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Mentre camminavo lentamente attraverso un lungo e buio corridoio, i ricordi di quel tremendo avvenimento continuavano a riaffiorare nella mia mente. Non volevo pensare a quei momenti ma sembrava quasi che ciò non dipendesse dalla mia volontà, poiché più cercavo di pensare ad altro, più quei ricordi diventavano vividi.


Era un caldo giorno d'estate e i miei figli mi convinsero a portarli fuori città per una giornata di campeggio all'aria aperta. Accettai poiché non volevo deluderli per l'ennesima volta dopo non essermi presentato nemmeno alle partite di calcetto di John, a causa del mio stressante lavoro (e anche un po' per pigrizia).



John e Katy impazzirono letteralmente dalla gioia (sarebbe stata la nostra prima gita assieme fuori città) e contattarono subito i loro cugini e qualche amico per invitarli ad unirsi a noi. Il giorno dopo eravamo pronti per partire. Feci salire sul pulmino, che avevo affittato per l'occasione, una trentina di bambini e partimmo per una piccola radura oltre il laghetto che si trovava a circa due chilometri di distanza dalla periferia della città. Per arrivare al laghetto bisognava, però, attraversare un piccolo ponte in pietra... Un maledettissimo ponte in pietra.



Quando arrivammo dinanzi al ponte, i canti e le urla dei bambini euforici iniziarono a martellarmi la testa e forse un po' a causa loro e un po' a causa del caldo, persi il controllo della vettura e precipitammo dal ponte alto dieci metri. Il volo parve durare un'eternità ma non feci neppure in tempo a cercare con lo sguardo i miei due figli che svenni per il forte impatto.


Quando mi risvegliai mi accorsi di avere una gamba dolorante ed entrambe le braccia rotte ma ciò che mi fece scoppiare in un lungo pianto fu la visione dei corpi di tutti quei bambini morti. Accanto a me c'era una delle tre figlie di mia sorella che aveva la testa completamente aperta a metà con il sangue che continuava a cadere lungo il suo volto. Quella visione infernale mi diede la nausea e dopo aver visto i miei due figli iniziai a vomitare. John aveva un braccio rotto e l'altro pieno di schegge di vetro di un finestrino, una gamba ricoperta di sangue e il volto sfigurato dall'impatto frontale. Katy era ridotta peggio: i suoi capelli erano di colore rossastro per la ferita al cranio e non aveva più una gamba, era stata molto probabilmente tagliata di netto da un vetro rotto. Preso dalla disperazione urlai a pieni polmoni e attesi invano per alcuni secondi una risposta... Erano tutti morti tranne me.


Provai a poggiare una mano a terra nel tentativo di rialzarmi ma non riuscii a tenerla in quella posizione per un paio di secondi che un forte dolore, simile ad un lampo, attraversò tutto il braccio. Lanciai un secondo urlo, più forte del primo, e proprio in quel momento mi accorsi che qualcuno era in piedi tra i rottami. I miei occhi non riuscivano a mettere bene a fuoco quella figura e dovetti aspettare che si avvicinasse. Lo fece molto lentamente e pensai, così, che si trattasse di un bambino sopravvissuto che tentava di avvicinarsi a me ma, quando mi fu abbastanza vicino per osservarlo, mi accorsi che non era un bambino, bensì un uomo adulto. Era molto alto, decisamente più di quanto lo ero io, ed indossava un completo da cerimonia nero con una cravatta rosso sangue che spiccava tra le pieghe della sua giacca. Lo guardai in viso e mi accorsi che aveva qualcosa che non andava, era completamente rosso con delle labbra di colore ancor più scuro, il naso era deforme e gli occhi erano anch'essi di colore rosso, erano spiritati. Preso dal terrore cercai ancora una volta di rialzarmi per scappare via ma l'esito fu lo stesso del primo tentativo e così mi limitai ad accettare il mio destino.



-Non devi aver paura- mi disse -Sono qui per proporti un accordo.

Non riuscii a capire cosa volesse significare quella frase in una situazione del genere e l'essere, vedendo la mia faccia perplessa, continuò a parlare.

-Purtroppo questi bambini sono tutti morti- disse indicandoli.

Le lacrime ricominciarono di nuovo a scorrere lungo il mio viso.

-Però c'è ancora qualcosa che puoi fare per loro, devi solo firmare un patto.

Mi porse un foglio e lo lessi. Ero un po' titubante ma accettai, non avevo altra scelta.


Da quel momento in poi diventai un demone incaricato dell'assassinio di bambini innocenti per conto del diavolo. Uno per ogni ragazzino che Satana aveva salvato. Venni dimenticato dal mondo, persino dai miei figli per diventare quello che tutt'ora sono.



Finalmente quei brutti ricordi svanirono dalla mia mente e ritornai alla realtà. Continuavo a camminare lungo il buio corridoio con le pareti tappezzate di foto. Alcune di esse mostravano un bambino di pochi anni, magro e alto, che sorrideva verso la fotocamera.



Sentivo il suo odore, riuscivo a fiutarlo...



Il corridoio era talmente buio che a stento riuscii ad arrivare alla sua estremità ed aprire una porta alla mia destra.



La camera era leggermente illuminata da una piccola lampada su di un comodino. La luce mi mostrò un piccolo letto. Il letto di un bambino.



Osservai per qualche secondo il bambino nel letto e mi parve per un attimo che si fosse accorto della mia presenza. Un bambino così giovane... Così bello.



Non potevo lasciarmi prendere dai sentimenti. È il patto che mi obbliga... Se solo non lo avessi firmato, oggi sarei ancora un uomo normale, ma dovevo farlo, dovevo farlo per i miei figli ed i loro cugini e amici. Voi cosa avreste fatto al mio posto vedendo i propri figli morire senza poter far nulla per salvarli?



Era troppo tardi.



Presi il bambino per i capelli e toccai con una delle mie sporche e lunghe unghie il suo candido collo. Con un gesto fulmineo lo sgozzai per non fargli provare dolore e subito un fiotto di sangue sporcò il lettino e le mie zampe. Adagiai lentamente il cadavere sul letto poggiando accanto ad esso la testa mozzata e sistemai le coperte all'altezza delle spalle, come ne non fosse successo niente. Nel mentre una lacrima scese dal mio viso di mostro.


Andai nel bagno della casa e mi lavai il viso e le zampe. Guardandomi allo specchio notai, per l'ennesima volta, ciò che ero diventato: il mio volto era simile a quello di un lupo mannaro con lunghi peli neri che ricoprivano quasi interamente il viso, solamente gli occhi gialli erano visibili.



Uscii da quella abitazione e osservai la lista. Era comparso un nuovo nome: il ventisettesimo. Mancano solo altri quattro bambini ma non so nemmeno io cosa accadrà dopo.

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