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Sapete cosa succede alla luce nel buio più profondo? No? Allora ascoltate attentamente la storia di Lighty, un piccolo fotone che un giorno decise di lasciare il luminoso e avveniristico, ma affollato stato Quantico, per cercare fortuna dove credeva di poter realmente brillare. La sua vita era sempre stata uguale a quella dei suoi giovani compagni: ondulava da una parte all’altra e sbatteva contro la materia senza capire bene quale dovesse essere la sua natura. Tra tutti però lui era l’unico che sognava qualcosa di più. La famiglia di suo cugino era rimasta su Eta Carinae e lui invece era partito con l’ennesimo gruppo. Inizialmente l’idea di lasciare il sistema binario dove era nato lo aveva eccitato, ma aveva dovuto abbandonare la sua scuola, i suoi amici e le poche cose a cui si era affezionato per fare un viaggio che in definitiva non aveva poi niente di emozionante. Era qualcosa che alla fine devono affrontare tutti e Lighty desiderava, invece, essere il primo fotone a fare qualcosa di nuovo, di inaspettato. Erano in viaggio da pochi millenni quando Lighty ebbe un’idea pazza: avrebbe approfittato della prima interferenza gravitazionale o del primo campo elettromagnetico abbastanza forte per deviare e lasciare il gruppo; avrebbe esplorato lo spazio più profondo, sarebbe arrivato là dove nessun fotone era mai arrivato prima. Sua madre era molto apprensiva e sapeva che il giovane aveva qualcosa in mente, così iniziò a non perderlo di vista nemmeno un secondo e cercò di scoraggiare la sua voglia di avventura raccontandogli dei mostri che si nascondevano nell’oscurità. Esseri che esistevano quando l’universo era un luogo buio e freddo e che erano stati costretti dalla luce in zone in cui si trovavano macchie di materia oscura; questi mostri venivano sconfitti facilmente dalla luce, ma solo quando i fotoni si univano e rimanevano coesi in un sol fascio.

Lighty non credeva a quelle storie, di fatto quasi nessuno ci credeva, e anche se gli dispiaceva abbandonare la mamma, la curiosità e la voglia d’avventura erano troppo forti, perciò, durante il passaggio vicino al buco nero presso una delle prime fermate, Lighty lasciò a sua madre un messaggio in cui la salutava e le spiegava che doveva andare, si avvicinò il più possibile al bordo del suo fascio e sfruttò la forza gravitazionale per deviare. In pochissimo tempo vide il raggio di luce formato dai suoi compagni allontanarsi. Il freddo arrivò subito e il buio lo avvolse, la paura era tanta, ma l’emozione di aver avuto il coraggio di fare quel gesto era più forte e continuò ad andare avanti più luminoso e pieno di energia che mai, destinazione: l’ignoto. Non sapeva cosa sarebbe successo: avrebbe incontrato nuove forme di esistenza o si sarebbe riunito ai fotoni di altre stelle? Sicuramente lo avrebbero accolto a braccia aperte, ma il suo desiderio più grande era quello di esplorare le cosiddette macchie di materia oscura e fare luce sul mistero che rappresentavano.

Lighty


Proseguendo alla massima velocità osservò lo scorrere dei corpi celesti intorno a lui, pianeti che roteavano e che gravitavano ellitticamente, asteroidi che viaggiavano in gruppo aspettando solo di potersi schiantare sul suolo, meteore solitarie che viaggiavano con le loro straordinarie code ghiacciate. La bellezza del panorama era indicibile e per i primi tempi Lighty non avvertì alcun senso di nostalgia, fu dopo il terzo millennio che iniziò a provare un po’ di solitudine e la mancanza della madre, ma era una cosa che aveva previsto e comunque non poteva tornare indietro; ormai era all’avventura e non c’erano opzioni alternative all’andare avanti verso la gloria. Corse a lungo, ma alla fine vide quello che aveva sognato di vedere da quando era piccolo: una macchia di materia oscura. Era inconfondibile. Si stagliava nera nella nebulosa rosata e il contrasto dette a Lighty un po’ di timore, ma chiuse gli occhi e sfruttò il campo magnetico della macchia per raggiungerla.

Più si avvicinava più aumentava il freddo, ma l’eccitazione di essere tanto vicino a realizzare il sogno di una vita lo caricava abbastanza da non curarsi della temperatura o della paura. Appena entrò all’interno della macchia si sentì strano: la sua velocità diminuì vertiginosamente fino quasi a cessare, lo stato di eccitazione passò istantaneamente e ogni preoccupazione che aveva ignorato, lo assalì. Non riusciva a vedere nulla a più di alcuni femtometri dai suoi occhi e il campo elettromagnetico lo stava facendo tremare vistosamente. Improvvisamente entrò nel suo modesto cono di luce un enorme essere senza occhi completamente nero, aveva un’aurea violacea scura attorno e si muoveva a scatti. Si avvicinò con quello che sembrava un ghigno malefico. «Oh, ma che bello avere ospiti.» iniziò con una voce molto bassa e melliflua. «È così raro. Come ti chiami?» «Lighty.» disse lui titubante. «Che bel nome, e dimmi: cosa ci fa un piccolo fotone come te tanto lontano dai suoi compagni?»

Lighty non voleva che il mostro si avvicinasse, ma non riusciva bene a muoversi e si sentiva sempre più stanco, la sua luce, una volta bianca, stava diventando giallastra tendente all’arancione. «Sono venuto a esplorare le macchie di materia oscura.» disse lui pieno d’ingenuità. «Ma davvero? E cosa credi di trovare?» «Non so, mia madre dice che ci sono i mostri, ma io non ci credo.» la sua luce era arrivata a essere rossa. «I mostri…» ripeté l’essere «Noi saremmo mostri?» Il fatto che avesse detto “noi” preoccupò sempre di più il piccolo fotone. «Sono sicuro che non siate mostri.» provò a dire iniziando a comprendere quanto fosse nei guai.


«Noi governavamo l’universo prima che quegli odiosi geoidi iniziassero a produrre la tua schifosa razza. Voi avete iniziato a viaggiare ovunque e avete preso tutto quello che era nostro, ci avete distrutto senza pietà e ci avete rilegato in zone sempre più nascoste dove abbiamo formato le nostre riserve, quelle che tu chiami macchia. Macchia, come se fosse qualcosa da pulire.»


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Lighty si sentiva sempre peggio, capì che si stava spegnendo e iniziò ad avere veramente paura, cercò di girarsi, ma la luce che emanava era ormai un infrarosso ed era molto stanco. Provò a ingannare il mostro dicendo «Adesso devo proprio andare. Il mio fascio sa dove mi trovo e sta venendo a prendermi.» Non riusciva più a vedere assolutamente nulla. Sentì dei movimenti attorno a lui e capì di essere circondato; a causa del campo magnetico non era in grado di orientarsi, ma sapeva di dover fuggire se non voleva morire. «Oh il tuo fascio? Non credo che arriverà in tempo.» l’essere fece una sorta di rumore simile a una risata e un’eco si levò forte dall’oscurità. «Addio Lighty, piccolo fotone coraggioso, temo che avresti dovuto ascoltare tua madre.»

Lighty continuava a girare su se stesso terrorizzato, avrebbe voluto correre via, ma non poteva. Chiudeva gli occhi sperando di riaprirli all’interno del suo fascio risvegliandosi da un incubo, ma purtroppo quella era la realtà; la sua energia era quasi esaurita e dopo poco si spense nel silenzio. Del giovane raggio di luce non rimase niente se non il ricordo nel cuore di una madre che non avrebbe mai più rivisto il suo piccolino.

Ebbene, ora sapete cosa succede quando un piccolo fotone di luce non ascolta sua madre e inizia ad andare in giro da solo, al buio.

Scritta da KungFuTzo


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