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Oltre all’oblò, i fari della batisfera Neptune illuminavano un paesaggio monotono di sabbia bianco azzurrina, ma poco oltre la portata dei fasci di luce il buio degli abissi era denso, totalmente impenetrabile. L’acqua era immobile, costellata di tanti piccoli detriti che palpitavano quando erano illuminati, e l’oceanografo James Moore pensò, con un brivido, che in quel luogo la luce era un elemento alieno, praticamente sconosciuto. Si trovava a circa 10. 898 metri di profondità nell’Oceano Pacifico, fra Filippine e Giappone, 11° 21' nord di latitudine, e 142° 12' est di longitudine. 

La Fossa delle Marianne.

Ancora non poteva credere di trovarsi lì, in uno dei posti più inaccessibili del pianeta, avvolto dal buio eterno del fondo del mare. In silenzio, osservava il fondale pallido e brullo illuminato dai fari, notando di quando in quando qualche sogliola fluttuare per pochi secondi sulla sabbia. 

Batisfera.jpg

Poi colse un balenio proprio dove la luce lasciava spazio alle tenebre: un guizzo, un movimento fulmineo. Un pesce abissale, probabilmente. Mentre la sua attenzione tornava a incantarsi in ciò che vedeva fuori dalla Neptune, ecco che un nuovo movimento gli fece spostare lo sguardo, questa volta accompagnato da un lieve sbuffo di sabbia che vorticò di fronte all’oblò per pochi attimi. Scorse appena una sagoma perlacea svanire oltre la luce. Impossibile dire cosa fosse, ma di certo era parecchio più grossa delle placide sogliole che aveva visto fino a quel momento. E più rapida, anche. Non erano molte le creature che potevano vivere in un ambiente così estremo, senza luce, a una pressione inimmaginabile. Generalmente, i pesci abissali erano piccoli e dal corpo piatto, con grandi occhi ciechi e corpi trasparenti. 

Istintivamente, i suoi pensieri andarono alla piovra gigante che aveva attaccato il Nautilus del Capitano Nemo. 

Fissò il buio a lungo. Il deserto sottomarino non gli rivelò nulla, eppure adesso si sentiva inquieto, come se percepisse senza vederle delle presenze che ricambiavano il suo sguardo protette dal velo del buio. Uno dei fanali sfarfallò per tre o quattro secondi prima di stabilizzarsi. La batisfera emise un debole lamento. L’oceanografo si guardò attorno e controllò i valori e le apparecchiature; tutto pareva funzionare perfettamente. Si trovava lì da quasi dieci minuti, solo, separato dalla terra da milioni di quintali d’acqua. In superficie lo aspettava la nave con a bordo i colleghi, ma adesso non c’era nessuno con lui. 

Si volse di scatto: qualcosa era passato sopra l’oblò, oscurando la luce per un secondo. Con il cuore che gli pulsava nelle tempie, Moore tornò a sbirciare fuori. Aggrottando le sopracciglia, notò che il fascio di luce di uno dei fari era più debole. Di nuovo, controllò che funzionasse tutto e tutto funzionava.

Dall’esterno provenne una serie di tonfi. Sollevò la testa: era come se qualcuno avesse bussato sullo scafo in metallo della batisfera. Si infilò le cuffie dell’idrofono e ascoltò l’inquietante sottofondo oceanico, una tetra melodia di sibili e schiocchi. Poi alle sue orecchie arrivò un lamento … balene, a quella profondità? I capodogli potevano raggiungere al massimo i duemiladuecento metri …

Ma non era un capodoglio la cosa che udiva all’idrofono. Si accorse di avere la pelle d’oca sulla schiena e i peli delle braccia drizzati sotto la felpa. Sembrava il lamento di un essere umano, gorgogliante e distorto. 

Spaventato, Moore spense l’idrofono. Provò a collegarsi con la nave, ma prima che potesse farlo uno dei fari si spense. Disorientato, andò a sbirciare dall’oblò: la luce di un solo faro era appena sufficiente a illuminare una tonda porzione di fondale: vide un gruppo di sogliole scivolare via con una certa fretta. La batisfera procedeva lentamente, la sabbia scorreva piano … Nel cerchio di luce, per pochi attimi, entrò una grossa coda. Con un colpo robusto svanì, offuscando l’oblò con una nuvola di sabbia. Moore scorse appena due grandi occhi baluginare nell’oscurità.

Il secondo faro sfarfallò e si spense.

Il buio lo inghiottì e Moore mandò un urlo di sorpresa, mentre il panico gli divampava nella mente. Era come se il nero degli abissi fosse penetrato nell’angusto abitacolo della batisfera, illuminata solo dai display verdi e blu dei comandi. Con l’ansia che gli stringeva la gola, l’oceanografo provò a contattare la superficie e con orrore scoprì di non poterlo fare. L’apparecchiatura che avrebbe potuto metterlo in comunicazione con gli altri, con la luce e l’aria, con il mondo umano, era andata misteriosamente in tilt … Colpi frenetici rintoccarono all’esterno. L’uomo fece guizzare lo sguardo nella semioscurità, terrorizzato. Qualcosa colpì con violenza l’oblò: una forma a cinque punte, come una mano umana …

L’idrofono si accese da solo. Dalle cuffie sgorgava un coro stridente e lamentoso. Moore ansimava, l’attacco di panico lo paralizzava. Era solo a quasi undicimila metri sotto all’Oceano Pacifico, nel buio totale. Gli pulsava la testa, gli mancava l’aria. Si prese la testa nelle mani, dondolandosi. 

Una luce baluginò dall’oblò, illuminando l’interno della batisfera. Seppur terrorizzato, l’uomo avanzò. La luce pareva quella tetra e azzurra delle creature degli abissi; gli andava incontro, dissipando le tenebre, facendosi più vicina a ogni secondo. Dal fondale la sabbia si sollevava come una tempesta. Nell’idrofono, i lamenti erano più forti.

James Moore guardò. I suoi capelli neri diventarono repentinamente bianchi. Le lenti dei suoi occhiali da presbite si creparono. Emise un urlo rauco, saltando indietro. Impazzito, rimbalzò da una parte all‘altra al pari di un canarino spaventato dentro una piccola gabbia, in trappola, sicuro solo della sua morte imminente. La luce sgorgò dall’oblò come quella di un faro, accecandolo. 

Qualcosa colpì il vetro. Una mano palmata vi premeva contro.  

La Neptune venne issata a bordo della nave e l’equipaggio, dopo averla assicurata, aprì il portellone. James Moore non c’era più. Tutto ciò che restava di lui erano i suoi occhiali dalle lenti crepate. Il suo cadavere non venne mai trovato. Furono ispezionati i filmati delle telecamere fuori della batisfera: prima che il loro funzionamento venisse compromesso, registrarono qualcosa che scivolava sul fianco della Neptune. La pinna di qualche pesce, decisero. Anche se in molti pensarono assomigliasse a una mano. 

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