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Dina

Oggi è un giorno importante per i Clarks: dopo 10 mesi, la Signora Clark sta per dare alla luce suo figlio. Tutti nella regione sanno chi è il Signor Clark dei Clarks, quel famoso e serio giudice che viveva lì.

Dopo alcune ore, l’infermiera che aveva seguito il parto uscì dalla stanza con un’espressione imbarazzata sul viso e andò nell’ufficio del Signor Clark per incontrarlo.

«Uhm, Signor Clark…». L’infermiera lo guardò con un’espressione scioccata.

«Sì? Che cosa c’è?». Il Signor Clark guardò la donna in quello stato di agitazione, mentre stava aggrottando le sopracciglia.

«Uhm… C’è una cosa che dovrebbe vedere lei stesso, Signor Clark».

«Che cosa può esserci di tanto difficile da spiegare che io debba andare a vedere coi miei stessi occhi? Perché non me lo dice adesso?».

«Allora… Il vostro bambino sembra essere un po’ ‘speciale’».

. . .

I due raggiunsero la stanza dove la Signora Clark stava riposando. Lei era sdraiata nel letto, e affianco a lei c’era il bambino del Signore e della Signora Clark. Il Signor Clark colse alcuni sguardi imbarazzati dall’èquipe che aveva assistito sua moglie durante il parto. Quando si avvicinò al bambino e lo vide, istantaneamente l’espressione del Signor Clark diventò più scioccata di quella degli altri.

Il loro bambino era una femmina, ma i suoi capelli erano biondi, contrariamente a quelli dei suoi genitori: il Signor Clark li aveva rossi, mentre la Signora Clark li aveva mori. Ad ogni modo, la cosa più sorprendente era che quella bambina aveva un paio di occhi terrificanti: i suoi occhi erano completamente neri; la pupilla e il bianco dell’occhio – erano di un nero puro.

«Che cos’è questa mostruosa creatura?!». Urlò furiosamente il Signor Clark. Nessuno ribatté. All’improvviso, il Signor Clark afferrò la Signora Clark che stava ancora riposando.

«Hai fatto confusione con altre persone, non è così? Come puoi aver dato alla luce a un mostro del genere!?».

«Signor Clark, è molto debole adesso. Signor Clark, la prego…».

«Come se mi importasse!». Il Signor Clark lasciò la presa e la fece ricadere nel letto.

«Dite al mio avvocato di venire qui». Concluse. In questo modo, il Signor Clark si congedò uscendo dalla stanza.

. . .

Alcuni giorno dopo, l’avvocato del Signor Clark, Taylor, arrivò.

«Signor Clark, a proposito di sua figlia… Lei è sicuramente sua figlia senza alcun dubbio: il test del DNA non si sbaglia, e ulteriori esami hanno rivelato che la vista da entrambi gli occhi è normale. I medici hanno anche detto di non aver mai visto un caso simile – i suoi bulbi oculari sono neri eppure non ha problemi di vista. Infatti, la sua vista è due volte più potente di quella di una persona normale». Taylor se ne stava in piedi davanti alla scrivania del Signor Clark, consegnandogli in mano una pila di documenti con le informazioni sulla bambina.

«Che cosa vuole fare? Vuole lasciarla a un orfanotrofio?». Chiese Taylor.

«No, questo potrebbe intaccare l’immagine che le persone hanno di me… In questo caso, non la lascerò andare a scuola. Recluterò degli insegnanti privati che la istruiscano. Non voglio che nessuno la veda. Oh, bisogna dire agli infermieri che hanno assistito al parto di non farsi sfuggire una parola con nessuno. Questo è davvero un grosso problema per la nostra famiglia». Clark richiuse il suo libro e guardò Taylor.

«Se succede qualche incidente, finiscila. Lei è un fallimento, dopotutto…».

. . .

Anni dopo, Dina Angela, la ragazza straordinaria, aveva 13 anni. Non le piaceva parlare, forse perché era stata sempre segregata nella magione da quando aveva memoria, per volere di suo padre, e a causa di questo era diventata asociale. Dina sapeva che suo padre era un giudice famoso e che faceva le cose in modo giusto, sempre guardando le cose da un punto di vista neutrale. Ad ogni modo, lui mirava sempre alla perfezione per tutte le cose e questo era il motivo principale per cui aveva un pessimo rapporto con Dina. Pur sapendo che sua madre e suo padre non erano stati bene nel periodo prima che lei nascesse, nessuno poteva cambiare le cose: entrambi avevano deciso il loro matrimonio a quei tempi.

Dina non aveva mai messo piede fuori di lì a causa dei suoi occhi. Lei aveva cominciato a tenere uno specchio e guardare i suoi occhi: erano di un nero puro, ma guardando più attentamente, lei poteva vedere delle piccole scintille, come fossero una piccola galassia. Spesso, rimaneva affascinata di guardare i suoi stessi occhi. I suoi capelli biondi erano corti e in disordine, anche se lei li spazzolava spesso, soprattutto quando suo padre si trovava in giro; anche se di solito era sua madre a spazzolarli.

Per la Signora Clark, non era mai stato un peso l’aspetto di Dina; lei era sempre dalla parte di sua figlia, pensando sempre e solo a lei. Ovviamente, lei sapeva come la pensava suo marito (che non apprezzava Dina per quello che era).

Dina non aveva nessun amico. Suo padre l’aveva tenuta segregata per tutta la sua vita, e anche se la casa era un posto veramente enorme, si sentiva lo stesso molto sola. Spesso, aveva pensato di farsi degli amici o un ragazzo, ma sembrava impossibile in quella situazione. Allo stato attuale delle cose, l’unica persona che la sosteneva, era sua madre, la Signora Clark, che adorava sua figlia. Dina pensava a queste cose mentre guardava dalla finestra i bambini giocare lì attorno.

D’un tratto, qualcuno bussò alla porta della stanza di Dina.

«Sto entrando». La Signora Clark entrò e disse, «Dina, più tardi andrò al centro commerciale. Vuoi che ti compri qualcosa?». Chiese, guardandola.

«No, grazie.».

«Ma tesoro, ultimamente non stai mangiando niente e sembri più magra del solito… Ti comprerò qualcosa di buono da mangiare più tardi». La Signora Clark lasciò la stanza prima che Dina potesse fermarla.

«Ti ho detto che non voglio niente- Sigh…».

Nonostante avesse detto di no, Dina voleva davvero provare qualcosa che venisse dall’esterno: i vestiti, il cibo e tutte queste cose non avevano molta importanza per lei. O almeno, non in quel momento. Lei voleva provare qualcosa dal mondo là fuori, ma no… E Dina sapeva bene, lo sapeva sin dal momento in cui era nata: era stata assunta una cameriera dalla sua famiglia, il suo nome era Maisha e il suo compito era di prendersi cura di Dina. Ma il vero lavoro di quella donna, a dire il vero, era di essere la guardia del corpo del Signor Clark. Aveva pagato fior di quattrini per assumere quella donna, che tra l’alto aveva un sacco di precedenti penali, e le sue mansioni principali erano di impedire a Dina di causare problemi e allo stesso tempo, di proteggere il padrone di casa. Arrivata a pensare fino a questo punto, Dina ridacchiò e pensò: «Se potessi, vorrei ucciderlo».

Fra pochi giorni sarebbe stato Natale, ma Dina non era molto entusiasta della cosa, dal momento che trascorreva il Natale come un giorno normale; per lei, non era importante che fosse celebrato o no. Fortunatamente, ogni volta che c’era il suo compleanno, la Signora Clark le preparava una piccola torta per festeggiarlo con lei; se non avesse fatto ciò, Dina avrebbe dimenticato persino quanti anni avesse.

«Dal momento che oggi la balia non c’è, facciamo quello che faccio di solito». Pensò Dina. Si alzò dal letto, uscì dalla stanza e cominciò a vagabondare in giro per la casa. Anche se il Signor Clark l’aveva segregata in casa, non aveva mai detto nulla circa il fatto che lei andasse a farsi una passeggiata attorno casa. La cosa buona era che la casa era enorme, e che la loro famiglia era una delle più ricche della regione, ma Dina non era compiaciuta di ciò. Inoltre, Dina era assolutamente disgustata dalle persone arroganti che si preoccupavano del proprio orgoglio.

Dina visitava spesso la stanza delle collezioni del Signor Clark, e lo faceva anche se le era stato proibito. Dina entrò e si nascose lì dentro. In quella stanza, trascorreva un sacco di tempo, perché lì c’era qualcosa che i suoi occhi avevano puntato – una spada di un bianco candido. La spada era sotto una teca di vetro e isolata dalle altre collezioni, come fosse qualcosa di veramente speciale. Ogni volta che Dina si avvicinava a quella spada, si creava una silenziosa risonanza e la spada brillava sempre di quel colore bianco argenteo. Dina sarebbe stata capace di rimanere per ore a fissare quella spada. Secondo sua madre e secondo la leggenda, originariamente quella spada era appartenuta a un angelo; ma durante una guerra, la spada dell’angelo cadde accidentalmente nel mondo umano e non fu mai più da lui ritrovata. Tuttavia, da allora, gli umani del mondo l’hanno usata per le più disparate ragioni; venne usata per uccidere, per proteggere, per qualche beneficio personale, ecc. Così la spada fu tramandata per molti, molti anni. Secondo alcune voci su quella spada, si dice che chi riesca a costruire un buon rapporto con essa, sarà il suo padrone per l’eternità.

«Una spada così meravigliosa… Se solo fossi mia». Gli occhi neri di Dina si riflettevano sulla lustra superficie della spada. Lei appoggiò le mani contro il vetro della teca ed ebbe come la sensazione di sentirsi attratta verso l’interno.

All’improvviso sentì un rumore di passi avvicinarsi, così si nascose. La porta si aprì e qualcuno entrò – era Maisha che stava facendo la solita ronda quotidiana. Era ovvio che stesse cercando Dina, da quando lei aveva lasciato la sua camera senza il suo permesso. Per aver costretto Dina a limitare i suoi spostamenti, aveva iniziato a guardare la cameriera con uno sguardo carico di odio. Dina uscì allo scoperto dal suo nascondiglio quando Maisha lasciò la stanza.

. . .

In serata, la Signora Clark tornò a casa con un sacco di cose che aveva comprato ai grandi magazzini, molte delle quali erano solo rifornimenti quotidiani. Sfortunatamente, incrociò il Signor Clark, che non si presentava tanto spesso alla porta d’ingresso, ma questa volta era lì.

«Che cosa hai comprato?». Disse il Signor Clark, quando afferrò il braccio della Signora Clark dopo averle rivolto quella domanda e facendo cadere alcuni degli acquisiti della Signora Clark, inclusi degli spuntini che aveva comprato in segreto.

«Perché hai comprato quel cibo? Sono per quel mostro, non è così?! Come hai potuto comprare quelle cose in segreto?». Colmo di rabbia, il Signor Clark spinse la Signora Clark contro il pavimento, ma prima che potesse sfogarsi con un calcio contro la sua inutile moglie, Dina arrivò in tempo per bloccare il suo padre senza cuore.

«Padre! Che cosa stai facendo?!».

«Tu non hai diritto di chiamarmi “padre”, mostro che non sei altro! Solo la creatura più perfetta ha diritto di chiamarmi così!». Il Signor Clark diede uno schiaffo a Dina, facendola finire di lato. Lei si rialzò dal pavimento, fulminando suo padre con uno sguardo malevolo, prima che lui sospirasse un «Bah!» e se ne andasse.

Dopo essersi assicurata che il Signor Clark se ne fosse andata, Dina andò dalla Signora Clark e chiese, «Madre, stai bene?».

«Non ti preoccupare, sto bene. Sigh… oggi sono piuttosto sfortunata. Tu come stai, tesoro?».

«Sto bene… Ma non ti avevo detto di non comprarmi quelle cose? Se papà le vedesse…».

«Non ha importanza… Dal momento tu sei la mia unica figlia». La Signora Clark accarezzò gentilmente il viso di Dina e disse: «Dormiamo insieme stanotte, Dina».

La verità era che la Signora Clark non poteva fuggire dal suo legame col marito anche se lo avesse desiderato: aveva pensato l’ipotesi di divorziare, ma non poteva abbandonare Dina, e anche se il divorzio fosse riuscito con successo, era probabile che il Signor Clark non le avrebbe lasciate andare per sempre.

«Madre…». La Signora Clark si mise a sedere sul letto, mentre Dina le stava sdraiata appoggiando la testa sul suo grembo.

«Sì?». La Signora Clark passò una mano sulla soffice chioma di sua figlia.

«Madre… Tu mi odi? I miei occhi…». Dina guardò sua madre coi suoi profondi occhi neri.

«Ovviamente no… La mamma ama veramente i tuoi unici occhi. Tu sei il mio angelo, dopotutto».

«Angelo…». D’un tratto Dina si ricordò della spada nella sala delle collezioni. «Madre, vuoi scappare? Da questa casa?».

«Sì, l’ho sempre voluto…».

«Allora andiamocene insieme!». Dina si mise seduta. «Lasciamo questo posto! Troviamone uno dove nessuno penserebbe mai di andarci ad abitare!». Dina afferrò le mani di sua madre.

«Ma Dina… Tuo padre è una persona famosa, e conosce un sacco di gente, e se lui ci volesse trovare, finiremo veramente in una brutta situazione!». Disse la Signora Clark chinando il capo.

«Ma madre… Vuoi veramente continuare a vivere continuando a subire i suoi trattamenti? Tu ed io sappiamo bene che un giorno papà ci farà fuori, quindi scappiamo prima che questo accada!».

Negli occhi di Dina ardevano questi appassionati sentimenti e come sua madre notificò i sentimenti che ardevano in Dina, le strinse la mano e disse, «D’accordo». Vedendo che anche sua madre era determinata, Dina disse: «Allora… Scappiamo alla vigilia di Natale! Ho già un piano!».

Dina spiegò il suo piano alla Signora Clark, finché non si fece l’alba.

. . .

Il tempo volò e il giorno della vigilia di Natale arrivò. Dina e la Signora Clark sarebbero fuggite di casa quel giorno; quella dimora non era più la loro casa, ma un inferno. Il padre di quella dimora era un giudice e lui era la legge; tutti quelli che si mettevano contro di lui, non vivevano tanto a lungo. Dina aveva aspettato perché arrivasse quel giorno; aveva preparato tutto, e adesso doveva solo aspettare che arrivasse la sera. Guardò il suo orologio: in quel momento, erano le cinque del pomeriggio.

«Hm… È arrivato il momento». Dina tirò fuori un ciondolo: un ciondolo portafoto. Lo aveva acquistato in segreto, sgusciando fuori di casa furtivamente e andando a comprarlo al nuovo negozio di antiquariato che aveva aperto vicino a casa loro. Il negozio vendeva un sacco di cose, incluso quel ciondolo. Da quando si era nascosta fuori, indossando un travestimento, pensò che la gente non si sarebbe accorta di lei. In ogni caso, ora stava andando a consegnare quel ciondolo alla sua amata madre.

All’improvviso, la porta della camera di Dina si spalancò, e la Signora Clark ricoperta di sangue, entrò dentro urlando: «SCAPPA DINA!». Prima che Dina potesse reagire, il Signor Clark si levò di torno la Signora Clark con uno spintone da dietro e camminò minacciosamente verso Dina, afferrandola. Poi, urlò:

«Tu, dannato mostro!!! Ti ucciderò! Come ti sei permessa di uscire fuori! Sai almeno che a causa di quello che hai fatto, qualcuno ti ha scattato una foto sostenendo di aver visto un mostro dagli occhi neri entrare nella nostra casa?! Ho pensato che fosse qualcun altro, ma adesso il nostro cortile è pieno di giornalisti!». Dopo che ebbe concluso, scaraventò Dina da una parte. Dina, venendo spinta dal padre, andò a picchiare la testa contro lo spigolo del tavolo e perse conoscienza.

. . .

Quando Dina si risvegliò, si rese conto che il pavimento era molto freddo e l’aria era abbastanza umida. Sembrava di trovarsi nelle prigioni. Il Signor Clark aveva degli interessi per la cultura medievale, così si era fatto costruire un dungeon nella sua casa. Ora che Dina ci stava pensando, gli orribili gusti di suo padre la disgustavano.

Si alzò in piedi e iniziò a vagabondare nella sua cella: sembrava che l’unica uscita da quella prigione fosse la porta. Non c’era niente lì e anche se Dina era molto magra, sembrava impossibile per lei riuscire a scappare passando attraverso le sbarre di metallo. All’improvviso, Dina sentì qualcuno venire verso di lei.

Lei osservò la persona che le si stava avvicinando nel buio.

«Ehi ~~ Piccolo mostriciattolo ~ come ci si sente a stare qui?». I passi provenivano da Maisha, quella donna odiosa. «Sapevo dei tuoi piani sin dall’inizio e questo è il motivo per cui ho mandato le foto di te fuori di casa ai giornalisti, brutto mostro».

Maisha guardò Dina con uno sguardo spregevole. «Tu, razza di bestia…».

«Oh, ma tu non sei la stessa cosa? È mio padre a controllarti, non è così? Costretta a dipendere da mio padre per questo… Tu, dannata donna… Tu non sei diversa da un mostro! Pensavi che non lo sapessi che andavi a sedurre mio padre ogni notte, non è così? ».

Dina guardò Maisha, ridendo.

«Tu sei una puttana, puttana, puttana, puttana, puttana!». Iniziò a ripetere Dina senza sosta, finché Maisha, irritata, non aprì la porta della cella e iniziò a gonfiarla di pugni, finché non iniziò a tossire sangue.

«Basta, brutto mostro! Tuo padre mi ha detto che avrei potuto finirti in qualunque momento!». Alzò la voce Maisha, mentre stava schiacciando la testa di Dina col piede.

«Questo è abbastanza…».

«Heh… Hehehehehehehehehehehehe!». Dina, che stava ancora venendo calpestata, iniziò a ridacchiare in modo sinistro. «Hehehehehehehe… HYAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA!!!». Dina rise in maniera isterica quando spalancò gli occhi. «No!!!». Dina afferrò saldamente per la caviglia Maisha e urlò: «Quella che dovrebbe essere punita SEI TU!». Dina si alzò in piedi e con l’unica mano che stava ancora stringendo la caviglia di Maisha, colpì usando l’altra mano e tutta la sua forza, il ginocchio della donna. Il dolore arrivò a farla urlare fino alle lacrime. Poi, Dina si sedette sopra Maisha e iniziò a schiaffeggiarla un paio di volte mentre rideva.

«Urla, puttana! Hahahahah!». Dina iniziò a strangolare Maisha. «Non mi avresti dovuta provocare! Non dovresti mai provocare un angelo!». Maisha continuò a lottare; afferrò Dina saldamente e le provocò alcuni graffi sulle braccia, al punto da arrivare a scorticarla; ma Dina non sentì nulla, perché sapeva che la persona che aveva di fronte doveva essere punita.

«Questo è vero Maisha – io so tutto quello che hai fatto e l’ho sempre saputo, quindi ho bisogno di giudicarti ora, Maisha…». Il viso di Dina si avvicinò a quello di Maisha. I suoi occhi si spalancarono a fissare lo sguardo di terrore di quella donna. «Quello che hai fatto non poteva sfuggire ai miei occhi d’angelo. Allora, io dichiaro… Te…». Dina continuò a strangolare più forte Maisha, bisbigliando vicino alle sue orecchie…

«Colpevole».

Dina strinse più forte la presa su Maisha, finché la vita non abbandonò i suoi occhi.

Ora, tutto era più tranquillo.

. . .

Dopo essersi assicurata che Maisha non respirasse più, Dina si alzò, eccitata e disse:

«Wow… Ho ucciso qualcuno… Ho ucciso qualcuno… Hehehehehehehe …». Dina continuò a ridere in modo isterico, iniziando ad abbracciare sé stessa, perché finalmente era riuscita a ottenere quel che voleva da tanto tempo. «È arrivato il momento di fare delle altre prove…». Dina tornò seria.

Andò nella sala delle collezioni e camminò fino alla teca di vetro, guardando con uno sguardo freddo la spada. «È il momento. Vieni…». Aveva pensato che avrebbe lasciato quel posto, ma ora i suoi piani erano cambiati: lei avrebbe finito tutto, una volta per tutte, e poi avrebbe lasciato quel posto con sua madre.

. . .

Un’ora dopo, Dina, completamente ricoperta di sangue, raggiunse l’ufficio del Signor Clark.

«Padre… Hehehehehe…». Aprì lentamente la porta, notando che non c’era traccia di suo padre. Nel momento in cui stava proprio per abbandonare la stanza, vide qualcuno sdraiato sul pavimento. Poi, nel momento in cui riuscì a distinguere chiaramente quella persona, iniziò a piangere.

«Madre!!!». Dina corse verso sua madre e la abbracciò. Il suo corpo era ricoperto di ferite ed era stata pugnalata con un coltello; non respirava più.

«No, NO, NO!!! MADRE!». Non era rimasto nient’altro di lei: la sua amata madre se n’era andata. Dina pianse e la abbracciò, ma poi notò il riflesso sulla sua spada: qualcuno si stava avvicinando a lei e lo riconobbe. Quando la persona si avvicinò, Dina afferrò la spada e con un fendente, lo fece cadere.

«Ciao, padre». Una delle gambe dei Signor Clark era stata tagliata via, costringendolo a strisciare come un patetico verme sul pavimento, mentre stava cercando di fuggire; ma Dina lo fermò pestando col piede il punto in cui la sua gamba era stata tagliata via.

«Ahhhhhhh!». Urlò il Signor Clark.

«Padre… Ho pensato che te ne fossi andato… Mi sarebbe dispiaciuto un sacco se te ne fossi andato via… Hehehehehehe…». Disse Dina, proprio quando affondò la lama nello stomaco di suo padre. Lo pugnalò, ancora e ancora, fino ad arrivare a farlo sanguinare copiosamente.

«Cosa c’è che non va, padre? Non eri tu a essere quello forte? Come puoi essere caduto tanto in basso a causa di un mostro…». Gli occhi di Dina si erano riempiti di pensieri omicidi e follia. «Tu lo sai, ti senti grande a giudicare e sputare sentenze sulle persone! Forse, diventerò un grande giudice un giorno…». Dina mosse la spada.

«Giudice… Hmpf, nessun mostro potrà mai diventare un giudice. Un giudice è… Un ruolo destinato solo a chi è giusto e perfetto…». Esalò il Signor Clark.

Dina puntò lo spada contro suo padre e disse: «Allora, le cose che hai fatto tu sono le più giuste? Hyahahahahaha! Io sono migliore di te. DI. GRAN. LUNGA. MIGLIORE!!!». Dina iniziò a pugnalare suo padre ogni volta che pronunciava una parola. I suoi organi fuoriuscirono dal suo corpo e le sue interiora vennero schiacciate e tritate da Dina.

Il Signor Clark, sofferente per le gravi ferite e la forte emorragia, fulminò Dina con lo sguardo e urlò: «Tu… Tu, mostro!!!».

«Mostro? No, no, no… io sono un ANGELO! Un angelo che è nato per punirti! Hyahahahaha!». Dina alzò la spada.

«Danny Clark… Io ti dichiaro… Colpevole!». Dina roteò la spada, vibrando una serie di fendenti contro suo padre, decapitandolo prima che avesse il tempo di reagire. Il corpo dell’uomo collassò e la testa rotolò via sul pavimento.

Dina afferrò la testa di suo padre, rivolgendosi a lui come se potesse ancora sentirla, «Padre… Io so tutto… Tutto quello che hai fatto tempo fa l’ho visto coi miei occhi, anche se tu non mi hai mai trattata come un normale essere umano».

Dina gettò la sua testa nel focolare acceso.

«Hehehehe…Hehe… He…». Per qualche ragione, Dina si rese conto che il suo sangue stava ribollendo e che aveva adorato tutto quello che aveva appena fatto.

Questo era giusto, adesso considerava tutto più ragionevole.

Afferrò la spada stringendo l’elsa, mentre le sue mani stavano tremando e venivano scosse dai brividi allo stesso tempo.

Aveva perso la testa.

. . .

«Hmm~♪~Hmm~♪~Hmm~♪~». Dina mise il corpo di sua madre dentro una valigia.

«Non ti preoccupare, madre… Troverò un posto carino dove seppellirti~♪». Disse Dina rivolgendosi al corpo senza vita di sua madre, mentre sfiorava gentilmente i suoi capelli. Dina si cambiò i vestiti e indossò un completo bianco, che si confondeva con la sua carnagione nivea.

Poi, Dina si preparò e la spada, che stava entrando in risonanza con lei sembrò esprimere la sua gioia per Dina.

«È così eh? Hehehehe… Va bene, adesso sarò io la tua padrona! Hehehehe… Io sono un angelo! Io solo ho il potere di decidere quali persone meritano di vivere o devono essere uccise da me ~♪».

Dina fece oscillare la spada mentre parlava.

Lasciò la casa portandosi dietro quella pesante valigia e si incamminò verso la foresta; diede un’ultima occhiata alla magione che stava venendo divorata dalle fiamme dell’incendio, prima di entrare nel bosco. Sorrise soddisfatta e sparì nella fitta vegetazione.

. . .

“C’è stato un incendio alla magione dei Clarks la scorsa notte. Quando i poliziotti e i vigili del fuoco sono arrivati sul posto, hanno scoperto un gran numero di cadaveri decapitati. I poliziotti avevano sospettato che la maggior parte dei corpi dovevano appartenere alla servitù dei Clarks. È stato ritrovato anche il corpo del Signor Clark, con la testa decapitata e il cranio bruciato è stato ritrovato nel camino. Il corpo della Signora Clark non è stato ritrovato dalle autorità; ma si sospetta la sua morte in quanto sono state trovate tracce del suo sangue nell’ufficio del marito.

Taylor, l’avvocato del Signor Clark, è stato ritrovato morto poco dopo l’inizio dell’incendio; anche lui è stato ritrovato decapitato. I vicini di casa dei Clark sono stati intervistati circa il fatto che la famiglia avesse dei figli; tutti loro hanno dichiarato che i Signori Clark non hanno mai avuto figli."

. . .

Un mese dopo.

“Buongiorno. Qui è David Starter del Morning News. Sembra che la scorsa notte, alcune persone abbiano avvistato una ragazza in bianco che brandisce una spada. Chiediamo ad alcuni testimoni le circostanze dell’avvistamento.

«Lei è un ANGELO! Ho visto le sue ali!». - «Lei è un fantasma bianco che trasporta le teste mozzate!». - «Lei è qui per giudicarci! Lei è qui per le nostre vite!».

Un uomo che stava guardando il telegiornale rise di fronte la TV e disse: «Bah, angeli… Deve essere l’ennesima trovata della gente stupida… Come se gli angeli esistessero in questo inferno di mondo».

Camminò in un vicolo buio per fumare e poco prima di mettere la sigaretta in bocca, fu spinto contro il muro da qualcuno.

Sotto un debole fascio luminoso, vide una ragazza vestita di bianco.

«A-aspetta! Tu sei…?!». L’uomo iniziò a lottare mentre parlava, ma la ragazza lo mise a tacere prima che lui potesse terminare la frase.

«Ssssh… Devi fare silenzio durante la sentenza… Come osi sfidare un angelo? Hehehe… A causa di questo, io ti dichiaro…».

Traduzione di Schrödinger's Cat. Modifica
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