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Vengo dalla terra del fuoco e del sangue. Sono nato dalla forza e dalla fatica per nutrirmi di paura e follia. La mia dolce madre è il cuore delle Montagne Sacre , come le chiamano loro, da lei siamo nati io e i miei fratelli. Loro, quei viscidi, fragili esseri di carne... quando mi hanno scolpito via dal caldo e duro ventre della Terra mi sono sentito un orfano. Mi avevano portato via dalla mia famiglia, spinto sopra dei tronchi e poi a bordo di zattere, sui letti dei fiumi più neri e insidiosi della foresta. Avevo la mente corrosa, arsa dall'ira e dal'incertezza, odiavo loro più di ogni altra cosa; mi deridevano: "è troppo grande, troppo ruvido" "tutte queste scanalature, queste imperfezioni... è più solido di quanto pensavamo, difficile da sistemare, forse impossibile da lavorare" dicevano. Alcuni urlavano di lasciarmi ammuffire tra gli alberi e ricominciare con un altro. Arroganti e ipocriti insetti, feccia. Ecco cosa pensavo di loro. Ma poi ho cominciato a osservarla, quella comunità di insetti. Mi criticavano sì, ma era come se mi venerassero. Ero come un dio per loro. Ma allora perché volevano migliorarmi? Erano davvero così presuntuosi da voler migliorare un dio? Troppi pensieri, troppe inutili domande.

Il giorno della mia rinascita avvenne tra le luci dell'alba e gli insetti ai piedi di un colle. Vedevo delle mura in lontananza, forse case, ma l'aria era stranamente pesante, l'atmosfera più afosa e umida del solito. Sentivo di stare per crollare. D'un tratto delle voci e delle urla. Mi salirono sopra in venti, armati di picconi, corde e martelli. Cominciarono a scavarmi. Cominciarono a scavarmi e flagellarmi dentro come delle termiti affamate di me. L'ultimo ricordo fu una punta di ferro che mi scalfì il cuore. Poi più nulla. Maledetto e benedetto sia quel terribile e meraviglioso giorno!

Mi svegliai all'interno delle mura che avevo visto il giorno prima, o forse settimane prima. Mi sentivo più... strano. Diverso. "I nostri scalpellini hanno fatto un ottimo lavoro, mio signore " Erano in due insieme a me su quella terrazza, quello silenzioso tra i due aveva un copricapo di piume e un vestito più colorato di quelli che portavano i suoi simili, aveva decine e decine di rughe sul volto, l'altro era più giovane e portava una tunica bianca. Rimasero muti per un po', e io lentamente ripresi coscienza. "Mio signore? Non sarà mica il re di questo villaggio di folli assassini?" pensavo a più cose contemporaneamente, contemplando i dintorni. Ero su un grosso palco di pietra sormontato da un altrettanto grande portico, dello stesso materiale. Intorno a me, più in basso, un enorme semicerchio di grigi spalti vuoti dominava il paesaggio. Cos'era quel posto? Ero finito in un teatro forse? Cosa volevano da me quegli insetti di carne? Volevano trascinarmi ancora in uno strano e sadico gioco teatrale?

"Preparatelo per la prima cerimonia" parlò il capo piumato. "Come volete" acconsentì il suo leccapiedi. Che cosa volevano farmi? "Portate i preparativi per la benedizione! è il vostro Sacerdote che ve lo ordina!" Che cosa diavolo volevano farmi?!

Ricordo solo che delle donne mi versarono addosso il contenuto di alcune anfore. Un liquido denso, dall'odore acre e penetrante. Il tizio vestito di piume si inginocchiò e allungò le mani sopra di me. Cominciò a dire qualcosa alzando gli occhi al cielo. I miei... i miei pensieri... stavano svanendo. "Cos'è questo rumore?" Tamburi. Sentivo dei tamburi suonare. Anche dei flauti forse? Cosa mi stava succedendo? Quella melodia era... era così...magica...perfetta. Eppure maniacale. C'era qualcosa di orribile in quelle note, in quei battiti. Ma la adoravo. Era l'unica cosa di cui mi importasse in quel momento. Volevo piangere. Volevo piangere lacrime di sangue dal dolore che portavano in me quei suoni, ma più mi risuonava nello spirito più la amavo. E quelli continuavano a suonare.

D'un tratto mi venne sete. "Sete?" Io non ho sete. Non ho mai avuto sete! La sete è una debolezza dei mortali! Io sono un dio! Era un caotico vortice di sensazioni orribili. Odiavo la sete. Odiavo quei bastardi esseri di carne. Odiavo me stesso. Ma soprattutto odiavo quella maledetta melodia.

"Smettetela di suonare! Smettetela!"

Dovevo bere. Dovevo nutrirmi di ... acqua? No. L'arsura della mia gola non era placabile con l'acqua. Eppure dovevo bere qualcosa. Ma cosa?

"Dannazione basta!" Cosa mi stava succedendo? Perché quel tizio non smetteva la sua odiosa salmodia? Cos'era quella roba che mi avevano versato addosso? L'odore! Quello schifoso odore!

"Smettete di suonare! Basta! Non ce la faccio più!"

Dolore. Paura. Rabbia. Sete.

Le ore divennero frazioni di attimi. E d'un tratto fu sera. Vedevo tutto attraverso uno specchio d'acqua. Tutto era offuscato e ovattato. Chi c'era vicino a me? Sentivo soltanto l'uomo con il capo piumato parlare. Teneva qualcosa in mano. In lontananza chiazze di colore riempivano gli spalti grigi. Un boato si elevava nel cielo notturno. "Spettatori? Per cosa?" "Sporchi bastardi lasciatemi andare! Non voglio fare parte del vostro teatrino degli orrori!"

Quella musica. Quella musica era ancora lì. Non aveva mai smesso di suonare, faceva crescere in me l'orrenda sete di.... di... di cosa?

D'un tratto vidi una figura salire sul lato della terrazza su cui mi trovavo. Capii che era una donna quando urlò il nome di suo figlio. "Il mio piccolo! Ridatemi il mio bambino" soffocando le parole tra i singhiozzi di un pianto straziante. Venne presa e portata via da alcuni uomini armati. Le sue grida continuavano a rimbalzarmi nel cervello, quasi nascondendo quelle della folla e l'incessante melodia di tamburi e flauti. Perché cercava suo figlio? Proprio in quel posto poi. Dove c'eravamo soltanto io, l'uomo vestito di piume e quella... cosa che aveva in mano...

Oh folli, folli creature di carne. Sadiche zecche sulla pelle di questa Terra.

Ora riuscivo a distinguere meglio le forme e i contorni; lo teneva per un piede, la testa tonda e senza un capello che penzolava sottosopra. La creaturina era nuda e ceca dalle mille e mille lacrime che non smettevano di uscire. Il suo pianto era un'isteria di incubi e dolore che mi entrò nel cuore e rimbalzò in tutto il mio essere, senza trovare un' uscita.

Quell'odiosa musica era più forte. "BASTA SUONARE! LA MIA RABBIA CADRA' SU DI VOI. VE LO GIURO !" Quanto li odiavo. Quanto odiavo quei flauti, quei canti, quei tamburi.

"Lasciatelo andare!"

E quelli che facevano da spettatori applaudivano all'uomo accanto a me. Perché? Perché tutto questo? Le maledette note si facevano più forti. Quale canzone può portare a tale pazzia?

Maledetto me e il giorno in cui venni al mondo!

Il battito del mio etereo cuore ormai era in sincronia con il ritmo incessante. Quell'orrenda sete...

L'uomo dalla testa piumata, il Sacerdote, come si era fatto chiamare, tirò fuori da una manica della sua lunga e colorata tunica cerimoniale un fiore scarlatto; lo mise sopra di me e intonò un canto. Posò l'innocente pargolo vicino al fiore e tutta la folla rimase in silenzio.

Era sopra di me, potevo sentire le sue piccole manine stringersi a pugno e il suo corpo contorcersi nella paura e nel pianto. Le sue lacrime mi bagnavano; e io non potevo fare niente per fermare quello spettacolo orribile.

Il suono incessante della melodia di flauti e percussioni aveva spazzato via le fondamenta della mia stabilità mentale. Ero un pazzo su un palcoscenico. Quella musica aveva aperto un buco nella mia anima e lo stava attraversando con forza.

Arrivò un uomo che si inginocchiò vicino al Sacerdote porgendogli qualcosa che risplendeva alla luce delle fiaccole. Quando fu abbastanza vicino potei vedere tra le sue dita il più grande machete che io abbia mai osservato. "Cosa? No! Aspetta ! Fermo!"

Con un gesto celere e teatrale, affondò la lama tra le costole della creaturina. Sentivo le ossa rompersi e l'ultima scintilla di vita spegnersi sopra di me.

"No!!!"

Volevo piangere, volevo morire. Perché dovevo assistere a tutto questo?

"BASTA SUONARE QUELLA CANZONE!"


Più il ritmo era forte e più la mia sete cresceva. Quale magia nera si nascondeva dietro gli strumenti che stavano suonando?

Un tepore liquido bagnò la mia dura pelle. E un rigagnolo di sangue colò fino a terra. Gli spettatori gridavano, acclamavano l'assassino accanto a me.

La mia mente era offuscata e i flauti stavano sostituendo ogni altro rumore nella ma testa.

"Ho sete! HO SETE!"

In quel momento capii. Acclamavano me, quello che per loro rappresentavo, non il loro Sacerdote. Assaporai il dolce e amaro succo della vita che aveva intriso il mio essere, e di colpo tutto divenne più limpido, più reale. Ero euforico, contento. Ma per cosa? Avevano massacrato un pargolo e acclamato il suo cadavere. Ma la mia sete era stata finalmente placata, e i tamburi smisero di suonare Volevo odiarmi. ma quella meravigliosa sensazione era... indescrivibile. Da quell'ora amai la mia sete e amai la melodia crescente che ormai era diventata parte di me.

Ah...quel sangue.... così puro e così innocente. Non ho mai avuto bisogno di sangue, ma capii che fino al giorno della cerimonia ero stato cieco. Il siero scarlatto che scorreva nelle fragili creature di carne era la mia vita. La mia vera vita. E quando la musica cessava e la sete era svanita, mi sentivo libero, vivo.

Il fantastico turbine di emozioni svanì dopo qualche ora. La gente mi aveva applaudito, io li avevo odiati ma comprendevo il mio errore. Dipendevo da loro come loro dipendevano da me.

Questa sera, al calare del Sole, un'altra messa della morte verrà celebrata.

Cos'è questo rumore? Perché mi sta venendo sete? "Oh...ma sono i tamburi..."


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