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Sono passati quasi 4 anni da quell'evento inspiegabile che mi ha sconvolto l'esistenza.

Io sono sempre stato una persona fortemente credente in tutto ciò che è definito "razionale" e provato dalla scienza. Sì, lo sono sempre stato, sino a quel giorno...

La data, se ben ricordo, era il 28 ottobre 2016, un venerdì. Era una giornata cupa: le nuvole coprivano il cielo e tirava un forte vento che trascinava via con sé le defunte foglie degli alberi morenti d'autunno lungo le vie della mia cittadina, mentre s'appressava un rossastro crepuscolo.

Dopo la solita giornata di lavoro, tornai a casa. Sulla veranda vi trovai una lettera senza nome. Riconobbi, però, la calligrafia: era del mio vecchio amico Tom. Una volta aperta, incomprensibili furono le parole che vi trovai all'interno: "Ngifuna afe"... Non sapendo che razza di lingua fosse. Sperai di chiederlo a Tom quando l'avrei incontrato la sera stessa al centro commerciale locale, dove eravamo soliti incontrarci ogni venerdì sera.

Era davvero strano, perché Tom è sempre stato molto "esauriente" ed esplicativo in tutte le lettere inviatemi nel corso degli anni. Ma questa non riuscivo proprio a comprenderla, senza parlare poi della calligrafia tremante...

Alle 17:30 circa incontrai Tom ad un bar del centro commerciale. La sua reazione alle parole della lettera mi risultò sconcertante: mi rise in faccia dicendo che era uno scherzo preparato da me e che non ha mai scritto una cosa del genere. Perciò, quella lettera non l'aveva scritta lui.

Ma chi, dunque? Era uno scherzo di qualcuno che conoscevamo entrambi, forse? Tom analizzò bene la calligrafia nella lettera, constatando che, in effetti, era proprio la sua. Fu qui che il suo sorriso gli scomparve dalle labbra. D'improvviso, Tom parve inspiegabilmente preoccupato e impallidì. Iniziò a guardarsi intorno, come fosse caduto in una sorta di paranoia... Come se qualcuno stesse complottando verso la sua persona. Non lo riconoscevo più. Non si è mai comportato in un modo simile da quando c'eravamo conosciuti.

A quel punto, Tom si alzò dal nostro tavolo dicendomi che doveva andare urgentemente in bagno. Siccome quello del bar era fuori uso, si recò nei bagni del centro commerciale che stavano proprio davanti a noi, in un angolo piuttosto isolato e tetro, dove non passava praticamente nessuno e in cui vi erano diversi negozi dalle entrate sprangate. Così, lo attesi al bar...

Il tempo passò. Tom non tornava da circa un quarto d'ora. L'avrei visto comunque se fosse uscito. Iniziai a preoccuparmi per lui, così mi alzai e andai verso i bagni.

Per giungere ai bagni, c'era un lungo corridoio scarsamente illuminato da una lampada dalla luce fiocca e fredda. Sul lato sinistro di esso c'era la porta dei bagni. Il resto del corridoio era un vicolo cieco che terminava con un vecchio ascensore in disuso.

Entrai nei bagni. Non c'era anima viva. A stento riuscii a credere a tutto ciò, ma Tom sembrava essersi misteriosamente volatilizzato nel nulla. Anche volendo, non sarebbe potuto uscire da eventuali finestre, perché i bagni non ce le avevano. Non avevano nessun altro passaggio mediante il quale giungere altrove. Per sicurezza, diedi un'occhiata anche nel bagno delle donne, scrutando l'area da cima a fondo. A questo punto, colto da una certa angoscia, presi in mano il cellulare per contattare Tom. Provai e riprovai un'infinità di volte, ma Tom non rispondeva, anche se il suo cellulare stava squillando, da qualche parte, ma io non riuscivo a sentirlo.

Niente. Assolutamente niente. Tom si era dissolto nel vuoto...

Una goccia di sudore gelido mi attraversò la colonna vertebrale quando, dalla mia tasca, tirai fuori la lettera per darle nuovamente un'occhiata; dentro, la frase era sparita e sostituita da un'inspiegabile macchia di sangue...

Di punto in bianco, il mondo mi parve impazzito.

Ero disperato. Chiamai la polizia e presto i curiosi si radunarono nel luogo della sparizione. Scoprii che c'era una telecamera all'inizio del corridoio che riprendeva l'entrata dei bagni. Dai nastri, la polizia constatò che Tom fu ripreso mentre entrava nei bagni, ma anche dopo diverse ore di registrazione, da quei bagni non uscì più nessuno. L'unico che passò di lì ero io, nella più nera disperazione...

Qualche giorno dopo la scomparsa del mio vecchio amico, tentai di informarmi su quella frase scritta nella lettera. Me la ricordai; "Ngifuna afe". La digitai su un traduttore in Internet, scoprendo che era in lingua zulu, e questo fu ciò che saltò fuori: "Voglio morire"...

Non capivo. Tentai di trovare una logica spiegazione a tutto ciò, ma nulla poteva concretizzare il fatto che Tom volesse suicidarsi, dal momento che è sempre stato una persona assai solare e mai incline a pensieri autodistruttivi. E anche se si fosse davvero suicidato, in quel bagno non ne rimase alcuna traccia.

I telegiornali e i social network, nei mesi e negli anni successivi, ne dibatterono in lungo e in largo sulla sparizione di Tom.

Ed ora arriviamo ad oggi.

Stamattina, 25 settembre 2020, verso le 6:00, ho sentito qualcuno che, con una certa violenza, batteva continuamente alla porta di casa mia. Scesi giù in salotto e aprii la porta d'entrata. Non vidi nessuno. Uscii in giardino per dare un'occhiata, ma non c'era anima viva. C'era solo un forte vento urlante.

Non avevo, però, notato una lettera giusto sotto la porta d'entrata. La presi. Mi accorsi che anche questa lettera era senza nome, proprio come quella che ricevetti circa 4 anni fa, il giorno in cui Tom scomparve.

Al suo interno, queste parole; "Emkhubeni kuyinto waphetha", ossia "Il rito è concluso". E subito sotto a queste parole, un indirizzo: "696, Lam Street".

Era solo ad alcuni isolati dalla mia via. Ansioso di scoprire cosa mi attendesse a quell'indirizzo, mi affrettai per raggiungerlo. Vi trovai un rudere di una vecchia casa bruciata da un incendio avvenuto un paio di mesi fa.

Qualcosa mi diceva che dovevo indagare al suo interno, così entrai. Trovai un'apertura nel basamento della casa che portava al seminterrato. Scesi la scala. Era buio, ma col cellulare riuscii a scrutare la stanza. Il seminterrato era allagato sino all'altezza delle mie caviglie.

Faceva molto freddo e sentivo come dei sinistri gemiti di dolore provenire da una porta di ferro arrugginita...

Ancora non posso credere a ciò che ho trovato dietro a quella porta... Una vasca da bagno con dentro dell'acqua molto scura. Qualcosa mi attirò, fino a quando, scrutando meglio l'interno della vasca, vi ritrovai un cadavere in avanzato stato di decomposizione.

Il suo volto... Il suo volto, per quanto fosse consumato dalla decomposizione, mi sembrava spaventosamente familiare. Mi accorsi di conoscere quella persona...

Era lui... Avevo ritrovato Tom.

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