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2 settembre 1897

Da tre giorni non sappiamo dove ci troviamo, da quando la goletta Minerva è entrata in questo ban
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co di nebbia al largo dello Stretto di Gibilterra. È una nebbia strana, come nessuno di noi ne ha mai vedute, e siamo un equipaggio con anni di esperienza in ogni mare del mondo: non so esattamente cosa renda questa bruma diversa dalle altre, la mia è solo una sgradevole sensazione che mi sovrasta lo stomaco e mi rende inquieto, nervoso e irritabile. L’equipaggio non sembra in balia di umore migliore del mio e temo che qualcuno dei marinai perda la testa. Devo fare di tutto per mantenere il controllo a bordo. È solo nebbia, si alzerà, e allora scorderemo tutti questa brutta avventura.


5 settembre.

La nebbia permane su di noi come, che Dio mi perdoni, come un sudario. È così fitta che riesce persino a smorzare la luce del sole, così densa che sembra incollarsi allo scafo della nave. Gli uomini cominciano a essere spaventati: sono superstiziosi, come tutti i marinai, e credo che molti di loro pensino che se ci troviamo in questo guaio la colpa sia da imputare a Olson, il nostromo. Poco prima che questa nebbia dannata ci inghiottisse, infatti, Olson ha compiuto un atto che non ha invero suscitato le simpatie della ciurma, che già lo trovava odioso e arrogante: eravamo infatti seguiti da un gruppetto di delfini che con i loro guizzi e salti tenevano alto il morale di tutti. Il più vecchio di noi, il cuoco Krios, ci disse che i delfini recavano fortuna alle navi e più se ne vedevano durante la traversata più buono sarebbe stato il viaggio e il suo esito. Ma se quelle giocose creature del mare ispiravano a tutti noi conforto e simpatia, non altrettanto accadeva con Olson, il quale accorse sul ponte brandendo un arpione e lo scagliò contro una delle bestiole. Da ex baleniere, centrò in pieno il suo bersaglio, trapassandogli il fianco. Tutto successe così all’improvviso e fu tanto scioccante che per un po’ nessuno riuscì a dire o fare nulla, salvo Olson, che se la rideva di gusto e si vantava della sua mira. Dopo, ebbi un bel daffare per dissuadere la ciurma dal gettarlo in mare e nella mia cabina lo rimproverai aspramente per la sua condotta, ma ho idea che nessuna delle mie parole gli abbia smosso l’animo di un solo centimetro verso il pentimento, lo intuii dal modo sprezzante con il quale mi guardava. Uomo rude, questo Olson, grosso come un orso e altrettanto lanoso. Non credo nelle leggende e nelle superstizioni marinare, ma la sera stessa i primi veli di nebbia vennero a offuscare il cielo stellato. 



6 settembre.

La nebbia si è fatta ancora più fitta, tanto che ora persino la punta degli alberi si offusca, e a fatica si riesce a vedere il mare sporgendosi dal parapetto. Ericson è corso da me, sconvolto, mostrandomi la bussola e quel che ho visto mi ha fatto provare un vuoto allo stomaco: l’ago vorticava impazzito prima in una direzione e poi nell’altra. Ho cercato di mostrarmi sicuro per infondere un po’ di coraggio nella ciurma, ma come posso riuscirvi se io stesso comincio a sentire la gelida morsa della paura e dell’ignoto? Qualcuno degli uomini gira armato e scruta la nebbia come se temesse che qualcosa potesse emergerne; i marinai svolgono le loro mansioni con il nervosismo negli occhi, mormorando preghiere e tenendo le loro bibbie a portata di mano accarezzandone le logore pagine gonfie di salmastra umidità per trarne un conforto che, ne sono certo, non arriva. 

La notte non riesco a dormire. Faccio strani sogni, sogni che non riesco a ricordare una volta sveglio, ma che mi lasciano una brutta sensazione. Ho fatto un giro sul ponte e la bruma smorzava il chiarore della lanterna. Fa freddo, un gelo che sembra volermi aggredire. Poi ho udito quel suono, quel verso stridulo, echeggiante e spettrale che mi ha indotto a farmi il segno della croce. Corso nella mia cabina, ho aperto la bibbia di mio padre e ho recitato il Padre Nostro fino a che un poco di coraggio non mi ha scaldato le vene. Subito non ho riconosciuto quel suono terrificante, ma ora credo di sapere cosa sia. Era il verso di un delfino. 


7 settembre.

Due marinai sono scomparsi. Non li troviamo più da nessuna parte, anche se abbiamo frugato la goletta da cima a fondo. Ora la ciurma è in preda a un panico che non conosce nome e tutti accusano Olson di essere la cagione delle nostre sventure, in particolar modo il nostro cuoco greco Krios, che più di tutti è rimasto sconvolto dall’uccisione del delfino. Dice che uccidere uno di quegli animali è un atto talmente grave da attirare l’ira di Dio sulla nave, che viene così maledetta. Ancora una volta, ricacciando indietro la paura, ho provato a mettere pace negli animi affinché non ne derivasse qualcosa di tragico, ma ammetto che pure io sto iniziando a prestare fede a questa storia. Al tramonto tre marinai sono accorsi, bianchi come cadaveri. Qualcosa nella nebbia, qualcosa nella nebbia, dicevano sconvolti. Siamo saliti tutti in coperta, cercando di scorgere qualcosa, ma era del tutto impossibile e i tre non sono stati capaci di descrivere quel che avevano visto poco prima. 

Ho provato a dormire e come sempre mi sono destato in uno stato d’ansia nel cuore della notte. Ho cercato di calmarmi e mentre accarezzavo la bibbia ecco che ho udito di nuovo quel suono, quella sorta di stridula, schioccante risata diabolica. Oh, mio Signore, mio Signore, vorrei che tutto questo fosse ancora uno dei miei incubi!


8 settembre.

Sono stato destato dalla ciurma: erano tutti così fuori di sé che ho temuto fossero impazziti. Parlavano tutti insieme in tono concitato, al punto che ho dovuto urlare a pieni polmoni affinché si zittissero. Piangevano, madre di Dio! Uomini fatti, muscolosi e forti che singhiozzavano come bambini! Cosa può ridurre una persona in quello stato? 

Uno di loro, il quartiermastro, è riuscito a spiegare il motivo di tanta agitazione: stavolta gli scomparsi sono tre, volatilizzati, come se la bruma li avesse inghiottiti nella sue viscere fumose. Ormai il panico è irrefrenabile e nemmeno io ne sono immune. Ho paura. Una cosa del genere esula qualunque mia esperienza in mare o in terra, esula ogni mia logica. Anche Olson, che si è sempre mostrato smargiasso e beffardo, adesso è pallido sotto la barba nera e nelle sue grosse mani callose tiene stretto un rosario. Non nego che vedere il terrore dipinto sul suo volto mi conforta e soddisfa, malgrado sia un pensiero poco cristiano. La ciurma ormai lo evita come se portasse un morbo letale e io non faccio nulla per condannare tale comportamento. 

Stanotte abbiamo tutti svolto il nostro turno di guardia armati, anche se il buio e la nebbia hanno reso praticamente inutili le lanterne. Mentre ero di guardia con Lewis, il quartiermastro, ho avuto la sensazione che qualcosa mi spiasse da dietro la bruma come da dietro un velo. 

L’alone di luce delle lanterne rivelava strani movimenti, tanto rapidi e discreti, ai margini del mio campo visivo, che mi era impossibile dire se fossero reali o solo immaginati. Ma le mie orecchie udirono benissimo il verso che ormai da diverse notti mi provocava un insondabile terrore. Presto, corsi da Lewis e mi paralizzai vedendolo in piedi sul parapetto, la faccia rivolta alla nebbia. Lo vidi per uno o due istanti poi qualcosa lo prese e scomparve. Annichilito dall’orrore, attesi di sentire il tonfo del corpo che cadeva in mare, ma quel tonfo non ci fu mai. 


9 settembre.

Non so dove trovo la forza di scrivere questo diario dopo quel che è successo oggi, forse dalla speranza che l’incubo potrebbe aver trovato una sua fine, se Dio vuole! Dopo la scomparsa del quartiermastro, era palese che qualunque cosa ci braccasse nella bruma voleva prenderci uno per uno, portarci chissà dove, forse all’inferno o forse in un limbo ancora peggiore. Krios il cuoco venne da me in cabina: è un ometto basso e tozzo come tutti coloro che abitano il bacino mediterraneo, eppure è quello che più di tutti sembra far fronte alla situazione. Mi disse che forse esisteva un sistema per scongiurare la maledizione e me lo espose. Il fatto che accettai quasi subito di metterlo in pratica è chiaro sintomo della mia disperazione, della mia voglia di vivere, di ritornare a casa mia, in Inghilterra, dove mia moglie e i miei due figli mi attendono. Signore, perdonami. Perdona tutti noi! Prometto che mai, mai più metterò piede su una nave, se acconsentirai a farmi tornare a casa!

È notte, sono passate diverse ore da quando abbiamo circondato Olson, che se ne stava solo a poppa, sgranando il rosario. Lo chiamai per nome e lui si voltò dopo qualche istante, il faccione pallido e depresso. Ci guardò con espressione interrogativa poi sgranò gli occhi ed esclamò: <<Buon Dio, no! Non è stata colpa mia! Non lo sapevo, giuro che non lo sapevo!>> Ma le sue suppliche non ci commossero e gli saltammo addosso in gruppo, come iene su una mucca ferita. Olson era grande e forte, ma noi eravamo mossi da un potere più grande ancora e più forte ancora. Lo abbiamo sopraffatto dopo una lotta di qualche minuto, chiudendo l’orecchio ai suoi pianti disperati e alle sue suppliche. Riuscimmo non so come a trascinarlo verso l’albero maestro e ve lo legammo stretto con le corde. Campassi cento anni mai scorderò il modo in cui piangeva e supplicava e si contorceva contro il palo: forse è così che si comporta un’anima mentre i diavoli la tirano verso la porta dell’inferno. Continuò a urlare per ore, mentre noi stavamo rintanati sottocoperta a pregare, a sentirci assassini, e in un certo modo a godere di questo nostro atto di cattiveria. 

Poi arrivò quel verso, la risata schioccante, e Olson … Dio del cielo, neanche posso definire urla quelle che emise. Ci tappammo le orecchie, ma fu inutile. Grazie a Dio non durò molto e quando, dopo un’ora o più, decidemmo di salire sul ponte, Olson non c’era più e le corde con cui lo avevamo legato giacevano attorno all’albero maestro. Fui l’unico abbastanza coraggioso da avvicinarmi e quindi potei vedere la chiazza d’acqua che le infradiciava, e pure i festoni di alghe morte che esalavano odore marino a tal punto disgustoso che mi si torse lo stomaco. Qualunque cosa si fosse portata via Olson è provenuta dagli abissi. 

Siamo tutti più tranquilli. Krios è fiducioso. Vado a mettermi a letto. Prego Dio che tutto finisca.



Stessa notte.

Siamo dannati, tutti noi! Ho sentito la risata del demone! Mi ha destato! Ho pregato, ho sperato che si trattasse di uno dei miei incubi, ma poi ho sentito gli altri urlare e sono accorso sul ponte. La nebbia non si è affatto dissipata, anzi, era a tal punto densa che a stento riuscivo a distinguere i lineamenti di noi pochi rimasti, ma il loro terrore era percepibile lo stesso. Ora siamo rimasti in cinque: il mio secondo è scomparso. I compagni lo hanno sentito parlottare con qualcosa fuori oltre il parapetto della Minerva, lo hanno sentito piagnucolare e poi l’uomo ha scavalcato la balaustra e la nebbia l’ha preso. Come è capitato a me con Lewis, non l’hanno udito cadere in acqua. Erano tutti terrorizzati eccetto Krios, che pareva l’unico ad avere ancora la sua praticità, malgrado il suo piano sia fallito così miseramente. Pensavo che la sua fosse risolutezza e invece, come ebbi modo di scoprire, era solo uno stadio più alto di pazzia, perché quando ci siamo rivolti a lui per chiedere consiglio egli ha sorriso in un modo raggelante ed ha indietreggiato fino alla poppa, fissandoci con occhi dementi. 

<<Non mi avrà>> ha detto con una risata insana. <<Non mi trascinerà nel mondo della nebbia eterna.>> Detto ciò, ha estratto la pistola, se l’è puntata alla tempia e ha fatto fuoco, spedendosi all’inferno, forse una destinazione migliore di quella che toccherà a tutti noi.


10 settembre

Due uomini scomparsi, ma non mi importa. Sono ubriaco. Non so più quasi riconoscere il sogno dalla realtà e ora la nebbia penetra dagli interstizi della porta della mia cabina, rendendo tutto offuscato, come se vedessi il mondo attraverso un rarefatto velo di pizzo. O un sudario che mi si sta stringendo addosso ogni ora che passa, gelido, impalpabile e inesorabile, come la morte. La risata crepitante dello spettro delfino riecheggia più volte al giorno, facendomi cadere a volte in stati di apatia pari alla morte e a volte in violente scariche di follia durante le quali urlo insulti e bestemmie e getto all’aria tutto quel che trovo. Solo quando prendo in mano la penna e l’appoggio sulla carta del diario recupero un barlume di ciò che ero, Capitano Edward Selwin Junior, nato a Plymouth, Cornovaglia, il 18 agosto del 1853. 



11 settembre

Mary, Theodore e James, vorrei non avervi mai lasciati, mai mai mai! Che terrore mi artiglia il petto! Ho sentito uno degli uomini urlare e sparare. Ora c’è silenzio. Oh Dio, perché a me? È Olson il responsabile! Perché la colpa di uno dev’essere sempre il castigo di tutti? Il whisky è finito, non posso nemmeno più concedermi all’anestesia dei sensi. 

Sono solo, la nave è deserta. O meglio, vorrei poterlo credere, ma so che c’è qualcuno. Lo sento, è dietro la porta! Oh Dio no! Vuole me, è venuto per me! Mary ti amo! Dio ti prego no! La porta si apre!

Padrenostrocheseineicielisiasantificatoiltuonome!

Oh Dio …



La goletta Minerva fu trovata al largo delle coste portoghesi. A bordo fu ritrovato solo il corpo di un uomo che si era sparato alla tempia e nessun altro. Né il carico né altri oggetti mancavano. A poppa, infilzato nel parapetto, fu trovato un arpione. 


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