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Mi chiamo Max Bailing e quel giorno, come ogni mattina, mi alzai dal letto più o meno verso le 6:30 in modo da recarmi al lavoro in orario, ogni mattina in cui mi trovavo in tilt per via della sveglia che interruppe il mio sonno profondo causato dagli svariati bicchieri di Scotch consumati la sera precedente. Ho iniziato ad autodefinirmi alcolizzato solo quando mi accorsi di sentirmi “vuoto” in assenza di alcolici nel mio sangue, ma d’altronde, dopo l’incidente stradale del 2002 che mi portò via per sempre mia moglie Sarah e la mia bimba Marilyn, non ho ancora trovato il modo di riempire i vuoti lasciati da loro, se non con l’alcool che per lo meno mi consente di dimenticare anche solo per un momento quel dolore immenso, che a distanza di anni, mi tormenta con la stessa intensità. Mi alzai dal letto e dopo essermi cambiato d’abiti uscii di casa per dirigermi al lavoro, dove trascorsi una normalissima giornata da impiegato presso la banca. Staccai alle 15:00, mi recai al parco per rilassarmi e finire di leggere il giornale, era una splendida giornata di autunno a Londra, fino a quando una voce spezzò il mio stato di quiete.

“Papà” sentii esclamare, e d’un tratto scorsi una bambina vestita di rosso con dei lunghi capelli che le coprivano la faccia, a guardarla, mi sembrava perfino la mia bambina Marilyn. “Posso aiutarti piccola?” gli domandai con tono dolce “Si, devi venire con me” disse la bambina “Dove ?” chiesi io incuriosito “Sull’albero, io e la mamma veniamo da li: il grande albero di Tasana” esclamo lei “Come sarebbe? Dov’è la tua mamma? Vuoi che ti aiuti a cercarla?” “Ancora non capisci eh… si trova nell’albero “ disse la bimba indicandomi l’albero soprastante alla mia testa “La tua mamma è su quest’albero ? “ allora mi rivolsi a lei con tono scherzoso “Si, e vuole che tu venga con noi dal grande padre” Disse togliendosi i capelli dal viso. In un attimo la mia espressione cambiò da scherzosa a quella di un fantasma, le mie mani tremavano, il petto mi pulsava e assunsi un altissima temperatura interna. Sgranai gli occhi ma niente da fare, era proprio Marilyn, non so come e non so perché, ma era lei e lo decretai con certezza “Ora mi riconosci Papà? Vieni con me e la mamma sull’albero, il grande padre ti aspetta.” “Chi è il Grande Padre? La mamma dov’è? Ma com’è possibile tutto questo!?” esclamai io nell’incredulità più totale “Oltre la vita il Grande Padre offre a ciascuno di noi la possibilità di interagire col mondo dei vivi. Io e la mamma ci siamo unite a lui e abbiamo scelto di essere suoi seguaci per l’eternità, e ti chiediamo di venire con noi attraverso l’albero di Tasana che fa da tramite tra il nostro mondo e il tuo.” Mi spiegò Marilyn. “Piccola mia, verrò con te e la mamma, aspettavo questo momento… non aspettavo altro” detto ciò la abbracciai, dopodiché ci dirigemmo sotto i rami dell’albero, Marilyn afferrò la mia mano e in un batter d’occhio fui catapultato nella terra del grande padre, che non corrispondeva assolutamente allo scenario che mi aspettavo di trovare. Consisteva in pratica ad una grande stanza in cui le pareti erano scure e piene di crene, il pavimento con al centro un tappeto rosso da sfilata, ai lati di questo si trovava un immensa folla di non-morti urlanti che mi fece istantaneamente gelare il sangue. Il tappeto rosso portava a delle scale che raggiungevano una sorta di trono in cui sedeva un gigantesco mostro con tanto di corna e una clava in mano, con coraggio mi diressi verso di lui: “Sono qui per mia moglie” Ad un certo punto udii la risposta da una voce spaventosa ed inquietante. “Benvenuto Max, vedo che Marilyn ti ha condotto fino qui con delle aspettative, mi spiace deluderti ma sono estremamente convinto che non verranno soddisfatte. Ecco, veniamo al sodo e mettiamo a punto le cose basilari, tua moglie non si trova qui, questo è il mio regno, di me che sono chiamato con svariati modi tra il quale “Satana”, anagramma dell’albero che fa da tramite verso il regno vivente… “Satana”. Diciamo che accedere al regno vivente non sarebbe consentito a noi ma… come si dice… esiste il bene ed esiste il male… non sta a me giudicare a quale categoria apparteniamo ma attenendomi a giudizi altrui tendo sempre a optare per la seconda opzione. Ogni anno noi abbiamo bisogno di nutrirci delle carni umane per non esistere solo nello spirito ma anche in veri e propri corpi. Per fornirci della vittima sacrificale annuale ho bisogno di collaboratori, per questo ho usato Marilyn per attirarti fino qui e far siche ora tu abbia l’onore di essere la carne che consentirà al Grande padre di continuare il suo cammino… legatelo stretto e squartiamolo!!!”

In un attimo la mia prospettiva cambiò, inizialmente pensavo di aver terminato le mie sofferenze, successivamente realizzai che se ne sarebbero aggiunte ancora. Fui legato ad una croce che venne innalzata all’altezza dell’enorme mostro pronto a decapitarmi con la sua clava, sferrò il colpo ma d’un tratto la base che reggeva la croce crollò e catapultò me e il grande pezzo di legno contro i non morti presenti sotto di me nel salone. La croce si spezzò, sentì un tonfo pazzesco, fui immerso da un lago di sangue. La croce, cadendo, aveva ridotto in poltiglia alcuni dannati di quello che ormai si poteva definire inferno. Inspiegabilmente non fui fatto a pezzi  come mi aspettavo, ma vidi un’orda di non-morti precipitarsi di botto alla mia sinistra e così realizzai che quello era il momento buono per filarsela. Corsi a più non posso verso quella che era la mia unica speranza ma non una certezza… una luce. Non sapevo neanche perché  mi dirigevo verso quella luce, forse, sesto senso, ma prima di raggiungerla avvertii un estremo dolore al braccio sinistro, o per meglio dire, il non-mio braccio sinistro, ecco perché i dannati si erano precipitati di colpo alla mia sinistra… per nutrirsi della carne fresca del mio braccio che si era spezzato in occasione dell’urto della croce. Raggiunsi la luce e mi ritrovai stranamente al parco nella medesima panchina con l’ormai insolito clima di quiete precedente, il braccio era al suo posto, mi guardai intorno e non vidi assolutamente nessuno, mi diressi a casa incredulo dell’accaduto e mi sbronzai come al solito per dimenticare. Col passare del tempo cominciai a considerare l’ipotesi di aver sognato o di aver immaginato tutto come sintomo di sindrome post-traumatica… o post-sbronza.

Ultimamente ho realizzato che in realtà è come se non fossi mai uscito da quella sala , bensì una parte di me ha comunque assunto un qualcosa di diabolico, un qualcosa di malvagio, pronto ad esplodere da un momento all’altro. Sono attualmente ricoverato in un centro psichiatrico di massima sicurezza in Alaska, è così noiosa la vita qui, stamattina, prima di scrivere, non sapendo come passare il tempo, sono stato a fissare per ore l’articolo di giornale dedicato a me: “Quarantacinquenne massacra a colpi di clava un intera famiglia residente nel medesimo condominio, cinque morti, ancora incerte le cause della strage ma sono rinvenuti all’interno dell’edificio dei disegni raffiguranti un grande albero che si suppone non appartenessero alle vittime ”.


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