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E rivedi, ancora, quei lampi di luce. Lettera per lettera, parole dalla penna fiammeggiante. Ciò che ti venne detto e che perdesti in tempo.


Sotto un cielo grigio cenere, sovrastante visi dagli sguardi vacui.

Imperatore del nulla, come credi di poter ignorare ciò che ti si para davanti? La via è vuota, ossa risiedono sotto la sabbia calpestata. E' un attimo, ed il tuo cranio si adorna di spine, trafiggendo la pelle morta del rassegnato.

I corvi si avvicinano. Taluni cadono, altri urlano senza smuoversi, chi scappa non privo di coraggio né speranze. Il gracchiare si fa più forte al lacerarsi della carne sotto i becchi dal funebre, cinereo osso.

Si addensano le inaspettate nubi dal colore pallido, mentre la pioggia batte spietata contro la sottile pelle biancastra, corrosa dalle indifferenti gocce martellanti. Tutto ciò rimane nulla al confronto del peso che, tanto atteso, ti è finalmente dato da sopportare. Le gambe tremano, sopra di esse un esile corpo di uomo dal falso volto.


La prima delle tre corone, frutto di grido contro le tue stesse ali spezzate, canto privo di corde dall'inaccettabile disperazione. X. Il vento assassino, portatore di rami spezzati, sferza la via. Ad esso, rapido, si accompagna un fischio come trapano incessante. Ma le mani sono occupate, e nulla puoi fare per bloccarlo. Fermandoti, l'alloro ti è posto sul capo. Il petto sanguina.

Cammini, sotto l'enorme peso di un qualcosa d'invisibile. Ed ancora, la schiena è piegata, quasi spezzata, dalla monotona e impalpabile mole della noia. XX.

Ancora. Un'altra corona, argentata. I ricordi dei trionfi, le vittorie, effimeri istanti dissolti nella polvere. Il peso grava ancora più su di te, le ossa cigolano come cardini di porte sfondate. Digrigni i denti. E' la fine?

XXX. Per l'ultima volta. Oro.

Il colore della felicità, metallo malleabile dell'animo. E così come deve essere, l'alloro comincia a disciogliersi sul tuo capo, ad ammenda dell'orgoglio passato. Ti avvicini.

Un ultimo sguardo, mentre le nubi si frappongono fra te e l'orizzonte in un'amara distorsione. Fissando i visi vacui che attendono senza un sibilo il tuo arrivo, riesci a malapena a discernere chi fra di essi conoscevi e chi ti era vicino. Una madre, un padre, il fratello che non hai mai visto, la donna che dovresti aver amato, la morte.

Il Calvario termina, sei pronto a fermarti. Davanti a te l'orrendo spettacolo di un uomo, soffocante, fisso sulla propria crudele croce, la sua stessa compagna fino a quel punto.

Dietro di te, una donna che osserva l'interno di una culla. Ne avverti l'arrendevolezza, nonostante i tratti del volto quasi invisibili, coperti da una scura nube di fatalità. I segni sulla culla, li riconosci uno ad uno.

L'unica cosa che ti resta è guardare nell'unico spazio rimasto, tra ciò che ti si para dinanzi e ciò che hai sorpassato.



Nel mezzo, il nulla.

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