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La storia del mondo è giunta a un punto di svolta: il libro chiamato "Umanità" è arrivato al suo capitolo finale, e io ne sono l'arcano narratore.

Ogni singolo uomo, ogni singola donna, ogni singolo bambino sono stati totalmente spazzati via, senza lasciare una traccia, né un vago ricordo. Sono l'unico che può raccontare ciò che è successo, il fatidico attimo in cui tutto è andato perduto, ciò che io chiamo "L'alba della distruzione".

Questa catastrofe non ha avuto araldi infernali ad annunciarla, né la natura ha percepito minimamente ciò che sarebbe successo al genere umano; forse, tornando indietro, avrei notato un fervore innaturale fra i miei simili, un manifestarsi dell'innato istinto di sopravvivenza, ma non ne sono sicuro. Oserei dire che l'avvento dell'apocalisse sia stato repentino, troppo veloce per permettere una rappresaglia.

Ero nel bosco quando si manifestarono: loro, i nuovi padroni della Terra, esseri demoniaci dal multiforme aspetto, solcavano il terreno in gruppi, emettendo grida infernali.

Non riuscii a distinguerli ad una prima occhiata, la luce della Luna si rifletteva sui loro volti, ma era troppo poca per poterli identificare. Ciò che vidi, però, non lasciava adito all'immaginazione: di altezza medio-bassa, possedevano occhi spaventosi e un viso in taluni riconducibile a diavoli, in altri ad esseri provenienti dalle peggiori storie dell'orrore.

Ero terrorizzato al solo guardarli. In quel momento, una scintilla s'innescò in me: sapevo cosa dovevo fare. Scesi celermente da un sentiero scosceso, giunsi nel mio casotto da caccia in cerca di un'arma e trovai un'ascia, adatta a squarciar loro il petto e il ventre senza mettere a repentaglio la mia vita. Il primo che feci fuori aveva delle corna e un ghigno malefico in faccia: si avvicinò a me e io gli conficcai la mia arma nel petto, frantumandogli poi il cranio con una pietra.

Dopo fu la volta di alcuni demoni simili a licantropi: recisi la carotide ad uno di essi, poi lanciai l'ascia verso il secondo che stava scappando, colpendolo sulla schiena, poco sotto la nuca. La mia mente incominciò ad annebbiarsi, forse a causa del sangue, ma non mi fermai: dovevo vendicare tutti quelli che erano stati uccisi, e più ne uccidevo, più sarei stato soddisfatto.

Dopo averne uccisi una ventina, sono qui a riposarmi, ma vedo qualcosa che mi stupisce enormemente: un uomo! Massì, questi demoni possono essere uccisi dalle nostre armi, e uno come lui, un poliziotto, può farli fuori con una pistola! Esaltato da questa scoperta, corro verso di lui gridando "sparagli, sparagli", ma lui mi guarda in maniera strana, indecifrabile.

Cosa vorrà fare e perché non gli spara? Perché i demoni non si avvicinano a lui? Continuo a sbraitare, ma la situazione peggiora: mi punta la pistola addosso. Perché? Sono un umano, un umano, diamine! "Assassino. Non meriti di vivere" Poi un fragore, e qualcosa sibila nell'aria. Un dolore acuto. L'ultima cosa che ricordo è il sangue che cola in un occhio, poi in bocca, infine la mia mente che si spegne inesorabilmente. Con me, l'ultimo residuo di umanità va a perdersi. Ho perso.


Il poliziotto si avvicinò e lo guardò con profondo rammarico: "Che essere spregevole e abominevole. Era già stato allontanato dalla cittadina per la sua pazzia, condannato a vivere in una casupola nel bosco. Non pensavo arrivasse a tanto, proprio oggi... La notte di Halloween."

Jhal







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