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Sin dagli albori della civiltà, l’uomo ha sempre avvertito il bisogno di credere in qualcosa, di costruire dei complessi sistemi filosofici e teologici per spiegare e spiegarsi quelle incognite che rappresentano il cardine di ogni disquisizione di natura esistenzialista e metafisica: perché veniamo al mondo? Qual è il fine ultimo della vita umana? Quale quello dell’esistenza stessa? Ecco, allora, fare la loro comparsa le religioni con i loro culti, i loro dogmi, le loro divinità, i loro castighi e le loro promesse… un succedersi turbolento di déi, pantheon e miti ci accompagna sin dai tempi in cui l’umanità sguazzò fuori dalle acque per la prima volta, pronta a estendere la propria egida su questo piccolo e insignificante globo.

Ma si sa, l’uomo è contradditorio di natura, ama porsi controcorrente perché ha un animo inquieto e dopo un po’ avverte la necessità di un cambiamento, noncurante delle conseguenze che esso porterà con sé. E così, accanto al nastro dorato della storia delle grandi religioni del mondo, trova spazio un sottile filo nero che scorre parallelamente al primo e che ci racconta una storia ben diversa: quello dei culti oscuri, delle fedi proibite… Anch’essi vantano atavici natali… forse addirittura più vecchi di quelli delle religioni “tradizionali” che si sono susseguite nei millenni, li ritroviamo in tutte le civiltà, praticate in gran segreto, avvolte dal più fitto dei misteri… ma ci sono state, oh sì…

e continuano ad esserci. Congreghe innominabili, spesso tacciate di diffondere dottrine blasfeme ed esecrabili, di ricorrere a rituali perversi e di ammorbare con il fiele del Male i suoi devoti. È questa la ragione per cui, nell’antichità, queste fedi venivano professate in luoghi remoti, spesso col favore delle tenebre, nel silenzio di un luogo di riposo per i morti o di una foresta aborrita, in una dimora dai trascorsi macabri e i cui muri trasudano sangue e simboli oscuri. Ma oggi non è più possibile: i cimiteri sono sorvegliati, foreste e boschi quasi completamente disboscati per lasciare spazio all’espansione degli aggregati urbani, le vecchie case demolite in fretta per costruirne altre nuove… E quindi? Cosa ne è di quei culti immondi? Cosa di quelle occulte credenze? Cosa di quelle spregevoli pratiche?

Non sono scomparse, oh certo che no, l’uomo ne ha bisogno, in cuor suo lo sa, per aizzare continuamente il suo bisogno ferino di sangue, violenza e depravazione. L’uomo odia perseverare a lungo nel Bene, necessita del Male per sentirsi vivo, per sentirsi forte… per sentirsi in pace con la sua natura. Il mondo cambia, è vero, le megalopoli si espandono, reclamando la loro spettanza sulla natura, che pian piano retrocede, s’indebolisce, si ammala… e muore: la città è il vero regno dell’uomo ed è in essa che le dottrine proibite si annidano, come un cancro malevolo, pronte a sopraffarla dal di dentro, subdolamente. La città è come un organismo vivente, le strade sono le sue arterie, i suoi capillari, le sue vene; gli impianti di generazione e distribuzione della corrente elettrica il suo sistema nervoso, i parchi i suoi polmoni, le fogne il suo intestino… gli edifici le sue cellule. Ed è tra di esse che il tumore s’accresce, nell’oscurità, nel silenzio, nell’indifferenza di tutto ciò che lo circonda.

Vicoli rifuggiti, anfratti malsani e bui tra gli scheletri di edifici lugubri e anneriti da decenni di smog e sporcizia, antri desolati e ributtanti, sui quali si affacciano a strapiombo balconi traballanti mai aperti, forse per via dello spettacolo ripugnante che quei budelli appestati di cemento offrono alla vista… o forse per timore delle luci che ivi baluginano nel silenzio delle notti di luna nuova, dei lamenti che si levano al cielo senza stelle e delle “cose” che qualche temerario vi rinviene al mattino…

Questi vicoli, questi cortili che si aprono come sottili spiragli nell’ammassamento serrato di muraglie decrepite e corrotte di mattoni e acciaio sono ovunque, ogni città è malata, sappiatelo: la gente sa della loro esistenza, oh sì che lo sa… ma la nega, illudendosi che relegandoli nell’oblio della coscienza non possano nuocerci. Ma essi sono lì e la notte il vento che sibila tra le finestre è infettato di strane formule cantilenanti e putridi miasmi di cose morte e bruciate e ci ricorda che essi esistono, che vivono e si nutrono delle atrocità che vi si commettono per accrescere di più, sempre di più, la loro immonda influenza in questo corpo malato che è la nostra città.

E’ vero, noi possiamo anche sentirci al sicuro, avviluppati nella confortante sicurezza della nostra dimora, sicuri che questo male non ci possa nuocere… ma, nel frattempo, qualche bambino che gioca con la sua palla lì fuori scompare, un ragazzo ubriaco si risveglia in un angolo di strada con incisioni sul corpo che prima non aveva, un cane viene ritrovato decapitato dentro il rottame di un auto, un gatto sviscerato al centro di simboli oscuri, ossa e resti di carcasse fanno capolino là ove non vi è alcuna macelleria, poster e volantini con immagini disturbanti e parole inesistenti si staccano da muri fetidi dell’urina di un disgraziato che, incauto, si è avventurato ove non avrebbe dovuto.

E intanto il male cresce, estende i suoi domini, corrompe i quartieri, fino a lambire il soglio del nostro appartamento tanto sicuro, finché un giorno non finisce per irrompervi dentro, lasciando solo una scia di sangue e dolore come ricordo dell’esistenza che ci appartenne… Volete sfidare la Sorte, non è vero? Sì, riesco a percepire la vostra ansia di scendere per strada per accertarvi che sia tutto ok, che questo non è altro che un cumulo di frottole ideato con l’unico intento di intimorire i creduloni. Ebbene fatelo, scendete da casa, fatevi un giro per la vostra bella città, osservate compiaciuti le vetrine dei negozi alla moda e le luci colorate che rallegrano le vie, osservate la gente ridere, fare compere, discutere al cellulare, suonare il clacson per la foga di tornare a casa dopo una giornata di lavoro, crogiolatevi nella sicurezza della “normalità”: non troverete nessuno di quei vicoli malati, nessuna traccia del male oscuro. Perché esso è vivo, sa che la luce gli è nemica, si nasconde da occhi inquisitori finché le ultime luci del crepuscolo ci regalano ancora qualche istante di una pace illusoria.

E poi giungono le tenebre, le porte si chiudono a doppia mandata, le tende vengono tirate, le luci spente, il silenzio intona lugubri nenie di morte e bagliori sinistri prendono a balenare negli interstizi più profondi delle metropoli, urla imploranti vengono smorzate con la forza, nuovo sangue prende a scorrere, viscoso, nei colatoi, fumi dolciastri e saturi d’incensi pestilenziali si levano a formare grotteschi arabeschi e i piccioni, con le loro orbite nere e vuote assistono, indifferenti, a rituali neri perpetrati da mani che, proprio come quelle degli oscuri sciamani delle epoche buie, ne conoscono il reale significato, per riservarsene una parte, a cerimonia conclusa, da gustare con calma sui cornicioni rischiarati dall’alba che verrà…

Male oscuro









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