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Vicino a casa mia c'è un pozzo, o meglio un buco nel terreno circondato da frasche e erba secca, ma i vecchi lo chiamano "il pozzo" e io mi adeguo. A quanto sembra, almeno secondo i vecchi del villaggio, esiste da sempre quel dannato pozzo. In fondo è invisibile, sembra profondissimo e il sole non lo illumina mai completamente e perpendicolarmente a causa del rivestimento e della protezione che gli offrono le piante. Eppure qualcuno è sceso lì giù. Ne sono certo. Ho visto un pezzo di legno bruciacchiato posto su un pezzo di ferro a sua volta inchiodato alla parete (in pietra grezza) del pozzo. Una torcia spenta a causa dell'umidità. Qualcuno è sceso lì giù di certo per mettere quella fiaccola e se è sceso lui... Posso anch'io. Sono troppo curioso di sapere dove finisca il pozzo e dopo quanto possa toccare terra. Non moltissimo credo. Chi e perchè avrebbero dovuto costruire un pozzo profondissimo in uno sperduto paesino di campagna? Forse non è un granchè, ma potrebbe essere emozionante.

-Non insistere e non fare lo stupido. Mio padre, o anche mia madre, ti punirebbero.- Consigliò George. -Oh, andiamo sei un fifone. E poi che dici? Tua madre? Non ti torcerebbe un capello, come sogliono dire i Giovani- si riferiva, usando un modo di dire del paese, alla "generazione giovane", composta da tutti i tizi sotto i vent'anni -neanche se bruciassi tutti i campi di proprietà della tua famiglia.-  Uscirono, in un passo che si collocava tra il cammino e la corsa, dalla capanna-magazzino. -No, ma avrebbe paura. E non voglio farla spaventare.- si giustificò George. A quel passo saltellato, a causa della sua pancia, sembrava alquanto buffo. -Oh, ma andiamo, fifone, cosa può farti mai un pozzo? Hai paura di cascare? -No, e non chiamarmi fifone.- disse George aumentando leggermente il passo. -E allora che succede?- chiese Tom, che ormai da due mesi (o più forse) covava il desiderio di scendere nel pozzo. -Dicono brutte storie sul pozzo, i vecchi- iniziò a raccontare George: -Persone scomparse e cose del genere. Il vecchio Ben dice che sotto ci siano dei mostri. -... Che si mangiano i ciccioni fifoni come te.- concluse scherzosamente Tom: -andiamo, credi mica a tutte le fesserie che racconta Ben? Lo sai che ti stava prendendo in giro come fa sempre. Avanti vieni.- Prese il braccio dell'amico e lo tirò leggermente per il vestito. -Sei proprio una testaccia dura. -Si dice: "hai proprio una testaccia dura" non "sei una testaccia dura"- Lo corresse Tom. -Fa lo stesso. Te lo dico io cosa ricaverai da questa avventura, un paio di sculacciate e basta. Anzi, credo più di un paio. -Hai sbagliato di nuovo: cosa "ricaveremo" da quest'avventura.- -No, io non vengo.- tentò di concludere George -Allora sei un fifone che ha paura dei pozzi.- -Non è vero!- strillò George, con una voce indubiamente buffa nella sua stridulezza. Stridulezza che solo un bambino di undici anni come lui poteva imitare. -E allora sei un fifone che ha paura delle sculacciate  -E perchè tu no?- domandò George. -Sì, certo,- ammise Tom, tutti avevano paura delle sculacciate. Non serviva proprio la paura di averle a impedire che si comportassero male? -... Ma io, a differenza tua, affronto coraggiosamente la paura.- Si girò verso l'amico e sorrise, poi continuò: -andiamo George, ti ricordi come dicono i tuoi genitori? Si hanno dodici anni una volta sola. -Io ho undici anni. -Ma io dodici. Su, andiamo.- E tirò l'amico verso di sè come prima. -E va bene, ti aiuto- si arrese George, ma poi gli venne un'idea: -Ma ti cali tu, io ti aiuto solo e scendo poco.-Stette in silenzio per un po' e corsero insieme poi disse: -E se succede qualcosa la colpa è tua, soltanto tua, sia chiaro. -Doppia razione di sculacciate per me nel caso, allora.- scherzò Tom. Poi smisero di parlare. Erano arrivati all'erbetta che circondava il baratro da loro chiamato pozzo.

Superò l'erbetta e le frasche (alcune piante, leggermente appuntite, gli graffiarono le gambe che erano nude al di sotto del ginocchio) e il pietrisco, quindi si rigirò e si buttò giù. Rimase con le gambe a penzoloni verso il baratro mentre si reggeva su braccia e gomiti. George lasciò una corda trovata nei pressi dell'erba (Tom aveva studiato tutto con una serie di perlustrazioni precenti). Era una corda non persante ma resistente e lunga una ventina di metri, da usare per superare il primo tratto, in pietra levigata e privo d'appigli. La corda ora era estesa nella sua lunghezza e George la teneva saldamente. Tom l'afferrò e si spostò su di essa, sebbene di poco più grande dell'amico, era molto più magro e meno pesante e forte, George poteva sostenerlo senza troppa fatica. -Ce la fai?- chiese. -Sì, ma sbrigati.- rispose l'amico sbuffando. Un uccello (un gufo?) strano verso nella foresta e George all'iniziò si spaventò, non riconoscenolo credette che fosse il grido dei suoi genitori che fossero venuti a cercarlo per sgridarlo (Dove t'eri cacciato? Non ti rendevi conto del pericolo? Quel pozzo è troppo profondo!) e rimpinzargli il sedere di manate. Tom, che si stava già calando, gli urlò: -Paura, eh?- Se avesse avuto una mano libera gli avrebbe fatto il segno dello spauracchio, George ne era sicuro. Possibile che Tom fosse così stupido? Sì, era molto atletico ma doveva restare concentrato. E non aveva un po' di paura di cadere? Quel pozzo non sarà stato profondissimo, ma almeno che sotto non ci fosse stata solo dell'acqua (gelida, naturalmente) o molta paglia, era di sicuro abbastanza profondo da rompersi una gamba (e forse anche di più). -Idiota!- Gli gridò.

Quella che gli anziani (se no anche detti vecchi o i vecchi) chiamavano la biscia verde era un serpentino piccolo e silenzioso, molto comune nei bischi di quelle aree. Se gli si invadeva il territorio o la si spaventava o anche senza una ragione precisa (era molto aggressiva) lei attaccava con un rapido salto e un morso. Rilasciava una quantità di veleno sicuramente non letale nè pericolosa per un uomo e neanche per un bambino, ma lasciava un livido e il morso era piuttosto doloroso. Tom lo sapeva perchè, a causa del suo spirito d'avventura, lo aveva (molto dolorosamente) sperimentato già due volte. George, invece, più tranquillo, pur sapendo di tale rettile, non lo aveva mai visto nè conosceva i danni e il forte dolore del morso.

Forse spaventata dagli urli che i due si scambiavano (erano già abbastanza lontani tra loro che il semplice parlare non era sufficiente a sentirsi), forse invasa nel suo territorio, forse scambiandolo, nonostante le dimenzioni, per una preda, una biscia verde morse George al polpaccio destro che, come quello dell'amico, era scoperto. Fu di certo peggio di una sculacciata. George urlò e si portò una mano alla gamba colpita mentre la biscia si allontanava senza emettere neppure un suono e uscendo definitivamente dalla nostra storia.

Troppo tardi. Fu troppo tardi quando Tom si accorse che la corda, non più tenuta tesa e ferma da una forza stava cadendo verso il baratro. Si girò convulsamente vedendo solo buio. Poi urlò all'amico: -George, tieni!- La mano sinistra di George si serrò nella presa più forte che potesse fare in quelle condizioni fisiche e mentali. Tom si aggrappoò anch'egli con quanta più forza potesse, peggiorando, di fatto, la situazione. La corda, non robusta come avessero valutato i due amici, non riuscì a reggere a quella tenzione e con un rumore secco si spezzò all'altezza dell'angolo quasi retto che determinava l'inizio del baratro-pozzo. Tom, ancora nella zona senza appigli, venne scagliato, da una forza invisibile, una specie di vento, lontano dalla parete. George, ancora confuso dal morso della biscia, si rese conto in un ritardo di circa due o tre secondi che non reggeva più nulla, ed ebbe allora un motivo in più per cui gridare oltre al dolore.

Non so cosa accadde a George, se riuscì a chiamare aiuto e se fu ritrovato o se fosse in qualche modo alllergico al dolore della biscia e morì. Ne so se ci furono dei tentativi per ritrovare Tom. Ma so una cosa: George, il villaggio e quanto ne concerne non sono nelle profondità del pozzo e da ora in poi non rientrano più nella nostra storia e, proprio come la biscia, ne escono per sempre.

Tom vide che la corda spezzata si afflosciò su uno spuntone che emergeva da uno dei primi pezzi di pietra che formavano la parete del baratro, che per lui era anora il pozzo. Lui, un dodicenne in abiti leggeri con i capelli biondicci chiamato Thomas J. Denkink, continuò a cadere al centro della fossa mentre l'accesso della stessa, insieme con la luce del sole e il mondo, si allontanava fino a scomparire alla sua vista (amen).

La sensazione di cadere è orribile e nel contempo indescrivibile. Peggio del dolore, della paura, della malattia, della noia eccetera. E' quella sensazione che ti fa salire il cuore, drizzare i capelli. Per fortuna, sulla terra, pochi possono provarla per più di trenta secondi e generalmente chi cade per oltre quaranta accede direttamente a un meritato riposo perenne. Ma il baratro non era come sulla terra. Ogni cosa era peggiore che sulla terra, l'oscurità, l'umidità, il vuoto. Tom era abituato a cadere data la sua vita spericolata. Solo che era abituato che dopo una caduta venisse il terreno, o una superficie solida. Nella sua vita (vera vita, così oso dire) il senso di caduta poteva essere emozionante (se non era una caduta lunga), poi spaventoso (un po' più lunga) e anche doloroso se fatto male o se il terreno sotto era troppo duro. Se poi a una caduta lunga e pericolosa non seguiva il dolore a darlo erano i genitori con una sgridata (Non farlo mai più! Non puoi sapere che ansia mi hai fatto prendere) e uno schiaffo o una sculacciata. Ma cadere per un tempo lungo due giorni era terribile: non riuscivi a pensare, a guardare e neppure a sperare che finisse. Era peggio del terrore. Si rese conto di non riuscire a dormire, a calcorare se fuori potesse essere giorno o notte. Cadde appunto due "giorni" prima che il buio finisse. Erano delle fiaccole simili a quella che aveva visto e che lo aveva spinto ad inoltrarsi nel baratro-fossa-buco o pozzo che fosse, ma erano accese e abbastanza numerose da illuminare per bene e da far avere alla pietra che componeva il pozzo un colore azzurognolo. Dopo cinque giorni di caduta libera, proprio come per una signorina caduta nella tana di un coniglio, la sensazione di cadere diventò abbastanza abituale da permettergli di pensare oltre a che "Ho paura!" e "Quando smette?!" o altri pensieri inconsci: "Sono stato, e sono, uno stupido" "Dovrei buscarmi altro che sculacciate o bastonate dai miei genitori!" Dopo un altro giorno riuscì a "fermarsi" (ormai doveva aver raggiunto la massima velocità possibile cadendo) e a riflettere. Capì che dovevano essere passati almeno più di due giorni e che non aveva più stimoli fisiologici (nè fame, nè sete, nè sonno, nè bisogno di pisciare o, come dicevano gli anziani, di urinare).

Dopo altro (tanto) tempo si rese conto che i suoi vestiti si stavano degradando, sarebbe rimasto nudo in poco tempo. "Al mio corpo non succederà" riflette ma non con gioia, bensì con amarezza.

Gli ultimi pezzi della sua maglia e del suo pantalone volarono via e andarono a bruciarsi contro le torce o ad arpionarsi contro la roccia.

Pianse. Urlò. Pregò. Gemette. Invocò sua madre, suo padre. Farfugliò alcune parole sconclusionate: "George... Pozzo... Sculacciate... Vecchi... Tempo... Ore... Corda... Pisciare... Alice... Coniglio" (L'ordine potrebbe non essere esatto).

Vistosi inutili tutti i suoi tentativi. Provò, ormai vestito solo da una mutanda, a rigirarsi. Stese le braccia, allargò le gambe, girò le braccia indietro, provò a flettere la schiena, a "nuotare" spingendosi con le gambe. "Ti prego, fammici riuscire" pensava, non sapendo a chi stesse pregando: se ai suoi genitori e a chi di loro o a Dio, un Dio nel quale non aveva mai veramente creduto. Enormi gli sforzi, nulli i risultati. La stessa forza invisibile che lo aveva respinto al centro all'inizio della sua caduta ora gli impediva di riavvicinarsi. "Credo che nessuno sia in grado di vincerla". Poi capì.

Ormai completamente nudo, Thomas comprese che cosa era al termine della caduta, qualcosa di peggio di qualsiasi possibile mostro vaneggiato da Bob, se si chiamava Bob, non ricordava, o di qualsiasi sculacciata o schiaffo dei suoi genitori: il nulla, il vuoto. La caduta sarebbe stata eterna.

Alcuni di noi non hanno bene chiaro il concetto di infinito e lo riducono, lo banalizzano o semplicemente non lo comprendono. Thomas invece sì. Infinito significa Inferno. Non avrebbe più rivisto George (gli venne prima in mente George, perchè? Ah, già, era stata l'ultima persona che aveva visto), sua madre o suo padre, o il vecchio Bob-Ben Nè il sole o gli alberi. Si sarebbe prima o poi scordato di tutto tentando di dimenarsi invano e continuando a cadere e poi a cadere e poi a cadere e poi a cadere e poi a... Cadere. Non capite? Non so spiegarlo meglio. Non so che cosa accadde più a Thomas, ma credo di poterlo intuire e che sia inutile raccontarlo.

Aiutatemi! Mostri, vi prego, mangiatemi!

Nessun mostro venne.




Tranne uno.
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