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Registrazione 1

“Sono le 16:25. Sto facendo merenda in camera mia, intanto raduno un po’ gli appunti. Ho controllato le fasi lunari: la prossima luna piena sarà fra tre giorni e sono molto eccitato. Stando a quanto sono riuscito a sapere in giro, l’affresco appare proprio nelle notti di plenilunio. Dio, che sballo! So che probabilmente non vedrò nulla, ma se fosse! Ora telefono a Carlo per sapere se vuole venire anche lui domani. Spero non sia occupato con la troietta.”



Registrazione 2

“Sono le 18.09. Ho chiamato Carlo. Ha fatto storie ma poi ha detto che verrà. Bene! Devo dire che andare in quella casa da solo non mi piaceva. Sono stato in comune, ho fatto delle ricerche. Cioè, immaginavo fosse vecchia, ma non pensavo risalisse al milletrecento! Cazzo! Di sicuro devono averla ricostruita, cioè, mi pare strano che sia ancora così in buono stato! Anche perché non ricordo di averla mai vista abitata, da che abito qui. Vicino al fiume, praticamente nel bosco, strano che non sia venuta giù!

Ho sentito che almeno cinquant’anni fa ci abitavano un operaio con la famiglia. A volte se ne sente ancora parlare, lo chiamavano il Pepe. Non so il suo vero nome, comunque era noto per non avere tutti i venerdì. Era sardo, credo. Mi pare bevesse come un dannato e picchiasse la moglie. Comunque, pare che sia stato il comune a dargli la casa perché erano dei pezzenti, una roba così. Ora che ci penso non so esattamente che fine abbiano fatto. Chiederò a nonno domattina.”



Registrazione 3.

“Ore 11.45. Casa di nonno. Mi sono fatto dire qualcosa su il Pepe: come pensavo, un pazzo che trincava. A quanto pare però è uscito completamente di testa e l’hanno persino portato via, rinchiuso in manicomio. E qui le cose si fanno interessanti: pare che farfugliasse qualcosa a proposito di un dipinto che appariva sul muro del salotto. Da-daaan! Ora però non so: e se la leggenda fosse partita tutta da lui? Uhm, andare lì sarebbe una perdita di tempo. Però ci voglio provare. Nonno si è arrabbiato quando gli ho detto cosa volevo fare, ha detto che quella casa è pericolosa, poi si è corretto e ha detto che è pericolante. Probabile, ma tanto non ci devo entrare per forza. L’amico di Cisco ha detto che anche dalla finestra si vede l’interno. Poi comunque saremo in due.”



Registrazione 4.

“Ore 14.23. Quel cazzone di Carlo ha bidonato, lo sapevo! Dio, come odio quella troietta che si è trovato! Che palle, mi sa che non si fa niente.”



Registrazione 5.

“Ore 17.34. Ho deciso che ci vado lo stesso, Carlo vada affanculo. Tanto per fare qualcosa di diverso. Userò la mia videocamera, devo ricordarmi di caricarla. Sono su di giri, ma vedrai che non ci sarà nulla. Comunque, sarà esaltante, poi posto tutto su YouTube. Eh, se si vedesse qualcosa, magari! Insomma, un po’ ho strizza, eh, dicono che l’affresco appare e a volte si vede un angelo, ma altre volte si vede un’altra cosa. E se vedi l’altra cosa hai chiuso. Ma forse si è inventato tutto quel Pepe.”



Video 

“Allora, bene, ci siaaamo... Ecco”

Inquadra il volto del ragazzo. Poi un parcheggio. È notte e i lampioni sono illuminati sulle auto immobili coperte di brina. 

“Sono le - un attimo che controllo - le 21:47. Ma che freddo fa? Spero non si metta a piovere. Forse potevo aspettare una notte migliore. Boh. Vabbè, si parte. Ho provato a sentire Carlo, ma niente. Si fotta.”

Viaggio in auto di circa mezzora. 

Si vedono degli alberi illuminati dalla luce della videocamera. Appaiono quasi grigi. Rumore di passi nell’erba.

“Ecco, questo sentiero porta al fiume. Bisogna arrivare in fondo, magari senza rotolare, eh eh eh!”

La videocamera traballa. Si vedono un sentiero sterrato che scende fra due pareti di rovi e di querce. Si ode il rumore del fiume e poi si nota lo scintillio dell’acqua scura che spumeggia fra le rocce. Una carrellata del corso del fiume buio. Occhi scintillano sulla sponda opposta.

“Daini. Fanno paura, mamma mia. Allora, vediamo se ricordo dove sta quella passerella di merda.”

Il ragazzo è nervoso. Cammina sui sassi. Il suono del fiume si fa più forte. Poi inquadra una passerella formata da due tronchi sottili con inchiodate sopra delle assi. 

“Equilibrista!”

Oltrepassa adagio la passerella. La videocamera si solleva e compare la facciata di una casa solitaria di due piani che si erge dalla sponda erbosa, circondata da ontani e pioppi. 

“Eccola qui.”

Carrellata in verticale della casa di pietra, dalle finestre strette e buie. Si scorge il graticcio delle travi emergere dall’intonaco. È veramente molto antica, screziata dalle ombre dei rami che scorrono come braccia scheletriche.

“Questa è la casa. Come dicevo prima, è del milletrecento e qualcosa. C’è pure il mulino, vedete?”

Inquadra la ruota immobile avvolta di edera.

“ Spettrale. Allora, da dove si passa? Ah, di qua.” 

Cammina nell’erba alta. Si sente il suo respiro. Arriva di fronte al portone di legno della casa. È solido, con un batacchio a forma di testa di leone. Si sente un trambusto. L’inquadratura si agita e coglie un grosso corpo peloso galoppare fra i cespugli. Il ragazzo urla.

“Merda! Cazzo, me la sono fatta sotto! Daino del cazzo!”

Ansima. Riprende la porta della casa. Le immagini sono tremule.

“Ok, sbrighiamoci un po’, mi sono rotto di stare qui. È una cretinata. Tanto non c’è un cazzo, qui.”

Si avvicina alla finestra. Il vetro è lurido. Prova a pulirlo con la manica, ma il riflesso gli impedisce di riprendere.

“Ecco, ti pareva. Un attimo, vediamo se si apre.”

La videocamera viene posata per terra, inquadra i piedi del ragazzo che sbuffando forza la finestra. Esulta. Si abbassa e solleva la videocamera. Immagini mosse. Si stabilizzano sull’interno buio di una camera vista attraverso la finestra spalancata. Ragnatele spesse scendono dal soffitto, inglobano il lampadario d’ottone. Il pavimento è di piastrelle rosse e grigie. Una carrellata del vecchio divano e della sedia che sta in un angolo. C’è un lungo mobile dove stanno impilati dei vecchi libri e dei giornali marciti per l’umidità e strappati dai topi. 

“Che cesso” 

Il caminetto è largo e buio. Zoomando, si nota che c’è ancora della cenere. L’inquadratura si sofferma sulla parete al di sopra del camino. Bianca, intonsa. Zooma. Non si vede nulla.

Un tonfo.

Le immagini si muovono di scatto. Inquadrano qualcosa di piccolo che si muove sul pavimento. Un rocchetto di filo. Si ferma.

La videocamera torna a puntarsi sul caminetto. Il muro non è più bianco.

“Porca troia!”

C’è un affresco sulla cappa del camino. Nel buio non lo si distingue bene. È sinuoso e complicato. Sembra un uomo ma la sua testa è grossa, con lunghe corna, di forma allungata e orribile. Non è un angelo.

Un altro rumore. 

“Cazzo.”

Si allontana dalla finestra di qualche passo. Continua a inquadrarla. Freme. Si sente un altro tonfo e poi un altro: qualcosa di legnoso che colpisce il muro. Zooma all’interno della stanza. Le immagini vibrano e traballano. Inquadra ancora l’affresco: un uomo emaciato e nudo con il fallo eretto, la testa lanosa di un caprone.

L’inquadratura si sposta. C’è una persona seduta sulla sedia nell’angolo, appena distinguibile nell’oscurità. Si alza di scatto e corre verso la finestra. 

Il ragazzo urla e si mette a correre. Inquadra i suoi stessi piedi che procedono sulle pietre e poi sulla passerella. Ansima affannato mentre si tuffa nella boscaglia. Le immagini sono buie, mescolate. Alberi e cespugli sussultano nell’inquadratura. 

“Oddio, oddio!”

Risale il sentiero. Si vede l’auto parcheggiata all’imboccatura, sotto gli alberi. Arriva alla macchina. Tintinnio di chiavi.

“Cazzo, cazzo, dai!”

La portiera si spalanca. Si fionda dentro e la richiude, bloccando le aperture con la chiusura centralizzata. Ansima e piange.

Inquadra l’oscurità oltre il parabezza. Le mani gli tremano. Respira pesantemente per la corsa e per il terrore. 

“C’era qualcosa. Qualcosa mi è corsa dietro.”

Una figura pallida e scheletrica emerge dalle ombre. È inquadrata per pochi secondi: è nuda, ossuta, con grandi corna nere. Gli occhi gli brillano infossati nel muso lanoso come quelli di un gatto. 

“Cristo!”

La videocamera sussulta, gettata sul sedile del passeggero. Inquadra il ragazzo che sconvolto gira il volante e sgomma. Si sente un cupo belato agghiacciante. Il ragazzo strilla partendo, scagliando ghiaia. Il motore romba salendo di giri. Cambia marcia. Singhiozza e boccheggia. Sbircia lo specchietto retrovisore.

“Cristo, oddio, calmati... Oh cazzo.”

Sta iperventilando. Guida a tutta velocità. 

“Non era vero. No, non era vero. Merda, no.”

Cambia marcia. Trema.

“No che non lo era, cazzo. No. Vado a casa. Non ne parlerò mai più. Brucio gli appunti, brucio tutto quanto.”

Fa guizzare lo sguardo sullo specchietto retrovisore. La sua espressione di terrore è repentina. Si volta e urla, ma il suo grido è coperto da un terrificante belato gutturale. Rumore di lotta, urla, stridore di gomme. La videocamera viene sballottata. Un colpo violentissimo. 

Buio. 
Devilgoat.jpg







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