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L’aria torrida tremolava sopra la strada sterrata, gialla e polverosa che scivolava in avanti a perdita
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d’occhio, separando una zona brulla e incolta da un campo di grano dorato le cui spighe dondolavano pigre alla brezza effimera e rovente. Malcom aveva nove anni e procedeva a passo flemmatico, strisciando i piedi sul sentiero, sollevando nuvolette di polvere giallastra. Era stordito dall’intensa calura texana e dal continuo, insistente frinire delle cicale. Aveva sete e la sua mente era sonnolenta, le sue membra sudate, impolverate e così stanche che persino il cestino di vimini e la canna da pesca che reggeva gli sembravano un fardello molto pesante.

Sconfortato per la magra pesca, pensò che aveva davanti a sé almeno cinque miglia di strada che, lo sapeva, non gli avrebbe offerto né riparo dal sole feroce che ardeva a picco sulla sua testa né un po’ d’acqua con la quale dissetarsi. A quell’ora del pomeriggio la gente dormiva all’ombra delle tettoie, sconfitta dal caldo. Avrebbe dovuto compiere quel percorso in solitaria. 

Qualcosa cigolò, facendolo voltare verso destra: il campo di grano era tagliato in due da un sentiero dritto e preciso, alquanto stretto, che si addentrava fra due pareti ondeggianti di steli compatti e dorati. Il sentiero era sbarrato da una catena rugginosa sulla quale era stata agganciata una lamiera. 

                                                    PERICOLO - NON ENTRARE NEL CAMPO

Malcom osservò il cartello e quella scritta tracciata con la vernice rossa. Un lieve colpo di vento la fece oscillare ancora, esalando un nuovo cigolio lamentoso. Il grano si scosse, con bisbigli erbosi e sibili effimeri. Sembravano voci di fantasmi che si perdevano in quella vastità dorata sotto un cielo caliginoso, quasi bianco. In lontananza un corvo gracchiò un paio di volte in modo malinconico, unico avventuriero in quell’aria rovente.

Il ragazzino stava per passare oltre, ma si fermò ancora. Quella strada forse gli avrebbe fatto risparmiare parecchio tempo, no? Dopotutto, se tagliava in due il campo, lo avrebbe ricondotto molto più vicino a casa della via che avrebbe dovuto seguire. Certo, il cartello diceva che era pericoloso… ma perché, dopotutto? Era solo un comune campo di grano. Non c’era nulla da temere. Per sicurezza, controllò con una lunga occhiata: la sola cosa che riuscì a individuare fu un solitario spaventapasseri che emergeva dal grano, le braccia spalancate dalle quali penzolavano i brandelli di un poncho di juta, un vecchio cappello calcato sulla testa deforme. 

Scavalcò la catena e prese a camminare. Il grano cresceva alto, molto più del normale grano: dopo neanche un miglio già le spighe gli arrivavano alla spalla, poi addirittura lo superavano. Erano spighe grosse e pasciute che facevano piegare lo stelo, che si curvava come a volerlo sfiorare mentre passava. 

Il caldo si faceva sempre più feroce. A Malcom girava la testa…

Notò qualcosa, un movimento ai margini del suo campo visivo. Intontito dalla calura si volse lentamente, ma non vide altro che il grano dondolare a perdita d’occhio. Forse aveva solo visto un corvo atterrare. Riprese a camminare con passo svogliato e ciondolante, quasi addormentato. 

Duecento metri dopo percepì un fruscio da tergo e si volse. Notò solo un punto dove il grano si era agitato. Ma doveva essere stato il vento, che adesso, un po’ più forte di prima, faceva strofinare le spighe: il loro fruscio era intenso, inquietante. Sentendosi un po’ a disagio, il ragazzino aumentò il passo. Proprio quando si stava tranquillizzando, sentì di nuovo qualcosa che si spostava fra gli steli biondi, alle sue spalle. Trasalendo si volse, stavolta decisamente intimorito. Si mise in punta di piedi, il collo allungato, scrutando la superficie di quell’oceano secco e dorato; non vide altro che le increspature del vento, onde splendenti che frusciavano in modo inquietante, simili a voci sospiranti che complottavano.

Col cuore in gola, Malcom riprese a marciare, svelto. Sul chi vive, continuava a gettarsi sguardi sopra le spalle, oppure ai suoi lati. In questa maniera avanzò per forse mezzo miglio, prima che il suo sguardo cogliesse qualcosa che lo immobilizzò.

Gli era parso di intravedere qualcosa fare capolino da sopra le alte spighe del grano e subito tuffarsi giù, prima che potesse vederlo bene. Laddove la cosa si era immersa in quel mare d’erba, gli steli si agitarono per qualche attimo, prima di tornare a ondeggiare seguendo le flemmatiche spinte delle raffiche calde. 

Malcom riprese a camminare, la paura che gli faceva pompare il cuore. Di quando in quando udiva qualcosa spostarsi nel grano, ma non poteva vedere cosa fosse. Ormai non aveva più dubbi: qualcosa gli stava venendo dietro. 

Mollò cesto e canna da pesca e prese a correre, le ginocchia al petto, i gomiti che andavano su e giù come pistoni. La cosa si mise a correre a sua volta: la udiva procedere fra il grano a grande velocità. 

Vincendo il terrore che lo soverchiava, Malcom si lanciò un’occhiata dietro di sé: vide appena una forma scura avvicinarsi da un centinaio di metri, agitando le spighe al suo passaggio. Una forma strana, indefinibile, a malapena umana…

Il ragazzino si mise a urlare, correndo. Quel sentiero pareva non avere fine. Il grano ai suoi fianchi sibilava con la sua voce fantasma, incorporea e maligna. La cosa lo inseguiva. Sentiva i tonfi dei suoi passi sul terreno, udiva il crepitante frusciare delle spighe che scivolavano sul suo corpo mostruoso. Era vicina, ormai. Lo stava raggiungendo.

La punta della scarpa gli si impigliò in una buca e dopo un volo di quasi due metri Malcolm ruzzolò nel terreno polveroso, sollevando una densa nuvola gialla. Il colpo fu duro, quasi gli fece perdere i sensi. Il sibilo del grano e il crepitio assordante delle cicale gli premevano contro i timpani. Il sole gli abbagliava la faccia, abbrustolendogli la pelle.

Si mise a sedere, dolorante. Notò che aveva perso una scarpa e che le sue gambe erano finite fra gli steli. 

Poi vide quella mano scura e coriacea, rinsecchita come quella di una mummia, avvolta attorno alla sua caviglia. Con un singulto alzò lo sguardo, incontrandone un altro, terrificante, inumano. 

Non ebbe tempo di agitarsi o di urlare. Uno strattone violento e il suo corpo scomparve nel grano, inglobato fra spighe crepitanti. 

Silenzio. Le cicale avevano smesso di frinire ossessive. Il grano taceva, spruzzato di uno schizzo scarlatto che scintillava al sole. La scarpa di Malcom giaceva solitaria nella polvere del sentiero. Lo stesso corvo di prima, miglia e miglia più a sud, tornò a lanciare un grido e lo spaventapasseri continuava a osservare le onde del campo con i suoi inespressivi occhi disegnati sulla tela del sacco che gli faceva da testa, il sangue di Malcolm che macchiava il suo poncho sbrindellato. 

Era l’agosto del 1911. Sarebbe stata un’annata eccellente, per il grano. 

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