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Non ci posso credere, ma è mai possibile che la gente creda a tutte le idiozie che si raccontano in giro?

Intendo quelle storie strane di alieni, mostri, spettri e fantasmi.

Come quando ci trovavamo tra amici al bar, finivamo sempre per parlare degli stessi argomenti: ragazze, calcio, oppure di avventure macabre.

Facevamo la gara a chi riusciva a impressionare di più con la sua storia, naturalmente rigorosamente spacciata per vera.

Come quando Franco raccontava quella strana avventura capitata a suo zio, che in una tarda sera d’estate tornando a casa in motorino – in quel periodo abitava in un cascinale fuori dal centro abitato, non molto lontano dal camposanto – si prese un mezzo colpo per lo spavento.

Giunto in prossimità del cimitero raccontò di aver visto in lontananza una strana foschia attraversare la strada e nello stesso momento di aver udito un gran botto provenire da una delle tombe. Atterrito, bloccato il ciclomotore, si accorse di una strana luminescenza, una specie di fiammella bluastra che s’innalzava fluttuante da una delle fosse.

Terrorizzato, cercò di ripartire, ma all’improvviso una grossa bestia nera come la pece gli si piantò davanti, latrando con i denti digrignati. I suoi occhi sanguigni erano enormi e luccicanti. Si fissarono per qualche interminabile istante, i muscoli tesi in una spasmodica attesa, fino a quando emesso un ultimo e terrificante ringhio con un incredibile balzo scomparve nella foschia.

Ma io non credo agli spiriti.

Antonio invece raccontava spesso l’assurdo fatto successogli nel periodo in cui prestava il servizio militare.

Narrava che al suo arrivo in caserma gli fu assegnata una branda in una stanza dell’infermeria, dove stranamente alloggiava una sola persona, un ufficiale medico molto strano, era magro, perennemente pallido e molto taciturno.

Dopo essersi sistemato, Antonio ricordava di aver passato parecchie notti insonni a causa di lievi ma continui brusii provenienti dalla branda del medico.

Nei giorni successivi ad Antonio sembrò molto strano che parecchi commilitoni gli chiedessero continuamente notizie sul suo compagno di stanza. Quel tizio era strano è vero, pensava Antonio, ma non era certo l’unica persona a parlare nel sonno.

Dopo la prima settimana di permanenza, ad Antonio cominciarono ad arrivare strane voci sul conto di Domenio, era questo l’inusuale  nome del suo compagno di stanza. Si mormorava che Domenio fosse una specie di medium e che avesse la facoltà di parlare con i morti.

Antonio non ci credeva, ma era piuttosto preoccupato per l’aspetto debilitato del suo taciturno compagno di stanza, sembrava quasi che qualche cosa gli succhiasse perennemente l’energia.

Una sera fece una terrificante scoperta. Rientrato tardi da una licenza, rimase incerto davanti alla porta della sua stanza, dalla quale provenivano parecchie e concitate voci.

Incredulo socchiuse la porta, un soffio gelido lo pervase dal basso e quello che vide nella penombra della stanza lo raggelò. Le voci erano inspiegabilmente cessate, Domenio era solo nella stanza, disteso e immobile, fluttuava sospeso nell’aria a venti centimetri dalla propria branda. Ripresosi dallo sbigottimento Antonio richiuse velocemente la porta e se la diede a gambe. Da quella notte si fece trasferire in un'altra camerata. In infermeria con Domenio non volle dormire più nessuno, fino a quando fu inspiegabilmente trasferito.

Ma io non credo agli spiriti. 

Raccontandoci queste storie a volte venivano un po’ i brividi, ma poi finivamo sempre col riderci sopra.

A essere sincero anche a me, dopo l’incidente, è capitato un fatto strano, ma non ho mai avuto il coraggio di raccontarlo a nessuno.

Ricordo perfettamente il botto di quello stupido fuori strada di ritorno da una festa. L’automobile che sbanda e che si capovolge in un fossato, che scorre a pochi chilometri da casa mia. Poi buio e silenzio, un lungo e irreale silenzio. Devo aver perso i sensi, perché per uno spazio temporale inquantificabile, non ricordo più nulla.

Ricordo invece di essere riuscito a stenti a uscire dalla macchina che si stava riempiendo di acqua. La vettura era distrutta, accidenti l‘ho scampata bella, per fortuna non sentivo alcun dolore. Quella notte, in cielo splendeva un’abbagliante luna piena, e tutto sommato tornando a piedi verso casa, distinguevo bene le sagome scure del filare di cipressi nel viale del cimitero. Forse però qualche botta devo averla presa, perché ad un certo punto mi sembrò di vedere in lontananza una sagoma che mi precedeva lenta e barcollante.

Non era la stazza di un adulto, era più bassa e minuta. Ricordo di essermi stropicciato gli occhi, ma la piccola sagoma era ancora lì, nella penombra davanti a me. Un po’ di sangue mi colava dal naso ma niente di grave, forse un colpo alla testa probabilmente contro il volante. Forse è stata un’allucinazione quello che ho visto. Immobile sotto la luce del lampione, posto all’entrata del cimitero, le sembianze di quella bambina.

Aveva i capelli biondi, ben pettinati e raccolti sotto un cerchietto rosso. Indossava un bell’abitino bianco, intonato con le calze a mezza gamba, bianche anche quelle, come le piccole scarpette. Insomma era tutta in bianco come le bambine quando fanno la prima comunione, tutto tranne il cerchietto, rosso.

Che strano è stata una situazione incomprensibile, ma ricordo di non aver avuto paura, gli sono passato lentamente davanti e lei sorridendo mi faceva delicatamente cenno di entrare. Ho accelerato il passo e sono tornato a casa di corsa senza più voltarmi indietro. Mi sono buttato sul letto confuso, incredulo e tanto stanco. Tutti dormivano.

La mattina dopo mi sono svegliato presto, volevo chiamare i miei per raccontargli l’accaduto ma stranamente quella mattina nessuno si era ancora alzato. Rammento di essere uscito con l’intenzione di andare a vedere la macchina, quel mattino il sole era strano, brillava di una luce intensa ma pallida. Il paese era deserto e regnava un silenzio ovattato.

Ripercorrendo il viale del cimitero, ripensavo alla bambina. Chissà... L’incidente, la fanciulla, forse era stato tutto un sogno. Sono entrato nel cimitero, i miei sensi percepivano solo lo scricchiolio dei mie passi sulla ghiaia bianca e una tenue brezza che mi accarezzava il viso. Con timore mi sono guardato intorno, ma come pensavo nel camposanto, non c’era nessuno.

È stato quel lampo colorato ad attirare la mia attenzione, un raggio di sole riflesso in quel cerchietto rosso. Il ferma capelli era delicatamente appoggiato sulla testa di un angioletto di marmo bianco. Di fronte alla pietra tombale mi si è gelato il sangue.

Ho letto le scritte con lacrime agli occhi: il nome, le date, la fotografia.

Mio Dio quella era la mia fotografia, quello era il mio nome.

Ma io non credo agli spiriti. 

CERCHIETTO











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