiare una mano sulla porta stessa, sentendo che anch’essa era troppo calda. Provai ad appoggiare l’orecchio sul legno caldo, aspettandomi di udire un fuoco, ma non sentii nulla. Ipotizzai che fosse del semplice calore, come quello che viene introdotto nella stanza finale della Mr Toad’s Wild Ride a Disneyland.

Presi un lembo del mio vestito e ci avvolsi una mano. Tirai la maniglia il più velocemente possibile e mi fiondai nella stanza numero 3. Non c’era fuoco. Solo oscurità e un freddo gelido. La terza stanza non era affatto come le altre. Tentai di distinguere qualche oggetto all’interno della stanza, ma non riuscivo nemmeno a vedere le mie mani che impugnavano la maniglia della porta, che ora era come se non ci fosse.

Ero in trappola. Probabilmente, nel buio, mi ero voltata, sebbene non mi fossi mossa da quando avevo messo piede lì dentro. Evidentemente non era così. In quel momento, dal soffitto, si accese una luce. Un singolo cono di luce che, puntando verso il basso, illuminava un tavolino sul quale c’era una torcia. Anche se non riuscivo a vedere dove stessi andando, mi sono mossa in avanti. La luce del soffitto era sufficiente per aiutarmi a raggiungere il tavolino. Come raggiunsi la torcia, notai che c’ era un bigliettino attaccato all’impugnatura.

“Per Maggie – Dall’amministrazione”

Nel momento in cui finii di leggere, la luce sopra la mia testa si spense e mi ritrovai nuovamente al buio. Armeggiai per un secondo con la torcia, prima di riuscire ad accenderla. Sembrava che fossi circondata da un basso ronzio, che proveniva da tutte le direzione. Il mio cuore batteva all’impazzata e iniziai a girare sul posto, puntando il fascio della torcia in tutte le direzioni. Non c’era nulla nella stanza, ma, un istante dopo, notai qualcosa di terrificante. Poteva essere la mia immaginazione, ma ero sicura di aver  visto una figura che si dileguava ogni qualvolta veniva colpita dal raggio di luce.

Iniziai ad andare nel panico. Cercai di tornare verso il tavolino, incerta su quale direzione prendere. Il ronzio divenne più forte e iniziai a sentire la presenza di quella cosa, qualunque essa fosse, che stava evitando la luce. Le mie mani tremavano violentemente mentre puntavo freneticamente la torcia in ogni direzione. Era sempre lì. Ogni volta riusciva ad evitare per un soffio la luce, per poi immergersi nuovamente nell’oscurità. Ma era sempre più vicina. I miei occhi iniziarono a riempirsi di lacrime. Pensai che mi sarebbe caduta la torcia da un momento all’altro per quanto stavo tremando. Poi lo vidi. La luce illuminò un piccolo numero “4”. Era scritto su un foglietto che era stato poi attaccato con del nastro adesivo su un angolo della porta. Corsi più velocemente che potei, con la torcia sempre puntata davanti a me. Sentivo che era dietro di me. Il ronzio era sempre più forte e potevo sentire il suo fiato sul collo. Feci un ultimo scatto. Mancavano pochi passi. Con un solo movimento afferrai la maniglia, la girai e chiusi la porta dietro di me, sbattendola. Mi trovavo nella stanza numero 4.

Ero fuori. Non ero più nella Casa. Ciò che mi aspettava dietro la porta, somigliava ad una caverna. Guardai il pavimento e mi accorsi di un dettaglio strano e disturbante. Non era coperto di erba, pietra o sporco, ma di pannelli di legno. Il pavimento era lo stesso delle stanze precedenti. In qualche modo mi trovavo ancora nella casa. C’erano alcune torce montate ai lati della roccia che mi circondava, mentre il resto della caverna era immerso nel buio più pesto. Sembrava che le torce potessero essere rimosse, perciò mi diressi verso quella più vicina e  la tolsi dal suo supporto. Il mio corpo era madido di sudore. Lentamente mi feci strada all’interno della caverna. Il ronzio se n’era andato. Speravo definitivamente. Nella caverna non sentii altri rumori, a parte quello di una leggera brezza. La grotta sembrava andare avanti all’infinito e camminai per quelle che mi sembrarono ore, fino a quando non vidi una tenue luce blu. Con cautela andai verso di essa, ma sempre mantenendo un passo sostenuto. La luce era un’apertura, la fine del tunnel. Accelerai il passo. Detestavo i luoghi angusti come le caverne e i tunnel, ma l’uscita era ormai a pochi passi e, prima che me ne accorgessi, raggiunsi la fine. Esatto, era lì che mi trovavo. Alla fine. Fuori dalla caverna, il terreno diventava scosceso come una collina e non c’erano strade alternative. Mi guardai alle spalle, in direzione della caverna. Sapevo che non c’erano delle svolte. Era un tunnel che procedeva sempre dritto. Mi voltai e guardai oltre il bordo. Ciò che vidi fece sentire il mio stomaco peggio di quanto avesse mai fatto finora. Era un oceano. L’acqua circondava tutto e non si vedeva altro all’orizzonte. Lo strapiombo sarà stato alto circa 100 piedi con una piccola conformazione rocciosa sul fondo. Dopo alcuni secondi di attento studio delle rocce, il mio stomaco si contorse in un modo che non credevo possibile ed iniziai a sudare freddo. Le rocce componevano un numero. Il numero “5”.

Mi alzai e mi allontanai dal bordo. Odiavo le altezze. Venni interrotta da un muro che non avrebbe dovuto essere lì. Mi voltai e vidi qualcosa di terribile. La caverna era sparita. Tutto ciò che vedevo era pietra solida, come il versante di una qualsiasi montagna. Ho cercato di dire a me stessa che ero ancora nella Casa senza Fine. Non ero fuori. Chiaramente quella non era una montagna vera, ma sembrava così reale. Guardai nuovamente oltre il bordo della collina. Non avevo altra scelta. Finora quella casa mi aveva causato parecchi guai. Ero fuori solo per grazia ricevuta.

Ma quello che avrei dovuto fare ora era troppo. Sapevo cosa volevano dirmi quelle rocce. Quella era l’entrata della quinta stanza. Non c’erano scale o altre strade. La casa voleva che saltassi. Mi sono buttata sul terreno, arricciandomi come una palla. Era fuori discussione che saltassi da una collina per andarmi a schiantare contro una conformazione di rocce appuntite 100 piedi più in basso. La mia mente si spaccò in due parti. Una che mi urlava che ero ancora all’interno della casa, mentre i dintorni dicevano l’esatto opposto. Rimasi sul pavimento in legno per un po’ a tal punto che persi la cognizione del tempo. Dopo quelle che mi sembrarono settimane, finalmente mi alzai. Lentamente mi feci strada verso lo strapiombo e guardai giù. Le pietre mi incitavano a saltare. Non potevo farlo e questo mi tormentava. Fu in quel momento che ritornò il ronzio. Quel basso e cupo ronzio. Sembrava provenire dalle mie spalle, risuonando nel ventre della montagna. Non so se fosse venuto per me, ma dopo averlo sentito, qualcosa si mosse dentro di me. Chiusi gli occhi e saltai.

Il vento ululava mentre cadevo e una nuova e più profonda paura si fece largo dentro di me. Stavo per morire, sfracellandomi su quelle rocce che mi avrebbero dilaniata. Non osavo aprire gli occhi. Nonostante il forte vento, sentii che il ronzio stava scomparendo. Volevo solo che finisse. Desideravo solo di schiantarmi sulle rocce e farla finita.

Fu in quel momento che tutto si fermò. Non stavo più cadendo, ma non ero finita contro le rocce. Aprii gli occhi per guardarmi in torno. Ero in piedi, circondata dai familiari pannelli di legno della Casa. Il ronzio era sparito, sostituito dal silenzio. Ce l’avevo fatta. Ero nella stanza numero 5. Non saprei spiegare come fosse accaduto, ma mi ritrovai nella quinta stanza. Il sentimento di terrore se n’era andato. Ero incredibilmente felice di essere ancora viva. Dopo una manciata di secondi per riprendermi, decisi di guardarmi intorno per esaminare la stanza. Tutta la gioia mi abbandonò in fretta. La stanza era vuota. Il pavimento era uguale alle pareti che a loro volta erano identiche al soffitto. Non c’erano porte, né finestre. Era come se fossi in una scatola sigillata.

Proprio allora mi resi conto che non ero ancora in salvo. Ero riuscita a lasciare la quarta stanza, solo per finire nella quinta, dalla quale non c’era via di fuga. In quel momento mi chiesi se anche David fosse finito in questa stanza. Se fosse saltato dal quel dirupo alto 100 piedi per finire intrappolato lì dentro. E se ce l’aveva fatta, significava che ne era uscito. Non c’era nessun altro lì dentro. Ero sola. Se lui ci era riuscito, l’avrei fatto anch’io. Il pensiero di David che fuggiva da lì, mi aiutò a ritrovare la fiducia. Avevo intenzione di lasciare quella stanza, trovare David e andarmene di corsa da quel luogo. Camminai lungo il perimetro della stanza, tastando i muri, alla ricerca di qualche imperfezione, ma niente. Le pareti erano perfettamente integre. C’era a malapena un graffio, figuriamoci se avrei trovato delle uscite segrete. Iniziai a bussare su punti casuali dei muri, ma erano assolutamente solide. Cominciai a sentirmi meno sicura. Ero a corto di idee. Fu allora che mi parlò.

“Maggie. Non saresti dovuta venire qui, Maggie.”

Quasi mi venne un colpo. Ero ancora rivolta verso il muro, ma la voce proveniva dal centro della stanza. La voce sembrava quella di una bambina, o almeno così sembrava. Mi girai lentamente e i miei occhi caddero su chi mi stava parlando. Avevo ragione. Era una piccola bambina bionda, che aveva non più di 7 anni, con piccoli occhi azzurri e un lungo vestito bianco. Mi sorrise e parlò di nuovo.

“Ma, visto che sei qui, facciamo un gioco.”

C’era qualcosa di agghiacciante in quella bambina. Non era spaventosa come quelle che si vedono nei film giapponesi. Sembrava assolutamente normale. Se l’avessi vista camminare per strada, sarei semplicemente passata oltre. Ma mi sentivo terrorizzata a guardarla negli occhi. Saltare da una collina era spaventoso, ma non ci avrei pensato due volte a saltare da venti colline, se questo avesse significato distogliere per un minuto lo sguardo da quegli occhi senz’anima. Dopo un momento di stallo, finalmente parlai.

“Quale gioco? Chi sei?” ho mormorato.

“Se perdi ,morirai.”

“E se vinco?”

“Lui morirà.”

Sentii il mondo cadermi addosso. Non volevo credere a quello che aveva detto, ma sapevo che era la verità.

“Chi dei due morirà?” Disse sorridendo.

“Nessuno dei due” Non so dove trovai il coraggio di rispondere a quella bambina demoniaca, ma mi ero spinta troppo in là solo per vedere David morire. E se fossi morta, sarebbe stato tutto vano. No, saremmo sopravvissuti entrambi. In quel momento vidi la ragione per cui quella bambina mi terrorizzava. Era molto più di una semplice infante. Guardandola, mi accorsi che con lei c’era quello che sembrava un uomo imponente, coperto di peluria e con la testa di caprone. Era una visione orribile. Era impossibile guardare l’uno, senza vedere l’altra. La ragazzina era in piedi di fronte a me, ma conoscevo la sua vera forma. Era la cosa peggiore che avessi mai visto.

“Peccato.” Dopo questo, sparì. Ero nuovamente sola, in una stanza vuota e silenziosa. Solo che stavolta c’era dell’altro. Un tavolino era apparso dove prima stava lei, sebbene fosse stata lì tutto il tempo. C’era qualcosa su di esso, ma era difficile dire cosa fosse dal punto dove mi trovavo. Mi avvicinai e guardai l’oggetto. Era un piccolo rasoio, di quelli che si trovano nei coltelli a serramanico. Stavo per prenderlo, ma in quel momento mi uscì un urlo. Quando guardai la mano, vidi qualcosa che non c’era prima. Su di essa era impresso il numero 6. Guardai nuovamente il rasoio, notificando la presenza di un biglietto allegato ad esso.

“Per Maggie - dall’Amministrazione.

Pensavo potesse esserti utile”

Dopo aver letto la nota, ho iniziato a singhiozzare senza controllo. Le lacrime correvano lungo le mie guance come mai avevano fatto in tutta la mia vita. Piansi in un modo che penso non mi riaccadrà mai. Mi raggomitolai a terra, piangendo per quelle che sembrarono ore. Fu allora che il pianto venne sostituito dalla depressione. Non sapevo perché stessi piangendo. Non per David e nemmeno per il fatto di essere ancora bloccata lì. Ancora non erano apparse porte nella stanza. Ero ancora intrappolata lì dentro. Non era quello il motivo della mia tristezza. Ero preda di una depressione senza scampo. Profonda e priva di emozioni. Mi sentivo completamente svuotata. Mi rialzai, aggrappandomi al tavolo. I miei occhi caddero sul rasoio e lo presi in mano. Stavo per suicidarmi. Non ce la facevo più. Se l’avessi fatto, probabilmente David sarebbe morto. Ero intrappolata lì dentro. Era la fine. Premetti il rasoio sul polso, proprio sopra il punto in cui il numero 6 era marchiato sulla mia pelle. I singhiozzi tornarono e io ero lì in piedi, piangendo col rasoio puntato sul mio polso. Sia io che David stavamo per morire. Nulla aveva più importanza. Con un taglio più profondo, mi squarciai il polso.

Subito dopo non ero più nella stanza numero 5. Non ero morta. Di questo ero sicura. La depressione era sparita, ma ciò non significava che fossi felice. Le lacrime continuavano a colare lungo il mio viso. La stanza in cui mi trovavo ora era simile alla precedente e, come prima, non c’erano porte. Non c’erano lampade, ma in qualche modo ero comunque in grado di vedere tutto in modo chiaro. La stanza era completamente vuota, ma prima che potessi riflettere sul da farsi, mi ritrovai al buio. Il ronzio di prima ritornò. Mi coprii le orecchie per protesta. Era più forte che mai, ma finì in un momento. La luce ritornò e vidi che stavolta, qualcosa era stato aggiunto alla stanza. Fu allora che gridai. Al centro della stanza, c’era David. Era nudo dalla vita in su ed era costretto con delle catene. Sembrava che lo avessero torturato. Aveva il petto e le braccia coperti di tagli.

“DAVID!!” Corsi da lui più veloce che potei. Era ancora cosciente perché avevo visto il petto alzarsi e abbassarsi, ma non era in grado di parlare. Fu allora che notai quello che aveva inciso sul petto. Era come se quel numero 7 mi stesse fissando. Sentii David che cercava di parlare. Gli andai il più vicino possibile.

“David! David, riesci a sentirmi?!”

“Maggie... cosa… Cosa ci fa qui?” La sua voce era flebile, ma riusciva a parlare. Ero grata di questo.

“David, sto cercando di salvarti. Come faccio a liberarti?” C’erano dei grossi lucchetti che chiudevano le catene che lo tenevano bloccato. Osservai la stanza alla ricerca di una chiave, ma trovai solo un piccolo coltello in uno degli angoli. Il metallo era troppo spesso per essere anche solo scalfito da un coltello del genere, perciò lo ritenni inutile. Tornai da David. Sembrava essere a cavallo tra la vita e la morte. In quel momento, la mia tasca vibrò, facendomi spaventare di brutto. Tirai fuori il telefono e, come mi aspettavo, c’era un messaggio non letto. Aprii il telefono:

“Quello non sono io.”

Non sapevo cosa pensare. David era proprio davanti a me, ma il messaggio era stato mandato dal numero che mi aveva contattato all’inizio. Era simile al primo messaggio che avevo ricevuto da David, dove lui menzionava la Casa senza fine.

“Maggie…” La sua voce mi risuonò nelle orecchie e nella mente. Era come se provenisse da ogni parte. “Maggie… Devi andare avanti.”

“Che cosa vuoi dire? Come?” Ero di fronte a David, o chiunque fosse lì incatenato.

“Il coltello…”Mi indicò l’angolo della stanza con un lieve cenno del capo “Prendilo.”

Presi il coltello e tornai da lui. Non avevo idea di cosa stesse succedendo, ma ero disposta a tutto pur di salvarlo.

“Ora pugnalami al petto.”

“… Cosa?” Ero shockata. David era lì legato che mi guardava direttamente negli occhi.

“Devi infilare il coltello attraverso il numero 7 che è sul mio petto. È’ l’unico modo per salvare entrambi.”

“No…” Dissi, barcollando all’indietro. “Tutto questo non ha senso.”

“Maggie!” Ora stava urlando. I suoi occhi erano pieni di agitazione. Un lato della sua bocca si contorse in un ghigno. “Maggie, pugnalami. ORA! E’ L’UNICO MODO!” Guardai il coltello che tenevo in mano. Mi sentivo la testa pesante, come se mi avessero colpito con una mazza. Fui presa dallo smarrimento. Serrai gli occhi e lo strinsi saldamente.

“MAGGIE!” Con un urlo, conficcai la lama nel petto di David. Non saprei dire cosa mi fosse successo. Sapevo solo che era l’unico modo. Aprii gli occhi e vidi il suo volto. Era atterrito. Sentii le lacrime rigarmi il volto e David mi guardò dritto negli occhi.

“Perché… lo hai…fatto…?”

Non riuscì ad incantarmi. Sapevo che non era David. Non poteva essere lui o non avrei avuto il coraggio di pugnalarlo. Ero sicura che non fosse lui. I suoi occhi rotearono all’indietro e la vita lasciò il suo corpo. Fu allora che qualcosa cambiò. Il 7 sul suo corpo svanì, mentre il sangue cominciò a gocciolare sul pavimento, andando a finire in un cisterna che si trovava sotto di me. Il liquido rosso vivo iniziò a riversarsi in tutte le direzioni e il cerchio quasi riempiva per intero la stanza, mentre io stavo iniziando ad affondare. Cercai di muovermi, ma senza riuscirci. Sembrava di essere nelle sabbie mobili. Il sangue aveva raggiunto le ginocchia. Più lottavo per liberarmi, più affondavo e ormai ero completamente coperta di sangue fino al petto. Iniziai a graffiare il legno intorno a me. Il corpo senza vita di David era legato sopra di me. La sua testa, guardava nella mia direzione, sorridendo. Mi trovavo con il sangue fino al collo, completamente terrorizzata. Non appena fui completamente sommersa, venni inghiottita dall’oscurità. Quando ripresi i sensi, vidi che ero fuori dalla casa. Potevo sentire la fredda terra sotto di me. Mi rotolai sulla schiena per guardare il cielo notturno. La Casa senza fine mi sovrastava. Vidi che anche la mia macchina era nello stesso punto in cui l’avevo lasciata. Ero incerta se ridere o piangere. Finalmente ero fuori! Mi alzai, scrollandomi di dosso la polvere. Tremavo mentre mi dirigevo verso la macchina, mentre un senso di disagio iniziò a farsi largo dentro di me. Non c’era verso che ce l’avessi fatta. La casa non mi avrebbe lasciata andare così facilmente. Qualcosa non andava. Sapevo di non aver ucciso David nella sesta stanza, ma non sapevo dove poterlo trovare. Mi misi una mano in tasca e tirai fuori il cellulare. Non avevo ricevuto messaggi, però vidi che c’era campo. Iniziai a scrivere un messaggio per David.

“Dove sei?” Scrissi. Un secondo dopo l’invio, ricevetti una risposta. Aprii il messaggio, eccitata.

“Sono nella stanza 10, mentre tu nella 7. Sbrigati.” In quel momento ritornò quel ronzio assordante.

Iniziai a correre. Non sapevo dove stessi andando, ma sapevo di non essere fuori. Mi trovavo ancora nella casa. Il ronzio scuoteva tutto ciò che mi circondava. Faceva vibrare gli alberi e persino l’aria stessa. Dovevo solo trovare un 8. Avevo bisogno di trovare la stanza successiva. Era la mia unica chance.

Trovare le prime stanze era stato piuttosto banale, ma andando avanti era diventato sempre più difficile capire dove iniziassero e dove finissero le stanze. Non avevo idea di cosa stessi cercando, qualunque cosa avesse un numero su di essa. Un 8. Dovevo trovare un 8. Dovevo…

Un nuovo messaggio.

“Il tuo indirizzo”

Cosa diavolo significava? Il mio indirizzo? Il ronzio era sempre più forte. In quel momento mi venne l’illuminazione. Il mio indirizzo. 4896 Forest Ln. Interno 8.

Mi fiondai verso la macchina, infilandomi dentro la portiera. Il ronzio faceva vibrare le lamiere dell’auto e sembrava intenzionato a seguirmi dentro di essa. Schiacciai l’acceleratore e partii a tutta velocità verso il mio alloggio. Nulla di tutto ciò aveva senso. Come era possibile che la stanza numero 8 fosse a casa mia? Avrei dovuto fidarmi dell’SMS? Era di David. Ero certa che fosse suo. Non c’era ragione per non credergli. Mi ci volle un attimo per raggiungere il complesso dove abitavo e giuro che quasi non ricordo di aver guidato. Era come quando hai la testa da tutt’altra parte e, senza nemmeno rendertene conto, ti ritrovi ad aver fatto un lungo tratto di strada. Mi lanciai verso il cancello senza curarmi di chiudere a chiave l’auto. Le mie mani giocherellavano con le chiavi, mentre ero intenta ad aprire il lucchetto per poi fiondarmi verso il primo corridoio sulla sinistra. Il condominio era vastissimo, ma il mio appartamento era uno dei primi a sinistra. Corsi a più non posso. Superai il n°4, poi il 5. La mia testa girava, mentre la notte mi opprimeva come una veste troppo pesante. Anche il 6 era andato. Il ronzio sembrava farsi più distante, man mano che attraversavo il corridoio. Come superai il settimo appartamento, divenne a malapena udibile, per poi sparire completamente nel momento in cui arrivai davanti al mio alloggio. Il piccolo 8 dorato era davanti a me, all’altezza dei miei occhi. Mi avvicinai alla maniglia e girai la chiave nella toppa. All’improvviso venni risucchiata dentro e la porta si richiuse sbattendo. Stanza numero 8. Mi rimisi in piedi e mi guardai intorno. Somigliava in tutto e per tutto al mio appartamento. Se non fossi stata a conoscenza di ciò che stava succedendo, avrei detto di trovarmi a casa e di essermi svegliata da un brutto sogno. Il mio pensiero andò a David. Mi chiesi cosa la Casa gli avesse mostrato nell’ottava stanza. Iniziai ad esaminare la stanza. Tutto era al suo posto come quando ero uscita di casa, perfino la porzione di cibo cinese che avevo lasciato a metà dentro il lavandino. Andai nel soggiorno e diedi un’occhiata al computer sulla scrivania. Il monitor era ancora acceso sulla schermata di AIM. Mi avvicinai e mi misi a sedere di fronte a esso. Scorsi la mia chat con Peter. Era tutta lì, ogni singola parola. La Casa era a conoscenza di tutto e ora ero priva di idee. Onestamente, tentai in tutti i modi di non pensarci. Non c’era dubbio che sarebbe stato meglio non conoscere la risposta. Tentai di fare click fuori dalla schermata di Aim, ma non me lo avrebbe fatto fare. Il computer, semplicemente, si bloccò. Cliccai sul pulsante di spegnimento. Niente da fare. Premetti CTRL-ALT-Canc, ma non ottenni nulla. Improvvisamente, sul monitor, apparve un pop up. Era una video chat. Controllai l’elenco dei partecipanti e vidi che c’erano solo 2 nomi: “Maggie” e “Amministrazione. Il video era dal vivo e tutto ciò che mostrava era un muro grigio. Apparve un messaggio da parte dell’Amministrazione.

“Spero che tutto sia come lo hai lasciato :)”

“Chi sei?” risposi.

“Goditi lo spettacolo ;).” Dopo questo, la telecamera si mosse, soffermandosi su un ragazzo legato ad un tavolo operatorio. Era completamente nudo e singhiozzava sommessamente. L’immagine era poco chiara, ma riconobbi chi c’era lì sopra. Era alto, capelli castani e carnagione pallida.

“Questo è quello che capita a chi cerca di barare :)”

Fu allora che realizzai chi quello legato al tavolo era Peter Terry. E non era solo.

Non oso descrivere ciò di cui fui testimone. Le urla, e i suoni che fuoriuscivano dalla bocca di Peter non avevano nulla di umano. Non riuscii a distogliere lo sguardo. Volevo, ma penso che fosse il potere della stanza. Peter lanciò un urlo che straziava l’anima, ma non lo udii attraverso le casse. Proveniva dalla mia stanza. Col cuore in gola, mi voltai in direzione del corridoio. Mi alzai dalla sedia e continuai a sentire le urla man mano che mi avvicinavo alla loro fonte. Come raggiunsi la mia stanza, le grida vennero rimpiazzate da un familiare ronzio. Quel ronzio che mi aveva tormentato fino a quel momento. Aprii lentamente la porta e vidi ciò che avevo visto sul mio computer.

Vidi il  tavolo operatorio con i resti di Peter Terry sopra di esso. Nella stanza non c’era nessun altro. Chiunque fosse stato lì, ora se n’era andato, ma un brivido risalì lungo la mia schiena. L’Amministrazione era lì. A una stanza da me. Andai verso il tavolo. La puzza era tremenda. Dovetti fare del mio meglio per non vomitare. Da qualche parte c’era la porta per la stanza successiva. Ne ero sicura. E infatti fu più semplice del previsto. Lì dove avrebbe dovuto esserci la porta del bagno, c’era una porta di legno come quella delle prime stanze. Su di essa, vidi qualcosa di lungo e insanguinato. Era un numero 9 disegnato con le interiora di Peter Terry.

Provai pena per Peter, ma avevo visto l’inferno quella notte. Passai di fianco al tavolo, presi il bisturi senza guardare nuovamente verso il cadavere. L’ultima porta era lì e mi avviai verso di essa. Quella notte stava per giungere alla fine e ne sarei venuta fuori con David. Ero intenzionata a sbarazzarmi di chiunque avesse cercato di fermarmi. La porta si aprì senza problemi e, come la attraversai, notai cosa mi stava aspettando dall’altra parte. Era una stanza vuota simile alla sala d’attesa di uno studio medico. C’erano alcune sedie appoggiate al muro e delle riviste erano accartocciate in un cestino nell’angolo. Sul lato opposto della stanza, trovai un’altra porta. Il mio cuore perse un colpo quando vidi il cartello. Non era un numero. Era una singola parola: “AMMINISTRAZIONE”

Strinsi il bisturi nella mano.

“Ok, mettiamo fine a questa cazzo di storia.”

Erano oltre quella porta. Lo sentivo. E anche David era lì. Il ronzio era più assordante che mai. Lo sentii dentro di me. Veniva da dentro di me. Come mossi un passo, si fece più forte, per poi riempire l’intera stanza nel momento in cui misi la mano sulla maniglia. La abbassai ed entrai. La stanza che trovai dall’altro lato non fu ciò che mi aspettavo. Era il salone dell’ingresso principale. Lì dove quell’inferno aveva avuto inizio. Solo che questa volta trovai qualcuno dietro il banco della reception. Il cuore mi uscì fuori dal petto quando vidi chi era. Peter Terry.

“Ciao Maggie”

“Peter? No, non è possibile? Ma come?”

“Chi ti aspettavi di trovare? Un fantasma? Satana in persona? Una tenebrosa bambina bionda?” Vidi che stava sorridendo. Io no.

“Cosa diavolo sta succedendo qui?”

“Oh andiamo Maggie. Pensaci bene. Chi è stato il primo a dire a David di questo posto?”

“Non … puoi aver…”

“Chi ti ha detto su dove potesse essere David?”

“Porca troia Peter, eri suo amico!”

“Spiacente Maggie, ma è così che gestiamo le cose qui.”

“Dov’è? DOV’E’?”

“Maggie, lui è qui con noi nella casa, ma non andrà da nessuna parte. E nemmeno tu.”

Non so cosa mi fosse preso, ma lo avevo perso. Scavalcai il bancone e mi avventai su Peter, scaraventandolo a terra. Gli afferrai i capelli e iniziai a sbattergli la testa sul pavimento, mentre con l’altra mano stringevo il coltello, premendolo contro la sua gola. Volevo ucciderlo. Dovevo ucciderlo. Aveva ucciso David, e avrebbe fatto lo stesso con me.

“Maggie, non puoi. Bisogna che qualcuno si occupi di dirigere la Casa.”

“No”.

Passai il coltello lungo la sua gola e gli sbattei nuovamente la testa sul pavimento. “Non penso ce ne sarà bisogno.” Con la sua morte, la stanza piombò nel buio. Riuscivo ancora a sentire il coltello, ma non stavo più tenendo i capelli di Peter. Non so quanto tempo rimasi al buio, ma mi parve un’eternità. Mi alzai e mi appoggiai al banco, tenendomi in equilibrio con una mano sulla superficie di marmo. Proprio allora si accesero le luci. Attraverso la finestra che si trovava sull’altro lato della stanza, vidi che era ancora notte. Guardai fuori c'era David che camminava, apparentemente illeso. Mi lanciai verso la porta, ma non si aprì. Fuori dalla finestra lui si stava incamminando lungo la strada sterrata. Appoggiai la testa contro la porta. In quel momento lo vidi. Sentii il mio stomaco contrarsi violentemente. Lì, sul mio petto, c’era impressa una singola parola.

AMMINISTRAZIONE

La Casa Senza Fine 3Modifica

David raggiunse barcollante la sua auto. Si sentiva piuttosto confuso. Non ricordava quasi niente delle ultime ore. Di tanto in tanto, alcune immagini inquietanti venivano a fargli visita per ricordargli dell’inferno che si stava appena lasciando alle spalle. Controllò le tasche, in cerca del telefono e chiamò il 911. Era consapevole che non ci sarebbe stato modo di poter spiegare l’accaduto, ma per qualche motivo, sentiva che era la cosa giusta da fare. Forse i poliziotti sarebbero potuti venire lì e confermare che quella era una normale casa. Almeno sarebbe potuto tornare a casa con la mente in pace e vivere una vita normale con…

Fu allora che ricordò. Tornò di corsa verso la Casa, spargendo tutt’intorno lo sporco che aveva sotto le scarpe. Maggie!! Maggie era ancora lì dentro!! Mentre correva, aprì il telefono, per controllare gli sms. Ricordava di averne inviati alcuni, ma non trovò niente. Vide alcuni messaggi che aveva ricevuto da Maggie e che lui le aveva inviato, ma erano tutti vuoti. David raggiunse la porta e imprecò mentre aveva il fiatone. Provò a girare la maniglia, ma senza alcun risultato. Iniziò a picchiare i pugni sulla porta, gridando a gran voce il nome di Maggie. Niente da fare. Con i pugni rossi e che bruciavano, David lasciò andare la porta e crollo sui palmi. Dopo qualche istante, sentì gli occhi pungergli. L’aveva abbandonata lì dentro. La ragazza che amava era andata a salvarlo, finendo per prendere il suo posto. Doveva entrare lì dentro. Doveva esserci un altro modo per entrare. David si alzò con rinnovata energia, ma prima di poter fare qualsiasi cosa, sentì il telefono vibrare. Era un sms. Guardare il nome del mittente lo rassicurò. Era Peter Terry. Forse avrebbe potuto dargli una mano.

“Ehi Dave. Stai bene? È da un po’ che non ho tue notizie.”

“Peter! Cristo Santo! Dove sei?”

“Sono nella Casa. Amico, ero venuto a cercarti. Ti avevo detto di non andare.”

“Ne ho viste di tutti i colori Peter, ma ora ho bisogno di tornare lì dentro. Conosci un modo?”

“Torna indietro. Vicino la casa c’è una quercia con una botola ai suoi piedi. Infilatici dentro. Quella è un ingresso di servizio.”

“Per quale cazzo di motivo un posto del genere avrebbe bisogno di un entrata secondaria?”

“Limitati a raggiungere l’albero, amico. Sto cercando di aiutarti.”

David non aveva tempo per porsi altre domande. Si allontanò di corsa in direzione del portico che si trovava sull’altra estremità dell’edificio. Scavalcò la ringhiera e atterrò su uno strano mucchio sotto di lui. Vide che l’albero non era distante o così sembrava. Era così grande che risultava difficile percepirne la profondità. Era già stato lì? Sì, aveva altra merda per la testa per poter prestare attenzione agli alberi, ma quello era enorme. Andò sull’altro lato e trovò la piccola porta di legno nel terreno sotto di lui. Somigliava a quella di una cantina. David diede un’occhiata intorno a sé e alle sue spalle. Non era nemmeno sicuro del perché lo stesse facendo. Era stata solo una sensazione. Se la scrollò di dosso e diede uno strattone alla maniglia. I cardini arrugginiti stridettero in segno di protesta, ma dopo alcuni violenti strattoni, cedettero, rivelando l’oscurità sotto di essi. David fece un lungo sospiro e scese giù. Accidenti, era completamente buio, ma ben presto David venne accolto da una puzza tale che l’oscurità passò in secondo piano. Era un misto di capelli bruciati coperti di merda e muffa. Riusciva a sentirne persino il sapore, tanto che sputò a terra per toglierselo dalla bocca, dopodiché prese il suo telefono per impostarne al massimo la luminosità. Non era granché, ma almeno ora era in grado di vedere le pareti circostanti. Attraverso la fioca luce, David notò qualcosa di strano. Onestamente, non gli era capitato spesso di esplorare dei tunnel sotterranei, ma supponeva che le pareti dovessero essere sporche, coperte di fango o qualcosa del genere. Non era in grado di vedere bene di cosa si trattasse, ma non aveva niente di umano o comunque qualcosa che potesse passare per sporcizia. La curiosità prese il sopravvento e, telefono alla mano, si avvicinò ad una delle pareti. Dovette avvicinarsi ancora di più, col telefono che quasi toccava il muro. Gli occhi di David si spalancarono. Tastò la parete con l’altra mano. Era solida. Gli tornò in mente l’odore che aveva sentito e realizzò che era carne umana. Le pareti del tunnel erano coperte di pelle carbonizzata. Avvicinò ancora un po’ il telefono e seguì la luce. Notò che c’erano alcune parti dove due tipi diversi di pelle erano cuciti insieme con fili di metallo, simile al rame. Una di queste parti gli fece contrarre violentemente lo stomaco. Era una faccia. Una faccia umana. Era allungata, con gli occhi e la bocca cuciti. Il naso era stato asportato e il foro era stato anch’esso ricucito. Probabilmente fu la visione che aveva davanti, o forse l’odore ripugnante. L’unica cosa certa era che David non riuscì più a reggere e vomitò a terra. Il tunnel proseguì per quella che sembrò un’eternità. Sapeva che era lì dentro da pochi minuti, tuttavia gli parvero ore. Doveva entrare lì dentro e portare in salvo Maggie. Il resto non aveva importanza. Peter era suo amico, ma se fosse venuto lì, avrebbe comunque salvato Maggie per prima. Peter avrebbe anche potuto marcire lì dentro, se fosse stato necessario. Ancora una volta era stato lui a dirgli di quel passaggio. Il suo dibattito interiore venne interrotto quando qualcosa lo toccò da dietro. Si girò con uno scatto, trovandosi faccia a faccia con il nulla. Confuso, David tiro fuori il telefono e lo puntò in avanti nell’oscurità. Non c’era nulla, ad eccezione di un muro che fino a due minuti fa non c’era.  Era putrefatto e coperto di carne umana. David urlò e picchiò contro il muro di fronte a lui, ma si interruppe dopo poco. Il corridoio si stava restringendo, rischiando di intrappolarlo mentre camminava. Colpi David con la forza di un treno. Anche se era nel tunnel di servizio, si trovava nella Casa. E lei lo teneva in pugno. Non c’era via di uscita. Sembrava che la Casa lo stesse trascinando dentro, come se fosse felice di vederlo. In precedenza, questa situazione avrebbe fatto inorridire David, molto più di quanto successe in quel momento. Lì, in quel tunnel infernale, ebbe a malapena un sussulto. Era stato testimone di ciò che quel luogo era in grado di fare, vivendo un’esperienza che avrebbe messo alla prova la sanità mentale di chiunque. Aveva visto di tutto. O almeno così pensava. David poteva sentire il tunnel restringersi alle sue spalle. Il suono della carne putrefatta che cercava di intrappolarlo  lo fece sentire di nuovo male, ma si limitò ad accelerare il passo. Dopo alcuni istanti, udì qualcosa che lo fece bloccare sul posto. Era una voce femminile, ma non era Maggie.

“Perché sei tornato indietro? PERCHÉ?”

David era paralizzato. La voce sembrava giungere da ogni direzione.

“PERCHÉ SEI TORNATO? PERCHÉ?”

L’urlo sembrava avvicinarsi sempre di più e David si appiattì contro la parete. Immediatamente sentì qualcuno correre verso di lui con passo pesante. Fu allora che la vide. Una ragazzina di non più di 13 anni veniva verso di lui, urlando incessantemente quella domanda. David era troppo attonito per reagire. La bambina corse nella sua direzione, battendosi il petto con i pugni. Prima con violenza, ma poi sempre più debolmente, come una bimba viziata quando non ottiene ciò che vuole. “Perché David? Perche sei tornato indietro …?” La bambina si inginocchiò di fronte a lui, andando a toccare la sua gamba. David era lì in piedi, sotto shock, con le mani leggermente alzate e in tensione. Lentamente la paura iniziò ad abbandonarlo. Lei non sembrava essere una minaccia, né un fantasma, né altro.

“Hey” iniziò lui, “Va tutto bene. Chi sei?” La bambina sussultò leggermente alle sue parole. Lentamente, alzò la sua testa per guardare verso David. Il suo cuore perse un colpo quando la vide in volto. Era priva di occhi. Le sue orbite erano due cavità vuote. E quando lei aprì la bocca per parlare, David notò che anche quella era vuota. Non aveva lingua e le mancavano tutti i denti.

“Sei qui per salvarci, vero?”

La bambina si alzò e iniziò a spazzolarsi i capelli. Per qualche ragione, pur essendo consapevole di quanto spaventosa fosse, David notò qualcosa di … stranamente normale nella ragazzina. I suoi capelli castani le arrivavano alle spalle ed era magra come un fuscello, con una spruzzata di lentiggini sul naso e sulle guance. Persino i suoi vestiti erano di quelli che si potevano trovare in un qualsiasi negozio di abbigliamento: canottiera nera e jeans infilati dentro degli stivali rossi e neri. Sembrava qui grande di quello che David pensava inizialmente. Se avesse avuto un’età, David non le avrebbe dato più di 16 anni. Un ronzio alle loro spalle, lì fece trasalire, riportando David alla realtà della situazione.

“Dobbiamo andarcene!” disse lei, “ORA!! La ragazzina afferrò la sua mano e iniziò a correre. Preso alla sprovvista, lui la seguì e quasi gli sfuggì il telefono dalle mani. Cercò di mantenere la presa, in modo da poter illuminare la strada.

“Non ce n’è bisogno,” Disse la ragazzina, alzando la mano libera davanti a sé, “ce l’ho già.” Mormorò qualcosa sottovoce, in una lingua che non poteva essere inglese. Una luce abbagliante comparve davanti a loro e iniziò a seguirli. Era come avere un faretto che faceva luce sopra di loro, illuminando i loro spostamenti . Il ronzio alle loro spalle si fece più forte, man mano che si avvicinavano al primo bivio del tunnel. Senza alcuna esitazione, la bambina prese la strada a destra. Evidentemente sapeva dove stava andando e su questo David non ebbe nulla da obiettare. Dopo qualche istante, ronzio si spense e si trovarono di fronte a una scala che conduceva nell’oscurità più totale.

“Lassù.” Lei iniziò ad arrampicarsi sulla scala che era davanti a loro. David ritornò alla realtà e iniziò a sentirsi piuttosto confuso.

“Aspetta!” la ragazzina si fermò a metà strada e guardò oltre la sua spalla.

“Guarda, lo so che è strano …”

“No , No. Lo so quanto è strano. Qualcosa non mi convince. Chi sei?”

“Te lo spiegherò al più presto, okay? Adesso dobbiamo solo uscire di qui, okay? Nessuno dovrebbe trovarsi qui e noi, beh … siamo qui. Perciò …” Dopo questo, tornò ad arrampicarsi. David fu sul punto di replicare, ma il ronzio alle loro spalle si fece più forte. In quel momento la sopravvivenza era più importante che capire. Si aggrappò alla scala e iniziò a seguirla, lasciandosi quel tunnel alle spalle, magari per l’ultima volta. La scala li condusse in una stanza vuota. Somigliava ad un grosso ripostiglio per le scope. Sul pavimento c’erano alcuni secchi, mentre al muro erano appoggiate delle scope. Sembravano parte dell’arredamento della casa, anche se era molto improbabile. La ragazzina si riscosse e spinse la sua mano verso David. I suoi sbalzi d’umore erano qualcosa che avrebbe dovuto lasciare sorpresi e David prese la sua mano e la strinse.

“Probabilmente ti starai domandando chi sono e perché ti conosco” Lei non attese la risposta di David e continuò “Il mio nome è Natalie e questa diciamo che è casa mia.”

“Cosa vorresti dire? Come sarebbe a dire che è casa tua? “Questo posto di merda è casa tua?”

“Lo so, lo so, ma devi capire che cosa è successo. Non è sempre stata così, è…”

“E cos’era quella diavoleria con la luce che hai fatto là sotto?”

“Si lo so, anche quello è parte di questa storia. Lascia che ti spieghi.”

Lei si interruppe e guardò verso David. Lui chiuse la bocca, lasciandole intendere che ora sarebbe stata libera di parlare senza interruzioni. “Questa è la mia casa. So che ora può sembrare l’inferno e hai ragione. Lo è. La mia ha avuto a che fare con cose strane. Ci trasferimmo qui circa 10 anni fa, ma andava  tutto bene. Il problema era la mia famiglia. Beh, noi sappiamo fare delle cose. Credo sia stregoneria.”

Natalie ridacchiò al pensiero. “Perlopiù trucchetti come quello che hai visto nel tunnel. Ma alcuni di noi, ad esempio mio fratello, si sono spinti troppo oltre. Ha iniziato a invischiarsi con cose oscure, come demoni,  evocazioni e cose del genere. Io credo che evocare non sia sempre una brutta cosa. Io, ad esempio sono in grado di evocare un gatto e penso che sia carina, ma mio fratello andò a incasinarsi con cose ben peggiori. Abbiamo cercato di convincerlo a smettere, ma il potere gli stava dando alla testa. Peter non ha voluto sentire ragioni.”

“Peter?” L’idea iniziò a ronzare nella testa di David, ma non si sentiva pronto ad accettarla. Peter era stato suo amico per anni. O così credeva.

“In questa notte, sette anni fa, mio fratello si spinse troppo oltre. Evocare demoni per pochi minuti non gli bastava più. Voleva di più. Volevamo chiedergli perché fosse tanto ossessionato, ma lui si limitò a rispondere “Perché no?” Ciò che accadde nelle notti successive è difficile anche solo parlarne.” Anche se le mancavano gli occhi, David intuì che quel ricordo le pesava davvero. Tutto  quell’inferno era a causa di suo fratello, del suo amico. David capì che quella ragazzina era molto più prigioniera di quanto lo fosse lui.

“D’accordo,” David le appoggiò una mano sulla spalla, “andiamocene di qui.”

David diede un’occhiata intorno a sé. Il suo cuore ebbe un lieve sussulto. Al di fuori della botola da cui erano entrati, non c’erano altre vie d’uscita, ma solo muri di cemento.

“Sai dove ci troviamo?” le chiese, pregando che avesse qualche idea.

“Si, certo,” rispose lei, forse con un po’ troppa esitazione per i gusti di David, “È casa mia, no?” E subito andò in direzione di uno dei muri più distanti. Era una semplice superficie di cemento, senza porte o altre vie d’uscita. Natalie si mise le mani in tasca ed estrasse un carboncino da disegnatore. Lo premette contro il muro e iniziò a disegnare una linea color piombo, lunga circa 3 piedi. David seguì il suo lavoro, linea dopo linea, guardando con ammirazione mentre la ragazza si rialzava per osservare il risultato. David non aveva mai visto niente di simile, al di fuori dei film fantasy. Sembrava un miscuglio tra uno yin yang, un pentagramma e uno scarabocchio fatto da un bambino. Natalie rimise il carboncino in tasca e si passò una mano nei capelli. Dopo un istante di silenzio, alzò la mano e premette il palmo destro sul simbolo, premendosi due dita dell’altra mano sulla tempia. A primo impatto, David pensò che lei stesse parlando con lui, ma realizzò che stava cantilenando nuovamente in quella sua strana lingua. Immediatamente, il simbolo sembrò vibrare e David restò a guardare mentre iniziava a pulsare di un’intensa luce viola. Natalie sorrise tra sé mentre sentiva il muro tremare, per poi spaccarsi in due.

“Ho sempre desiderato farlo.”

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Narrazione di Aster The Tyrant