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Cammino, cammino, cammino.

Mi fermo un attimo, alzo la testa, cerco con lo sguardo la fine del mio viaggiare.

Ancora niente: sarà questa la strada giusta? Sì, sì, alla Città mi hanno detto così, me l’hanno indicata. Tutti assieme, tutti d’accordo. “Se sei stufo della noia della Città, prendi la Strada” hanno detto, “noi andiamo tutti lì, vieni con noi, vedrai che posti meravigliosi, vedrai”.

Sì, non c’è dubbio, la Strada è questa. Mi fido, io, degli uomini della Città, gente per bene. E comunque, in fin dei conti posso sempre tornare indietro, basta che inverta il senso dei miei passi e mi ritroverei alla Città, a casa. Non rischio niente.

Quello che non capisco è perché all’inizio del viaggio eravamo in tanti, tutti assieme, allegri e felici, e adesso mi ritrovo a camminare da solo. Saranno tornati indietro. Si saranno fermati un attimo a riposare. Io no, invece. Io non mi riposo. Io cammino. Anche da solo, su questa strada deserta. Certo, in compagnia era più divertente, ma va bene lo stesso. L’importante è raggiungere il paradiso alla fine della Strada. Cammino.

Continuo a camminare. Ormai sono anni che cammino. La strada è diventata più brutta, non sono più tanto contento. Le pietre aguzze mi squarciano le suole e i rovi mi graffiano le gambe.

Due giorni fa ho raggiunto il Paese. Piccolo, non grande e maestoso come la Città. Cammino per le vie strette e anguste. Al margine della strada, per terra, trovo un vecchio. Sporco, rugoso, mi fa ribrezzo. Mi penetra con i suoi piccoli occhi infossati. Occhi bagnati, arrossati. Mi chiede chi sono e per quale motivo mi trovo al Paese. Riluttante, gli racconto la mia storia, gli parlo della mia favolosa destinazione. Mentre racconto continua a guardarmi con insistenza, con sguardo duro e gelido. Aspetta che abbia finito di parlare, poi mi si avvicina, mi afferra le ginocchia e con tono implorante mi invita a ritornare alla Città, a tornare sui miei passi, a non continuare a seguire la Strada. Mi libero con facilità dalla sua presa ed egli si abbatte al suolo, sfinito. Lo guardo schifato, scoppio a ridere.

“Stupido vecchio... cosa vuoi saperne tu? Come puoi pretendere di conoscere la cosa giusta da fare, quando tu ti ritrovi qui a strisciare per terra? Parli così solo perché a te la vita non ha dato niente, e ora mi invidi perché io sto per raggiungere la felicità mentre tu non ti muoverai da qui, continuerai a rotolarti nella sporcizia e nella polvere di questo insulso Paese. Mi fai ridere. Come puoi non capire? Persino qui la gente sa che l’unica cosa giusta da fare è seguire la Strada. Lo dicono tutti! Tutti, capisci? E tu pensi che io ascolterò te? Un misero mendicante ruvido e puzzolente che ormai è arrivato alla fine dei suoi giorni? Mi fai ridere”.

Così gli dico, ma lui non mi risponde. Non si rialza nemmeno, sta con la faccia a terra. “Bene” penso, “hai finito di insudiciare questo mondo con la tua miserabile esistenza”. E adesso, alla Strada. Riprendo a camminare.

Tanti anni sono passati da quando ho lasciato il Paese. E ancora non sono arrivato. La Strada mi è nemica, sono costretto a camminare con una lentezza straziante. In questo momento sto attraversando una stretta gola. Il cielo è buio e minaccioso, le pareti rocciose mi danno un senso di oppressione. Non c’è traccia di felicità in me. Ma tutto questo sta per finire, me lo sento. Sono certo che, attraversata questa gola, si aprirà alla mia vista la terra del piacere infinito, la terra dell’oblio di ogni dispiacere. Me lo sento.

Sono ormai al limite delle pareti rocciose, l’ultimo soffocante tratto di strada che mi separa dalla mia destinazione. Già me la immagino... prati, alberi, fiori, musica, soldi, belle ragazze...

Ma... un attimo... io... non ricordo... cosa sono tutte queste cose? Io... ho dimenticato... non capisco... felicità... cos’è?... nooooooo... cosa mi succede? Cosa sto pensando? Non è vero, io ricordo benissimo cosa sia la felicità, ricordo la luce, i colori, il rumore dell’acqua...

Tuttavia... ripensandoci.. è impossibile. Queste cose non possono essere esistite, non possono esistere, è IMPOSSIBILE!!!! Devo aver immaginato tutto... che stupido, sono, a pensare certe cose...

Intanto arrivo alla fine della gola, dove le due braccia di roccia che sembravano avermi ghermito per sempre decidono di lasciarmi libero... Lancio uno sguardo all’orizzonte, ultimo barlume di speranza repressa... ma tutto ciò che i miei occhi riescono a distinguere è... buio.

Ho paura. Dietro di me un rumore assordante si propaga per la pianura, ingigantito dalla voce delle alte rupi nere: la gola è crollata. Ogni speranza di tornare indietro è svanita in un secondo. Un attimo fatale. Ora sì, ricordo cosa significa essere felici, ricordo lo splendore della Città rigogliosa che non ho mai apprezzato, ricordo la semplice armonia del Paese che ho disprezzato... L’ombra invade la mia mente... dove andrò, ora?

Lentamente, mi volto. La luce già fioca scompare improvvisamente, e con lei ogni altra cosa intorno a me. I miei occhi spenti vedono solo tenebra, le mie orecchie tappate odono solo tenebra, le mie mani secche sentono solo tenebra, nel mio naso pungente odore di tenebra, in bocca acre gusto di tenebra. Ho paura. Ora ho capito, ma è troppo tardi. Ho paura.

Finanche la mia anima si tramuta in tenebra, ed io smetto di essere.

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