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Origami
Serve silenzio per creare. Uno spago lungo e sottile, dei fili di metallo. Lì, ad intrecciare un semplice scheletro per la carta colorata e leggera, accasciata su una sedia traballante, con il sole in faccia ma senza percepirne la cordiale presenza. Volevo tanto ricreare un pensiero felice, qualcosa che mi rendesse serena per un attimo. Da piccola ne facevo tanti di questi, avevo manine minute ma sapienti che creavano i migliori compagni di giochi. A volte distinguere la realtà dalla fantasia è difficile, ma non me ne sono mai preoccupata molto. Non ho bisogno di fare distinzione. Un uccellino azzurro, con un becco rosso e corto, mi guardava inespressivo mentre fissavo un'ala di carta al suo corpicino di fil di ferro. Lo stavo curando, gli stavo concedendo una nuova esistenza dal miscuglio scomposto che era al principio, solo dei gretti materiali informi. Un uccellino con ali inutilizzabili, inadatte al volo. Rimarrai per sempre inchiodato al suolo, pensai tristemente. Non avrai mai la brezza sul capino cresposo perchè non saresti capace di raggiungerla, non potrai godere della pioggia sulle piume, ti scioglieresti, non potrai mai vedere il mondo fuori, il tuo corpo non è fatto per subire gli interventi dell'ambiente. La tua gabbia è la mia casa. La mia casa è anche la mia gabbia, saremo due prigionieri nella stessa cella.

Non avevo più la forza di fantasticare, non mi era più concesso. Il tempo aveva sottolineato le brutture della vita ed io non sapevo più concedermi al semplice svago della mia infanzia. I miei amici avevano un'anima d'aria stretta in un involucro di strisce cartacee, niente più.

Loro avevano raggiunto la perfezione di uno stato assolutamente incosciente.

Mi passai le dita sul viso, sugli occhi chiusi e stanchi, incavati, sulle labbra smunte, sulle gote sporgenti. Volevo la loro perfetta simmetria nelle forme, i loro stessi vuoti e vaghi pensieri, la loro stessa coerente capacità di esistere senza doversene preoccupare.

Io non sono fatta di cartapesta, sono fatta di carne e di ossa, di sangue e di coscienza. Mi specchiai e quello che vidi non mi piacque, ma in qualche modo mi soddisfaceva e mi rendeva fiera. Un corpo in via di deterioramento, un volto scarno e dei lineamenti spigolosi, un fisico ossuto, delle linee oblique e sporgenti sul torace, la vita sembrava scomparire, le ginocchia erano in evidenza. L'armonia era raggiunta con disillusa volontà, avevo raggiunto un barlume della perfezione degli animali che creavo con tanta dedizione e passione. Sembravo esser coperta solo di un sottile e chiaro strato di pelle, che andava a riempire gli spazi là dove la carne mancava. Stavo emulando i miei scheletrici amici.

Mi sedetti, fissai il vuoto con la stessa costanza di chi legge con grande interesse un romanzo, l'erosione dolcissima della perfezione mi aveva scavato un buco nello stomaco, prontamente sostituita dalla tristezza, dalla stanchezza.

La mia era una punizione gradita, l'incontrollabile desiderio di cambiare drasticamente assopendo le pulsioni elementari per raggiungere una purificazione, una catarsi, la rivalutazione del mio apparire per rendermi gradevole, più piacevole agli occhi altrui. Avevo trovato la gioia nel cercare l'approvazione, seppur con grande sofferenza e solitudine. I miei ricordi purtroppo ancora esistevano dentro di me, essi mi hanno condotta davanti al mio annullamento. Memorie lancinanti come ustioni, decisi di raggiungerle per gratificarmi o per torturarmi.

Lasciai tutto com'era, e lasciai anche che il mio leggero cuore di carta si addormentasse nel mio petto, lasciandomi nel silenzio più tormentato. Scesi dei gradini con pazienza e devozione, una esile suora che si reca al santuario, dopo di essi una bella porta tornita. Il cumulo di ricordi giaceva lì dietro, scalpitante e famelico, tutte le cose che avevo volutamente e con forza limitato nello spazio di una stanza pervasa dall'odore nauseante dei miei vecchi memoriali, dei cimeli marcescenti. Non ebbi mai da piccola la costanza di tenere un diario, eppure a volte scrivevo senza impegno su dei fogli sparsi, dei promemoria di una vita che volevo cancellare a tutti i costi essendo in sè dolorosa, macchiata dall'innocenza perduta, innegabilmente imperfetta. Ne presi uno fra le mani, vecchio e sbiadito, doveva avere molti anni, per questo lo tenni ma senza alcuna nostalgia, curandomi di non avvicinare troppo la pelle alla scrittura. Non volevo che l'inchiostro e le parole sgradite potessero avvicinarsi a me, di nuovo.

"[...] Mi hanno ancora presa in giro e schernita come un balocco da circo. Mi sento così inguardabile, insicura e brutta, dentro e fuori. Qualsiasi cosa è per loro motivo di derisione, anche la mia intelligenza. Mi chiamano enciclopedia, secchiona, brutta, cane, nessuno vuole giocare con me. I bambini sanno essere molto crudeli, dicono, ma so esserlo anch'io."

Rimisi il foglio al suo posto e mi guardai intorno, nauseata.

Tutti i miei ricordi di bambina vessata, abusata, e crocifissa giacevano lì, fatiscenti e in putrefazione, ma li guardo con la soddisfazione di una mamma turpemente, follemente orgogliosa. Loro sono i ricordi della mia vita deturpata dal pregiudizio, ora sono inchiodati come fagotti informi sulle pareti della stanza, con le vene secche e gli occhi vitrei e fissi nell'ultimo spasmo di terrore, i vestitini da bambole appesi su corpicini mummificati e fermi in una posizione innaturale, umidi umori sono colati in una striscia purulenta sotto di loro, una pozza nera di liquidi rappresi. Anche loro sono dei piccoli e scheletrici amici ora, non sono così differenti dai compagni fatti di semplice fil di ferro e cartapesta. Nessuno mi giudicherà più in quel modo, quando sarò completamente perfetta e il desiderio di tutti.



So essere cattiva anch'io.

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