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Il fabbricante di bambole

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Un colpo di spazzola, un altro, poi il terzo. Ciocca dopo ciocca, i capelli biondi della sua creatura ricaddero dolcemente e con compostezza sul tavolo da lavoro.

“Non avrei potuto farti più bella” sussurrò l’uomo, tra sé e sé.

Il luogo era angusto, avvolto da una penombra in grado di rendere miope persino lo sguardo più acuto. Un odore fruttato e pungente, simile a quello dei solventi usati nelle industrie chimiche, appestava lo spazio racchiuso tra le quattro sudice mura della stanza.

Proprio a causa di tale olezzo nauseante, egli era costretto ad indossare una maschera di carta a copertura del naso e della bocca.

Biascicò poco altro, che però venne assorbito dalle fibre di cellulosa alla stregua dei vapori chetonici.

Attorno a lui vi era un gran disordine. Il piano di marmo era coperto quasi interamente da rocchetti di candido filo, ciotole e beute incrostate, rotoli di carta a trama esagonale e frammenti di ciò che non era stato adoperato per la genesi del capolavoro.

Dall’accozzaglia di utensili trasse una sottile lama di bisturi ed un microscopico tampone di cotone, con cui pose rimedio ad una piccola imperfezione sfuggita al suo sguardo attento.

La mano scorreva morbida e precisa attorno all’oggetto, l’attenzione e la cura con cui operava potevano non a torto essere ricondotte al modus operandi di un chirurgo. Dopo aver chiuso una coppia di flaconi bianchi, tolse la mascherina. Tossì due volte. I miasmi evidentemente non si erano ancora diradati.

“Non ti ho creata come vanto personale” le disse, con tono affettuoso e paterno, quasi stesse cercando di consolarla o di farsi perdonare.

Poggiò le labbra sulla sua fronte di porcellana, su cui impresse un caldo e schioccante bacio.

“Né come sincero capriccio d’egoismo. Sei un’opera d’arte. Trascendi la concezione che noi miseri umani abbiamo di perfezione” aggiunse poco dopo, con voce fiera e profonda.

Le labbra smilze ed umidicce si piegarono in un sottile e macabro sorriso, mentre i suoi occhi iniziarono a riflettere una luce oscura e meschina. Sfilò i guanti di lattice che aveva indossato sino a quell’istante.

“Peccato tu non possa gioirne. E’ pura crudeltà quel che governa questa terra!”. Un velo di pianto imbibì le ciglia dell’artista durante uno dei suoi brevi silenzi. Fece per parlare, tuttavia le parole gli si spazzarono in gola. Cadde in un mutismo totale ed imbarazzante, che durò più di qualche minuto.

Capitava spesso, ogni qual volta egli apportava una modifica al suo lavoro. Impossibile stabilire se fosse dovuto alla malinconia legata al paradosso in cui la sua bambolina era relegata o ad un feticismo parossistico. Solo quando si ricordò di non aver completamente terminato la sua creatura si destò dal limbo cerebrale in cui si era arenato. Mancava difatti un ultimo, fondamentale dettaglio. Gli occhi.

Per mesi e mesi li aveva cercati ovunque, senza trovare nulla che fosse stato all’altezza del suo progetto. Durante quel lungo lasso di tempo, pur di non lasciare il suo capolavoro sguarnito di un particolare così nobile, aveva optato per l’utilizzo di due bottoni di plastica blu. Un compromesso beffardo, in grado di svilire l’impegno maniacale che l’uomo aveva profuso nel suo atto creativo.

Ad un passo dalla disperazione trovò quel che sognava, grazie alla collaborazione di una zelante cassiera.

Un risolino di intima gioia sgorgò dalle fauci del fabbricante di bambole. Rinfilò guanti e mascherina e, preso il bisturi tra pollice ed indice, recise il filo che si intrecciava tra le asole. Nel compiere tale gesto intonò un motivetto allegro, vecchio di almeno vent’anni, che scemò non appena ebbe finito. I bottoni vennero gettati alla rinfusa insieme ad altro materiale.

Schiarì la voce con un colpo di tosse e abbassò nuovamente ciò che proteggeva il suo volto.

La fissò. Lei non poteva ancora ricambiare, le palpebre erano secche e sgonfie, quasi fossero realmente fatte di tela.

“Pazienta ancora mia cara. Fra qualche istante tu e lo zio Ed potrete finalmente giocare assieme”. Le disse dolcemente, abbozzando un viscido sorriso.

Prese una ciotola d’acciaio cromato e delle pinze ricurve, dalle estremità concave ed affilate, vagamente simili a cucchiaini da dessert. Quindi si voltò, mosse qualche passo in direzione del muro più interno, raggiungendo in una manciata di secondi ciò di cui aveva bisogno. Le pinze scattarono pochi istanti dopo, con la rapidità e la freddezza di cui sono dotati i rettili velenosi. Per due volte.

Furono le ultime immagini che raggiunsero il mio cervello prima del buio.

Non urlai, né provai alcun dolore. Coscienza e sentimenti erano storditi da droghe e privazioni. Solo le più basilari percezioni avevano mantenuto una traccia d’integrità durante la prigionia.

Sentii un caldo rivolo dall’odore ferroso solcarmi le gote.

Il pensiero volò ai miei bulbi oculari, che in quel momento stavano con tutta probabilità galleggiando nel vassoietto metallico, in attesa di essere imbalsamati ed impiantati nel volto della bambola, tra i frammenti di decine di altre donne.

Fu così che i miei occhi divennero l’ultimo tassello di un mosaico fatto di carne e di ossa.....


Una scena di profondo rosso .jpg









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