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Eravamo giovani, ingenui. Era la sera di Natale e volevamo divertirci... Sarà perché frequentavo le compagnie sbagliate, sarà perché volevo essere speciale, ribelle, unica. Quella notte, però, ciò che vissi era davvero troppo. Me lo proposero semplicemente e non dovettero neppure insistere troppo:

“Che dici, lo vuoi visitare un manicomio?”

“Sì”

“Sapevamo che non ti saresti tirata indietro Gelace!”


E così, alle otto della fatidica sera, eravamo tutti di fronte al manicomio di Pennhurt: io, il mio fidanzato Eval, la mia migliore amica Aina ed altri ragazzi...


Entrammo. L'unico reparto rimasto aperto era il padiglione Devon all'interno del quale si trovava la nostra meta: Candyland, una stanza dedicata ai pazienti con QI inferiore a venti. Inquietanti disegni raffiguranti giostre e caramelle adornavano le pareti, il sorriso dei bambini disegnato su di esse appariva innaturale, perverso, demoniaco. Ma su quelle quattro mura apparivano enormi schizzi di sangue rappreso. Non avevamo paura, anzi, facemmo i cretini fino a mezzanotte, ma qualcosa di strano stava accadendo: la stanza si era riempita di una strana nebbia nera, dall'odore di morte, e solo poco dopo mi accorsi del cambiamento perché il sangue, prima secco, ora era liquido, di un colore rossastro, vivo, e perché la luce era accesa anche se la corrente veniva staccata alle undici.

All'improvviso divenne buio. Un urlo.

“Scappa! Sta arrivando!”

Chi aveva pronunciato quelle parole? Non era il suono della voce dei miei amici. Non m'importava. Iniziai a correre e sentivo che qualcuno mi seguiva, un mostro. Non volli girarmi, correvo e sentivo il suo alito caldo, il suo respiro freddo, le sue mani ossute che mi strappavano i capelli, il suo peso che faceva oscillare il pavimento, l'odore di vendetta che proveniva dal suo corpo. Correvo e non pensavo. Un brivido. L'adrenalina cresceva. Mi sentivo stanca. Pesante. Terrorizzata. Mi raggiunse e strappò della carne dal mio braccio. Potevo sentire le sue fauci mentre addentava parte di me. Emanava soddisfazione. Percepivo la sua velocità aumentare. Sentivo che non potevo più correre. Ero esausta.

“Sei mia”

La voce del demone mi destò dalla trance e con un ultimo salto di speranza sorpassai la soglia che delimitava l'entrata del reparto. Mi voltai e vidi il demone dietro di me, non poteva avanzare. Tirai un sospiro di vita e caddi addormentata sul prato accogliente di quel luogo infernale. La mattina dopo mi svegliai e tornai a casa. Non pensavo a niente tranne al sogno che avevo fatto. Perché era sicuramente un sogno, ma c'era un annuncio per me sul giornale:

“Ritrovati corpi dilaniati di vari ragazzi al manicomi di Pennhurt. Vicino una scritta di sangue: ritornerai, Gelace, e sarai mia”

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