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Il condannato a morte

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Sono stato in carcere per oltre tre anni in Florida, non come un comune galeotto ma come guardia penitenziaria fino al Luglio del 1990. Sono stato anche sollevato dal mio incarico per... beh, finii in ospedale dopo un grosso trauma emotivo, secondo lo psichiatra dovevo chiedere immediatamente le dimissioni per riposarmi.

Era alto magro, con i capelli scuri e le sopracciglia folte, gli occhi vigili. Leggeva in continuazione, ed era anche abbastanza veloce, in genere prendeva due o tre libri a settimana dalla biblioteca penitenziaria. A volte, durante i turni di notte, rimaneva disteso sul letto a fissare il soffitto, al secondo giro lo trovavi davanti alla porta della cella a fissarti. Si chiamava Theodore ed era finito nel braccio della morte per omicidio.

Nell'89 quell'essere indefinibile morì. Io ero lì perché mi diedero l'incarico di presenziare all'esecuzione e quando finì di friggere mi sentii soddisfatto.

Quel giorno gli bagnai la fronte con la spugna. Guardava con attenzione tutte le nostre mosse, come se dovesse impararle. Quando lo legammo con le cinte attorno ai piedi e ai polsi, Nate gliele strinse così forte e con cattiveria che vidi le sue mani diventare blu e intorpidite. Mentre lo fissavamo all'Old Sparky, gli sussurrammo nelle orecchie non pochi insulti. Non disse comunque una parola, né fece un gesto. Il direttore abbassò la leva dell'alta tensione e lui sfrigolò come un pollo al forno. Mi sentii quasi sollevato a sapere che avevamo tolto di mezzo un malato di mente, quell'uomo non andava a genio neanche agli altri detenuti per quanto erano gravi le sue colpe.



Dopo pochi giorni, il penitenziario fu chiuso alle visite parentali per disinfestazione, ma ero comunque di turno, che ci fossero i topi o meno. Potevano anche esserci degli alieni ad infestare il carcere, qualcuno doveva comunque fare la ronda e assicurarsi che fossero tutti ai loro posti.

La cella di Ted era vuota, ancora non realizzavo, infatti aprii la gattaiola e spiai all'interno. Il letto rifatto, la stanza pulita, nessun oggetto del precedente inquilino era rimasto. Non mi mancava affatto il suo sguardo rapace, la sua presenza scomoda e inquietante, il suo modo di riflettere, di mettere insieme un discorso, di riavviarsi i capelli, di allacciarsi le scarpe. Non aveva niente di umano, a mio parere. Non c'era niente di... vivo in lui.

Passai noncurante di fronte ad altre porte metalliche, mi presi la libertà di fare tranquillamente il giro. Andai al piano sopraelevato a controllare anche quelli in piccionaia, sembrava tutto tranquillo. Scesi di nuovo dalla rampa opposta e mi trovai di fronte la porta di sicurezza dell'ala penitenziaria. Girai di nuovo, mancava ancora un'ora al termine del mio servizio quando voltandomi, sentii uno scricchiolio e vidi la porta 203 aprirsi. Mi si rizzarono i capelli sulla nuca e rimasi a fissare sbigottito quell'evento, posai una mano sulla fondina per darmi sicurezza e mi rivolsi al collega oltre l'inferriata di sicurezza che stava controllando i monitor del circuito chiuso.

"Gordon. Hey Gordon!"

Dormiva con le mani incrociate sull'addome. Maledetto stronzo, farò rapporto e ci puoi giurare, pensai.

Non c'era altro da fare che chiudere la porta, ed eventualmente crivellare di pallottole chi l'aveva aperta. Mi avvicinai con circospezione, tenendo sempre ferma la mano sull'arma aspettandomi il peggio, ma con tutto il cuore speravo fosse solo un caso. Arrivai praticamente davanti alla porta di cui vedevo il dorso metallico, appoggiai la mano sulla superficie fredda e la spinsi con forza per chiuderla, convincendomi che era solo una casualità. La porta si chiuse ma non del tutto ed io sobbalzai letteralmente, forse mi alzai di qualche centimetro da terra: il blocco della serratura era espulso, come se si fosse aperta senza che si schiudesse il pesante meccanismo. Senza accorgermene, in preda al panico, cominciai ad indietreggiare. Cercai la radio per comunicare l'anomalia, ma essendo sicuro che non vi fosse nulla da temere in fondo, non dissi nulla.



La porta rimase nella posizione in cui l'avevo lasciata ed io giacevo immobile nel mezzo della sala fiocamente illuminata a fissarla. Non accadde nulla, ma immaginai tutte le cose più terribili che potevano succedermi in quel momento e non riuscii a farmi forza in nessun modo dopo aver ampiamente fantasticato sulla questione. Allora estrassi l'arma apparentemente senza motivo e la puntai verso la porta, come se mi aspettassi di vedere qualcuno sgattaiolarne fuori, mantenni la posizione per tutto il tempo e mi irrigidii a tal punto che credevo di aver perso la capacità motoria. Il fatto era che stavo fissando la porta, intendo dire, la stavo guardando da lontano nella sua interezza aspettandomi di vederla muoversi, ma non era quello ciò che dovevo fare invece.

Mi sentii gelare il sangue quando mi accorsi che mentre mi concentravo sulla zona della cella, dalla gattaiola invece, sbucavano due occhi neri e baluginanti. Non so, credo di aver dato di matto in quel momento, infatti senza esitare premetti il grilletto dell'automatica emettendo tre colpi che andarono a conficcarsi nel dorso della porta socchiusa. Mi sentivo in pericolo e non sapevo come difendermi. Nello spazio di circa quindici secondi, voltai lo sguardo a destra e a sinistra per accertarmi di non avere nessuno a tiro, e quando mi rimisi in posizione frontale non vidi più la porta.

C'era Ted a circa due o tre metri da me.

Era alto come al solito, la solita barba rasata, i soliti occhi da folle. Solo che era morto.

Nel giro di mezzo secondo, senza smettere di puntargli l'arma, in qualche modo riuscì a piazzarsi a qualche centimetro da me e a posare le sue mani luride sulla mia faccia. Bruciavano come se stesse andando a fuoco, chiusi gli occhi ma la pressione delle sue dita sudicie non cessava, cominciai ad iperventilare e a singhiozzare, le sue mani mi si strinsero sul viso come una morsa. E lì vidi quello che voleva vedessi.



Una ragazza giovanissima su un letto, picchiata a sangue, con la bocca spalancata e selvaggiamente spezzata, profonde ferite su tutto il corpo, i seni straziati e la testa spaccata veniva orrendamente stuprata con un bastone di legno. Non sembrava dar segni di vita, il suo capo ciondolava tranquillamente su un lato mentre vedevo le mani e la doga di legno trafficare nel suo corpo esanime. Un'altra ragazza veniva picchiata senza sosta in un'auto, la strangolò premendole i pollici sulla trachea, scavandole nella gola; la picchiò anche dopo averla uccisa, dandole pugni sul viso e spingendola con forza sul vetro del lato passeggeri in modo che sbattesse la testa sulla superficie. La stuprò con un oggetto e ne mutilò il corpo.

Andò avanti così per non so quanto, e non so ancora definire e descrivere la sensazione di orrore che provai nel vedere quelle scene in prima persona, come se le stessi facendo io, mi sentii intrappolato in un coma allucinogeno, pieno di visioni orrende e strazianti. La mia mente era stata invasa dai suoi ricordi, le sue perversioni defluivano direttamente nelle mie vene. Provai un disgusto ed una rabbia tale mentre vedevo in continuazione quelle scene nauseanti, che tentai di urlare nella mia testa con tutta la forza che avevo. Lo stomaco indebolito mi faceva salire la bile, gli occhi si rovesciarono lasciando spazio solo al bianco, le tempie mi esplosero di dolore e mi sembrava di aver perso ogni contatto con la realtà. Quando rinvenni, non c'era Ted con me, vidi Gordon che tentava di chiamarmi o dirmi qualcosa. Ma non sentivo nulla. Ted, quello stronzo, mi aveva lasciato il suo ultimo biglietto da visita.

Ted bundy.jpg






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