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Glielo avevano detto, che lo scompartimento-bar non era più attivo. Ma aveva voluto dare un'occhiata lo stesso, anche per sgranchirsi un po' le gambe. Il bancone sgombro e gli scaffali scomparsi gli comunicarono che lì avrebbe potuto mandar giù solo il suo desiderio di qualcosa da bere.

Una giovane donna era seduta di fronte ad uno dei finestrini, gomito poggiato alla mensola che un tempo avrebbe ospitato bibite e panini, testa appoggiata alla mano. Dava le spalle al nuovo arrivato, non aveva minimamente reagito alla sua presenza e si era chiaramente rifugiata in quel vagone per godere di un po' di solitudine. L'uomo stava quindi per uscire e lasciarla ai suoi pensieri, ma qualcosa lo bloccò: un lieve ma distinto mugolìo.

- Signora...? Sta bene? - Lei non rispose, né fece il minimo movimento: da quando lui era entrato, era rimasta come fissata in quella sua posa assorta. Ma sembrava proprio che si lamentasse sottovoce. La scena era davvero assurda. Se stava male, perché non si agitava, perché non chiedeva aiuto? Il viaggiatore non sapeva cosa fare. Fissava quel busto esile, quelle ciocche che scendevano sul tubino verde, quella vita sottile. "E' strana. Sarà malata di mente? Tourettica? O magari soffre d'asma, e cerca di non darlo a vedere... non mi stupirei, così tiratina. Mai vista una che viaggia con i tacchi a spillo, sembra che vada ad un matrimonio o che so io... Certo che è strana parecchio, però..."

Senza accorgersene, aveva mosso un passo verso di lei. Poi, un altro.
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"E' meglio che vada ad avvertire il controllore, o qualcuno. Se sta male, non ci posso fare niente. E se non sta male? Sai che figura del cazzo, ci faccio. Magari è uno scherzo, adesso saltano fuori i suoi amici, sghignazzando come gli idioti che sono..."

- Signora...? Era oramai a mezzo metro da lei, sempre immobile. Desiderava che si girasse, ma aveva anche paura di guardarla in faccia. Anche se non c'era alcun motivo razionale: ciò che intravedeva dalla sua posizione non aveva niente di orribile, anzi. Lo scorcio di uno zigomo, levigato e bagnato dalla luce delle sei di pomeriggio, la curva delle ciglia e quella delle labbra; piene, accese e, apparentemente, accostate... Esitando, allungò una mano verso le spalle della ragazza. Ma si bloccò, confuso, perché quella mano era priva di peli e terminava in un polso aggraziato, e non era protesa nell'aria ma appoggiata a qualcosa di verde, a pochi centimetri da una rotondità dorata che assomigliava proprio ad un ginocchio; l'uomo ebbe l'impressione di perdere l'equilibrio e si accorse che aveva la testa piegata di lato e appoggiata all'altra mano, e con gli occhi seguiva il paesaggio in fuga fuori dal finestrino, da un punto decisamente più in basso di un attimo prima, come se fosse "...seduto... Dio mio, come..." La sua ultima sensazione fu il peso e calore di una chioma molto più fluente di quello cui era abituato, insieme alla freschezza metallica di una cerniera incollata alla sua schiena, prima che il paesaggio e la mensola e quel corpo che l'aveva risucchiato sparissero in un miscuglio scintillante. Poi buio, ancora più buio, finché il buio si estinse, perché si era estinto anche l'ultimo ricordo della luce; e nell'infinito non-spazio che era ciò che non si vedeva della creatura che gli era apparsa come una donna, tutto ciò che era stato il soccorritore, corpo e mente, fu digerito, di gran lunga troppo in fretta perché lui provasse dolore, di qualsiasi tipo. Il dolore non interessava in modo particolare, a quell'immensità vivente: nella propria eterna solitudine era molto più attratta, addirittura commossa, dalla facilità con la quale gli esseri dei quali si nutriva entravano in contatto gli uni con gli altri. Il calore delle loro emozioni non poteva certo sopravvivere al contatto con la sua dimensione: ma, per quanto effimero, rimaneva un boccone prelibato. Ma un brandello dell'uomo rimase in vita: qualcosa che non era coscienza, ma un residuo dell'istinto e dei riflessi condizionati di un essere sociale. Qualcosa che si aggrappava all'apparenza di carne che lo aveva risucchiato, che avrebbe voluto uscire da quelle labbra perfette, dal profilo vagamente infantile. Ma non poteva, perché quelle labbra erano tenute prudentemente chiuse, lasciando filtrare solo vaghi accenni di quell'urlo di avvertimento del passeggero ai propri simili; lo stesso, in infinite lingue diverse, di tutti quelli che da tempi immemorabili lo avevano preceduto: "NON AVVICINATEVI!"

Qualcuno cercava il passeggero: era l'amico che viaggiava con lui. "Ma dove è finito, quell'imbecille?" Non lo vedeva da un'ora, e avrebbero dovuto scendere di lì a cinque minuti. Ricordava che era voluto andare a tutti i costi a cercare da bere, nonostante l'amico lo avesse avvertito che il bar era stato smantellato. L'uomo entrò nello scompartimento. Era deserto, a parte una bella ragazza in tubino verde: era appoggiata sul gomito alla mensola del finestrino, immobile, dava le spalle al nuovo arrivato ed emetteva strani suoni soffocati.

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