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"Io sono Yuuth'moll, Tenebra e Divinità" (da iscrizione su effige).

Mi è difficile trovare le giuste parole per raccontare ciò che ho visto e mettere in guardia i posteri. Chiunque troverà questo scritto e leggerà queste righe cariche di terrore probabilmente non darà fede a quanto segue, ma io lascio, comunque, questo messaggio come avvertimento per chi verrà dopo di me.

Venni assegnato per l’esplorazione del pianeta KN-304 situato nel lontano Braccio di Perseo. Il mondo, roccioso, sulla cui superficie si aprono enormi distese di sabbia, danza tranquillo intorno ad una borbottante gigante rossa e ad una più quiete nana bianca: un sistema stabile, in perfetto equilibrio, se si tiene conto che appena fuori da esso incombe un colossale e sinistro buco nero, soprannominato dagli astronomi, non certo senza un accenno di malizia, col nome di Belial, esattamente come il “falso dio”, signore delle tenebre, demone della religione ebraica.

Quando giunsi sulla superficie del caldo pianeta constatai che la percentuale di ossigeno nell'atmosfera era troppo bassa per permettere ad un umano di girare senza casco per più di cinque ore. Stabilito un campo base in una zona sufficientemente riparata, capace di proteggere la mia struttura da eventuali tempeste di sabbia, mi avventurai, come un bambino che scopre la realtà intorno a se, per quel pianeta inesplorato. Varie volte spostai il mio rifugio, aiutato dai robot polivalenti che la Compagnia mi aveva affidato, e altrettante volte inviai delle sonde per le meditanti colline di questo caldo mondo. Le analisi del suolo e le varie spedizioni mi facevano sempre più capire che KN-304, anche se non era perfetto o bello alla vista come la Terra, tutto sommato era un luogo sufficientemente adatto per ospitare forme di vita per come le conoscevamo noi – certamente prettamente terrestri. Tuttavia, nonostante questo pianeta gemello rispondesse in modo tecnicamente positivo ai requisiti minimi di “terra abitabile” imposti della spedizione, vi era qualcosa che mi turbava terribilmente.

Il ventiquattresimo giorno, verso sera, ricevetti un misterioso segnale da una delle sonde: ad un centinaio di chilometri dal campo base era stata individuata quella che sembrava una struttura artificiale. Preso l’equipaggiamento necessario, mi diressi, scortato da uno dei robot – come se una macchina potesse rassicurarmi tanto quanto un volto umano -, verso il luogo da cui proveniva il segnale. Percorsi un tratto molto singolare; scorsi, infatti, verso est, quella che sembrava una sorta di strada nella sabbia e, con grande sorpresa, constatai che quel corridoio nel deserto conduceva esattamente nella direzione in cui mi stavo appropinquando.

Appena superai una grossa duna di sabbia che m'impediva di vedere oltre, a mille metri dal punto da cui giungeva il segnale, mi trovai innanzi ad un’alta montagna, sul versante della quale, in un'enorme spaccatura, mi parve di vedere quello che sembrava una specie di antico tempio scavato nella roccia. Subito avvertii una sensazione di paura oscura e latente provenire dal profondo del mio inconscio. Il sentimento di irrequietezza che avevo provato nei giorni passati si fece più vivido e forte, facendomi fermare sotto il sole calante per diversi minuti. Ma la curiosità, incoraggiata da un forse inopportuno senso del dovere, mi convinse a proseguire. Per giungere alla struttura, sopraelevata, vi era una lunga scalinata in pietra rovinata ed erosa. Non con poca difficoltà riuscii a salire quei grezzi scalini, rischiando più di una volta ma evitando, grazie all'aiuto del robot, di inciampare e finire a valle.

Dopo un'ora e mezzo di fatica, impedito dalla tuta da astronauta che mi rallentava incredibilmente la salita, giunsi al terrazzamento da cui proveniva il segnale. Ciò che si palesava davanti ai miei occhi mi lasciò senza fiato: in una spaccatura nella montagna era stata costruita la monumentale facciata di quello che sembrava un antichissimo luogo di culto. La struttura ricordava, per forma e per decorazioni, la gigantesca tomba della Valle dei Re, ma, naturalmente, emanava un'aura di un passato cento volte più lontano, più remoto, rispetto ad essa. Ciò che mi colpì, ad una prima vista, furono quattro grandi statue di altrettante figure antropomorfe, chiaramente non umane, sedute su troni di pietra e immortalate mentre reggevano in mano alcuni singolari oggetti e curiosi simboli che non avevo mai visto, riconducibili forse solo all'antica arte sumera o precolombiana.

La felicità e l’eccitazione di quella scoperta - il ritrovamento di un monumento alieno, la prova evidente e inconfutabile che l’Universo era popolato da altre specie intelligenti – sarebbero dovute essere le emozioni principali in quel momento, tuttavia non fu così: l'inquietudine andava aumentando mano a mano che posavo gli occhi sui bassorilievi che incorniciavano la facciata del tempio. Con grande orrore notai scene di orrendi sacrifici e di empi riti, durante i quali presiedevano figure bestiali, in onore di quella che sembrava una raccapricciante creatura d’incubo, dal corpo minuto, scheletrico e ridondante di arti e da una testa spaventosamente grande dalla quale si diramavano sette lunghi tentacoli.

Il sole principale era ormai calato e la pallida luce della lontana nana bianca non bastava per illuminare chiaramente tutto ciò che mi circondava, anzi, il chiarore argentato dato dal secondo sole rendeva tutto più inquietante e pareva capace di animare quelle orribili figure di pietra sulle quali si stagliava. Le opzioni erano due a quel punto: entrare nel tempio e rifugiarsi lì dentro oppure tentare di tornare al campo rischiando di rompersi l’osso del collo durante la discesa e, in caso di riuscita di quest’ultima, correre il rischio di incappare in una tempesta di sabbia.

Fu mentre riflettevo sul da farsi – e sinceramente ero più propenso a fracassarmi il cranio che stare nei pressi di quel luogo blasfemo – che il robot ebbe un sussulto e si avviò spedito dentro al tempio. Inutili furono i miei sforzi di richiamare indietro quell'IA impazzita e così, dopo essermi fatto coraggio, mi inoltrai, pure io, dentro l'antica struttura.

L’oscurità era totale all'interno del tempio e dovetti aumentare la luminosità della mia pila per illuminare un'area grande a sufficienza da non farmi incappare in qualche pericolo. Sulle pareti, fredde e dimenticate, vi erano dipinti e geroglifici ormai quasi scoloriti; ciononostante quei disegni così bizzarri mi arrecavano un senso d’ansia crescente, il quale culminò con l’entrata nella sala successiva. Quello che vidi mi terrorizzò a morte: ai lati della seconda sala, che poteva essere classificata più come un corridoio, vi erano decine e decine di nicchie popolate dai resti mummificati di orribili alieni antropomorfi, gli stessi rappresentati dalle statue. Corsi come un forsennato fino a che non uscii da quello stretto passaggio e per poco non morii d’infarto quando mi scontrai col corpo metallico del robot fuggiasco.

Subito presi a ringraziare il cielo e implorai ripetutamente all'IA di guidarmi fuori da quella tomba maledetta, fino al campo base; ed invece, quella sembrava non ascoltarmi, ma, anzi, continuava a ripetere serie di numeri o parole senza senso e lentamente scannerizzava la zona: non credo minimamente che quel comportamento rientrasse nel protocollo impostato dalla Compagnia. La cosa, infatti, mi angosciò terribilmente tanto che incominciai ad assestare diversi calci sul case di quel dannato pezzo di ferraglia, il quale, per tutta risposta continuò ad ignorarmi, proseguendo nella sua folle ricerca di chissà cosa.

Ed ecco che, dopo una decina di minuti, il robot si fermò davanti ad una statua dalle fattezze bestiali. La bianca luce emessa dalla sua torcia illuminò una piccola effige tra le mani della scultura; ciò che vi era rappresentato non era altro che la creatura demoniaca dalla testa tentacolata vista poco prima nel bassorilievo. Probabilmente, pensai, si trattava della divinità a cui era dedicato il tempio. Più la fissavo però, più avvertivo una sensazione che non mi piaceva, ma allo stesso tempo ero attirato da essa e dal pensiero di aver trovato qualcosa da portare via da quell'empia tomba.

Dopo alcuni momenti d’esitazione, allungai le mani e afferrai l’effige. Come la mia pelle venne a contatto con quell’antica opera di pietra, subito, sentii i sensi affievolirsi e la vista annebbiarsi. Poi, come se venisse da dentro di me, nella mia mente si fece strada una visione rivelatrice: il pianeta sul quale mi trovavo era ancora ricoperto dal verde e da grandi distese d’acqua; sembrava tutto tranquillo, gli abitanti iniziavano a costruire le prime città e scorsi addirittura il tempio nel quale mi trovavo. Ad un tratto, però, avvertii una cantilena ripetuta; molte voci mormoravano un empio nome: Yuuth'moll. Subito, dall'oscurità del buco nero, emerse la blasfema creatura rappresentata nell'effige. Essa si muoveva terribilmente, spettrale nelle tenebre del cosmo, facendo vibrare i suoi sette tentacoli. Quando fu abbastanza vicina al pianeta, lo avvolse lentamente nella sua stretta. Poi, tutto divenne buio.

Quando mi svegliai mi ritrovai al campo base.

Cercai più e più volte quel tempio maledetto ma di esso non trovai mai traccia. Che mi sia sognato tutto quanto? Il segnale, la montagna dai i mille scalini, il tempio con le sue orribili mummie, l’effige demoniaca e la nera visione: possibile che sia stata soltanto la mia immaginazione? Come ho detto, non ho prove per dimostrare ciò che ho visto, ma è mio desiderio avvertire chi verrà qui in futuro: questo pianeta è legato a qualcosa di terribile e sconosciuto, più antico della Terra e delle stelle stesse.

Per quanto riguarda me, continuerò nella mia ricerca e, se non troverò nulla, lascerò questo orribile posto. Da qualche giorno, comunque, ho preso a disegnare, quasi inconsapevolmente, ciò che vidi sull'effige maledetta; è strano che io ricordi così lucidamente i tratti di quell'opera nel caso l’abbia vista solo in sogno. Stamattina inoltre ho registrato delle lievi anomalie provenire da Belial, ma nulla di preoccupante, credo: mi vengono i brividi al sol pensiero che possa esserci qualcosa nascosto tra le tenebre del buco nero.

Ma il fatto che mi lascia più perplesso di questa vicenda è che il robot, quello che mi avrebbe accompagnato nell’esplorazione, certe notti dà di matto e incomincia a ripetere serie di numeri e parole senza senso. E fra tutte quei gorgoglii e blaterii sinistri mi sembra di scorgere un nero nome: Yuuth'moll.


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