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“OPS-3, mi ricevi? OPS-3, mi ricevi?”

Mi lanciai verso il ricevitore radio e sollevai il microfono. Mi asciugai il velo di sudore che mi ricopriva la fronte, prima di rispondere.

“Ti ricevo.” La mia gola era stretta da un groppo delle dimensioni di una pallina da golf.

“È bello sentire la tua voce, compagno.”

“Anche per me. Come sta andando?”

Sporgendomi verso l’oblò, guardai fuori, verso la fredda volta celeste, sperando almeno di scorgere un barlume della capsula Soyuz, lassù tra le stelle luccicanti.

“Tutti i sistemi alla grande. Una meravigliosa vista del Pacifico, proprio ora.”

“Siete già riusciti a contattare il controllo a terra?”

“Le comunicazioni sono ancora interrotte dai brillamenti solari, credo. Il collegamento dovrebbe ripristinarsi entro un paio d’ore.”

“Lo spero.” Il groppo alla gola si stava facendo più grosso e premeva contro la trachea. Deglutii, cercando di fare spazio per le parole che sarebbero seguite. “Non sono tranquillo, quassù, da solo.”

“Solo sette giorni di attesa, Boris. Sono sicuro che ce la puoi fare. Poi ci vediamo.”

“Non vedo l’ora che arriviate. Ci sentiamo presto.” Appoggiai il microfono e mi voltai di nuovo verso l’oblò, fissando lo sguardo verso la grande oscurità, verso la sublime curva dell’orizzonte luminoso della Terra.

Senza l’ingegnere di volo Zholobov, la stazione sembrava davvero vuota, in effetti. Era solo un centinaio di metri cubi di apparecchi radio, con i loro bip, le loro luci lampeggianti e, spesso, allarmi assordanti, ma il silenzio si insinuava tra queste sottili distrazioni, una minaccia sempre presente. Presto mi sarei isolato da tutti i rumori e sarei caduto in uno stato di disagevole, stritolante mutismo.

Sospirai, sconfortato, improvvisamente del tutto presente a me stesso; poi mi staccai dall’oblò. Trascinandomi attraverso l’aria immobile, mi diressi verso l’area destinata agli alloggi. La porta scorrevole che conduceva alla minuscola zona servizi era semiaperta e cigolò quando la feci scorrere in posizione chiusa, facendomi ritrarre per il rumore improvviso. Il ridacchiare soffocato che mi sfuggì dalla bocca era dovuto alla forza dell’abitudine. Non c’era nessun altro sulla stazione per sentirlo.

Non avevo appetito per la carne in scatola che si trovava nello scomparto dei viveri; a dire il vero, non avevo mangiato più che un pacchetto di albicocche secche, un paio di crackers e della carne spalmata, negli ultimi due giorni. Se le persone giù al controllo a terra avessero saputo quanto poco avessi mangiato, mi avrebbero fatto salire sulla Soyuz in rotta di rientro in un batter d’occhio. Se non fossi stato scollegato da loro, avrei persino potuto prendere in considerazione l’idea di dirglielo, solo per andarmene.

Privo di appetito, decisi che per quel giorno bastava. Era solo questione di spegnere le luci principali della cabina, arrampicarmi nel sacco a pelo del compartimento dove dormivo e pregare che la stazione non andasse in pezzi durante il sonno.

Sentivo caldo. Un caldo sgradevole. Il tessuto del sacco a pelo mi si attaccava alla pelle, impregnato di sudore. Armeggiai con la cerniera lampo, le dita che scivolavano sul freddo metallo. L’aria nella capsula sembrava catrame e io ci nuotai attraverso con un torpore sconfortante. Il termometro segnava una temperatura di 19.8°C, esattamente come aveva fatto il giorno prima e il giorno prima ancora.

“Deve esserci un errore.” Battei il dito sullo schermo, come se ciò avesse potuto in qualche modo indurre un cambiamento, ma finii soltanto per lasciare un’impronta appiccicosa sul vetro verde luminescente.

Ad ogni modo, avevo bisogno di una doccia. Usai la parte posteriore del braccio per ripulirmi la fronte e sospirai. Poteva aspettare, probabilmente era solo un altro problema con i sensori che non sarei stato in grado di riparare. A tutto quel posto probabilmente mancava soltanto un guasto per depressurizzarsi e cadere sulla Terra, precipitando a spirale, fragile come una piuma.

Il violento sibilo della doccia e la fredda pressione del getto sciacquarono via i miei dubbi, tanto profondamente radicati. Non potevo concentrarmi sui miei problemi mentre strofinavo energicamente sulla pelle la saponetta ruvida per lavarmi. Una volta che fui pulito e rinfrescato a sufficienza, girai la manopola e le ultime bolle d’acqua fluttuarono piano fuori dal rubinetto. Con la fine del suono dell’acqua corrente, divenni di nuovo consapevole dei rumori della stazione, in particolare di una voce smorzata.

“Merda.” Battei la testa contro il soffitto del cubicolo della doccia, nel tentativo di ruotare di mezzo giro e spingermi fuori dalla porta. Lasciai un segno nella plastica grigia. Non volendo perdermi chiunque fosse alla radio, ignorai il dolore pungente e mi trascinai nudo attraverso la stazione spaziale, avvolgendomi nell’asciugamano mentre mi spostavo.

“OPS-3, mi ricevi? OPS-3, mi ricevi?”

“Ti ricevo, Soyuz-21.” mormorai in cuffia, senza fiato.

“Ci avevo quasi rinunciato.”

“Mi dispiace. Mi stavo facendo la doccia.”

“Beh, sono lieto di sentirti. Stavo quasi pensando che fossimo soli quassù, compagno.”

“Almeno non sei l’unico a bordo, sulla Soyuz. Io sono tutto solo qui sulla Salyut.”

“Ah, sei tu quello fortunato, amico mio. L’ingegnere di volo Rozhdestvensky mi sta facendo diventar matto.”

“Altri sei giorni soltanto.”

“Per te forse. Io ho un’intera missione tutta per me, da completare.”

Emisi un risolino compassionevole. Avevo simpatia per il Comandante Zudov, davvero. Da quando il mio collega, l’ingegnere di volo Zholobov, si era guadagnato il biglietto di ritorno a casa dopo essersi mozzato accidentalmente tre dita nel portello della camera stagna, Zudov era riuscito a tenermi su di morale, a farmi continuare a lavorare e ad alimentare le mie speranze. Zudov era un grand’uomo, sarebbe stato salutato come un eroe al rientro in patria al termine della sua missione, ne ero sicuro.

“Come va lì, comunque?”

“Fa caldo. Fa troppo caldo qui. Non capisco come possa far così caldo all’interno, pur essendo così freddo all’esterno.”

“Caldo?” Zudov era sensibilmente allarmato. “Cosa segna il termometro?”

“19.8 come sempre. È un problema dei sensori, probabilmente, non preoccuparti.”

“Boris...”

“Va tutto bene, Comandante, sul serio. Ho appena un po' troppo caldo, un paio di gradi forse.”

“Beh, se il calore aumenta chiamami subito via radio.”

“Non preoccuparti.” Si sarebbe preoccupato, potevo dirlo dal suono della sua voce.

“Bene allora, devo lasciarti. Ci vediamo presto, amico mio.”

“Ancora sei giorni.” confermai io, prima di riagganciare il microfono nella sua posizione sull’apparecchio radio.

Il resto della giornata fu una costante battaglia contro il caldo. La comunicazione con la base a terra era ancora interrotta a causa dei brillamenti solari, per cui tentai di rimediare al problema mettendoci mano per conto mio. Il che iniziò con il facile compito di eseguire programmi di diagnostica sul computer centrale, ma dopo che esso negò ci fosse alcun problema di sorta, mi scontrai contro un muro.

La mia mente correva, sondando centinaia di ricordi parzialmente ricostruiti di sterminati documenti tecnici e manuali per cosmonauti. I diagrammi neri e le etichette minuscole sembravano fondersi, attorcigliandosi in forme impossibili, in piani non-Euclidei che facevano tentennare la mia mente. Al momento non potevo proprio pensare in termini lineari, come era richiesto per un compito come quello. Nella calura tutto ruotava e vorticava a spirale dentro e fuori dall’occhio della mia mente. Di sicuro la concentrazione non era a livelli alti.

Tornai con la mente all’ultimo giorno di Zholobov sulla stazione con me. Faceva più caldo di quanto ricordassi nei miei ricordi febbrili. Le sopracciglia di Zholobov luccicavano mentre si inerpicava verso il basso, tirando fuori la sua struttura massiccia dalla minuscola camera di compensazione. Emise un rantolo di sollievo, contento di poter finalmente muovere gli arti senza sbattere contro le pareti. Lo guardavo dal mio posto vicino alla console di comando principale, con gli occhi doloranti dopo aver guardato lo schermo monocromatico per diverse ore.

Gli dissi qualcosa ad alta voce, non nel pieno controllo delle mie azioni o delle mie parole. Qualunque cosa fosse, è svanito dalla mia memoria, messo in ombra da ciò che venne poi, quando lui si voltò. Facendo questo, mise una mano sul bordo metallico del portello stagno, per mantenersi fermo. Zholobov replicò con una risatina e con una risposta, anch’essa muta nei miei ricordi. Le sue labbra sono sfocate nel mio flashback, in effetti ho come un ricordo confuso di tutta la sua figura, ma la mancanza di nitidezza era più notevole intorno al suo volto. A questo punto era solo una fotografia fuori fuoco nei recessi bui del mio cervello.

Finimmo di parlare e Zholobov raggiunse la maniglia del portello. Si girò verso di me, mentre tirava, e trascinò giù la lama di metallo affilata. Essa si abbatté sulle dita dell’altra mano con un disgustoso...

Tunf.

Il colpo inatteso mi riscosse dai miei ricordi, facendomi rialzare il capo. Inspirai affannosamente e d’istinto voltai la testa verso il luogo dell’incidente. C’era ancora una piccola chiazza di sangue sul bordo del portello. Il suono del metallo che colpiva il metallo, ancora risonante nelle mie orecchie, era stato reale? O era soltanto parte dei miei ricordi? Intontito dal caldo, non avrei saputo dirlo con certezza.

Il termometro segnava ancora 19.8.

Mi riscossi da quello strano istupidimento, il che lanciò centinaia di minuscole goccioline di sudore a fluttuare per la cabina. La tuta era madida nella zona delle ascelle, così come lungo la schiena e all’inguine. La temperatura doveva essere salita.

Tunf.

Eccolo di nuovo. Nonostante la calura, quel suono mi fece venire i brividi giù per la schiena. In ogni caso, sapevo che erano soltanto detriti spaziali o il metallo che si espandeva, ma era abbastanza inquietante da farmi fare una breve ispezione della capsula, prima di tornare al filone dei miei pensieri.

“Soyuz-21, mi ricevete?” sollevai il microfono della radio, ancora distratto dalla luce della console principale, dove lo schermo mostrava sempre il valore 19.8°C.

“Ti riceviamo, OPS-3.”

“Ancora nessun contatto dal controllo a terra, Comandante? Ho bisogno che questo problema con il termostato sia riparato.”

“Negativo, Boris, ancora niente. Sta peggiorando?”

“Ce la posso fare, ma se persiste per altri due o tre giorni...” Mi interruppi, poggiando il ricevitore per asciugarmi di nuovo la fronte. Riuscivo a scorgere la mia immagine sul bordo dell’oblò, ed in effetti il mio riflesso appariva tutto sudato. Cristalli bianchi di sale mi rimasero attaccati all’avambraccio, tra il sudore che andava asciugandosi rapidamente.

“Bene, continueremo a provare. Un altro paio d’ore e sarà aggiustato, ne sono sicuro.”

“Lo spero, o dovrò fare un’altra doccia”

“Segna ancora 19.8?” nella voce di Zudov si sentiva una nota di apprensione, anche via radio.

“Temo di sì.”

“Non preoccuparti, torneremo in contatto con il controllo a terra presto, e loro sapranno cosa fare.”

“Sono sicuro che sia solo un problema di sensori, qualcosa di non grave, di questo tipo.”

“Ci sentiamo presto, amico mio, e bevi molta acqua.”

“Lo farò, non preoccuparti.” Risi; quell’uomo si stava comportando come se fosse stato mia madre.

Con Zudov non meglio equipaggiato per risolvere il problema di quanto lo fossi io, mi adeguai a un atteggiamento di accettazione. Se non potevo risolverlo, almeno potevo farvi fronte.

Il caldo ridusse il mio appetito ancor di più, ma mi diressi verso la cucina, nella speranza di mandar giù qualche cracker e dell’acqua. Frugai nei comparti della dispensa, cercando qualcosa che non mi facesse rivoltare lo stomaco e, mancando i crackers, alla fine optai per il non meglio definito manzo essiccato che trovai in uno dei pacchetti bianchi. Puzzava di carne, un odore acre e pungente che mi fece ribollire l’addome, ma la inghiottii comunque.

L’odore di carne secca impregnò le pareti della cucina anche dopo che ebbi finito il pacchetto. La mia bocca era ancora più riarsa, così mescolai un po’ di succo d’arancia in polvere. Non sapeva affatto di arancia, in effetti era un qualche miscuglio chimico dal gusto aspro, ma portò via il sapore salato del manzo. Mi pulii la bocca e gettai via il contenitore di plastica, mandandolo a tracciare una scia di piccole bollicine appiccicose di liquido arancione attraverso l’aria.

Dopo il mio pasto risicato, mi si era formato un grosso peso sullo stomaco. Mi si agitava nelle viscere, caldo e pungente, mentre mi spostavo per la stazione. In diverse occasioni dovetti serrare la gola, per trattenermi dal vomitare.

Il giorno passò con uno sgradevole malessere, che rendeva anche peggiore il disagio allo stomaco e alla testa. Guardai le ore trascorrere seguendo il ticchettio sull’orologio della console principale, mentre facevo le mie misurazioni, le registrazioni del Sole, o della teca di cristalli in crescita nell’area adibita a laboratorio scientifico nella Stazione. Alla fine, non potevo quasi più sopportare la noia di quel lavoro. Nella stazione ogni superficie si ricoprì di manate di sudore entro la fine della giornata e i miei capelli erano quasi fradici.

Non era possibile abbandonarsi al sonno in una simile calura, così quando non potei tollerare la melensa consistenza del dormiveglia nemmeno per un altro minuto, mi arresi alla necessità delle pillole per dormire. Si trovavano in un piccolo flacone bianco nel fondo del compartimento medico e, all’inizio della missione, avevo giurato che non le avrei mai prese. Sfortunatamente, quel giorno non c’erano altre opzioni.

Abbassando le luci della stazione e arrampicandomi all’interno del mio sacco a pelo bollente, guardai le pillole biancastre nel palmo della mia mano. Avevano un vago odore di menta. Con un movimento deciso, allontanai ogni esitazione, ogni protesta interiore, chiusi gli occhi e inghiottii.

Mi spensi come una luce.

La prima cosa che notai, quando mi svegliai, fu la temperatura. Una delicata brezza fresca mi sfiorò il volto, probabilmente proveniente dalle pompe d’aerazione che ronzavano piano, ai margini del mio campo uditivo. Il mio orologio, impostato sull’orario di Almaty al momento del lancio da Baikonur, mi avvertì che avevo dormito solo tre ore. La stazione era ancora buia quando feci scorrere la porta del compartimento per dormire, sebbene fossi grato per la tregua alla calura e alla luce accecante.

Mi stiracchiai, facendo scrocchiare le vertebre lungo la schiena. Nella fredda oscurità non mi sentivo più febbricitante o nauseato, solo stanco. Lentamente, mentre i miei occhi si adattavano, mi trascinai fuori, verso l’apparecchio radio, e presi in considerazione l’idea di chiamare la Soyuz-21.

L’aria sapeva ancora di stantio; l’odore pungente di sudore e carne secca aleggiava ancora all’interno, anche dopo che l’aria era stata riciclata centinaia di volte attraverso infiniti filtri e pompe. Tuttavia c’era una certa calma nella stazione, con le luci spente e la temperatura bassa. Guardai fuori dall’oblò e anche le fredde profondità dell’universo sembravano meno inospitali; l’infinita oscurità aveva una vaga tinta color blu oltremare e forse per questo il bagliore delle stelle sembrava meno arido. Questo, insieme all’assenza di peso e al tenue mormorio delle pompe dell’aria, dava a tutta la scena un aspetto quasi onirico. Come se fossi stato al riparo, avvolto da una grande crisalide bianca che galleggiava attraverso i bracci spiraliformi di galassie lontane, o lungo i picchi e gli avvallamenti di una vasta nebulosa scintillante. Potevo andare dovunque volessi nello spazio del mio sogno, ed ero al sicuro dovunque andassi.

Tutto ciò ebbe fine con quel suono. Un ticchettio. Del movimento, quasi impercettibile, visto con la coda dell’occhio destro. Fui immediatamente strappato alla mia trance e rigettato crudelmente nel mondo reale. I peli sulla schiena mi si drizzarono per l’attenzione, mentre mi giravo lentamente a fronteggiare la fonte del rumore, dietro di me.

Nulla. Forse me l’ero solo immaginato, dopo tutto, le cose di solito non ticchettano in micro-gravità; fluttuano alla deriva senza meta, ma non si mettono a sbattere ripetutamente. Per cui appare ragionevole pensare che fosse solo uno scherzo giocatomi dalla mia mente, che si figurava rumori dove non ce n’erano. Dopo tutto, nulla in quella sezione della stazione mostrava alcun segno di movimento.

Gettando sguardi nervosi in giro per la cabina, scossi la testa biasimando il potere della mia immaginazione e la mia iniziale irrazionalità nell’averci creduto. Nulla nella stazione poteva aver fatto quel rumore.

Nel tentativo di tranquillizzarmi di nuovo, nuotai verso la console principale e controllai la lettura del termometro. 19.8, proprio come immaginavo. O il problema si era riparato da solo, e il controllo termico aveva automaticamente riportato la stazione a 19.8 gradi, o il problema era ancora lì, ma riguardava il termometro e non invece il sistema di controllo termico. Ad ogni modo, ero sollevato di non essere più inzuppato di sudore.

Mi ero rapidamente rassegnato al fatto che non sarei riuscito a dormire per un po’, così, con un sospiro di sconfitta, attivai l’interruttore delle luci principali dell’abitacolo. Lampeggiarono e si accesero, una dopo l’altra, con un profondo mormorio gutturale, che si perse presto nell’orchestra di altri sibili e ronzii leggeri. La luce colpì le mie pupille con un’intensità feroce e dovetti chiudere gli occhi per ripararli. Mi ero abituato al comfort del buio e i miei occhi furono sconvolti da questo stimolo nuovo e accecante.

La cosa successiva da fare era infilarmi dei vestiti. Con addosso la biancheria per dormire iniziavo a sentire un po’ di fresco, mi sarei sentito molto meglio con qualcosa di più caldo.

“Soyuz-21, mi ricevete?” tirai su la lampo della mia tuta mentre parlavo. Dopo non aver ricevuto risposta, mi chinai più vicino al microfono della radio, mi inumidii leggermente le labbra e riprovai.

“Soyuz-21, mi ricevete?”

“Ti ricevo, compagno. Cosa posso fare per te?” la risposta arrivò flebile. Era bello sentire di nuovo la voce del Comandante Zudov.

“Volevo solo dirvi che il problema del sensore è cessato, Comandante. Siamo di nuovo alla temperatura normale.”

“Questo è fantastico!” Zudov era chiaramente sollevato. “Mi sono preoccupato per un minuto. Come l’hai risolto?”

Respirai profondamente, cercando di elaborare una risposta. La pausa dev’essere durata almeno uno o due secondi, perché Zudov trasmise di nuovo.

“Boris, sei lì? Come hai risolto il problema della temperatura?”

“Non ho fatto nulla.” Alla fine mi decisi. “È sparito così, per conto suo.”

“Mmm.” Zudov non era soddisfatto, chiaramente.

“Sono contento che sia di nuovo nella norma.”

“Beh sì, anch’io. Saremo di nuovo in contatto a breve.” Zudov ebbe una voce abbastanza gelida nel congedarsi.

“Non vedo l’ora.”

La radio crepitò per lo statico, prima di ammutolire completamente. Rimisi a posto il microfono e mi allontanai dall’impianto, dirigendomi verso la console principale, con l’intento di controllare un’altra volta la temperatura. Emisi una risata poco convincente quando vidi che era bloccata su 19.8; stava diventando la mia nuova ossessione.

Con la temperatura tornata alla normalità e il mal di stomaco passato, mi convinsi che sarei stato capace di fare un lavoro migliore nel diagnosticare il problema con il controllo termico. Sfortunatamente non fu così e io riuscii solo a sprecare di nuovo svariate ore, nel vano tentativo di farmi strada attraverso centinaia di scatole di collegamento e schede di circuiti.

Alla fine, comunque, la corteccia frontale cominciò a pulsarmi per l’eccessivo sforzo mentale del lavoro. Era una pressione acuta che mi premeva dal tronco encefalico, attraverso il cuoio capelluto e fino alle orbite oculari. A un certo punto divenne così forte che dovetti lasciare il manuale che stavo leggendo per massaggiarmi la fronte, per paura che il cranio mi esplodesse. Mi si offuscò la vista, forme luminose rosse e blu solcavano le mie retine come lampi diffusi. Punture di spillo mi percorsero braccia e gambe, iniziando appena alle estremità, per poi intridermi a fondo, risalendo, lungo le cosce e gli avambracci.

Sentivo un rombo alle orecchie che soffocava quasi tutti gli altri suoni, ma riuscii a udire uno strano gracidio strascicato al limite dello spettro udibile. Ci vollero alcuni secondi perché capissi che quel rumore usciva dalla mia bocca aperta.

Il dolore era insopportabile. Ogni secondo mi sentivo come se stessi per affogare in un mare di frattali turbinanti, come se il quella dannata pressione nella mia testa stesse per esplodere e la mia coscienza stesse per essere spazzata via completamente da una valanga di lampi stridenti. Con le mani intorpidite, mi spinsi verso il compartimento per dormire. Sapevo che sarei potuto svenire da un momento all’altro per il calore che sentivo bruciare in testa e avrei voluto essere nel mio sacco a pelo qualora fosse successo, così non sarei rimasto a fluttuare nella capsula privo di sensi.

Riuscivo a malapena a vedere quando fui nel sacco a pelo e mentre armeggiavo sentendomi vincolato, partii del tutto. La mia faccia si spaccò e si sciolse, esponendo il teschio nudo, ossa dure che si disfacevano come burro caldo. Dall’apertura sulla mia fronte fuoriuscì una luce accecante, mentre il calore mi si spandeva rapido in testa. Altre fratture si aprivano nelle mie tempie e nella parte posteriore dello scalpo, al di sotto dei capelli. Potevo vedere il mio cervello che si separava in sezioni regolari, come un bianco mandarino gelatinoso.

O almeno era questa la sensazione che mi diede.

Il dolore era troppo forte. Serrai gli occhi e la mia mente si spense.

Mi svegliai e guardai la parete di plastica del mio compartimento per il sonno, prosciugato. Il fragore nella mia testa si era affievolito, passando dalla danza febbrile di una tribù di svariate centinaia di potenti guerrieri nel mezzo di un rituale feroce e primordiale, al riecheggiare distante di un tuono su una prateria immersa nel buio, accompagnato dallo scrosciare lieve della pioggia.

Con una certa ansia aprii il sacco a pelo e mi tirai fuori, aspettando che il dolore tornasse. Ma, mentre manipolavo la maniglia della porta con le dita sudate, la paura si placò e aprii la porta scorrevole, per poi galleggiare fuori dal compartimento, all’interno della stazione buia.

L’illuminazione principale era disattivata, gettando la zona abitativa e il ponte di volo in un buio sconcertante, denso come melassa, che si infiltrava da ogni giunzione delle pareti del mezzo spaziale. Era spezzato solo dai neon brillanti della console principale, che fendevano l’oscurità vischiosa con bagliori di un verde vagamente tagliente che si specchiavano nelle pareti, in una lotta con le tenebre per il controllo degli spazi sopra la mia testa e sotto i miei piedi.

Un altro scricchiolio riecheggiò lungo tutta la capsula mentre mi spingevo in direzione del ponte di volo, verso la radio. Mi faceva ancora venire i brividi lungo la schiena, nonostante sapessi che si trattava soltanto del metallo che si contraeva per l’abbassamento di temperatura. “Soyuz-21, mi ricevete?”

“Ti riceviamo, OPS-3.” L’uomo all’altro capo della comunicazione non era il comandante Zudov ed io esitai quando riconobbi il raspare secco della voce dell’ingegnere di volo Rozhdestvensky.

“Come va laggiù, ingegnere?” Non mi piaceva Rozhdestvensky. Non perché fosse particolarmente antipatico, anzi, era perlopiù cordiale quando ci parlavo. Non era nemmeno la voce ruvida come carta vetrata nelle orecchie. Era per la sua piatta mancanza di coinvolgimento non solo nei confronti della missione, ma di tutto lo spazio. Sembrava sempre mantenersi distante, in lontananza. Non come Zudov, che non era mai più distante degli altoparlanti della radio.

“Va tutto bene, compagno.”

“C’è il comandante Zudov?”

“Sta riposando un po’, al momento.”

“Capisco. Avete già avuto qualche contatto con il controllo a terra?”

“Prego?”

“I problemi dovuti ai brillamenti solari sono finiti? Vi siete messi in comunicazione con il controllo a terra tramite i collegamenti radiofonici?”

“Ah, sì, i Brillamenti Solari, naturalmente. No, non possiamo ancora contattarli.”

“Ricevuto. Beh, potete continuare a provare?”

“Sì, naturalmente, è in cima alle nostre priorità.”

“Ok, grazie.” Esitai, prima di chiudere con il commento che facevo sempre con Zudov. “Ci vediamo tra quattro giorni.”

“Suppongo di sì.” Rozhdestvensky era distaccato, quasi indifferente all’intera conversazione.

La radio divenne muta, lasciandomi solo con il sibilo dell’aria immobile, che ondeggiava piano lungo la superficie della capsula, così da sembrare proveniente da ogni angolo del mezzo spaziale contemporaneamente. Spensi la radio e mi tolsi il microfono, guardandolo fluttuare aggrappato al cavo per qualche secondo, prima di dirigermi verso il compartimento doccia.

Quattro giorni. Questo era ciò che continuavo a ripetermi, mentre mi sedevo alla console principale, scorrendo lentamente lungo i programmi diagnostici, mentre il resto del modulo era immerso nel verde brillante dello schermo. Avevo tenuto le luci spente per il momento, solo perché era molto più confortevole stare nella penombra. Con la luce forte costantemente in faccia era difficile concentrarmi.

“Altri quattro giorni.” Il frammento di frase che mi sfuggì di bocca fu una sorpresa anche per me. Lo dissi quasi senza voce e, se non fossi stato completamente solo lassù, l’avrei trascurato come se fosse stato rumore di fondo. Non ero mai stato il tipo che parla da solo ed ero determinato a non iniziare in quel frangente.

I miei palmi, ancora umidi dopo la doccia, avevano lasciato impronte dove avevo afferrato i braccioli della sedia e, con un sobbalzo, mi accorsi di aver tenuto serrate le mani, appena qualche secondo prima, strette attorno alla plastica.

“Solo altri quattro giorni.”

C’era qualcosa di strano nella cabina. Riuscivo a percepirlo, ora, l’equilibrio era alterato. Qualcosa era stato spostato. Con la coda dell’occhio. Girando su me stesso osservai la zona abitativa, improvvisamente consapevole di un leggero cambiamento all’interno della capsula. Quando vivi in uno spazio abbastanza a lungo impari a conoscerlo fin nei dettagli, così anche la minima differenza si fa notare quanto l’assordante sirena delle incursioni aeree.

Vidi che lo scomparto medico non era chiuso. Era appena socchiuso, l’apertura probabilmente era appena sufficiente per infilarci la mano, ma era abbastanza evidente perché me ne accorgessi a una seconda occhiata. Come aveva fatto ad aprirsi?

Pensai per un secondo, fluttuando in silenzio, mentre guardavo lo scomparto aperto. Aveva uno sportello scorrevole, per cui non era qualcosa che potesse semplicemente aprirsi per inerzia dopo uno spostamento, se anche ce ne fosse stato uno lassù. Quanto a lungo era stato così? Era impossibile dirlo.

Alla fine riuscii a imporre al mio corpo di agire, l’osservazione passiva era finita; mi mossi verso lo scomparto. Forse l’avevo lasciato aperto quando avevo preso le pillole per dormire, la notte precedente... Il mio flusso di pensieri si interruppe. Era stata la notte precedente o quella ancora prima, che avevo preso le pillole? Non riuscivo a ricordare con precisione, nulla era in ordine cronologico.

Feci scorrere lo sportello fino ad aprire del tutto lo scomparto. Nulla sembrava fuori posto, nulla era stato spostato. Le pillole per dormire erano ancora nascoste compostamente dietro bende e tavolette di vitamine senza etichetta, mantenendo la farsa che non le avessi mai usate e che riuscissi a dormire senza aiuti.

“Ops-3?” Ero quasi addormentato quando Zudov chiamò via radio, i miei occhi non più aperti di una fessura. “Ops-3, mi ricevi?”

“Ti ricevo, compagno.”

“Come sta andando lassù? Stai bene?”

Devo aver esitato per un secondo di troppo, perché Zudov si fece improvvisamente agitato.

“Cosa è successo?” chiese, prima che potessi parlare.

“Nulla, sto bene.”

“Non mentirmi, comandante, si capisce che qualcosa non va.”

Sospirai palesemente, poi me ne pentii all’istante. Sarebbe stata solo un’altra conferma per Zudov riguardo al mio stato mentale.

“Comandante Volynov?”

“Ho avuto problemi col sonno.”

“Problemi col sonno? È normale, da quanto ne so. Non hai ricevuto indicazioni al riguardo?”

“Ho preso le pillole. Le pillole per dormire.”

“Le hai prese?”

“Sì, hanno funzionato.” Avevamo ricevuto istruzioni a Shchyolkovo-14, la base di addestramento per i cosmonauti, di prendere le pillole solo se fosse stato assolutamente necessario e di non prenderne più di quattro per volta.

“Solo questo? Hai solo preso i sonniferi?”

“No, c’è...” esitai, questa volta perché la mia voce rimase invischiata in un groppo di saliva che avevo in gola. “C’è qualcos’altro. I miei ricordi si confondono a volte.”

“Cosa intendi?”

“Non riesco a ricordare correttamente delle cose. Oggi ho visto che uno scomparto era stato aperto e non ricordo di averlo fatto.”

Non ci fu che silenzio per una trentina di secondi. Pensai che Zudov mi avesse abbandonato.

“Ok. Ascolta, devo andare, devo controllare i nostri filtri per l’ossigeno. Ci sentiamo presto.” Zudov era chiaramente distratto e, oltre il crepitare delle interferenze, riuscii a sentire un vago bisbiglio.

“Ricevuto. Ci vediamo tra quattro giorni.”

Il sole stava scivolando proprio in quel momento attraverso il nastro azzurro dell’atmosfera terrestre, quando lanciai un rapido sguardo dall’oblò del ponte di volo. Era quasi del tutto tramontato, ma lunghi raggi di luce divampavano attraverso l’oscurità, come il canto del cigno dell’astro che sarebbe presto scomparso.

‘Dormire’ descrive in modo molto approssimativo ciò che feci quella notte. Mi arrampicai nel compartimento per dormire e mi misi a fissare la parete. A un certo punto imprecisato caddi in uno stato tra la veglia e l’incoscienza. Non era sonno, ma qualcosa a metà strada, in cui la mente se ne andava per i fatti suoi.

Fui svegliato, di nuovo nel senso più approssimativo del termine, da una nuova allerta dovuta alla temperatura. Sentivo un vago sapore di vomito e di sostanze chimiche nella gola. Avevo gli occhi acquosi, con spessi rivoli di lacrime salate che mi scorrevano sulla faccia e inzuppavano il collo della maglietta che portavo per dormire.

Non ricordavo di aver preso i sonniferi, ma non potevo negare il gusto artificiale di menta che ancora mi allappava la bocca e la cavità nasale. Poteva esser dovuto solo alle pillole, non mangiavo da giorni e tantomeno qualcosa al sapore di menta.

Con un lamento sondai le estremità del mio sacco a pelo e sentii i muscoli sotto sforzo. Erano tesi e rigidi. Mi ci volle qualche sforzo per farli muovere, dato che ogni più piccolo aggiustamento degli arti era accompagnato dal pizzicore dell’acido lattico accumulato.

L’aria nel compartimento per dormire era stantia, vecchia. Sembrava essere passata attraverso i miei polmoni almeno dieci volte in precedenza, era sospesa attorno a me in una terribile staticità. Mentre mi tiravo fuori dal sacco a pelo riuscivo ancora a sentire l’odore muschiato della mia pelle e il mio sudore. Tutto puzzava di sudore, tutto puzzava di me.

Aprii la porta e il mio cuore si fermò. Smise di battere e il sangue, da caldo che era, mi si raffreddò nelle vene, immobile. L’interno del mio stomaco si congelò, una voluminosa poltiglia di acqua ghiacciata che mi pesava nel corpo e nell’apparato digerente, anche se solo in senso figurato. Avevo la pelle d’oca, migliaia di piccole protuberanze mi ricoprivano le braccia e le gambe nude, i nervi nella mia pelle all’improvviso svariate centinaia di gradi sotto-zero.

Del pulviscolo scuro fluttuava in una nuvoletta al centro dell’area abitativa. Sembrava a tutti gli effetti una nebulosa annerita, centinaia di minuscoli picchi e avvallamenti vorticanti fatti da un numero infinito di aghetti neri.

“Signore.” sospirai, incredulo.

Il filtro a carbone roteava al centro di tutta quella roba, luccicando pericolosamente ed emettendo altre scie di polvere di carbone mentre girava, in maniera apparentemente casuale, attraverso la sua nuvola. Come ci era finito? Come cazzo ci era finito?!

“Buon Dio.” ripetei, mentre nuotavo verso la nuvola. La raggiunsi, tendendo la mano attraverso la polvere e cercando di afferrare il filtro. Era una scatoletta di metallo, all’incirca delle dimensioni di un libro tascabile, con un’apertura all’estremità, da cui stava fuoriuscendo il carbone.

Il filtro di solito era alloggiato all’interno dell’intrico ronzante del sistema di filtraggio dell’aria. C’era un pannello di accesso usato per sostituirlo, nel ponte di volo, e immediatamente volsi lo sguardo in alto, verso di esso, quando mi ricordai dov’era posizionato. Come mi aspettavo era spalancato.

“Soyuz-21? Soyuz-21?!” La mia voce nella radio era poco più di un bisbiglio. Nella mia testa, la mia voce gridava, cercando di attenuare la conoscenza incerta che avevo acquisito dal momento in cui mi ero svegliato. Cercavo una spiegazione. Una spiegazione qualsiasi.

Forse c’erano stati alcuni impatti da micro-detriti che avevano scosso il filtro fino a farlo aprire. Io non li avevo sentiti, ma non avrei potuto sentire alcunché se avessi preso i sonniferi. Forse c’era stato un malfunzionamento nella pressione che aveva fatto saltare il pannello di accesso lasciando uscire il filtro.

Forse, forse, forse. C’erano così tante possibilità, ma nessuna risposta.

“Ti riceviamo, Ops-3.”

“Compagno. Vyacheslav.” Chiamai Zudov per nome in quello strano stato di shock, cercando un contatto più stretto attraverso il vuoto, attraverso quella distanza così grande. “Penso ci sia...”

Mi si strozzò la voce guardando il pannello di accesso aperto e il filtro, che avevo lasciato fluttuare vicino ad esso. Quando mi schiarii la gola, la voce non era più che un sussurro.

“C’è qualcosa di sbagliato, compagno. C’è qualcosa di molto, molto sbagliato.”

“Comandante Volynov, qual è il problema?” Zudov era freddo. Riuscivo a sentire uno strano silenzio, come se la sua voce si perdesse in un’eco, nella sua capsula.

“Penso...” Non riuscivo a parlare. Non riuscivo a dire una parola. Come avrei potuto spiegarlo? Decisi di farla semplice e di ignorare le terrificanti implicazioni di ciò che era successo, descrivendo i fatti e nulla più. “C’è un problema con il sistema di filtraggio dell’aria.”

“Che tipo di problema, Ops-3?”

“Uno dei filtri a carbone è uscito dall’alloggiamento. O è stato sbalzato fuori. O –” E lì rimasi in sospeso. Dopo quel punto, i fatti non funzionavano molto bene. Non c’era altro che potessi dire con certezza.

“Pensi che sia riparabile?”

“Certo che è riparabile. Ma non è questo il punto.”

“Ripeti, Ops-3.”

“Ho bisogno che contattiate il controllo a terra, Soyuz. Per favore, prima che potete.”

“Non posso farlo, compagno, le comunicazioni a lungo raggio sono ancora sospese per colpa dei brillamenti solari.”

“Ok. Grazie Comandante. Ci vediamo tra tre giorni.” Avevo freddo. La mia spina dorsale era raggelata dal formicolio acuto dei nervi. Zudov non era mai stato così formale, mai così disinteressato, e questo mi spaventava anche più del problema con il filtro a carbone. Sentivo che, se avessi potuto guardarlo, non lo avrei visto battere ciglio quando glielo dissi.

Ero da solo, a quanto sembrava. Nemmeno il conforto del mio vecchio amico all’altro capo della radio; con Zudov di quell’umore, mi sembrava che parlargli ulteriormente sarebbe stato inutile.

Iniziai a razionalizzare i miei pensieri, gli spasmi primordiali di terrore che avevo provato iniziarono ad affievolirsi, confortati dalla logica, calda, concreta. Niente paura. Non c’era da aver paura.

Avevo bisogno di qualcosa per calmarmi i nervi. Non ci era permesso avere dell’alcool a bordo della stazione, naturalmente, ma ero abbastanza sicuro che ci fossero degli ansiolitici nell’armadietto dei medicinali. Pillole, sempre pillole. Erano in un’altra bottiglietta bianca, segnata con testo nero. Avevano il sapore del gesso, niente aroma di menta questa volta. Mentre sentivo le grosse tavolette scivolarmi nella gola, il mio battito cardiaco iniziò a rallentare.

Era passata forse mezz’ora prima che riuscissi a sentirne davvero gli effetti. Potevo percepire la pulsazione lenta e pesante del mio cuore nel petto, ogni battito un po’ più distante dal precedente, ma più pesante, la massa di tessuto muscolare e vene che lottava per liberarsi dai confini del mio corpo di carne. Il tempo stava rallentando. Mentre vedevo il sole far capolino lentamente da dietro il bordo della Terra, i nomi di tutte le pillole e tavolette che avevo preso iniziarono a scorrermi nella testa; acido ammino-glutarico, atenololo, Dekaris, Grandaxin, Oletetrina; la lista si allungava ancora e ancora. I nomi non significavano molto, solo astruse parole straniere che davano problemi a pronunciarle e problemi ancora più grossi a scriverle.

Si stava formando una piccola gocciolina di sudore sulla mia fronte, potevo sentirla, proprio sopra l’occhio sinistro. Se ne stavano formando altre, delicatamente, ero sicuro che si increspassero ogni volta che il mio cuore mandava un altro tonfo.

Tunf.

Nulla, ora, se non il suono del mio battito cardiaco e l’oblò davanti a me. La vista iniziò a focalizzarsi verso il centro, mentre i bordi si sfocavano. Ero molto vicino al vetro ora, nonostante il fatto che non mi fossi mosso di un centimetro; il mio campo visivo stava zoomando rapidamente sulla curva geometrica della Terra, mentre essa veniva accarezzata da nuvole nere.

Tunf.

Tutto il resto era uscito dalla mia visuale, ora era solo una massa distorta e annebbiata ai bordi della mia vista. Avevo attraversato il vetro e ora guardavo l’ampia faccia della Terra, mentre essa ruotava seducente alla luce del Sole, quella grande sfera infuocata di calore insopportabile.

Tunf.

Il mio viaggio in discesa iniziava ad essere più rapido. Sempre lentamente, all’inizio, superavo appena la velocità orbitale della Salyut, ma di lì a poco l’accelerazione mi fece muovere sempre più spedito. Il pianeta azzurro si delineava davanti a me e io stavo cadendo nelle sue grandi fauci spalancate. Il vuoto mulinava dietro di me, mentre la mia velocità raggiungeva livelli inimmaginabili. L’atmosfera iniziava ad ardere intorno al mio campo visivo, bruciando prima in giallo e poi di un bianco incandescente. Le nuvole si aprivano e il mosaico di verde della campagna prendeva velocità facendosi incontro a me, a pochi secondi dall’impatto.

Tunf.

Svegliandomi di soprassalto, fui sottratto dall’allucinazione dal pulsare pesante del mio cuore. La perla di sudore sulla mia fronte era evaporata, lasciando solo un piccolo deposito bianco di cristalli di sale. Stavo bene, c’ero ancora. Nella mia allucinazione non rimaneva che una vaga vertigine.

Decisi che avevo bisogno di qualcosa da bere. Avevo bisogno di qualcosa da bere e da mangiare. Mi sembrava di avere la bocca piena di salgemma e mi serviva tanto qualcosa per sciacquarlo via. Afferrai una bottiglia d’acqua e iniziai a berne il contenuto, che sapeva leggermente di gomma, mentre frugavo tra gli scomparti cercando del cibo che fosse inoffensivo per il mio stomaco. Sembrava che lo stufato di manzo fosse l’opzione migliore. Era contenuto in una piccola lattina e non doveva essere scaldato.

Aprendo il coperchio a strappo della lattina, un piccolo grumo marrone di stufato si staccò dall’interno e lo guardai volteggiare via, attraversando la cucina. Si spiaccicò contro il fianco di uno degli stipi nel locale con un colpo violento, lasciando una chiazza marrone scuro.

Seduto alla consolle di volo, provai a lanciare il programma diagnostico. Volevo scoprire a che ora era saltato il filtro e perché l’allarme non si era spento. Linee di codice lampeggiarono sullo schermo, ripetendosi ancora e ancora mentre cercavo di connettermi col programma diagnostico. Potevo sentire i dischi di memoria che ronzavano con forza mentre si sforzavano di capire cosa stessero facendo i sensori.

Il computer insisteva che non ci fosse alcun errore. Non erano riportati allarmi, non erano stati identificati problemi. Nulla. Era come se niente fosse successo. La diagnostica finì ed emersero i risultati. Errori trovati: zero. Colpii il lato dello schermo con un pugno e quello lampeggiò, prima di staccarmi dalla poltrona della console per dirigermi di nuovo nell’area abitativa.

Stavo iniziando a innervosirmi. L’aria era fredda, o almeno la sentivo così. L’intero incidente mi aveva dato una sensazione sgradevole riguardo la stazione e il cocktail di pillole non aiutava. Mi veniva la pelle d’oca solo a pensarci. I piccoli rumori, i trilli e i tonfi, il sibilo delle pompe dell’aria e i lamenti del metallo, potevo sentirli tutti ora. Mi si accapponava la pelle ogni volta che udivo qualcosa anche leggermente fuori posto.

Erano passate due ore ed ero uno straccio. L’accumularsi di ogni singolo minuscolo scricchiolio, di ogni singolo cigolio, mi faceva digrignare i denti e mi sfilacciava i nervi. Mi aspettavo che la stazione avrebbe sicuramente iniziato a precipitare verso la Terra da un momento all’altro. Ogni volta che il sistema di filtraggio mandava un sibilo ero convinto che si fosse aperta una perdita e che stessi per essere risucchiato nel freddo vuoto dello spazio attraverso un buco delle dimensioni di una narice, schiacciato in una sottile poltiglia rossa mentre venivo sputato all’esterno, attraverso l’atmosfera, le mie budella liquefatte che si snodavano a spirale tra le nuvole in cielo.

Non potevo più sopportarlo. Dovevo mettere fine alle mie sofferenze, almeno temporaneamente. Il sogno avrebbe significato ignorare qualsiasi problema, una beata ignoranza, mi dicevo. Continuavo a ripetermi questo mantra mentre tiravo fuori le pillole dallo scomparto medico e ne mandavo giù due senza esitazione, seguite da un rapido sorso dalla mia bottiglia d’acqua.

Beata ignoranza. L’oscurità artigliava gli angoli del mio campo visivo mentre mi arrampicavo nel mio sacco a pelo. Le pillole stavano iniziando a fare effetto. Chiusi gli occhi e mi lasciai traghettare lontano da quella ticchettante bara di metallo nel cielo.

Non sognai, naturalmente. Non sognavo mai lassù, ma mi godetti qualche ora di confortevole buio.

Quando mi svegliai stringevo ancora in mano il flacone delle pillole. Ce l’avevo stretto contro il petto nel bozzolo caldo del mio sacco a pelo. C’era un lieve ronzio proveniente dal tubo al neon sul soffitto che non avevo mai notato prima. Non era proprio un disagio, solo un fastidio, soprattutto perché mi ero appena svegliato. Lo studiai con attenzione, finché le mie retine furono segnate dalle bruciature blu della luce abbagliante. Chiusi gli occhi, cercando di liberarne il fondo da quell’impressione.

Il sudore mi aveva impiastricciato il corpo, come succedeva sempre quando mi svegliavo; non vedevo l’ora di togliermi di dosso gli indumenti per dormire e farmi una doccia. Faceva sempre troppo caldo nel sacco a pelo.

Sentii un rumore proveniente dall’esterno del piccolo box del mio compartimento. Un tonfo riecheggiante. Solo una reazione termica, mi dicevo, solo il metallo che si espande e si contrae all’esterno. Niente di più. Eppure me ne stavo immobilizzato al mio posto, pronto a captare qualsiasi altro rumore, nonostante mi dicessi che non c’era da aver paura.

E arrivò un altro tonfo. Un altro profondo tonfo riecheggiante. La mia faccia deve essere impallidita, perché tutto il corpo si raggelò quando lo udii. Mi sembrò quasi di sentire il sangue schizzare via dalle mie vene.

Iniziai a contorcermi nel mio sacco a pelo, cercando di liberarmi le braccia così da liberare gli agganci che mi impedivano di fluttuare per il compartimento durante il sonno. Mi stavo facendo male nel tentativo di uscirne, mentre i suoni all’esterno all’improvviso mi rendevano molto agitato.

E arrivò il terzo tonfo. Questo non poteva essere solo un fatto casuale, non poteva essere dovuto solo alle espansioni termiche. Smisi di agitarmi per un secondo e ascoltai.

Tunf. Eccone un altro. Era regolare, un qualche tipo di battimento ripetitivo. Veniva dal lato opposto della stazione, vicino al ponte di volo.

Il successivo, però, suonava leggermente più vicino. E quello seguente anche di più. Gli intervalli tra i colpi iniziarono a diminuire, rendendoli ogni volta più vicini.

Erano passi.

Ero ancora allacciato nel sacco a pelo quando arrivai a realizzare questo; qualunque gelo potessi aver sentito correre lungo il mio corpo, in precedenza, impallidiva a paragone di questo. Era come se fossi caduto dal mio caldo compartimento per il sonno alle lande buie della Siberia, rotolando follemente nella caduta. La paura mi consumava e l’ansia mi faceva girare la testa.

I passi si facevano più vicini. Sentii una leggera pausa quando raggiunsero lo scalino che faceva da transizione tra il ponte di volo e l’area abitativa. Avevo il corpo scosso dai brividi mentre armeggiavo con gli allacci, cercando di venirne fuori prima che la fonte dei passi, qualunque essa fosse, riuscisse a raggiungermi.

La mente vacillava, incapace di superare il pensiero dei passi incombenti. Non poteva essere reale. Non poteva essere reale!

Le cinghie si allentarono e strisciai fuori dal sacco, mentre i passi scuotevano l’intera stazione avvicinandosi, grandi colpi che si schiantavano sul pavimento, a pochi decimetri di distanza ormai. Stavo singhiozzando mentre mi avvicinavo alla maniglia della porta, tenendola serrata in un vano tentativo di impedire qualunque cosa ci fosse dall’altra parte, di entrare.

Ci fu un ultimo passo e la fonte del rumore arrivò faccia a faccia con la porta del mio compartimento personale. Poi, silenzio. Potevo sentire il mio respiro pesante, mentre premevo l’orecchio contro la plastica della porta, cercando di sentire cosa ci fosse là fuori. Nulla, solo silenzio.

Tunf.

Qualcosa di pesante si abbatté contro la porta e io feci un salto all’indietro in preda al terrore, sbattendo testa e corpo contro la parete posteriore. L’impatto riecheggiò lontano e la stazione cadde nel silenzio, ancora una volta.

Passarono diversi minuti prima che raccogliessi il coraggio di muovermi. Nemmeno un rumore aveva disturbato il silenzio fino ad allora e io ero stato costretto a sentire, terrorizzato, il suono del mio respiro leggero e disperato. Afferrai cautamente la maniglia e ascoltai. Ancora niente. Tutto sembrava tranquillo là fuori.

Con un unico movimento inghiottii e aprii di scatto la porta scorrevole. Trasalii allo scricchiolio del suo meccanismo di scorrimento. La stazione mi si espandeva davanti agli occhi, apparentemente enorme e vuota. L’intero spazio era statico e quieto. Nulla là fuori. Rimasi lì per alcuni secondi, osservando come fa una gazzella allarmata con una pozza d’acqua, preoccupata dei predatori in agguato nell’erba alta.

Lentamente mi trassi fuori. Mi sentivo come se fossi stato crivellato da centinaia di sguardi, tutti fissi su di me. La mia pelle mi diede d’improvviso la sensazione di una totale vulnerabilità. Qualunque cosa ci fosse là fuori, mi terrorizzava al di là di quanto immaginassi possibile. Mostrava quanto ingannasse l’apparenza.

Lentamente iniziai a muovermi verso la cucina, lasciando scorrere la vista su ogni superficie, mentre sentivo il corpo debole e tremante. L’aria era calda, immobile, e il mio respiro si fece più regolare. Continuavo a lanciare occhiate tutto intorno, convinto che qualcosa mi stesse aspettando, appena fuori del mio campo visivo.

“Penso ci sia qualcuno qui.” sibilai nella radio, mentre mi guardavo oltre la spalla. “Soyuz mi ricevete? Penso ci sia qualcuno qui.”

La risposta che arrivò attraverso gli altoparlanti era crepitante e distorta, interrotta da occasionali stridii elettronici o dal ronzio dello statico, ma era riconoscibile. Si trattava del Concerto per Pianoforte numero 1 in si bemolle minore di Tchovisky, il ricordo proveniva da tanto tempo prima, da un tempo diverso. Nessuna parola, solo musica.

“Soyuz-21, mi ricevete?” ripetei, mentre la musica si interrompeva e la trasmissione si dissolveva.

“Comandante! Rispondimi!”

Non c’era altro, eccetto una rapida raffica di note, di nuovo. Durò alcuni secondi, prima di fermarsi di nuovo. Piegandomi in avanti, esaminai il quadrante; come mi aspettavo, ero sulla frequenza corretta.

“Per favore!” implorai, gli occhi pieni di pianto per la paura, la paura che il mio unico legame con il mondo esterno laggiù fosse stato reciso

Nulla oltre la musica. Non si interruppe questa volta, continuò a suonare. Durò un intero minuto, prima che il suono si concludesse, prima che rimanessi un’altra volta immerso in un silenzio sconcertante.

Intorpidito fin nel profondo, misi il microfono sul suo sostegno e mi tirai via dalla poltrona. Ero solo lassù. O forse no, anzi, eravamo soli, io e chiunque altro fosse lì.

Non aveva senso, come avrebbe potuto esserci qualcun altro? Come avrebbe potuto esserci qualcuno sulla stazione senza che io lo sapessi? Non c’era alcun posto per nascondersi. Controllavo ogni centimetro dello spazio pressurizzato della nave ogni singolo giorno...

Fu allora che mi colpii. C’era un solo posto dove non ero andato. Il compartimento notturno dell’Ingegnere di Volo Zholobov. Era rimasto indisturbato dal giorno in cui era partito. Mi girai rivolto in quella direzione, guardando la porta con un’intensità nuova e crescente di cui non ero stato capace in precedenza.

Quando provai ad aprirla, era chiusa a chiave. Non riuscivo a ricordare se fossi stato io o Zholobov a chiuderla quel giorno, sebbene fossi certo di non sapere dove fosse la chiave, anche se comunque era ancora sulla stazione. Il buco della serratura era minuscolo. Non era largo abbastanza da guardarci attraverso e, anche in caso contrario, sarebbe stato troppo buio dall’altra parte per vedere qualcosa. Dovevo trovare un modo per aprire la porta.

Per prima cosa mi fermai in cucina. Trovai il coltello. Era una lama di metallo con il manico di plastica piatto, lungo circa 20 centimetri, e luccicava allettante sotto le forti luci della stazione. Sfilai il fodero di plastica che copriva la lama e mi diressi verso la porta.

Colpii la porta con il coltello con tutta la mia furia e la mia paura. La lama affondò forse due o tre centimetri, prima che la estraessi di nuovo per dare un’altra forte pugnalata alla plastica. Questa volta la lama penetrò meglio, entrando fino al manico, e quando lo tirai fuori la luce inondò il compartimento buio. Facendo scorrere la mano attorno alla cornice della porta per mantenermi in posizione, diedi un calcio violento e la plastica cedette, scheggiandosi. Era spessa soltanto un centimetro circa, perciò il mio piede riuscì a trapassare abbastanza facilmente tutto il materiale che il coltello aveva inciso prima, raccogliendo diverse schegge di plastica nell’operazione.

Dopo aver ritirato il piede ormai crivellato di schegge e averle estratte, sfondai la porta che rimase precariamente appesa al sistema di scorrimento. L’interno del compartimento era un sepolcro buio, quasi identico al mio. Ma la puzza era terribile, odore di sangue rappreso e sudore e altre sostanze biologiche. Immaginai che il sangue, ormai non più che una chiazza coperta di ruggine sul sacco a pelo appeso a una parete, era uscito la notte che Zholobov aveva passato lì mentre aspettavamo che un Soyuz venisse a prenderlo. Gli avevo fasciato la mano abbastanza male e si erano riversati fluidi di un cremisi scuro e di un giallo traslucido per tutta la notte. Soffriva talmente tanto che potevo quasi sentirlo dall’esterno del compartimento, mentre sussurrava tra sé e di tanto in tanto singhiozzava.

Ero stato io a dovermi assumere il macabro incarico di raschiar via le sue dita dall’interno del portello della camera di compensazione.

Tutto questo mi tornò alla mente mentre mi attardavo nervosamente all’entrata del suo compartimento. Girai l’interruttore e una piacevole luce arancione si riversò sulla scena accompagnato da un ronzio rassicurante. La prima cosa che notai furono i flaconi delle pillole. Ce n’erano almeno dieci che fluttuavano in prossimità del pavimento, con le loro etichette brillanti che riflettevano bagliori. Ne raccolsi uno e guardai la carta lucida. Antidolorifici Generici.

Mi uscì un basso fischio; c’erano abbastanza antidolorifici da stordire un elefante, o meglio, avrebbero potuto esserci, se le boccette non fossero state tutte vuote. Li aveva presi tutti Zholobov? Ne era dipendente?

Mi si formò un’altra possibilità in testa. Li aveva presi tutti in un’unica volta? Si era preparato per un incidente? Si era deliberatamente mozzato le dita? Con quel quantitativo di antidolorifici, non avrebbe sentito alcun dolore quando quel portello gli fosse piombato sulla mano.

Cominciai a frugare l’ambiente, preoccupato di cos’altro avrei potuto trovare. Il fetore di odori corporei era intenso, immagino avessero fermentato lì per un pezzo. Poi trovai il blocco per appunti. Era avvolto in carta marrone e, quando lo trovai, rimasi un po’ perplesso. Era piccolo, all’incirca della misura del mio palmo, e aveva una copertina nera.

Aprendolo ad una pagina a caso, scoprii che recava i tipici scarabocchi che Zholobov chiamava calligrafia. C’era scritto:

17 luglio

Boris si è svegliato alle 5:45 ALMT. Alle 5:49 ALMT si è fatto la doccia per 12 minuti. Quando ha finito, si è rasato per 5 minuti ca. Ha trascurato diversi punti. Ha lasciato il compartimento doccia alle 6:05 ALMT, diretto all’area abitativa. Ha bevuto 200 ml ca. di acqua, ha fatto colazione.

E via di seguito. Mi venne da vomitare. Riguardava me. Si trattava di una relazione dettagliata delle mie attività quel giorno, fino alla trascrizione delle nostre conversazioni. Girai alla pagina successiva e, come prevedevo, c’era una descrizione delle mie azioni del 18 luglio. Erano descritte con agghiacciante precisione, dalla durata del tempo che passavo in bagno a come mangiavo e bevevo. Era quasi clinico. Scorrendo le pagine del blocco, c’era un’annotazione al giorno, da quando eravamo partiti da Baikonur fino a tre giorni prima dell’incidente. Sentivo un groppo alla gola, tutta la simpatia che avevo provato per il mio Ingegnere di Volo si stava esaurendo rapidamente. Qualunque cosa fosse, era qualcosa di disgustoso e invadente.

Lentamente, freddamente, avvolsi di nuovo il blocco nella carta, lo rimisi sullo scaffale e indietreggiai verso l’area abitativa. Qualunque cosa stesse succedendo lì, Zholobov era coinvolto. La vera domanda era perché avesse smesso. Sicuramente piantare il tutto appena due giorni prima dell’incidente non poteva essere una coincidenza.

“Ops-3, mi ricevi? Prego, conferma. Ops-3?” la radio stava latrando dietro di me. La ignorai, restando a guardare il compartimento, a bocca spalancata. Quanto a lungo era andata così? Non lo sapevo. Tuttavia, non mi affrettai a rispondere alla trasmissione del Comandante Zudov. Mi mossi lentamente, senza uno scopo definito, tenendo gli occhi fissi al compartimento per dormire.

“Che cazzo!” imprecai con forza nel microfono “Dove siete stati?”

“Puoi ripetere, Ops-3? Non ho capito.”

“Perché avete ignorato le mie trasmissioni, Soyuz?” La rabbia gorgogliava nella mia voce, ma cercai di mantenerla sotto controllo al pensiero di chiunque avrebbe potuto ascoltare, al ritorno sulla Terra.

“Ops-3, non abbiamo ricevuto alcuna tua trasmissione da ieri…?”

“È una menzogna. Stavate trasmettendo quella musica.”

“Ascolta, Ops-3, ho parlato con l’Ingegnere di Volo Rozhdestvensky. Siamo entrambi molto preoccupati per te. Pensiamo che forse potresti avere avuto una forma di esaurimento.”

“Esaurimento?” mormorai lentamente. “No. Non ho avuto...”

“È perfettamente comprensibile nella tua situazione, Boris. Perfettamente normale.” disse Zudov con fare suadente, la sua voce era lenta e gentile. “Nessuno dà la colpa a te. È tutto lo stress al quale sei stato sottoposto.”

“Un esaurimento.” ripetei un’altra volta. Era possibile? Stavo forse diventando matto?

“Sì, sei stato lassù da solo troppo a lungo. Hai iniziato a immaginare cose. Hai iniziato a vedere cose.”

“Ne sei sicuro?”

“Forse dovresti tornare prima, Boris. Forse dovremmo venire noi ad aiutarti.” Qualcosa nella voce di Zudov suggeriva una malignità nascosta nelle sue parole, non più nascosta dalla sua cordialità forzata, una farsa che egli stava mantenendo in piedi con grande sforzo. Mi fece venire i brividi lungo la schiena.

“No, non sarà necessario.”

“Penso di sì, invece, Boris. Penso che dobbiamo impostare la rotta della Salyut-5, subito.”

“No! Voglio dire, non intendo compromettere la missione.” Emisi un sogghigno nervoso. “La missione, è questa la cosa importante.”

Zudov restò in silenzio per un secondo, soppesando i miei commenti. La stazione riecheggiava del suono dello statico. Pregai che fosse d’accordo a restare da parte per altri due giorni. C’era qualcosa riguardo a Zudov, qualcosa che avevo notato solo in quel momento, che mi terrorizzava; più gli stavo lontano, meglio era.

“Sì. Naturalmente ce la puoi fare per due giorni. Dovresti farti un po’ di riposo, però. Prendi i sonniferi. Sembri stanco.”

“Lo farò. Ci vediamo tra due giorni, allora.”

“Riposati, Boris. Ci saremo di nuovo prima che tu te ne renda conto.” Per quanto si era rivolto a me usando il mio nome? Era contro il protocollo. “Andrà tutto bene.”

Rimisi il microfono sul sostegno e inghiottii nervosamente. Due giorni, bloccato qui. Al momento non ero sicuro di quale fosse l’opzione peggiore, tra l’essere intrappolato qui, o essere intrappolato sulla Soyuz, con il mellifluo Zudov.

Rimuginai su ciò che aveva detto. Mi sembrava del tutto possibile che stessi avendo un esaurimento. Le cose che avevo visto, le cose che avevo sentito. Non poteva essere reale, non potevano esserlo. Dei passi non sono possibili in microgravità. Questo è ciò che mi dissi.

Ma l’implicazione che fosse tutta un’allucinazione era ugualmente sinistra. Stavo impazzendo? Tutto era sembrato così reale quando era accaduto. Il blocco per appunti sembrava reale. I passi non potevano essere soltanto nella mia immaginazione, no? E il filtro a carbone? Si era davvero sfilato dalla sua conduttura, dopo tutto?

Questo avrebbe spiegato perché il computer non aveva identificato alcun guasto. Erano tutti nella mia testa.

C’era un solo modo a prova di bomba per provare tutto, naturalmente. Potevo tornare al compartimento di Zholobov. Potevo scartare il pacchetto marrone e guardare il blocco note. Se non fosse stato tutto un’allucinazione alimentata dalla paranoia, le scritte ci sarebbero state ancora. Se fosse stato tutto nella mia testa, sarebbero sparite, o meglio ancora, sarebbe stato il blocco note a non esserci affatto.

Naturalmente non è mai così semplice. Strappai la carta marrone ed eccolo lì. Con una reticenza nauseata aprii la prima pagina e fui sicuro che le annotazioni erano ancora lì. Il mio stomaco crollò. In un impeto di rabbia lanciai il libercolo attraverso la stanza. Sbatté contro la parete più lontana, poi galleggiò via.

Non c’era altro che potessi fare allora. Era stato lì, tra le mie mani. Solido e reale. Il che significava che mi rimanevano due opzioni. O non ero allucinato e il libello era reale, oppure ero sceso lungo la tana del coniglio nella mia testa, più a fondo di quanto pensassi. Sfortunatamente, entrambe le possibilità erano terrificanti.

Mi decisi, avevo bisogno di altro tempo per capire cosa fare. Avevo bisogno di dipanare la matassa nella mia testa. Dovevo fare qualcosa al riguardo. Non potevo più restare paralizzato dall’inattività, non avrei potuto sopportarlo.

Lentamente attraversai di nuovo l’ambiente, diretto verso la cucina, le mani che tremavano mentre spingevo il mio corpo attraverso l’aria. Per tutto il tempo sentii martellarmi in testa il pulsare del sangue. Non ero più sicuro di cosa fosse reale. Poi mi ricordai. Le pillole. Zudov mi aveva detto di prendere le pillole. Forse ero stanco. Zudov non mi aveva mai mentito prima, considerai. Non mi avrebbe mai detto qualcosa che potesse mettermi in pericolo, sicuramente. Il comandante Zudov aveva a cuore ciò che era meglio per me. Era inutile. Non potevo bermi ancora quella stronzata di scusa riguardo al “meglio per me”. Sapevo di non potermi più fidare di quell’uomo. Non avrei prestato fiducia ad altre parole di velluto prodotte da quella bocca distante, né ad altre istruzioni ripetute attraverso il vuoto. Avevo chiuso, non l’avrei più ascoltato.

Il dibattimento interiore era finito, tornai a respirare regolarmente e decisi di guardare il mio problema in maniera logica. Cercai di lasciar fuori il ricordo dei passi, del blocco note e del filtro, provando a guardare la questione da un punto di vista obiettivo. Praticamente era tutto ciò che potevo fare a quel punto.

Potevo prendere le pillole.

O potevo starmene seduto in preda al terrore e alla confusione per due giorni.

Sapevo che, volente o nolente, avrei dovuto prendere le pillole a un certo punto. Non avrei potuto restare sveglio per altri due giorni, ma non riuscivo a dormire. Sapevo che il sonno naturale non era una possibilità. Non dopo tutto ciò che era successo.

Così presi le pillole. Le inghiottii con un sorso d’acqua e in breve mi sentii andare alla deriva in un oceano di catrame nero e appiccicoso. Mi ci volle tutto il mio impegno anche solo per spingermi di nuovo verso il mio compartimento per dormire ed arrampicarmi nel sacco a pelo prima di affondare nel vischioso liquido nero della mia mente, prima di sentirlo impregnarmi la pelle e riempirmi i polmoni.

Il sonno fu silenzioso e tetro, come al solito. Ancora una volta la notte trascorse senza sogni. Ancora una volta fui svegliato dal mormorio del tubo al neon. Tutto ciò mi dava l’inquietudine di un qualche orribile déjà-vu. Mi rodeva la bocca dello stomaco, tutta la consapevolezza, il ricordo, e la paura che potesse succedere ancora.

Ma c’era anche qualcos’altro. Il pensiero che forse non ero solo lassù. Chiaramente qualcosa davvero non andava, riflettei, e fino a quel punto avevo fallito così male nella mia politica di ignorare la questione, che quasi mi sentivo male. Avevo bisogno di affrontarla, di scoprire la verità che si nascondeva dietro gli eventi occorsi lì, qualunque essa fosse.

Mi tirai fuori del compartimento per dormire e mi guardai intorno. Mi occorsero uno o due secondi per vedere la scritta. Quando la vidi, tuttavia, mi si fermò il cuore. Era ovunque, lungo tutti i muri. Grossa e nera, era stata fatta spalmando una qualche sostanza nera, usando la punta di un pollice.

Cristo.

Rabbrividii a quello spettacolo, osservando qualcosa di completamente innaturale e completamente sconosciuto, era una raccapricciante conferma di qualcosa che era rimasto in agguato dentro di me per giorni. Era stato facile non aver paura dell’ignoto, quando l’ignoto era stato stipato in un posto sicuro nel fondo della mia mente, ora con l’ignoto in piena vista davanti a me in tutta la sua spaventosa gloria era impossibile negare il mio terrore.

Le parole non avevano alcun significato, no, era la loro stessa esistenza che mi spaventava. Erano solo numeri o frasi sconnesse in russo, ma il fatto che ci fossero...

Non poteva essere reale, decisi. Non poteva esserlo. Lentamente mi girai e mi trascinai di nuovo nel mio compartimento per il sonno. Feci scorrere la porta, richiudendola, e feci un respiro profondo. Era solo nella mia testa, non era reale. Lo stavo soltanto immaginando, le cose nella mia testa si stavano riversando sui muri della stazione.

Quando avessi riaperto la porta, sarebbe sparito tutto, decisi. Le scritte sarebbero sparite. Era nella mia mente e avevo il controllo della mia mente. Avevo il controllo. Con un altro respiro, aprii la porta e guardai fuori, pregando che se ne fossero andate.

Se n’erano andate. Le pareti erano spoglie. Era stato tutto nella mia testa. Cosa non andava in me? Lentamente, lasciando scorrere lo sguardo su ogni superficie per una qualsiasi traccia di segni neri, mi spinsi verso il ponte di volo e la trasmittente radio. Non potevo più farcela, dovevo chiamare la Soyuz. Dovevo andarmene. Se non l’avessi fatto, temevo, il danno sarebbe stato irreparabile e sarei rimasto intrappolato nel mondo delle mie allucinazioni, sospeso tra reale e irreale, per sempre.

Quando attivai l’interruttore della trasmittente radio, tuttavia, qualcosa stava già venendo trasmesso dall’altra parte. Le luci verdi lampeggiarono, confermando che l’impianto era attivo, e appena lo fecero sollevai il microfono. Prima che potessi parlare, tuttavia, gli altoparlanti eruttarono una voce ruvida.

“...avendo allucinazioni visive e uditive, insieme a paranoia e perdita di appetito.”

Era Zudov. La sua voce mi rilassò. Nonostante le mie perplessità su di lui, sapevo che era lo stesso uomo con cui avevo parlato per tutto quel tempo. Le sue parole, d’altra parte, mi turbarono a dir poco. Chiaramente non erano rivolte a me. Con chi stava parlando? Non ero stato informato che le comunicazioni con il controllo a terra fossero state ripristinate e avevo specificamente detto al Comandante di farlo.

“Continua a osservarlo.” Un’altra voce ora, non quella di Zudov, né quella dell’Ingegnere di Volo Rozhdestvensky. Dal momento che essi erano le uniche due persone sulla Soyuz-21, allora Zudov doveva parlare con qualcuno altrove. Qualcuno a terra. Ci fu il sibilo dello statico e il canale collassò in un segnale acustico privo di significato. Ascoltai furioso. Dovevo scoprire di chi stessero parlando, sebbene implicitamente sentissi di saperlo già.

“...aria è contaminata?” Il canale si era ripristinato e l’altro uomo stava ancora parlando. Contaminata? Mi ero perso la prima parte della frase per colpa dell’interferenza, ma quella parola era sufficiente per sconvolgermi.

“Sì, la concentrazione ha raggiunto il 21%.”

“Prosegui con l’osservazione, Soyuz. Nient’altro.” Ci fu un sibilo e la voce dell’estraneo ammutolì.

L’atmosfera si fermò. Inghiottii, il rumore sembrò assordante nel silenzio creatosi. Cos’avevo appena sentito? Di chi stavano parlando?

Avevo l’ovvia risposta sulla punta della lingua, ma non osavo proferirla. Non osavo neppure pensarla. Era troppo pericolosa, troppo terrificante per essere compresa.

Abbassai lo sguardo sull’impianto radio, e vidi qualcosa di agghiacciante. Il quadrante della frequenza era stato cambiato. Certamente non ero stato io a farlo, ne ero sicuro. Ciò significava che qualcuno o qualcosa d’altro era lì. Ciò significava che era tutto reale.

Chiusi gli occhi e riportai il quadrante alla posizione usuale. Mi accolse il caldo sibilo dello statico, di tono diverso rispetto a quello dell’altro canale.

Dovevo sapere. Dovevo sapere di chi stavano parlando. Dovevo sapere se ero solo lassù. Dovevo sapere se stavo impazzendo.

“Soyuz-21? Rispondete, Soyuz-21?” chiesi alla fine, tenendo gli occhi fermamente serrati.

“Riceviamo, Ops-3. Riceviamo forte e chiaro.”

“Soyuz.” Iniziai, poi mi interruppi per prendere un respiro profondo. “Soyuz, avete avuto qualche comunicazione con il controllo a terra, finalmente?”

Ci fu una pausa breve, pesante, prima che il Comandante Zudov parlasse. Quando lo fece, avrei potuto dire dal tono della sua voce che c’era un sorriso stucchevole sulla sua bocca.

“Nessuna finora, temo, Salyut. Ancora disconnessi per colpa dei brillamenti solari.” Eccola, la grande menzogna. Il punto critico. Non appena quelle parole mi raggiunsero, quasi crollai dalla disperazione. Un leggero singulto mi sfuggì dalle labbra. L’uomo di cui mi ero fidato, tutto quel tempo. Era stato davvero tutto una bugia?

“Ops-3, mi ricevi?” chiese alla fine, e feci uno sforzo per convincermi a rispondere.

“Sono solo quassù, Comandante?” la mia voce era un sussurro fioco, appena udibile al disopra dell’interferenza.

“Solo? Cosa intendi?”

“Intendo, c’è qualcun altro sulla stazione?”

“Non ci sono altri, lassù. Solo tu.”

“Stai dicendo che è tutto nella mia mente? Che ho perso la testa?”

“Naturalmente no. Sei stato solamente sottoposto a tanto stress. Tutto solo lassù. Non è una sorpresa che tu abbia iniziato a vedere cose. A sentirne. C’era solo da aspettarselo, da qualcuno nelle tue condizioni.”

“Io lo so, che non sono pazzo.”

“Certo che non sei pazzo.” mi blandiva gentilmente, la sua voce era calda e rassicurante. Le sue lusinghe quasi mi portavano a fidarmi di nuovo di quell’uomo.

“È solo che...”

“È solo che sei stanco. Hai lavorato duramente. Ma non preoccuparti, la tua missione è quasi conclusa. Ci vedremo domani.”

“Domani.” ripetei intontito.

Non ero pazzo. Non era nella mia testa. Quell’uomo, quella voce, mi stava mentendo. Doveva essere reale. Ma cosa avrei potuto fare? Sarebbe arrivato di lì a meno di un giorno, dopodiché le cose sarebbero state del tutto fuori dalla mia portata.

Spalancai ogni scomparto. Guardai in ogni compartimento. Perlustrai ogni centimetro delle bianche superfici metalliche. Andai a caccia del più piccolo indizio che potesse esserci un compartimento nascosto da qualche altra parte nella stazione. Volevo trovare qualcosa, qualsiasi cosa potesse provare che avevo ragione. Nulla. Non so quanto tempo durò la mia ricerca, ma presto realizzai che quella ricerca era insensata. Non c’era alcunché da trovare.

“E se non fosse umano?” dissi ad alta voce, spaventandomi di me stesso. Non avevo mai parlato da solo. La mia voce era flebile e insignificante, persino nello spazio ristretto della stazione. Quel pensiero si impossessò di me. Non avevo mai creduto nel paranormale, ma il mio cuore batteva forte solo a pensarci. Era chiaro che ci fosse un’entità di qualche tipo lassù e se non era una persona...

In quel momento sentii stridere. Un profondo sibilo dal suono liquido proveniente dall’interno delle pareti. Era seguito da un altro, che sembrava più simile a un rantolo. Mi paralizzai in ascolto. Era il rumore di aria che veniva inspirata ed espirata.

Qualcosa stava respirando. Qualcosa dentro i muri.

“Comandante?” sussurrai nella radio, guardandomi intorno quando sentii un altro respiro. Si poteva udire soltanto quando ero all’impianto radio; sembrava provenire dalla paratia dell’area abitativa. “Lo sento respirare.”

“Respirare?” la risposta fu rapida e, cosa sorprendente per Zudov, agitata.

“Lo sento respirare nelle pareti. È sveglio.” sollevai il microfono e schiacciai il bottone di trasmissione, sperando che lo sentisse.

“È solo il sistema di ventilazione.” stabilì dubbioso quando ebbi finito. “Ti si deve essere rotta una conduttura. Darò un’occhiata quando arriviamo.”

Lasciai andare il microfono e cercai di recuperare un respiro regolare, ma il respiro forte e profondo che proveniva dall’area abitativa mi faceva perdere il ritmo. Non poteva essere solo una condotta dell’aria danneggiata. Doveva essere qualcos’altro. Mi sollevai lentamente e iniziai a dirigermi, in modo lento e cauto, verso la fonte del rumore. Il coltello era ancora nel cassetto del compartimento cucina, così lo presi e feci il giro per fronteggiare il suono. Veniva dall’interno di un pannello di manutenzione, premetti l’orecchio su di esso, cercando di sentire cosa c’era dietro. Il metallo era freddo contro la mia pelle.

Tunf. Ci fu un colpo forte dall’interno e ritirai la testa all’istante, terrorizzato. Fu seguito da un graffiare disperato. Unghie sul metallo. Mi spinsi all’indietro e andai a sbattere contro la parete dietro di me.

I graffi devono essere andati avanti per ore, mentre restavo seduto là, spaventato a morte, il coltello parato innanzi a me. Poi iniziò a rallentare e alla fine si interruppe. Non rimase che il silenzio. Mi raddrizzai piano, le lacrime mi rigavano il volto. Non potevo più farcela. Non potevo e basta.

“Ops-3, ci sei? Stiamo iniziando l’avvicinamento.” Imprecai forte e con ferocia, mentre le lacrime mi scendevano in bocca. Non lui, non in quel momento. Ero bloccato tra l’orrore sconosciuto che si trovava sulla stazione e l’orrore sconosciuto fuori da essa.

“Vaffanculo, Zudov!” afferrai il microfono e ci gridai dentro, preso da terrore assoluto.

“Puoi ripetere, Ops-3?” sembrava indignato.

“State lontani da me.” li avvertii con voce tremante. In quei momenti i peli dietro il mio collo iniziarono a drizzarsi. “Non azzardatevi a portare quella nave qui vicino.”

“Questi sono i miei ordini, Comandante Volynov.”

“Ho un coltello.” minacciai, conscio del fatto che le mie opzioni si stavano esaurendo. Mi aveva forzato la mano.

Ci fu silenzio per un secondo. Il tempo scorreva lento come nero catrame denso.

“È una minaccia, Comandante Volynov?” Zudov era gelido nella sua ira, ma potevo sentire accenti di ferocia pura nella sua voce. “È una minaccia quella che mi hai appena rivolto?”

“State lontani da me.” singhiozzai ancora. “Per favore.”

“Mi dispiace tanto.” alla fine prese una decisione e la frequenza diventò muta.

Riuscivo a vedere il punto nero della capsula Soyuz lungo l’orizzonte della Terra, delineato davanti al lucore bluastro. Avevo mezz’ora, forse, prima che arrivasse. Non era abbastanza; non riuscivo più a pensare.

La cosa nei muri era ancora silenziosa, di nuovo, per quanto potessi dire. Con il cuore che palpitava forte, mi rivolsi verso il pannello di manutenzione da cui era venuto il suono. Mi si gelò il sangue quando emise uno stridio, seguito da un altro. Era il rumore di unghie su una lavagna o qualcosa di simile. Con gli occhi fissi sul pannello, vidi qualcosa che non potrò mai dimenticare.

Lo stridio proveniva da una vite. Stava ruotando nel suo foro, mandando un rumore acuto ogni giro. Ci fu un tintinnio quando la vite compì l’ultima rotazione e si allontanò dalla sua sede fluttuando mollemente. Qualunque cosa stesse svitando le viti si spostò sulla seconda.

Arretrai lentamente e strinsi il coltello così forte che le nocche mi si sbiancarono. Le lacrime scendevano a fiumi sul mio volto, lasciando depositi salati sulle palpebre. Digrignai i denti, sentendo il contenuto dello stomaco che quasi stava per salirmi alla gola. Era pesante, nauseante. Un altro singhiozzo scosse il mio corpo tremante.

Strisciai nell’entrata della camera stagna, proprio accanto al sangue rappreso di Zholobov. Feci scorrere le dita sulla macchia e chiusi gli occhi. Cercai di sommergere nella mia testa quei suoni con preghiere disperate, ma non bastava.

Ci fu un urto pesante quando avvertii l’impatto della Soyuz. Guardando con un occhio a fessura, gettai un’altra occhiata alla stazione. Nell’aria fluttuava l’ormai staccato pannello dello scomparto di manutenzione, insieme a una manciata di viti. Sentii del movimento dall’interno. Concentrandomi di nuovo sulla Soyuz, colpii la porta della camera di decompressione, poi sentii il sibilo, e l’ambiente sigillato cominciò a riempirsi. Era finita.

I peli sul collo mi si drizzarono di nuovo. Dovevo uscire. Dovevo uscire in quel momento. Il portello della camera stagna emise un soffio, poi si aprì scorrendo. Lo sguardo mi cadde nella capsula Soyuz, nello spazio ristretto dove dovevano trovarsi i due astronauti. Dove doveva essere seduto l’uomo con cui avevo parlato per l’ultima settimana.

La capsula era vuota.

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Tradotto da AndySky21 da qui.